Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 16

12 novembre 2008
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[18 immagini + lettere invernali per l’autunno; 1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12,13,14]

di Andrea Inglese

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

non dico che tutto questo
non sia servito a nulla,

detto oggi, di 25 dicembre, una data non certo
anodina, anche se difficile

dire perché, per quale diverso sovrapporsi
di piccole apparizioni, di entrate in scena,
di tuffi fuori dal cono di luce, di dimenticanze
di guanti o chiavi, all’ultimo momento,
o di partenze senza gomme di scorta, o con i cani
già ammalati, con le piaghe che peggiorano
ad ogni chilometro

eppure

basterebbe anche questo:

dare una data, attendere dei segnali,
un piccolo alfabeto morse, o qualcosa
di simile a sbandieramenti, come
con la testa china si guarda
in uno stagno, tra opacità trasparenze
luccichio di squame
allungarsi di nubi

o la vecchia discussione, urlata, da un bagno,
la porta chiusa, ma lo voce che arriva
con enorme violenza, mentre c’è rumore d’acqua,
un’acqua bollente, impetuosa, che si precipita nella vasca,
e sopra il fragore e la massa di vapori la voce
attraverso il legno, per le fessure, lo spazio minimo
delle serratura, giunge, e analizza, giudica, commenta,
frantuma ogni gesto che tu hai precedentemente
compiuto, e tu ritto dietro la porta
incapace di aprirla o di andartene
che temi solo il momento
in cui il fragore dell’acqua o la violenza della voce
cesseranno

e ci sarà un silenzio
per le tue parole – e ti chiedi bene
quali mai potranno essere –
da colmare, e come,

non avendo tu
mai avuto voce
corde vocali
trachea
polmoni
aria dentro o fuori
da far vibrare

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27 Responses to Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 16

  1. Natàlia Castaldi il 12 novembre 2008 alle 09:30

    bellissima, questa sintetizza e dà senso a tutte le altre.
    il ritmo è affannoso ed incalzante.
    davvero mi piace molto.

  2. sparz il 12 novembre 2008 alle 09:58

    caro Andrea, non commento sempre la tua reinserzione ecc. ma la seguo con continuità: qui non mi trattengo dal dirti quanto apprezzi quella voce che si sovrappone al getto di acqua bollente, atttraverso il legno, le fessure, ecc.

  3. soldato blu il 12 novembre 2008 alle 11:27

    Non ripeto: l’ammirazione,
    ad ogni numero, aumenta,
    anche se, col numero precedente,
    si era pensato di aver raggiunto l’apice.

    Quello che mi intriga è il ritmo.

    Spogli di punteggiatura
    e di capoversi, come sarebbero
    queste tue “composizioni”,
    dette da te?

    Perchè non ci regali un tuo post: dei poeti le voci?

  4. Tashtego il 12 novembre 2008 alle 12:39

    il poetare di inglès da un po’ di tempo mi appare diverso e migliore. come se i versi prendessero forma per una necessità basica di espressione et comunicazione lirica.
    come se gli stesse succedendo qualcosa, a inglès.
    come se fosse in presenza di una di quelle discontinuità, di quelle singolarità d’esistenza, che ti cambiano i paradigmi di statuto “interiore”…
    e mi colpisce l’immagine di questa rana, che vorrei sapere da dove proviene.

  5. soldato blu il 12 novembre 2008 alle 14:03

    “Necessità basica” bravo Tash.
    Anche il ritmo è basico.
    infatti usa: 1,2,3,4.
    Ma non è metrica, è il numero di parole legate

  6. maria v il 12 novembre 2008 alle 14:32

    anch’io noto climax asc nella serie, per me perché qui, a differenza che nelle prime, mi sembra svaporato quel tono troppo risentito, più si toglie la fuliggine più brillano i caminetti così, non si sa mai…aspettando il natal
    …mi sembra il momento buono di spolverare zampogne, pifferi ed ance
    A TUTTI
    Buon Natale! ;-)

  7. andrea inglese il 12 novembre 2008 alle 15:25

    caro tash, gli spostamenti nella vita implicano degli spostamenti nello stile; ma questo nega proprio ogni troppo lineare considerazione autobiografica. Poiché uno si trova nelle violente metamorfosi della vita, deve trovare anche un nuovo linguaggio – e ciò implica tutt’altro che un atteggiamento confessionale.

    Per questo motivo, faccio fatica ad apprezzare poeti che libro dopo libro conservano la stessa – cosidetta – “cifra” stilistica.

    Ogni volta la scrittura interviene per sciogliere un nodo esistenziale nuovo, un malinteso nuovo con il mondo, o per trovare un modo per celebrarlo nella sua inevitabilità. Questo vale sopratutto per noi poeti, che non dovremmo essere chiamati a scrivere per nessuna ragione, se non una fatale, interna, necessità. (Di contratti non ne abbiamo, infatti.)

