Chi sta dentro sta dentro e chi sta fuori sta fuori

12 novembre 2008
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[Il presente contributo di Morelli si inserisce nello spazio dell’affaire «Allegoria», che ha già prodotto gli interventi di Donnarumma, Policastro, Inglese, Milani e Rizzante. dp]

di Paolo Morelli

Un paio di anni fa, prima dell’estate, in un paese sul lago di Bracciano si sono accorti che l’inquinamento delle acque prospicenti superava il livello consentito per la balneazione. Subito hanno convocato un consiglio comunale, durante il quale hanno alzato i parametri del livello consentito, aprendo così la stagione balneare. Un mio amico che ci abita mi ha detto che pure il sindaco e gli assessori si bagnavano con tutta la famiglia.
Abbiamo qui un esempio di realtà, la prova che la realtà è un fatto di proporzioni, e pure un fatto di maggioranza. È come la democrazia per esempio, e come la democrazia tende a infiacchirsi e poi in sequenza a irrigidirsi. La realtà oggi è come l’identità regionale per esempio, un angolo ritenuto sicuro nel quale rifugiarsi e difendersi dalla ‘confusione’. È come la razionalità, nella fissazione che tutto il reale sia razionale. La realtà è una malattia che hanno tutti o quasi, quindi nessuno se ne accorge.
Questo secondo me è il punto di partenza, se non si vuole dare tutto per scontato.
Ma poi è vero bisogna raccontarla, la realtà dei fatti. Ci sono per esempio i giornali. C’era una bella immagine di Celati che descriveva un articolo giornalistico come un’insegna sopra e sotto una serranda chiusa fatta di parole. Dietro quella serranda c’è il fatto, reso irrangiungibile dal linguaggio che gli si sovrappone, una serranda chiusa fatta di stilemi troppo affidabili e parole morte, già concluse nel loro ciclo di reattività e percezione.
Poi però si arriva alla realtà quando cade in mano alla letteratura. Qui il livello percettivo sembra cambiare. Ma cosa lo fa cambiare? La qualità delle parole? La particolare percezione dell’autore o la sua autorevolezza? Io direi, nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto l’autorità che assume, anzi che viene conferita allo scrittore quale porzionatore di destini, quale gestore di ‘visioni del mondo’. È questo e solo questo, secondo me, che dà valore particolare al fatto raccontato dallo scrittore.
Oggi pare che dopo la soluzione finale con la figura dell’artista (figura inaffidabile e quanto mai delinquenziale), gli si sia sostituita la figura del funzionario di quello che possiamo chiamare Ministero dell’Interno, il cui motto è: ‘chi sta dentro sta dentro e chi sta fuori sta fuori’. L’arte cosiddetta che ne esce deve avere un requisito solo: la mente non deve muoversi, non deve fare errori né vagheggiamenti mentre si legge, si ascolta o si guarda, uno stato di ipnosi, una mente-carcere deve produrre menti-carcere che però si trovano bene, comodi come si dice delle carceri svedesi. Il funzionario, sotto sotto, racconta sempre la stessa storia, quella dello sfigato che è simpatico ma pure pronto a diventare fortunato e quindi un po’ stronzo di conseguenza, tanto non se ne accorge.
Ecco, per me è questa la realtà, quella di cui non ci si accorge. È la sua condizione essenziale, necessaria e sufficiente, altrimenti è un’altra cosa di cui potremmo discutere a lungo. Lui il funzionario invece è talmente sicuro di esser dentro (vale a dire di saperci fare) che la crede quasi una scoperta, è assai sicuro che l’esterno sia qualcosa di immanente che inabita la sua vita percettiva, è praticamente certo che la mente sia il suo io.
Per me resta il pensiero alla scrittura come attività delinquenziale, come sosteneva Manganelli, ma pure curativa e cerimoniale, cioè lasciare che sia destabilizzante per tutto il mondo né più né meno, noi per primi. Bisognerà quindi trovare una mediazione tra quella parte in noi che vuol vedere impaginate e lette le sue cose perché sono belle, sono un dono, e quella parte che sa che più cose di lui circoleranno e più è probabile che troverà difficoltà a delinquere, a perdersi, annullarsi, quindi vedere e magari provare a raccontare che niente sta mai fermo, a vuoto il più delle volte.
In questo paese la situazione è disperata ma chi lo dice resta un pessimista, un menagramo, un rompicoglioni presuntuoso, non è gentile, è disfattista. I funzionari non amano essere disturbati, stavolta abbassano i parametri perché siano alla loro altezza.

