Le termiti della ricerca

6 novembre 2008
Pubblicato da

di Sergio Pistoi

Metastasi. E’ proprio la parola che ho sentito usare più spesso dai ricercatori più bravi e giovani. Solo che non parlano di cellule maligne, ma di loro stessi. Il laboratorio dove lavorano, quelli che ci stanno dentro, sono metastasi in un organismo, l’ateneo, il dipartimento, che se non li rigetta, al massimo li tollera. Metastasi buone, tumori al contrario, che invece di drenare risorse ne portano, tante, attirando finanziamenti esterni, anche dall’estero. Che nutrono il loro ospite di preziose pubblicazioni, alzando la media della produttività e abbassando quella dell’età. Come in una simbiosi imperfetta, questi corpi estranei danno molto al loro ospite e in cambio prendono poco.

Se la ricerca italiana, tutto sommato, non sfigura nel panorama internazionale, se la sua produttività media (misurata in numero di articoli scientifici) è la quarta in europa dopo UK, Germania e Francia, se esiste un’eccellenza riconosciuta in diversi campi scientifici, molto del merito va a queste metastasi che riescono a incunearsi, a ritagliarsi un po’ di spazio -anche fisico- nell’accademia italiana, contando di volta in volta sulla protezione e l’aiuto di qualche cattedratico più illuminato.
Per un po’ ho avuto anche io la fortuna, se così si può dire, di essere una metastasi. Il nostro era un buon laboratorio, diretto da una scienziata brillante. Eravamo una decina, pigiati in dieci metri quadrati. Per entrare attraversavamo enormi stanzoni con una grande scrivania dove sedeva, da solo un professore quasi novantenne. Pare che fosse un vecchio luminare, ma ora nessuno sapeva più cosa facesse. Eppure era lì, e nessuno aveva da ridire. Si stava attenti a tenersi buoni tutti, a non scatenare gli anticorpi dei più potenti, con il rischio di venire rigettati. Nell’università italiana, i cattedratici hanno potere assoluto. Qualcuno di loro (e ce ne sono) a volte decide che il merito va premiato. Ma è sempre e comunque una loro scelta personale, e non la regola di un sistema che, anzi, rema incessantemente contro. Per lunghissimi anni le università sono state svilite, amministrate malamente e usate come feudi dagli stessi baroni che le comandano, termiti bulimiche che oggi piangono miseria. I concorsi sono pilotati, nel pieno rispetto della legalità, perchè l’intero processo di selezione è in mano, per legge, alle singole università, anche se poi lo stipendio di chi vince lo paga (a vita) lo Stato. Improbabili atenei sono sorti come funghi per creare nuove cattedre, così come i corsi che si sono moltiplicati, dilapidando i già scarsi finanziamenti pubblici.

