Una voce spaesata

3 novembre 2008
Pubblicato da

di Evelina Santangelo

Ma che paese è un paese dove si spaccia per riforma scolastica un piano di tagli alle scuole di ogni ordine e grado, e poi, come se nulla fosse, si manda in avanscoperta il ministro dell’istruzione, nascondendo in soffitta il ministro dell’economia?

Ma che paese è un paese dove si pretende o si presume o si finge di combattere storture e abusi toccando diritti inalienabili, come il diritto non solo allo studio, ma a un modo di studiare che sia figlio del pensiero moderno sulla didattica, la pedagogia, l’idea stessa di consesso civile?

Ma che paese è un paese dove con un decreto legge – senza un dibattito parlamentare, senza un tavolo di discussione serio su un tema così delicato come quello della formazione dei figli di questo stesso paese – un governo si arroga il diritto di modificare uno dei pilastri su cui si fonda una società, e cioè l’educazione delle nuove generazioni, sulla base di idee personali quanto approssimative di un ministro in vena di nostalgie passatiste, seguito da drappelli di pedagoghi improvvisati che cianciano con presunzione cattedratica di cose che non conoscono, magari addirittura portando se stessi e la propria esperienza scolastica come modello, senza neanche accorgersi di essere ridicoli, se non patetici?

Ma che paese è un paese dove si solidarizza tutti quanti, tutti insieme con Roberto Saviano, difendendo il suo coraggio, impugnando la sua stessa bandiera di libertà, dignità, resistenza, e poi si creano di fatto nel Sud, in tutto il Sud, le condizioni perché proprio i ragazzini delle fasce sociali più a rischio, nelle scuole di frontiera, siano abbandonati al loro destino, senza considerare minimamente il fatto che, in quei contesti, soltanto la scuola, una scuola forte, strutturata, accogliente, può costituire un serio baluardo contro derive criminali e contro quella sub-cultura mafiosa che nelle debolezze e manchevolezze del sistema trova la sua forza e la sua stessa ragion d’essere?

Ma che paese è un paese dove il capo del governo ostenta una tale noncuranza e un tale disprezzo del contraddittorio, dell’opposizione, delle ragioni stesse sollevate da un movimento di piazza così vasto e differenziato e dilagante al punto da lanciare il suo minaccioso «avviso ai naviganti», agitando lo spauracchio del manganello e dello sgombero forzato (questo sì, violento, cossighianamente violento!), senza minimamente riuscire forse neanche a capire che un paese democratico non è fatto di una ciurma, di un po’ di sgherri fidati, una pletora di esecutori servili, e di un capitano con diritto di vita e di morte in caso di ammutinamento?

Ma che paese è un paese dove sempre quello stesso capo del governo manda i suoi «saluti» ai direttori dei giornali, senza neanche riuscire a capire che quei direttori dei giornali non è a lui che devono rendere conto, ma alle loro coscienze, al loro codice etico-professionale e, al limite, all’opinione pubblica che hanno il sacrosanto dovere di informare e non, come pretenderebbe quel capo del governo, di rassicurare o, peggio, distrarre?

Ma che paese è un paese in cui quello stesso capo del governo si permette di fare una siffatta dichiarazione: «Le critiche dell’opposizione non mi interessano. Io ho una maggioranza in parlamento e vado avanti. Non c’è nessuna possibilità di dialogo… Del resto, affermano che sono un dittatore, perché dovrei dialogare? Se sono un dittatore do ordini e mi impongo. Se invece non è vero che sono un dittatore e non c’è nessun regime, se le realtà è che siamo in un paese democratico in c’è una maggioranza assolutamente democratica, che credibilità posso dare a chi afferma che siamo in un regime?»!!!!!
Come a dire, in una tautologia perfetta e meravigliosa, IO in ogni caso DO ORDINI E MI IMPONGO, incurante del diritto-dovere di critica nonché di quella cosa che in democrazia deve esistere e deve essere ascoltata: l’OPPOSIZIONE in quanto rappresentante anche di un’altra cosa fondante di ogni vera democrazia, una cosa che si chiama: DISSENSO

