FINZIONI

12 novembre 2008
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di Nadia Agustoni

“SEMPRE SOFFIAVA il vento e sempre faceva buio
e sempre la voce lontana arrivava ai suoi orecchi: “una
vita intera”… “una vita intera…”.

Sul muro di fronte le ombre degli alberi danzavano come
su uno schermo.”

Odisseas Elitis; Diario di un invisibile aprile

L’estate è finita. Sul tavolo c’è un accumulo di libri e riviste. In Diario n. 14/15 leggo un racconto di Tom McCarthy su Patricia Hearst  “la ragazza che rappresenta l’America”. Le suggestive righe finali rievocano la morte, tra fuoco e colpi di fucile, del commando dei simbionesi che la rapì e di cui lei entrò a far parte. Con loro, come è noto, la Hearst partecipò a una rapina. Le sue foto in azione fecero il giro del mondo. Nel momento in cui l’FBI individuava il gruppo Patricia era fuori a fare provviste. Più tardi, sola in un motel, guarderà in tv la fine dei suoi compagni. 

Tom McCarthy a distanza di decenni la immortala come sogno erotico in diversi punti della narrazione: “Vedo gli occhi che le brillano come braci mentre posa con un mitragliatore davanti al simbolo egizio dipinto sul muro: la dea-cobra dalle sette teste, Signora delle Fiamme Divoratrici, Wadjet l’invincibile, la cui presenza fa brillare la malachite, colei che vive secondo la propria volontà […]” ecc. ecc.

Per McCarthy, Patricia Hearst è soprattutto la ragazza wasp nascosta in un motel, che guardando “l’apocalisse” sullo schermo, guardando gli altri morire come in un film, “rappresenta l’America”. Lo scrittore vorrebbe scoparsi questa America nel suo simbolo di ereditiera e compagna Tanya, dea-cobra e signora delle armi, Antigone “dai riti dark” e Molly Bloom “sanguinante sul letto”.

Il sogno erotico penso sia dato dall’insieme di queste immagini visionarie. La Hearst che fa l’invitata di lusso nei talk show ed è moglie e madre, non appassiona McCarthy. Lui lo afferma con candore ed è liberatorio sentire così esplicito il desiderio per la donna pantera che può sbranare e che evoca altre pantere, quelle urlanti nei sogni del vecchio William Randolph Hearst, il magnate di Citizen Kane di Orson Welles.

In questo succedersi di finzioni chi legge scorge a sua volta, in frammenti di memoria cinematografica, immagini di folle che sembrano bruciare mentre il divo Valentino giace in una bara e Pola Negri inscena uno svenimento. L’eros è tutto nella folla femminile che assedia il corpo morto di un uomo che entrò nelle menti dell’epoca come maschera del conquistatore, del latin lover.
Non conta molto, a distanza di tempo, sapere che non così stavano le cose. Non si può cancellare il grido collettivo che è la conseguenza di un certo immaginario.

Quando Madonna inscenava i suoi numeri come Dita, Jean Harlow e altre, qualcosa della finzione si imprimeva in modo ambiguo nelle donne americane. Un sondaggio sui sogni erotici di queste ultime la vedeva, in quegli anni, come oggetto del desiderio in molti casi.
Nello stesso periodo la pop star arrivò in Italia per una breve vacanza.
Abitavo in Toscana e leggevo sui giornali locali del suo avvistamento a Figline Val D’Arno, in Piazza S, Spirito, in via Della Vigna Vecchia e nei dintorni di Palazzo Pitti. Insomma, come la Hearst braccata nell’America delle Pantere Nere, Madonna appariva ovunque. Un’apparizione moderna, tra il sacro e il profano. Per il sacro mancavano solo le lacrime. Quell’anno le pianse una Madonnina di marmo del centro Italia. Fece accorrere i fedeli.

Jorge Luis Borges nel racconto “ Le rovine circolari” evoca il potere del sogno e l’umiliazione di chi è “mero simulacro”. Mi domando: la finzione è necessaria a un personaggio pubblico? E in che misura si è trasformati dall’essere proiezione di un sogno collettivo? O, come Borges pare dire, siamo tutti solo sogni, ognuno sognato da altri? In poche parole, l’icona pop sogna di essere il sogno della folla e la folla sogna un’icona che incarni i suoi sogni e ognuno si aggira in un sogno?

In tutto questo la solitudine, che appartiene a ogni singolo individuo, può parlarci di una minima e non fantasticata realtà? Alla domanda chi sono? si può rispondere con un senso di immanenza che non rinuncia a proiettarsi in una verticalità? E questa immanenza può, aldilà delle fantasie e aldilà dello specchio, ancorarsi ai giorni, al quotidiano, ai gesti del lavoro e della fatica e a quelli della gioia e della scoperta per riaffermare una responsabilità verso la propria unicità? O anche questo è finzione? E la costruzione dell’umano non è in fondo sapersi in una solitudine affollata o se preferiamo in una condizione comune, in cui apprendere l’attenzione a ciò che siamo e a ciò che è l’altro?

Concludo con i versi in epigrafe all’articolo:

“SEMPRE SOFFIAVA il vento e sempre faceva buio
e sempre la voce lontana arrivava ai suoi orecchi: “una
vita intera”… “una vita intera…”.

L’evocare questa vita intera è un atto altamente significativo perché ci mette di fronte alla grande paura di mancare alla vita intera più di quanto si tema che questa vita ci manchi. Poche volte siamo presenti alla vita e a noi stessi. Le finzioni sono atti di espiazione e riparazione.