    Ma la poesia è anche il genere che diventa sempre più difficile leggere e – anche – scrivere. Quello che si trova sotto l’insegna poesia è molto spesso non interessante, e capisco anche che il lettore comune ne diffidi. Gli vengono propinate certe sbobbe!!

  8. andrea inglese il 12 novembre 2008 alle 15:27

    ps il ranone è tratto da una grande stampa esposta in un negozietto di antichità a Porte de Clignancourt, nord estremo di Parigi.

  9. véronique vergé il 12 novembre 2008 alle 17:20

    Questa parola mi tocca:
    “Gli spostamenti nella vita implicano degli spostamenti nello stile.”
    La scrittura anche nell’arte della distanza segue lo sconvolgimento dell’anima. La frattura entra nella lingua, costringe a uno stato nuovo della lingua.

    Per il ranone, non mi piace: ha qualcosa d’osceno. No so perché.
    Già per il persecutori, l’immagine della copertina non mi piaceva.
    Non amare le rane è un colmo per una francese!

  10. Tashtego il 12 novembre 2008 alle 18:13

    allora indovinavo giusto, inglès.
    vorrei arrivare a Porte de Clignancourt, termine ultimo se non sbaglio di qualche linea del metro e trovare quel negozio e vedere quella stampa e eventualmente comprarla, qualora non costasse molto: sembra una litografia.
    le rane sono noi quando eravamo anfibi, o rettili.

  11. maria v il 12 novembre 2008 alle 20:30

    io che sono attento osservatore, anche se non sempre attento commentatore- dipende dall’umore- mi sono ricordata che questa immagine Inglese l’ha già usata per presentare qualche estratto dell’uomo avanzato di Baino e, a proposito di rospi e ranocchie, mi sono pure ricordata un passo del libro in questione che mi è rimasto impreso perché assai mi piacque e che faceva così:

    “Mi sento come la coscia di una rana nell’esperimento di Galvani”

    molto molto bella, tashtego che ne pensi?

  12. andrea inglese il 12 novembre 2008 alle 23:47

    quasi giusto mv, ma se la stampa era la stessa, non lo era la figura. Nel post di Baino era il girino che si vede appena sul lato destro ad essere in primo piano. Complimenti per l’occhio, comunque.

  13. maria v il 13 novembre 2008 alle 06:43

    occhio fritto occhio bollito occhio leporino che mi confuse la rana col girino, accidenti :-(

  14. véronique vergé il 13 novembre 2008 alle 08:01

    Non tash, vorrei pensare che ero palumma; non rana.
    E… Retili mi fanno propio schiffo, da bambina, quando nel mio giardino, una biscia si è postata sotto un rubinetto fuori. Oggi pensando ancora, mi viene il ribrido.

    Maria, “Mi sento come la coscia di una rana nell’esperimento di Galvani.”
    Terribile, no!

  15. soldato blu il 13 novembre 2008 alle 10:12

    Véronique, così non diventerai mai un principessa,
    [mi pare troppo presuntuoso voler essere lo Spirito Santo].

  16. Tashtego il 13 novembre 2008 alle 11:50

    essere “palumma”?
    cioè un piccione?
    veronica vergé preferirebbe sentirsi “come una coscia di piccione che cuoce in un forno”?

  17. véronique vergé il 13 novembre 2008 alle 13:43

    Soldato blu: non voglio diventare principessa, perché odio il principe azzurro (prince charmant).

    Tash, pensavo alla farfalla.

  18. véronique vergé il 13 novembre 2008 alle 13:45

    palomma, mi sono sbagliata.

  19. Tashtego il 13 novembre 2008 alle 14:18

    si scrive “colomba”, véronique.
    hai mai visto una larva di farfalla, véronique?

  20. maria v il 13 novembre 2008 alle 14:38

    eh Véronique, cara la mia palomella negra, che ti devo di’? la mia gamba si sente un po’ lobotomizzata in questi giorni, come tutto il resto ;-)
    siccome ho il cervello in pappa, perdonate se rovescio un poco qui le sue escrescenze, non sapendo dove altro mai e dal momento che molte sollecitazioni ai suoi squilibri è sempre da qui che promanano.
    Io ragionava su questi rettili ed anfibi e bacini d’acque lacustri e liti deserti, ultimamente così sovraffollati dei tanti, troppi Crusoe e Palomar e palombari vari…
    e domandavami che fine avesser fatto tutte quelle superbe eroine da battigia in tempesta, che sbraitando e pestando i piedi a terra, ora supplici ora in tono di sfida, fecero sfigurare i loro più amati rivali, senza confronto, tutti dei pusillanimi.
    dove sono le voci delle donne? dappertutto assenti. non le fanno più le penne d’una volta, ahimé! di quelle che sapevano parlare anche da donne…
    io, se avessi spazio a sufficienza e certezza di non annoiare, ve li trascriverei uno ad uno quei versi, ma mi accontento di lasciare le tracce delle mie preferite tigri ircane, di cui io sento l’eco su tutte le spiagge, e per render loro giustizia, perché, come recita la chiusa:
    c’è un intero silenzio da colmare…

    non avendo tu
    mai avuto voce
    corde vocali
    trachea
    polmoni
    aria dentro o fuori
    da far vibrare

    dalla pagana Armida (canto XVI della Liberata, XL- LX)
    alla fenissa Dido (Eneide IV , 295- 392)
    alla labirintica Arianna (Catullo, 64 v116-169)
    alla barbara Medea …
    (alle voci delle donne)

