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	Commenti a: Il disgusto e l&#8217;ossessione. Un modo di esercitare la critica	</title>
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		<title>
		Di: maria valente		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[maria valente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Nov 2008 08:05:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Biondillo io la quoto in toto.
Questa discussione è servita a farmi capire che non esiste discussione possibile con certa critica che viene qui a trattare il mondo dei blog con supponenza, tacciandoci di superficialità ed ignoranza, mentre  mi risulta esattamente il contrario, il tutto aggravato dallo sguardo estremamente miope di una scuola, come la definiva Biondillo &quot;paracrociana&quot; che proprio non sta in piedi fin dall&#039;inizio.
( io, ad esempio, non ho mai accolto la distinzione cui allude sopra, neanche con tutte le attenuanti concesse poco a poco al postmoderno nel corso dei dibattiti perché il punto sul postmoderno si fa, per me, a partire da Fredric Jameson).
Spero solo che la rete -questo sì uno strumento democratico, aperto anche se ancora sommerso -  un giorno o l&#039;altro vi metta all&#039;angolo come meritate voi, i vostri dictat, le generalità, i questionari e le opere usa e getta su committenza...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Biondillo io la quoto in toto.<br />
Questa discussione è servita a farmi capire che non esiste discussione possibile con certa critica che viene qui a trattare il mondo dei blog con supponenza, tacciandoci di superficialità ed ignoranza, mentre  mi risulta esattamente il contrario, il tutto aggravato dallo sguardo estremamente miope di una scuola, come la definiva Biondillo &#8220;paracrociana&#8221; che proprio non sta in piedi fin dall&#8217;inizio.<br />
( io, ad esempio, non ho mai accolto la distinzione cui allude sopra, neanche con tutte le attenuanti concesse poco a poco al postmoderno nel corso dei dibattiti perché il punto sul postmoderno si fa, per me, a partire da Fredric Jameson).<br />
Spero solo che la rete -questo sì uno strumento democratico, aperto anche se ancora sommerso &#8211;  un giorno o l&#8217;altro vi metta all&#8217;angolo come meritate voi, i vostri dictat, le generalità, i questionari e le opere usa e getta su committenza&#8230;</p>
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		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100226</link>