Differenziati o muori

Quando pensiamo alla ricerca italiana è bene ricordare che parliamo di un sistema dove coesistono baroni, fannulloni ma anche giovani scienziati di valore internazionale, metastasi buone che spesso non ce la fanno a sopravvivere in un ambiente ostile. Questa distinzione -vitale anche in termini comunicativi- si perde purtroppo nei movimenti di piazza, proprio come avviene oggi. Per farsi sentire si alza il tono della voce e si parla a slogan, i messaggi si diluiscono e le posizioni si accorpano: studenti, ricercatori, docenti da una parte, governo dall’altra. Questo è deleterio, perché mette tutti gli universitari, baroni, mediocri e scienziati eccellenti nello stesso calderone agli occhi del pubblico. Considerando che più ardenti oppositori dei tagli alla ricerca sono spesso gli appartenenti alle prime due specie, come fa il pubblico a sapere chi sta ascoltando? Come fa a dare fiducia ad una categoria che nel complesso è screditata?
“Differentiate or Die” è un motto del marketing: il succo è che se non si vuole morire (commercialmente parlando) bisogna fare di tutto per distinguere il proprio marchio e la propria voce da quelle che risultano troppo simili, far risaltare agli occhi del pubblico le proprie caratteristiche distintive e positive e far leva su di esse. Nel caso dei ricercatori italiani, questa regola implica una priorità: quella di differenziarsi da chi parla a vanvera (o peggio ancora in malafede) così da recuperare la necessaria credibilità agli occhi del pubblico.
Per questo nel mio blog, sollecitato da un lettore, ho lanciato un appello ai bravi ricercatori perchè facciano di tutto per differenziarsi e parlare con una voce unica che non sia la stessa della baronia accademica. La quantità di investimenti è importante, ma è ancora più vitale il modo con qui essi vengono impiegati. Per questo, abrogare la legge 133 e il decreto Gelmini possono essere obiettivi immediati, ma non traguardi finali. I ricercatori che hanno a cuore il futuro della ricerca, precari o meno, dovrebbero creare una categoria, un’associazione, un gruppo di pressione, che parli con una voce unica e che non sia la stessa delle baronie che hanno contribuito a portare l’università alla sfacio. Dovrebbero battersi strenuamente perchè al taglio dei finanziamenti-se ci sarà- corrisponda un sistema serio e meritocratico di distribuzione dei fondi, accettando il rischio di non ricevere nulla quando non risultano competitivi.
Tagliando in modo indiscriminato, il governo dimostra tutta la sua incompetenza e disinteresse a risolvere i problemi in modo serio. Ma è un illusione pensare che bastino più fondi per risollevare la nostra ricerca. Una volta ho fatto un piccolo sondaggio fra ricercatori e colleghi più esperti di me. Cosa succederebbe se per un colpo di bacchetta magica triplicassero da un giorno all’altro i finanziamenti italiani alla ricerca, se si raddoppiassero, invece di tagliarli, i posti da ricercatore? Cambierebbe così tanto il sistema ricerca italiano? I giovani riuscirebbero a superare il muro di gerontocrazia che li separa da una degna carriera? La risposta, quasi unanime, è stata: no, non cambierebbe quasi nulla. Non finchè i fondi, e le posizioni, non verranno distribuiti secondo criteri di merito.
Per valorizzare il merito non ci sarebbe bisogno, almeno oggi, di rifondare l’università. Sarebbe sufficiente agire con intelligenza e buon senso sui rubinetti dei finanziamenti, premiando veramente chi se lo merita, e lasciando a secco gli altri. Non bisognerebbe inventare nulla di rivoluzionario: esistono da tempo sistemi ben rodati e consolidati internazionalmente, che permettono, nei limiti del possibile, di allocare risorse ai ricercatori e ai progetti migliori. Non entro ora nei dettagli di questi sistemi -a cui dedico una parte della mia attività professionale- ma ne parlo diffusamente qui, spiegando come funziona il peer-review*.
Nel nostro paese solo alcune fondazioni private, tra cui Telethon, e un ente pubblico, l’AIFA (che però rischia di subire una disastrosa ristrutturazione) adottano criteri stringenti, meritocratici e rispondenti alle migliori pratiche internazionali per la selezione dei progetti da finanziare. Segno che anche da noi, se si vuole, è possibile farlo. Conosco solo un gruppo di ricercatori, trasversale a varie facoltà e discipline, che oggi sta portando avanti seriamente e concretamente una campagna perchè questi standard vengano realmente applicati a tutti i finanziamenti pubblici.
Dare tutta la colpa ai politici è facile, ma non dimentichiamoci che i ministri fanno danni (come la Gelmini) o al limite non combinano un tubo (come Mussi) ma, almeno prima o poi se ne vanno. I gerontocrati che da anni divorano dal’interno il mondo accademico italiano, invece, rimarranno inossidabili al loro posto, finchè qualcuno non userà con più intelligenza e buon senso la leva dei finanziamenti.

* Riguardo al peer-review: qui un’altra spiegazione del funzionamento.