Ma che paese è un paese dove sempre quello stesso capo del governo gioca con le parole e le dichiarazioni come se si trattasse di spot pubblicitari da rimaneggiare a fini utilitaristici e demagogici a seconda del gradimento o delle proiezioni di gradimento, facendo un uso disinvolto di uno dei più potenti mezzi di comunicazione di massa dove le parole dichiarate possono dilagare come infezioni se ripetute in modo martellante o, al contrario, dileguare come realtà inconsistenti se annegate nella labilità e liquidità virtuale di uno schermo attraversato da immagini su immagini su immagini che si possono benissimo cancellare a vicenda, se è il caso?

Ma che paese è un paese dove il capogruppo di un importante gruppo parlamentare (Lega Nord) nonché segretario del comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, su un tema delicatissimo come quello dell’integrazione scolastica degli immigrati, si vanti di aver architettato una dicitura che suona così: «discriminazione temporanea positiva» per far passare, ammiccando a chi di dovere, l’idea che nella scuola italiana ci possano essere classi differenziate per immigrati e italiani? Tanto più che quella dicitura da mediocre azzeccagarbugli suona ancora più vile nella sua doppiezza, nel suo mascheramento esibito, e dunque arrogante, del senso delle parole, e in particolare, di una parola come «discriminazione» che chiunque dovrebbe vergognarsi non solo di pronunciare, ma addirittura… di concepire?

Ma che paese è un paese così, i cui Santi, Navigatori e Poeti che ne hanno fatto in tempi ormai remoti un faro di civiltà sono stati ormai soppiantati da UntiNavigati e IncantatoriMediatici in DoppiopettoBulgaroCossighiano?

«Il mio paese – ha scritto recentemente Saviano – è quell’insieme di donne e uomini che hanno deciso di resistere… ciascuno facendo bene le cose che sa fare».
Ecco, forse sarebbe il caso di cominciare da lì: sarebbe il caso forse di contrapporre al pressappochismo arrogante di questa classe dirigente un po’ di SERIETÁ. Sarebbe il caso di seppellirli, questi ridanciani e magnifici acrobati della mediocrità, con l’onda d’urto di una cosa che sembra abbiamo dimenticato: la Serietà di chi vuole fare bene le cose che sa fare e non accetta pacche più o meno paterne, più o meno minacciose, più o meno cameratesche, più o meno ammonitrici, più o meno adulatrici sulle spalle…

10 Responses to Una voce spaesata

  1. viky il 3 novembre 2008 alle 16:03

    Sarebbe il caso di seppellirli, questi ridanciani e magnifici acrobati della mediocrità, con l’onda d’urto di una cosa che sembra abbiamo dimenticato: la Serietà di chi vuole fare bene le cose che sa fare e non accetta pacche più o meno paterne, più o meno minacciose, più o meno cameratesche, più o meno ammonitrici, più o meno adulatrici sulle spalle…
    Concordo pienamente, e sottoscrivo senza remore: ci vuole un CAMBIAMENTO RADICALE!Una rivoluzione culturale, civile e mentale!

  2. véronique vergé il 3 novembre 2008 alle 16:48

    Un testo che porta una bella domanda: come cambiare le cose quando c’è convinzione nella parola, ma non nell’azione?

    Mi scuso se sono fuori tema. Volevo firmare la petizione per Roberto Saviano, e quando sono alla pagina, vedo l’elenco delle firme, ma non posso firmare, non so perché.
    Qualcuno puo aiutarmi?

  3. renatamorresi il 3 novembre 2008 alle 16:58

    inappuntabile, totalmente, profondamente inappuntabile. concordo e arrotolo le maniche, confido in nausea ormai intollerabile suscitata da classe politica di inetti, prego padre gramsci tutte le notti, invito i cervelli (di qualsiasi taglia) a mettere in fuga i progettisti del razzismo, del classismo e della mediocrità.
    r

  4. nadia agustoni il 3 novembre 2008 alle 18:31

    o Renata tu preghi? ma dai.

    però speriamo che la nausea salga davvero

  5. niky lismo il 3 novembre 2008 alle 20:28

    “Un paese democratico non è fatto di una ciurma, di un po’ di sgherri fidati, una pletora di esecutori servili, e di un capitano con diritto di vita e di morte in caso di ammutinamento”: ergo, questo non è un paese democratico, o meglio è un paese in cui la democrazia ha fallito.