		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2008 15:18:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dillo a me, Donnarumma. 
Pubblico un dialogo con uno dei migliori scrittori viventi al mondo, che parla del suo laboratorio di scrittura - dato che è stato chiesto da alcuni critici in questa discussione la voce degli autori - e nessuno di &quot;voi&quot; critici fa un commento. Forse perché Banville non è stato letto, non si sa neppure chi è? Forse perché (questa è una cattiveria) gli autori che citate, pro o contro, sono sempre quei 4, intercambiabili? Erano i loro commenti che volevate? Volevate la loro conferma/benedizione? O (che è la stessa cosa) opposizione?
Spesso mi chiedo: ma fuori dei soliti noti, americani (qualche sparuto francese che fa vecchiaeuropa) e italiani, che cosa leggono i nostri cervelli critici? 
(e al primo che snobbisticamente guarda blog come NI con la puzzetta sotto il naso, faccio notare che in Italia solo qui autori come, ad es., Danilo Kis vengono citati da anni).
A uno di questi critici che è intervenuto abbondantemente nella discussione misi in mano meno di un mese fa (non vi dico chi per pudore) un libro straordinario: Herta Müller, &quot;Il paese delle prugne verdi&quot;.
Un capolavoro.
Pubblicato, tra l&#039;altro, da una piccolissima casa editrice, quindi neppure la questione (insulsa e demenzialissima) dell&#039;odio nei confronti della macchina editoriale avrebbe avuto senso.
In questo libro tutta la discussione &quot;realismo vs. postmodernismo&quot; o &quot;formalismo vs. contenutismo&quot; andrebbe in vacca.
Solo che lei è autrice rumena di lingua tedesca.
Il suddetto critico (che io ammiro, ben inteso) me l&#039;ha restituito dicendomi, ironico: &quot;non ho tempo per leggere tutto&quot;.
Avevo voglia di dirgli: &quot;non hai tempo di leggere nulla che non stia dentro il recinto che ti sei costruito&quot;.
C&#039;è un doppio binario di provincialismo: o l&#039;americanismo cieco o l&#039;italianismo ad oltranza. Il resto del mondo non esiste. In più: agli americani si permette pure il successo popolare, ai nostri &quot;soliti noti&quot; si esige che siano &quot;autoriali&quot; da subito, non invischiati con scritture pop, di genere o di successo.
Non ostante la profusione di intelligenze e di intuizioni spesso illuminanti, tutta la discussione appare, perciò, viziata all&#039;origine, secondo il mio modesto avviso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dillo a me, Donnarumma.<br />
Pubblico un dialogo con uno dei migliori scrittori viventi al mondo, che parla del suo laboratorio di scrittura &#8211; dato che è stato chiesto da alcuni critici in questa discussione la voce degli autori &#8211; e nessuno di &#8220;voi&#8221; critici fa un commento. Forse perché Banville non è stato letto, non si sa neppure chi è? Forse perché (questa è una cattiveria) gli autori che citate, pro o contro, sono sempre quei 4, intercambiabili? Erano i loro commenti che volevate? Volevate la loro conferma/benedizione? O (che è la stessa cosa) opposizione?<br />
Spesso mi chiedo: ma fuori dei soliti noti, americani (qualche sparuto francese che fa vecchiaeuropa) e italiani, che cosa leggono i nostri cervelli critici?<br />
(e al primo che snobbisticamente guarda blog come NI con la puzzetta sotto il naso, faccio notare che in Italia solo qui autori come, ad es., Danilo Kis vengono citati da anni).<br />
A uno di questi critici che è intervenuto abbondantemente nella discussione misi in mano meno di un mese fa (non vi dico chi per pudore) un libro straordinario: Herta Müller, &#8220;Il paese delle prugne verdi&#8221;.<br />
Un capolavoro.<br />
Pubblicato, tra l&#8217;altro, da una piccolissima casa editrice, quindi neppure la questione (insulsa e demenzialissima) dell&#8217;odio nei confronti della macchina editoriale avrebbe avuto senso.<br />
In questo libro tutta la discussione &#8220;realismo vs. postmodernismo&#8221; o &#8220;formalismo vs. contenutismo&#8221; andrebbe in vacca.<br />
Solo che lei è autrice rumena di lingua tedesca.<br />
Il suddetto critico (che io ammiro, ben inteso) me l&#8217;ha restituito dicendomi, ironico: &#8220;non ho tempo per leggere tutto&#8221;.<br />
Avevo voglia di dirgli: &#8220;non hai tempo di leggere nulla che non stia dentro il recinto che ti sei costruito&#8221;.<br />
C&#8217;è un doppio binario di provincialismo: o l&#8217;americanismo cieco o l&#8217;italianismo ad oltranza. Il resto del mondo non esiste. In più: agli americani si permette pure il successo popolare, ai nostri &#8220;soliti noti&#8221; si esige che siano &#8220;autoriali&#8221; da subito, non invischiati con scritture pop, di genere o di successo.<br />
Non ostante la profusione di intelligenze e di intuizioni spesso illuminanti, tutta la discussione appare, perciò, viziata all&#8217;origine, secondo il mio modesto avviso.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Raffaele Donnarumma		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100223</link>