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9 Responses to Chi sta dentro sta dentro e chi sta fuori sta fuori

  1. Leo il 12 novembre 2008 alle 18:10

    caro Giampaolo,
    questo post lo sento molto. Insomma è vero che la situazione è disperata e se lo dice sei un rompicoglioni presuntuoso. Lo sai? Io scrivo sotto falsi ma mi sgamano sempre perché alla fine mi incazzo e divento maleducato e offendo le persone che sono troppo perfettine e non vedono che la situazione è proprio di merda. Quando dici che lo scrittore è delinquenziale, mi viene da pensare a quello che diceva busi quando scriveva che bisogna essere suicidali quando si fa qualsiasi cosa, soprattutto scrivere, nel manuale del perfetto scrittore, se non mi sbaglio. sono d’accordo con te nel fatto che la scrittura debba destabilizzare, far saltare i meccanismi fossilizzati e ammuffiti della mente. io quando scrivo penso sempre a questo fatto, cioè non la solita storia, o magari sì però rendendola fastidiosa. e questo lo facevo con la surrealtà, parlando di me e della droga e della pedofilia e del vaticano e di questa squallida nazione. però era un periodo che ero spesso fatto. è brutto quando nessuno ti legge perché quella storia non è ‘leggibile’ . allora io ora ho deciso di lasciare perdere la delinquenzialità surreale e di scrivere la realtà. e cioè che tanto non ha senso nemmeno questo commento. infatti smetto, tanto a che serve? forse è solo un pretesto viscido per attirare l’attenzione su di me. però grazie lo stesso per il post, per lo meno se vorrò giustificare a me stesso il totale fallimento della vita quando nemmeno io avrò più voglia di scrivermi addosso e di leggermi a bassa voce, farò riferimento a quel tale Morelli e allora per non sprofondare ulteriormente nell’abisso della solitudine, mi fingerò un delinquenziale che non può scrivere perché deve annullarsi. e chissà… riprenderò a fumare.

  2. Baldrus il 12 novembre 2008 alle 21:39

    Ehm.

    Fin’ora ho cercato di seguire tutto questo dibattito con buona volontà e impegno. Ora va a finire che dico pure la mia. La mia da lettore, lettore individuale, che ha delle esigenze, delle curiosità, delle repulsioni ecc. Io voglio dei racconti. Voglio delle storie. Che filino, che scorrano, che mi avvincano, che mi seducano, che mi stupiscano, che mi addolorino, che mi divertano, che mi eccitino, che mi deprimano, che mi indignino, che mi inteneriscano. E se a darmele è un delinquente della scrittura, uno che mente e falsifica, va bene. Se la realtà entra nelle storie, va bene. Ma devono essere storie. Solo il racconto può cambiare il mondo, gli sfoghi e le analisi cambiano soprattutto chi le scrive. Se si parla di questioni sociali, razziali, economiche ecc nel racconto va bene, ma sono ambienti, elementi, ben calibrati e rispettosi del racconto. Se questi elementi sono i motivi per raccontare, e il racconto è quindi un semplice veicolo per questi fatti reali, non va. Per me non va e non mi interessa.

    Però non dico che non abbia senso tutto questo. Io parlo per me. Sarebbe in qualche modo ricreativo se molti parlassero per sé. Semplicemente, preferisco trovare la predominanza dei fatti reali in un bel réportage.

    Quindi il caso Saviano forse è a parte, forse è a sé, perché può essere un esempio – unico, per ora? – di quella tecnica narrativa, quello stile, che Moravia, in un brutto saggio, attribuiva a Proust (sbagliando tutto): “narrativa saggistica”.

  3. A. Morgillo il 13 novembre 2008 alle 09:10

    Grazie, Morelli. E aggiungo io… Funzionari o guardiani dei cessi?