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6 Responses to Le termiti della ricerca

  1. Lorenzo Galbiati il 6 novembre 2008 alle 22:47

    Pistoi:
    I ricercatori che hanno a cuore il futuro della ricerca, precari o meno, dovrebbero creare una categoria, un’associazione, un gruppo di pressione, che parli con una voce unica e che non sia la stessa delle baronie che hanno contribuito a portare l’università alla sfacio. Dovrebbero battersi strenuamente perchè al taglio dei finanziamenti-se ci sarà- corrisponda un sistema serio e meritocratico di distribuzione dei fondi, accettando il rischio di non ricevere nulla quando non risultano competitivi.

    Chiedo:
    1. Non si dovrebbe distinguere tra ricercatori di Università e di istituti di ricerca, come quelli del CNR?
    2. Che tipo di associazione proponi?
    3. Vorresti distribuire i finanziamenti in base alla produttività, d’accordo. Ma come superare il problema del pracariato, dei ricercatori precari da molti anni (penso a quelli del CNR, ne conosco alcuni), che lavorano molto per un basso stipendio e che comunque hanno tutti (o quasi) passato almeno un concorso (pilotato quanto vuoi, ma tant’è)? Sei d’accordo innanzi tutto che è sbagliato, ora che stavano per essere assunti, bloccare la loro assunzione?
    E cosa proponi in alternativa ai concorsi per il futuro, in modo che il precariato sia bandito o comunque sia solo per breve tempo?

  2. jan reister il 7 novembre 2008 alle 14:51

    L’articolo di Pistoi descrive una realtà universitaria che, fatti i dovuti adattamenti, calza bene per la situazione del personale tecnico degli atenei (quelli che aprono le porte delle aule, fanno funzionare l’amministrazione e le segreterie, portano internet a docenti e studenti).

  3. Sergio Pistoi il 10 novembre 2008 alle 18:14

    Caro Lorenzo,
    cerco di rispondere brevemente alle tue interessanti domande
    1. Non si dovrebbe distinguere tra ricercatori di Università e di istituti di ricerca, come quelli del CNR?

    Ci sono sicuramente molte differenze fra le due categorie, e la realtà iuniversitaria ovviamente non si applica necessariamente agli enti di ricercacome il CNR (che ad esempio non fanno didattica). Se parliamo di scarsa meritocrazia nell’assegnazione di fondi e posti (il problema che come avrai capito ritengo il più grave e urgente), nonchè di altri problemi strutturali -come ad esempio l’eccessivo peso dei costi fissi (hard money) rispetto al soft money, penso che per molti versi le due realtà – università e enti, siano accomunabili.

    2. Che tipo di associazione proponi?
    Sicuramente qualcosa di molto diverso dalle associazioni di categoria come ANDU e altre, che sono per quanto legittimamente interessate alla tutela della loro categoria. Penso a movimenti come liberiamolaricerca, che si coalizzano attorno ad una piattaforma e obiettivi precisi e concreti , in questo caso introdurre standard internazionali nell’assegnazione dei fondi. Come avrai capito non credo che battersi sui massimi sistemi serva a molto.

    3. Vorresti distribuire i finanziamenti in base alla produttività, d’accordo. Ma come superare il problema del pracariato, dei ricercatori precari da molti anni (penso a quelli del CNR, ne conosco alcuni), che lavorano molto per un basso stipendio e che comunque hanno tutti (o quasi) passato almeno un concorso (pilotato quanto vuoi, ma tant’è)? Sei d’accordo innanzi tutto che è sbagliato, ora che stavano per essere assunti, bloccare la loro assunzione?
    E cosa proponi in alternativa ai concorsi per il futuro, in modo che il precariato sia bandito o comunque sia solo per breve tempo?