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12 Responses to FINZIONI

  1. sparz il 12 novembre 2008 alle 09:50

    Ottimo scorcio su Patty Hearst. Solo un dettaglio: Antigone “dai riti dark” non lo direi: Antigone, personaggio per me da sempre sacro, è limpida come il cristallo: non fa riti dark. Vuole dare anche un breve accenno di rito funebre – le basta una manciata di terra – sulle spoglie del fratello – ucciso dall’altro fratello – per riaffermare le sacre leggi degli dèi contro l’inumana prescrizione di Creonte.

  2. Baldrus il 12 novembre 2008 alle 10:04

    Mi è piaciuto questo pezzo, Nadia, anche perché mi sento coinvolto. Io per anni, da ragazzo, sono stato innamorato di Grace Slick, la cantante dei Jefferson Airplane; poi ho vacillato non poco per Debbie Harris (Blondie) e Annie Lennox mi ha trafitto. Direi che ha ragione Borges: cerchiamo un’immagine su cui riversare i nostri sogni. E i desideri. Ma quali? Se ne parlassi con la mia psicanalista (e ne ho parlato) direbbe che sono immagini idealizzate che ci portiamo dentro fin dalla primissima infanzia, immagini femminili (e/o maschili) la cui origine è abbastanza ovvia. Arriva l’icona pop e facciamo l’update.

  3. nadia agustoni il 12 novembre 2008 alle 10:16

    @Sparz

    McCarthy usa queste definizioni forse evocando qualcosa che ci sfugge (la Hearst ricca e stronza che si commuove per l’ingiustizia e prende le armi invece di buttare terra sopra un corpo? Svelando così in un rito di morte, di nuovo, non tanto la pietas, ma il proprio privilegio?) Non saprei, personalmente mi sono interrogata su Molly Bloom.
    Il racconto ha immagini di un femminile potente, immagini di dee e di donne che sembrano giocare però una partita obliqua.

    @ Orsola

    Grazie della cura messa nel pubblicare il post.
    E come sempre grazie a Nazione dell’ospitalità.

    Un saluto

  4. nadia agustoni il 12 novembre 2008 alle 10:23

    @Mauro

    E’ arrivato il tuo commento mentre rispondevo.

    “Io per anni, da ragazzo, sono stato innamorato di Grace Slick,..”

    Non conosco nessuno che non si porti dentro amori-icona.
    Anche il mio psicanalista mi ha rassicurato.
    Grazie e un saluto

  5. orsola puecher il 12 novembre 2008 alle 11:07

    grazie a te Nadia per il solito pregevole raffinato surf fra le onde delle cose

    [ Antigone, icona pop a suo modo, l’hanno “strapazzata” in molti, dall’anoressica complessata di Anouilh, a quella di Brecht, eroina del popolo contro il “nazismo” di Creonte, in entrambe le quali si legge in filigrana la Seconda Guerra Mondiale ]

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  6. niky lismo il 12 novembre 2008 alle 16:26

    Quando, lui vivo, ricorreva annualmente la polemica sul mancato Nobel, uno scrittore italiano (forse Camon) ragionò sulla presunta “freddezza” dell’opera di Borges. Da allora porto (con orgoglio) la colpa di detestare Camon senza averlo mai letto. Nelle “Rovine circolari” viene descritta e spiegata la solitudine in cui l’uomo si dibatte, sia che sia “sognato” o “sognatore”. Il ventunesimo secolo ne è prova: eserciti che fingono di portare la pace, politici che fingono di governare, medicinali che fingono di curare, scuola che finge di insegnare, persone che fingono di esistere… Ma naturalmente se tutto è finzione, non è finzione nulla. La realtà è il gramo sogno che abbiamo concepito, o in cui veniamo sognati. Peraltro, soggetto e oggetto del sogno hanno in sorte di non potersi incontrare, pur esistendo solo in funzione dell’altro.

  7. renatamorresi il 12 novembre 2008 alle 17:17

    la “grande paura di mancare alla vita intera”… grande pezzo, nadia, non saprei in quale genere letterario collocarlo (teoria della cultura di massa? metanarrazione? o, semplicemente, filosofia?), ma la tua parola è serrata e altissima, e, come sempre, sensibilissima al dato reale, alle mille performance, rappresentazioni e travestitismi della cultura: sei sicura di non essere francese? ;)
    un saluto caro,
    r

  8. véronique vergé il 12 novembre 2008 alle 17:31

    Articolo di una intelligenza acuta. Tocca al punto essenziale: il sogno dei personaggi famosi. Si racconta la leggenda del desiderio, la leggenda della violenza, la leggenda della bellezza. Personaggi che attraversano gli immagini per entrare nel sogno singolare.
    Lo scrittore accatura questo sogno per trovare la sua storia; storia che nutrisce la leggenda collettiva.

  9. véronique vergé il 12 novembre 2008 alle 17:32

    un ‘intelligenza

  10. viola amarelli il 12 novembre 2008 alle 18:29

    ed è poi tanto importante distinguere o non è meglio vivere intero il nostro sogno? baci Nadia, bellisima ricerca dentro l’umano, V.

  11. nadia agustoni il 12 novembre 2008 alle 22:45

    Vi ringrazio tutti, un caro saluto.

  12. lambertibocconi il 13 novembre 2008 alle 08:21

    Genere: filosofia morale. E’ vero, la colpa è mancare noi alla vita, il fatto che la vita manchi a noi è destino, e per di più comune. Le finzioni sono un tentativo mutilo e bifido di compensazione, ma danno vita a cerimonie vacue, a finte compensazioni. Eh, non è così che si deve fare! Grazie Nadia e Orsola.



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