		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Donnarumma]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2008 14:48:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Credo che da precari si possa essere indotti a porre alla letteratura domande più radicali, a scegliere oggetti diversi da quelli consacrati dallo specialismo accademico o dalla chiacchiera e, soprattutto, a indirizzare uno sguardo differente su quegli oggetti. Ma, come dicevo, si può al contrario anche essere indotti a scimmiottare lo specialismo e la chiacchiera: se l&#039;istituzione non mi dà una legittimazione, allora cerco di darmela da solo, e scrivo come se fossi un ordinario alle soglie della pensione (o, magari, già morto da un paio di decenni). Mi stupisce che anche il dibattito sulle nuove forme di realismo e sull&#039;esaurimento del postmoderno abbia ignorato questo elementare punto di partenza: non era una pura questione di letteratura (e spero nessuno abbia ancora la malafede, o peggio, di ridurlo a uno sciapo contenutismo). La possibilità posta da Inglese e da Bortolotti, cioè di un&#039;uscita del discorso sulla letteratura dall&#039;università, è produttiva, ma anche scorante: abbandona l&#039;università a se stessa, cioè al suo peggio. Resta però un&#039;evidenza che mi disarma: mentre altrove i post si accumulano, e cascano come pere marce a terra dai rami troppo carichi del pero, qui ci si parla in quattro, si stenta, si arranca, si tace (o si divaga, proclamando truismi con l&#039;aria di rivelare verità occulte o occultate). Dunque: esiste una rimozione collettiva, anzitutto dalla nostra parte, su cosa significhi essere intellettuali precari. Mentre proprio questa condizione ci mette sulla stessa barca della maggior parte dei nostri coetanei che hanno scelto lavori e mestieri tutti diversi, per lo più facciamo finta di niente, o ci comportiamo come se appartenessimo alla generazione dei nostri nonni. Cioè, ci rifugiamo in una separatezza da spettri, e rinunciamo a essere intellettuali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credo che da precari si possa essere indotti a porre alla letteratura domande più radicali, a scegliere oggetti diversi da quelli consacrati dallo specialismo accademico o dalla chiacchiera e, soprattutto, a indirizzare uno sguardo differente su quegli oggetti. Ma, come dicevo, si può al contrario anche essere indotti a scimmiottare lo specialismo e la chiacchiera: se l&#8217;istituzione non mi dà una legittimazione, allora cerco di darmela da solo, e scrivo come se fossi un ordinario alle soglie della pensione (o, magari, già morto da un paio di decenni). Mi stupisce che anche il dibattito sulle nuove forme di realismo e sull&#8217;esaurimento del postmoderno abbia ignorato questo elementare punto di partenza: non era una pura questione di letteratura (e spero nessuno abbia ancora la malafede, o peggio, di ridurlo a uno sciapo contenutismo). La possibilità posta da Inglese e da Bortolotti, cioè di un&#8217;uscita del discorso sulla letteratura dall&#8217;università, è produttiva, ma anche scorante: abbandona l&#8217;università a se stessa, cioè al suo peggio. Resta però un&#8217;evidenza che mi disarma: mentre altrove i post si accumulano, e cascano come pere marce a terra dai rami troppo carichi del pero, qui ci si parla in quattro, si stenta, si arranca, si tace (o si divaga, proclamando truismi con l&#8217;aria di rivelare verità occulte o occultate). Dunque: esiste una rimozione collettiva, anzitutto dalla nostra parte, su cosa significhi essere intellettuali precari. Mentre proprio questa condizione ci mette sulla stessa barca della maggior parte dei nostri coetanei che hanno scelto lavori e mestieri tutti diversi, per lo più facciamo finta di niente, o ci comportiamo come se appartenessimo alla generazione dei nostri nonni. Cioè, ci rifugiamo in una separatezza da spettri, e rinunciamo a essere intellettuali.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Marco Giovenale		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100197</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Giovenale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2008 09:46:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quel che scrive Fortini a proposito del&lt;em&gt;le&lt;/em&gt; &lt;em&gt;due&lt;/em&gt; posizioni del critico illumina mica poco. Parla del critico 1, in editoria, e 2, in accademia.

Editoria e università. &lt;em&gt;Tertium&lt;/em&gt; eccetera.

La conseguenza è che il mondo vario e intiero per quanto è tondo, notoriamente non editoriale e accademico full-time, scappa e sguscia come gelatina da tutte le parti. Sfugge. Dentro questo bilocale proprio non ci cape, non ci vuole stare. Mica nascondi Cthulhu sotto il tappeto, eh no.

Intendiamoci: Fortini è per tante (magari altre) ragioni un mio &quot;autore di riferimento&quot;. E -- anche in questo caso -- prendo &lt;em&gt;a pretesto e prestito&lt;/em&gt; la dicotomia di cui sopra; nada mas; certo non ci chiudo dentro &lt;em&gt;tutto&lt;/em&gt; Fortini. Ci mancherebbe. (Del resto cito anzi linko una citazione).