    Per molti sarà sorprendente, ma non credo che il precariato sia il vero problema dell’università e della ricerca. A sentire i media sembra che fuori dall’italia i ricercatori (quelli che se lo meritano) vivano felici e contenti con il loro bel posto fisso a vita. Nulla è più lontano dalla realtà. IL famoso posto di associate professor dei paesi anglosassoni, a cui si fa spesso riferimento come esempio di alternativa per i giovani espatriati, ad esempio non è quasi mai stabile.
    IL problema, semmai, è la precarietà di fatto, cioè gli stipendi ridicoli e le scarse prospettive di lavoro serio e ben retribuito, precario o meno.
    Creare più posti fissi oggi significherebbe inevitabilmente aumentare i costi strutturali, peraltro slegati dal merito e ridurre il margine per migliorare la competitività e la qualità della ricerca. Meglio sarebbe introdurre un tenure track (come in molti altri paesi), avere meno posti fissi e più posti a termine meglio pagati, come avviene in molti altri paesi che prendiamo ad esempio (almeno nel campo della ricerca).
    La stabilizzazione (quella che in ambito internazionale di chiama tenure) si deve acquisire attraverso un percorso graduale, dove ogni avanzamento è basato sul merito e non -come qui- sugli automatici scatti di anzianità.
    Mi spiace che si siano tanti precari che non possono entrare pur avendo vinto il concorso. Ma se il concorso non risponde a criteri di trasparenza e di qualità, forse è meglio così.

  4. Lorenzo Galbiati il 11 novembre 2008 alle 13:55

    Grazie per le risposte.

    Questa però,
    “Mi spiace che si siano tanti precari che non possono entrare pur avendo vinto il concorso. Ma se il concorso non risponde a criteri di trasparenza e di qualità, forse è meglio così.”

    Mi sembra alquanto infausta. Primo perché non tutti i concorsi son truccati (mi sembri un po’ Brunetta: ci sono dei fannulloni (qui dei raccomandati) allora puniamo tutta la categoria)
    secondo perchè se lo stato non adempie al suo dovere non deve perciò rimetterci il cittadino. Chi vince il concorso o ottiene l’idoneità a essere assunto deve vedersi assicurato questo diritto sennò vien meno il rapporto di fiducia con lo stato, e per colpa dello stato, e allora aspettiamoci anche delle ricadute sociali o politiche da tutto questo (la più pericolosa è il terrorismo).

    Per il resto,
    non so giudicare le tue idee non avendo conoscenza di quanto succede all’estero. Certo mi spiace pensare che il posto fisso sia una rarità mentre mi sembra giusto che si avanzi e lo si ottenga con il merito più che per anzianità.

    Però una cosa non ho capito. Fai esempi esteri, dici che ci son contratti a termine ben pagati, o che si può avanzare e esser fissi per merito: ma ancora mi sfugge come all’estero si inizia a lavorare nella ricerca: con un concorso? con altro? tu cosa proponi?

  5. francesca matteoni il 11 novembre 2008 alle 14:42

    Ciao Lorenzo, per l’estero, per la mia poca esperienza e nel ramo umanistico: mandi un curriculum nelle università dove cercano assistenti, associati o lettori nella tua materia di indirizzo. Se passi la prima selezione poi di norma c’è un colloquio. Non sono spesso posti fissi, ma ben pagati. A me è successo di fare la lettrice durante il dottorato a Londra, quando ho visto quanto venivo pagata l’ora mi sono commossa…

    Presso alcuni istituti e università poi ci sono borse di studio della durata variabile (da qualche mese ad uno o più anni) per post-dottorati (che è ciò che sto tentando di fare io).

    Altre volte puoi cercare un finanziamento presso istituti o biblioteche per un progetto di ricerca e nel frattempo individuare l’università che ti può ospitare. Si tratta di essere un po’ intraprendenti e contattare direttamente i professori, spesso, per ricevere consigli.

    Succede anche, ma questo è comprensibile, che progetti molto belli non ricevano finanziamenti, magari perché l’istituto non è interessato in quel dato argomento.