    “Si creano di fatto nel Sud, in tutto il Sud, le condizioni perché proprio i ragazzini delle fasce sociali più a rischio, nelle scuole di frontiera, siano abbandonati al loro destino, senza considerare minimamente il fatto che, in quei contesti, soltanto la scuola, una scuola forte, strutturata, accogliente, può costituire un serio baluardo contro derive criminali e contro quella sub-cultura mafiosa che nelle debolezze e manchevolezze del sistema trova la sua forza e la sua stessa ragion d’essere”: ergo, quelle condizioni (di incultura, di pochezza civile, di cretinismo sociale) sono deliberatamente perseguite come strumentali al consenso (democratico?).

    Ribadisco a rischio di annoiare: a Cuba decine di scuole in zone disagiate assistono un solo alunno. E’ la misura del grado di civiltà di un popolo, anche (o specialmente) se povero.

  6. williamdollace il 3 novembre 2008 alle 21:08

    Parole come coltellate Un paese di circoncisioni e di silenzi e di pubblicità e di portafogli gonfi sempre vuoti e di cars e di non mi manca niente ma fra poco tutto e andiamo avanti per tornare indietro e gli sbagli non li ricordo perchè vivo l’ora senza memoria. Corsi e ricorsi: Vico G.

  7. sparz il 3 novembre 2008 alle 23:14

    così e ancora così dobbiamo andare avanti, con le mille difficoltà che si sanno. Questo mi ha particolarmente colpito, come anche ha colpito niky lismo: “Ma che paese è un paese dove si solidarizza tutti quanti, tutti insieme con Roberto Saviano, difendendo il suo coraggio, impugnando la sua stessa bandiera di libertà, dignità, resistenza, e poi si creano di fatto nel Sud, in tutto il Sud, le condizioni perché proprio i ragazzini delle fasce sociali più a rischio, nelle scuole di frontiera, siano abbandonati al loro destino……” Qui sta una radice forte del problema, non si vuole che le scuole, specie nel sud, siano in grado di fornire una formazione autenticamente democratica.

  8. helena il 3 novembre 2008 alle 23:23

    @veronique

    se ho capito bene, hanno chiuso la raccolta con 250.000 firme.

  9. véronique vergé il 4 novembre 2008 alle 10:23

    Grazie Helena,
    Perché pensavo che non avevo saputo leggere la pagina e trovare: non sono benissimo con il computer.
    Che peccato di non aver firmato.
    Ma è un magnifico successo: tante firme.

    Prova che in questo momento si alza un vento di rezione, di riflessione, di coraggio nel paese.
    La discussione sulla scuola è un aspetto importante: quando si discute della scuola, si apre il dialogo, si mostra che un paese non vuole morire, vuole cambiare, vuole un’ orrizonte.
    Le cose muovono.

  10. Irene il 4 novembre 2008 alle 12:39

    Purtroppo è lo stesso Paese dove un gruppetto di fascisti ha minacciato i giornalisti della trasmissione RAI “Chi l’ha visto?” per aver mandato in onda il filmato sugli scontri di Piazza Navona e aver mostrato le facce dei picchiatori. Allora appare chiarissimo che in un Paese sfigurato e distorto come questo l’unica cosa da fare, oltre a resistere e affrontare con grande serietà le cose che facciamo tutti i giorni, è assolutamente necessario metterci la faccia: solo così, facendo sapere chi siamo e cosa vogliamo possiamo distinguerci dai vigliacchi e manigoldi che cercano di tenere in pugno il nostro Paese, solo così potremo contarci e sapere che siamo più di quanti pensiamo, solo così si può tentare di riprenderci la nostra dignità di società civile e democratica, essendo “quell’insieme di donne e uomini che hanno deciso di resistere…ciascuno facendo bene le cose che sa fare”.



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