Ma la stupefazione, maraviglia, resta e cresce. Specie sapendo e vedendo che &quot;i migliori cervelli della mia generazione&quot; dall&#039;università (massime dalla italiana) scappano a gambe levate. E anche vedendo che di editoria spazzatura sempre più (e con ragione da scialare) si parla e straparla.
Susurro: esiste altro, a partire dalla rete. Esiste quanto precisamente vive e fa testo senza e contro le istituzioni, senza e contro l&#039;editoria infame infima infida.
Ma virando bruscamente su un altro elemento del dialogo affrontato nei giorni passati su N.I., che poi è magari il primum, ossia la variamente articolata declinata endiadi realtà / testo (stili di), noto da commenti a vari post assai visitati e vissuti che la bio è gittata tuttodì nel silenzio.
Geenna (con macchinici pianti e stridori) per chi già all&#039;inferno è domiciliato. Per chi ha il trauma. O un lavoro decostruente. O niente lavoro.
Esempio: nei commenti indiani degli scorsi giorni si leggeva di &quot;adolescenze tumefatte&quot; che lagnandosi online violerebbero incaute il proprio sperato riserbo, e così sfascerebbero i dilicati apparati genitali de&#039; leggenti (con facile effetto domino su milioni di anime, le tapine).
Non critico ciò. Solamente e desolatamente osservo: è vero. Vero è che tanta impudicizia non è perdonabile (-ata). Come la realtà.
Mi rendo conto, tutte le volte che cito anche per miseri 3&quot; netti nu guaio che m&#039;è occorso, o che riguarda alcuno di comune conoscenza, issofatto il profilo oculare dell&#039;udente si arcua e duole come vedi negli angioli di Giotto per la morte del Cristo.
L&#039;udente compiange, ti osserva, co-patisce, fa muro, e dura l&#039;ascolto con un solo orecchio, mentre con graffi fuoricampo va disperato unghiando e tentacolando sul mouse alla cerca di uno &quot;skip&quot; cliccabile.
Deh, come a ciò giugnemmo, frati? Pare che davvero se uno ha la mafia al fegato se la deve tenere e crepare e zitto. E allora uno ha un presidente del c******** e se lo deve tenere? Teneramente? Ecché? E come?
Ma è così. &quot;Non sta bene&quot; dire che perfino nella civile Francia uno studioso di valore non trova dopo anni e anni uno sbocco se non di bile. &quot;Non sta bene&quot; far notare che uno dei maggiori filologi e traduttori dalle lingue antiche è disoccupato da 10 anni e passa. &quot;Non sta bene&quot; inviperirsi perché la persona che ha voltato in italiano più autori contemporanei francesi di tutti i traduttori italiani di romanzi di cacca (che però vendono) campa con uno stipendio di commesso. &quot;Non sta bene&quot; rilevare che è assurdo che un altro traduttore eccezionale, che di statunitensi si occupa, per sopravvivere faccia l&#039;archivista inchiodato per ore al video.
Ho appena &quot;sottinteso&quot; quattro dei migliori autori che conosco. Ma sono migliori -- guarda tu il caso -- in un contesto che NON è accademia e non è editoria &lt;em&gt;maior&lt;/em&gt; (=di merda, surtout). Come la mettiamo con il bilocale di Fortini?
Come la mettiamo con la realtà-realtà? (Non con il rapporto del testo con quest&#039;ultima). (Su cui, da autore &lt;em&gt;clus&lt;/em&gt;, farei discorso potentemente noioso).
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quel che scrive Fortini a proposito del<em>le</em> <em>due</em> posizioni del critico illumina mica poco. Parla del critico 1, in editoria, e 2, in accademia.</p>
<p>Editoria e università. <em>Tertium</em> eccetera.</p>
<p>La conseguenza è che il mondo vario e intiero per quanto è tondo, notoriamente non editoriale e accademico full-time, scappa e sguscia come gelatina da tutte le parti. Sfugge. Dentro questo bilocale proprio non ci cape, non ci vuole stare. Mica nascondi Cthulhu sotto il tappeto, eh no.</p>
<p>Intendiamoci: Fortini è per tante (magari altre) ragioni un mio &#8220;autore di riferimento&#8221;. E &#8212; anche in questo caso &#8212; prendo <em>a pretesto e prestito</em> la dicotomia di cui sopra; nada mas; certo non ci chiudo dentro <em>tutto</em> Fortini. Ci mancherebbe. (Del resto cito anzi linko una citazione).</p>
<p>Ma la stupefazione, maraviglia, resta e cresce. Specie sapendo e vedendo che &#8220;i migliori cervelli della mia generazione&#8221; dall&#8217;università (massime dalla italiana) scappano a gambe levate. E anche vedendo che di editoria spazzatura sempre più (e con ragione da scialare) si parla e straparla.<br />
Susurro: esiste altro, a partire dalla rete. Esiste quanto precisamente vive e fa testo senza e contro le istituzioni, senza e contro l&#8217;editoria infame infima infida.<br />
Ma virando bruscamente su un altro elemento del dialogo affrontato nei giorni passati su N.I., che poi è magari il primum, ossia la variamente articolata declinata endiadi realtà / testo (stili di), noto da commenti a vari post assai visitati e vissuti che la bio è gittata tuttodì nel silenzio.<br />
Geenna (con macchinici pianti e stridori) per chi già all&#8217;inferno è domiciliato. Per chi ha il trauma. O un lavoro decostruente. O niente lavoro.<br />
Esempio: nei commenti indiani degli scorsi giorni si leggeva di &#8220;adolescenze tumefatte&#8221; che lagnandosi online violerebbero incaute il proprio sperato riserbo, e così sfascerebbero i dilicati apparati genitali de&#8217; leggenti (con facile effetto domino su milioni di anime, le tapine).<br />
Non critico ciò. Solamente e desolatamente osservo: è vero. Vero è che tanta impudicizia non è perdonabile (-ata). Come la realtà.<br />
Mi rendo conto, tutte le volte che cito anche per miseri 3&#8243; netti nu guaio che m&#8217;è occorso, o che riguarda alcuno di comune conoscenza, issofatto il profilo oculare dell&#8217;udente si arcua e duole come vedi negli angioli di Giotto per la morte del Cristo.<br />
L&#8217;udente compiange, ti osserva, co-patisce, fa muro, e dura l&#8217;ascolto con un solo orecchio, mentre con graffi fuoricampo va disperato unghiando e tentacolando sul mouse alla cerca di uno &#8220;skip&#8221; cliccabile.<br />
Deh, come a ciò giugnemmo, frati? Pare che davvero se uno ha la mafia al fegato se la deve tenere e crepare e zitto. E allora uno ha un presidente del c******** e se lo deve tenere? Teneramente? Ecché? E come?<br />
Ma è così. &#8220;Non sta bene&#8221; dire che perfino nella civile Francia uno studioso di valore non trova dopo anni e anni uno sbocco se non di bile. &#8220;Non sta bene&#8221; far notare che uno dei maggiori filologi e traduttori dalle lingue antiche è disoccupato da 10 anni e passa. &#8220;Non sta bene&#8221; inviperirsi perché la persona che ha voltato in italiano più autori contemporanei francesi di tutti i traduttori italiani di romanzi di cacca (che però vendono) campa con uno stipendio di commesso. &#8220;Non sta bene&#8221; rilevare che è assurdo che un altro traduttore eccezionale, che di statunitensi si occupa, per sopravvivere faccia l&#8217;archivista inchiodato per ore al video.<br />
Ho appena &#8220;sottinteso&#8221; quattro dei migliori autori che conosco. Ma sono migliori &#8212; guarda tu il caso &#8212; in un contesto che NON è accademia e non è editoria <em>maior</em> (=di merda, surtout). Come la mettiamo con il bilocale di Fortini?<br />
Come la mettiamo con la realtà-realtà? (Non con il rapporto del testo con quest&#8217;ultima). (Su cui, da autore <em>clus</em>, farei discorso potentemente noioso).</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Alcor		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100084</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 09:53:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie, ho capito meglio, sì, penso che NI possa esserlo.