  6. Sergio Pistoi il 13 novembre 2008 alle 11:16

    La risposta di Francesca vale anche nell’ambito della ricerca scientifica.
    Caro Lorenzo, dobbiamo metterci in testa che il concorso universitario esiste solo in Italia.E ribadisco, la stragrandemaggioranza, se non tutti, i concorsi universitari sono pilotati, e non parlo per qualunquismo brunettiano.

    “pilotati” e non “truccati” è la parola giusta, nel senso che le regole formali vengono rispettate (è quello il bello) ma qualcuno ha già deciso in anticipo chi dovrà avere il posto. Il modo più semplice è bandire un concorso a misura del candidato che si vuole scegliere.

    Attenzione: sia che si voglia reclutare un parente incapace o un ricercatore bravissimo, il concorso va sempre pilotato, perchè è l’unico modo per far sì che quella persona possa vincere il posto.
    Se vuoi il tizio nel tuo laboratorio (metti anche quello bravo) in italia devi pilotare un concorso. Nel resto del mondo lo scegli direttamente, secondo procedure trasparenti, prendendotene la responsabilità e, non di rado, pagandogli lo stipendio con i tuoi fondi.

    Vorrei che smettessimo di credere nell’illusione che il concorso sia un sistema equo e capace di garantire la scelta dei migliori. Anche quando non fosse truccato o pilotato, il concorso parte da un’assunto illogico, e cioè che chi dirige un laboratorio o un centro non debba prendersi la responsabilità delle proprie scelte.

    E’ qui la chiave: responsabilità. Il concorso è un sistema che deresponsabilizza l’individuo (direttore, professore etc..) trasferendo la responsabilità su una procedura.
    Il direttore del dipartimento che ha dieci ciucci nello staff (magari parenti o affini non suoi, ma di qualche collega) allargherà le braccia e dirà che hanno vinto un regolare concorso. Nessuno gli verrà a chiedere risultati, nessuno lo metterà di fronte alla sua responsabilità di produrre risultati.

    L’anaologo direttore di dipartimento inglese o americano, che ha il diritto e il dovere di scegliere il proprio staff di ricerca, paga pesantemetne le conseguenze di scelte sbagliate: se il dipartimento va male, intanto perde il posto da direttore, poi (ammesso che abbia un tenure, cioè un posto fisso) rischia di finire dimenticato in un sottoscala con il salario minimo fino alla pensione. Ne conosco più di uno che ha fatto questa fine.

    La logica, la realtà, il buon senso esigono che chi diriga un laboratorio e un istituto debba scegliere i propri collaboratori secondo un profilo ben definito.

    I criteri non sono soltanto quelli-imprescindibili-del valore del candidato. La scelta avviene anche in base alle necessità dell’istituto e alle strategie di ricerca: non me ne faccio niente di un altro biologo cellulare esperto della proteina pinca palla, se ne ho già quattro nel mio istituto.

    Ecco perchè i grandi ( e meno grandi) istituti di ricerca pubblicano annunci di lavoro sulle riviste scientifiche e su internet quando hanno bisogno di qualcuno, descrivendo il profilo che serve.

    Guardate gli annunci qui:
    http://www.nature.com/naturejobs/index.html
    http://www.newscientistjobs.com/jobs/default.aspx
    http://sciencecareers.sciencemag.org/

    e ditemi quanti annunci italiani trovate.

    Proposte concrete?

    1) i ricercatori -e il resto del personale- non dovrebbero essere pagati dallo Stato ma dalle università o meglio ancora dai dipartimenti e istituti che li hanno assunti. Come avviene in quasi tutto il mondo. Se paghi di tasca tua hai interesse a scegliere meglio.

    2) Di conseguenza, lo Stato dovrebbe distribuire fondi per la ricerca in base a criteri di produttività e opportunità (utilizzando un vero sistema di peer review). Le università che scelgono le persone giuste funzionano meglio, e quindi avranno più soldi.

    3) I ricercatori non dovrebbero essere assunti a vita ma entrare in percorso di tenure track.

    Non ho inventato nulla. Semplicemente, ho copiato quello che avviene in quasi tutto il mondo.



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