  4. Tashtego il 13 novembre 2008 alle 11:34

    troppa fiducia nell’arte, in questo come in molti altri post.
    troppo facile il mito della “verità dell’arte”.
    troppo sdato il dualismo tra funzionari e ribelli.
    confesso (qualora interessasse qualcuno) di non sapere cosa sia la realtà, né cosa sia l’arte: insomma non so a quali concetti far corrispondere questi due termini.
    ma tutti gli intervenuti, qui e altrove, sembrano saperlo.
    e però non lo dicono.
    insomma alla fine dei giochi siamo al punto di partenza, com’è giusto che sia.
    cioè siamo in debito di definizioni dei fondamentali: come iniziare una partita di tennis senza saper fare un diritto, un rovescio, la volè, il servizio, senza delimitare il campo, mettere la rete, stabilire le regole.
    metti.

  5. Tashtego il 13 novembre 2008 alle 11:47

    volée, certo.
    dimenticavo di aggiungere che però questa non è una partita di tennis e che nessuno sa come “eseguire correttamente” i fondamentali, perché in definitiva coincidono con l’oggetto del discutere.

  6. Tashtego il 13 novembre 2008 alle 11:47

    utere.

  7. plessus il 13 novembre 2008 alle 13:40

    Non so se ho capito proprio tutto bene quanto scritto nel post.
    Ho capito invece il concetto della “situazione disperata” in cui soggiacerebbe il nostro paese.
    Sarò limitato, e ci andrei più cauto. Non siamo né il Congo, né Haiti, né Timor est, né il Kosovo. Tanto per citare un paese per continente. Paesi dove il pil dell’intera nazione può essere paragonato a quello della provincia di Isernia (per dirne una, senza offesa per il popolo molisano, né per quello dei paesi citati). Dove si muore, a centinaia di migliaia, di guerre, malattie e stenti. Dove il numero di analfabeti probabilmente è maggiore di quello degli alfabetizzati. Et cetera.
    La vera disperazione risiede lì. Ce lo dimentichiamo troppo spesso.
    E questa dimenticanza, a me, suona offensiva nei confronti di chi è in perenne, vera disperazione.
    Certamente non è divertente vivere in un paese col corpo pieno di pustole politiche, di funzionari-metastasi, di sinapsi carcerate, di falsi sguardi alti, di miopie profonde, di televisori sempre accesi, di tutti cazzi dritti e di fregne sbavanti pecunie.
    Metaforicamente e realmente parlando.
    Questa realtà viene raccontata da ognuno in modo diverso. Nessuno è in grado di esporla in modo convincente, politico, ai fini di stimolare nella ggente una riflessione approfondita, nè letterariamente, né media-mente. Figure intellettuali, sociali, politiche, che scardinino la blindatura mentale in cui si è inchiavardata comoda la stragrande maggioranza della popolazione italiana, non esistono. Né esiste qualcuno che possegga solida formazione culturale, carisma ed attivismo tali da condurre gli italiani sulla via dell’onestà intellettuale. Né che renda edotta sulla diversità dei valori attribuibili alle diverse realtà – reale, auto-formata, introiettata, incarcerata – il popolo che si reca alle urne, e i personaggi che lo vanno a rappresentare in parlamento.
    Ecco, non so se sono riuscito a spiegarmi bene… Sfiduciato sì, ma disfattista no…
    Mentre è riuscito a spiegarsi bene Baldrus che vuole storie che filino, che scorrano, che mi avvincano […]. Da lì in poi, sottoscrivo in toto il tuo commento, assolutamente fino all’ultima parola. Come se avessi scritto io.

  8. plessus il 13 novembre 2008 alle 13:55

    edott-o […] il popolo, sorry

  9. macondo il 13 novembre 2008 alle 23:26

    Io ho capito che è meglio non andare a fare il bagno nel lago di Bracciano. Poi faccio una modesta proposta: E se Saviano che, malgré lui, è alla base di tutte queste metateorie sul “Ritorno alla realtà” vs L’irreale fantasy, lo laciassimo un po’ tranquillo anziché tirarlo sempre per la manica della giacca? Credo che ne abbia bisogno, di tranquillità.



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