(e cmq, come sappiamo, mi capita a volte di fare delle provocazioni, perciò  non mi sono irritata per essere stata fraintesa, ma non le farei mai su questi temi, solo su quelle che mi sembrano incongruenze  del discorso o posture o presunzioni o vuotaggini. Paradossalmente tu l&#039;hai presa per una provocazione perché ho detto che intervenivo in spirito di pace:–))]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie, ho capito meglio, sì, penso che NI possa esserlo.</p>
<p>(e cmq, come sappiamo, mi capita a volte di fare delle provocazioni, perciò  non mi sono irritata per essere stata fraintesa, ma non le farei mai su questi temi, solo su quelle che mi sembrano incongruenze  del discorso o posture o presunzioni o vuotaggini. Paradossalmente tu l&#8217;hai presa per una provocazione perché ho detto che intervenivo in spirito di pace:–))</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100082</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 09:24:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si, la mia risposta irritata nasceva dal mio percepire il tuo intervento come una specie di provocazione. Ma rispretto alla tua domanda, e rispondendo per me, posso dirti questo. Vedo diversi ordini di problemi: nella&#039;rticolo sopra postato, ho accennato all&#039;esercizio della critica letteraria, da parte di qualcuno che non può appoggiarsi sulle due forme istituzionalmente legittimanti di questa attività, critico editoriale e critico accademico. Questa è una faccenda particolare, che a sua volta è connessa con questioni piu&#039; generali. La prima è quella del precariato accademico - come fenomeno particolare di un precariato piu&#039; diffuso. La seconda è quella del destino del sapere, nel momento in cui il grado di precariato accademico rende insostenibile il ricatto universitario e la gente se ne va, se ne va altrove, già ampiamente formata, e cerca un diverso utilizzo del suo sapere.

Io ad esempio mi sono stancato di rimanere all&#039;interno della logica feudale dell&#039;accademia, logica in cui - come dicono gli storici del medioevo - ciascuno è &quot;uomo di un altro uomo&quot;. Ma questa è una decisione personale. Piu&#039; interessante è vedere come, malgrado questa scelta, io possa comunque continuare ad usare competenze e saperi acquisiti nell&#039;università ma AL DI FUORI non solo dell&#039;università, ma sopratutto al di fuori dei suoi modi, circuiti, ecc. Compito aperto, da definire, e di cui - comunque - NI è già un esempio non irrilevante.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si, la mia risposta irritata nasceva dal mio percepire il tuo intervento come una specie di provocazione. Ma rispretto alla tua domanda, e rispondendo per me, posso dirti questo. Vedo diversi ordini di problemi: nella&#8217;rticolo sopra postato, ho accennato all&#8217;esercizio della critica letteraria, da parte di qualcuno che non può appoggiarsi sulle due forme istituzionalmente legittimanti di questa attività, critico editoriale e critico accademico. Questa è una faccenda particolare, che a sua volta è connessa con questioni piu&#8217; generali. La prima è quella del precariato accademico &#8211; come fenomeno particolare di un precariato piu&#8217; diffuso. La seconda è quella del destino del sapere, nel momento in cui il grado di precariato accademico rende insostenibile il ricatto universitario e la gente se ne va, se ne va altrove, già ampiamente formata, e cerca un diverso utilizzo del suo sapere.</p>
<p>Io ad esempio mi sono stancato di rimanere all&#8217;interno della logica feudale dell&#8217;accademia, logica in cui &#8211; come dicono gli storici del medioevo &#8211; ciascuno è &#8220;uomo di un altro uomo&#8221;. Ma questa è una decisione personale. Piu&#8217; interessante è vedere come, malgrado questa scelta, io possa comunque continuare ad usare competenze e saperi acquisiti nell&#8217;università ma AL DI FUORI non solo dell&#8217;università, ma sopratutto al di fuori dei suoi modi, circuiti, ecc. Compito aperto, da definire, e di cui &#8211; comunque &#8211; NI è già un esempio non irrilevante.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Alcor		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100067</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 00:13:14 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100067</guid>

					<description><![CDATA[Sì, non riusciamo a capirci.
Tu senti dietro alle mie domande una specie di provocazione, che non c&#039;è.
Chiedevo, perché mi pareva che Donnarumma si riferisse solo a un tipo di precariato, un precariato &quot;intellettuale&quot;. Mentre tu, mi sembra, ti riferisci a una condizione generale della tua generazione.
Tu dici, ai tuoi tempi e ai miei tempi.
Ora, i miei tempi non sono stati i miei tempi solo quando avevo la tua età, sono i miei tempi anche ora. Non sono ancora morta, mangio, eccetera e per mangiare devo lavorare.
Io sono sempre stata precaria, e con me una certa fetta della mia generazione, ma anche se eravamo e siamo precari singolarmente, il numero basso fa sì che non  lo considerassimo un problema sociale, ma una iattura personale.
Perciò mi chiedo, se è una condizione sociale ( e lo è non sono tonta), il problema posto da Donnarumma e il tuo sono uguali?
Le cose da fare in letteratura di cui parla Donnarumma sono le tue stesse cose?
Per questo chiedevo delucidazioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sì, non riusciamo a capirci.<br />
Tu senti dietro alle mie domande una specie di provocazione, che non c&#8217;è.<br />
Chiedevo, perché mi pareva che Donnarumma si riferisse solo a un tipo di precariato, un precariato &#8220;intellettuale&#8221;. Mentre tu, mi sembra, ti riferisci a una condizione generale della tua generazione.<br />
Tu dici, ai tuoi tempi e ai miei tempi.<br />
Ora, i miei tempi non sono stati i miei tempi solo quando avevo la tua età, sono i miei tempi anche ora. Non sono ancora morta, mangio, eccetera e per mangiare devo lavorare.<br />
Io sono sempre stata precaria, e con me una certa fetta della mia generazione, ma anche se eravamo e siamo precari singolarmente, il numero basso fa sì che non  lo considerassimo un problema sociale, ma una iattura personale.<br />
Perciò mi chiedo, se è una condizione sociale ( e lo è non sono tonta), il problema posto da Donnarumma e il tuo sono uguali?<br />
Le cose da fare in letteratura di cui parla Donnarumma sono le tue stesse cose?<br />
Per questo chiedevo delucidazioni.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100061</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 23:39:36 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100061</guid>

					<description><![CDATA[&quot;Per precari intendete persone che vogliono entrare stabilmente e non possono nelle istituzioni scolastiche e universitarie?&quot;
e
&quot;Perché l’editoria e anche il giornalismo hanno sempre avuto precari intorno a sé. Gente che entrava e usciva e cambiava lavoro.&quot;
Allora, per parte mia uso sempre meno il termine intellettuali. Tanto in Italia - non so quanto a torto - è equivalente di merdosi, come il termine cultura è equivalente di merda. Il termine precario pure ormai sta perdendo di senso: per un semplice motivo che è una condizione ormai generalizzata. I precari non sono più bestie da circo sui cui fare gli istant book.
Ma lascia che ti dica una cosa Alcor. Neanch&#039;io ti capisco. Cosa vuoi dire? Che i precari che ogni settembre devono capire se lavoreranno o no, e dove e fino a quando, non devono stare tanto a menarsela perché anche nell&#039;editoria si sta di merda? Solo che, ad esempio, del 60%, ad essere buoni, della merce editoriale che si produce, io farei tranquillamente a meno. Tu faresti tranquillamente a meno del 60% delle classi di scuola pubblica di questo paese? Lo sai che seppure insegnanti delle secondarie e traduttori letterari sono pagati entrambi una miseria, lavorare a casa o in ufficio alla propria traduzione è molto meno rischioso per la salute psichica che andare ogni giorno in classe? Ma forse ti ho capito male Alcor. O forse proprio non capisco cosa vuoi dire. Che ognuno deve stare sempre allegro, perché il nostro piangere fa male al re?

&quot;Gente che entrava e usciva e cambiava lavoro?&quot; Si. Ai tuoi tempi forse. Molto meno ai miei.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Per precari intendete persone che vogliono entrare stabilmente e non possono nelle istituzioni scolastiche e universitarie?&#8221;<br />
e<br />
&#8220;Perché l’editoria e anche il giornalismo hanno sempre avuto precari intorno a sé. Gente che entrava e usciva e cambiava lavoro.&#8221;<br />
Allora, per parte mia uso sempre meno il termine intellettuali. Tanto in Italia &#8211; non so quanto a torto &#8211; è equivalente di merdosi, come il termine cultura è equivalente di merda. Il termine precario pure ormai sta perdendo di senso: per un semplice motivo che è una condizione ormai generalizzata. I precari non sono più bestie da circo sui cui fare gli istant book.<br />
Ma lascia che ti dica una cosa Alcor. Neanch&#8217;io ti capisco. Cosa vuoi dire? Che i precari che ogni settembre devono capire se lavoreranno o no, e dove e fino a quando, non devono stare tanto a menarsela perché anche nell&#8217;editoria si sta di merda? Solo che, ad esempio, del 60%, ad essere buoni, della merce editoriale che si produce, io farei tranquillamente a meno. Tu faresti tranquillamente a meno del 60% delle classi di scuola pubblica di questo paese? Lo sai che seppure insegnanti delle secondarie e traduttori letterari sono pagati entrambi una miseria, lavorare a casa o in ufficio alla propria traduzione è molto meno rischioso per la salute psichica che andare ogni giorno in classe? Ma forse ti ho capito male Alcor. O forse proprio non capisco cosa vuoi dire. Che ognuno deve stare sempre allegro, perché il nostro piangere fa male al re?</p>
<p>&#8220;Gente che entrava e usciva e cambiava lavoro?&#8221; Si. Ai tuoi tempi forse. Molto meno ai miei.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: gherardo bortolotti		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100049</link>

		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 20:40:53 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100049</guid>

					<description><![CDATA[donnarumma: la mia impressione però è che la domanda che poni, sul tema «cosa vuol dire essere intellettuali e occuparsi di cultura quando si è precari», risuoni un po&#039; a vuoto partendo proprio dalla prospettiva delle costituzione di nuovi saperi. sia chiaro: ho capito l&#039;implicita esortazione a misurarsi con le &quot;condizioni oggettive&quot; e non posso che condiverla (anche se, per conto mio, osteggio la &quot;tematizzazione&quot; ;-). mi sembra, tuttavia, che sia ancora da capire se esiste qualcosa come un intellettuale professionista, in questi nuovi saperi, a cui contrapporne uno precario. 
quello che intendo è che forse queste nuove sedi, questi nuovi discorsi implicano anche nuove figure, nuovi &quot;paradigmi&quot;. e quindi mi sembra forse un po&#039; moralista il richiamo ad una falsa coscienza quando invece, magari, è proprio un&#039;inadeguatezza di strumenti (e qui riprendo il discorso di cui sopra).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>donnarumma: la mia impressione però è che la domanda che poni, sul tema «cosa vuol dire essere intellettuali e occuparsi di cultura quando si è precari», risuoni un po&#8217; a vuoto partendo proprio dalla prospettiva delle costituzione di nuovi saperi. sia chiaro: ho capito l&#8217;implicita esortazione a misurarsi con le &#8220;condizioni oggettive&#8221; e non posso che condiverla (anche se, per conto mio, osteggio la &#8220;tematizzazione&#8221; ;-). mi sembra, tuttavia, che sia ancora da capire se esiste qualcosa come un intellettuale professionista, in questi nuovi saperi, a cui contrapporne uno precario.<br />
quello che intendo è che forse queste nuove sedi, questi nuovi discorsi implicano anche nuove figure, nuovi &#8220;paradigmi&#8221;. e quindi mi sembra forse un po&#8217; moralista il richiamo ad una falsa coscienza quando invece, magari, è proprio un&#8217;inadeguatezza di strumenti (e qui riprendo il discorso di cui sopra).</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Alcor		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100039</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 18:15:48 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/#comment-100039</guid>

					<description><![CDATA[In spirito di pace totale, questa domanda:

&quot;Come mai il tema «cosa vuol dire essere intellettuali e occuparsi di cultura quando si è precari» riscuote così poco interesse?&quot;

non la capisco.

Non la capisco certamente per miei limiti. Non conosco la situazione. E non conoscendola non riesco neppure a collegarla alle cose nuove da fare in  letteratura.
Per precari intendete persone che vogliono entrare stabilmente e non possono nelle istituzioni scolastiche e universitarie?
Per intellettuali si intendono solo gli intellettuali diciamo così inquadrati o che vogliono essere inquadrati? 
Ma non quegli intellettuali che lavorano o lavoravano nell&#039;editoria e nel giornalismo, come per esempio Filippini o Bazlen?
Mi scuso se faccio nomi di gente che ormai non c&#039;è più, ma è solo per semplificare.
Berardinelli, ad esempio, che non era precario, lo è diventato, e non mi pare che il precariato sia uno dei suoi temi privilegiati.
Perché l&#039;editoria e anche il giornalismo hanno sempre avuto precari intorno a sé. Gente che entrava e usciva e cambiava lavoro.
Solo per sapere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In spirito di pace totale, questa domanda:</p>
<p>&#8220;Come mai il tema «cosa vuol dire essere intellettuali e occuparsi di cultura quando si è precari» riscuote così poco interesse?&#8221;</p>
<p>non la capisco.</p>
<p>Non la capisco certamente per miei limiti. Non conosco la situazione. E non conoscendola non riesco neppure a collegarla alle cose nuove da fare in  letteratura.<br />
Per precari intendete persone che vogliono entrare stabilmente e non possono nelle istituzioni scolastiche e universitarie?<br />
Per intellettuali si intendono solo gli intellettuali diciamo così inquadrati o che vogliono essere inquadrati?<br />
Ma non quegli intellettuali che lavorano o lavoravano nell&#8217;editoria e nel giornalismo, come per esempio Filippini o Bazlen?<br />
Mi scuso se faccio nomi di gente che ormai non c&#8217;è più, ma è solo per semplificare.<br />
Berardinelli, ad esempio, che non era precario, lo è diventato, e non mi pare che il precariato sia uno dei suoi temi privilegiati.<br />
Perché l&#8217;editoria e anche il giornalismo hanno sempre avuto precari intorno a sé. Gente che entrava e usciva e cambiava lavoro.<br />
Solo per sapere.</p>
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