  21. soldato blu il 13 novembre 2008 alle 15:38

    @ maria v

    Mi pare che questo sia argomento di un “femmine toste”
    qua a fianco. Quindi in quello spirito.

    Prima mi corazzo: certo a te può non fregare niente,
    addirittura provocare ripulsa: ma.

    Quanto ti amo!

    Quanto vi amo!

    Tutte.

  22. véronique vergé il 13 novembre 2008 alle 15:39

    Grazie, delicata Maria.
    In realtà volevo scrivere con una parola tesoro della lingua napoletana: palummella, per farfalla.
    Mi sono sbagliata nella parola.

  23. maria v il 13 novembre 2008 alle 21:14

    @ Soldato Blu

    ripulsa?

    Medaglia al valore per essere stato, anche se per ischerzo, il primo uomo a tanto osare.. ;-))
    non nego che a me, almeno un paio di volte, mi sia proprio scappata… col risultato di far scappare gli altri (a gambe levate;-))
    – a proposito di pusillanimi- sì, va beh, consoliamoci così ;-)

    Soldato, oggi mi hai reso una donna felice! posso morire in pace e dire vaffanculo a tutti, una volta almeno l’ho sentito anch’io il vecchio adagio ;-)

    sei uomo d’altri tempi e d’altra tempra tu

    @ Véronique

    …con tutti questi amici del Sud, che ti fanno faticare il doppio, hai dovuto imparare 2 lingue, eh? ;-)
    un caro abbraccio

  24. soldato blu il 14 novembre 2008 alle 06:45

    @ maria v

    Se continui con questo tono, meriti davvero di essere punita.

    Per esempio: mettendo in evidenza la superba parolatrice
    che si nasconde dietro questa frase:

    e [le] liti deserti, ultimamente così sovraffollati dei tanti, troppi…

    “Sol lodandoti godo”.

  25. maria v il 14 novembre 2008 alle 07:28

    caro soldato
    sei premuroso, ma …(le) liti non c’entrano niente:
    Rinaldo, Enea, Teseo, Giasone… avevano progettato le loro fughe con largo anticipo. tutti “dovevano” partire.

    almeno questa, che è troppo bella, davvero non resisto ;-)
    (gli uomini tollereranno, spero, almeno UNa voce di donna ;-)

    Forsennata gridava: “O tu che porte
    parte teco di me, parte ne lassi,
    o prendi l’una o rendi l’altra, o morte
    dà insieme ad ambe: arresta, arresta i passi,
    sol che ti sian le voci ultime porte;
    non dico i baci, altra piú degna avrassi
    quelli da te. Che temi, empio, se resti?
    Potrai negar, poi che fuggir potesti.”
    […]
    XLIV
    Poi cominciò: “Non aspettar ch’io preghi,
    crudel, te, come amante amante deve.
    Tai fummo un tempo; or se tal esser neghi,
    e di ciò la memoria anco t’è greve,
    come nemico almeno ascolta: i preghi
    d’un nemico talor l’altro riceve.
    Ben quel ch’io chieggio è tal che darlo puoi
    e integri conservar gli sdegni tuoi.

    Se m’odii, e in ciò diletto alcun tu senti,
    non te ‘n vengo a privar: godi pur d’esso.
    Giusto a te pare, e siasi. Anch’io le genti
    cristiane odiai, no ‘l nego, odiai te stesso.
    Nacqui pagana, usai vari argomenti
    che per me fosse il vostro imperio oppresso;
    te perseguii, te presi, e te lontano
    da l’arme trassi in loco ignoto e strano.

    Aggiungi a questo ancor quel ch’a maggiore
    onta tu rechi ed a maggior tuo danno:
    t’ingannai, t’allettai nel nostro amore;
    empia lusinga certo, iniquo inganno,
    lasciarsi còrre il virginal suo fiore,
    far de le sue bellezze altrui tiranno,
    quelle ch’a mille antichi in premio sono
    negate, offrire a novo amante in dono!

    Sia questa pur tra le mie frodi, e vaglia
    sí di tante mie colpe in te il difetto
    che tu quinci ti parta e non ti caglia
    di questo albergo tuo già sí diletto.
    Vattene, passa il mar, pugna, travaglia,
    struggi la fede nostra: anch’io t’affretto.
    Che dico nostra? ah non piú mia! fedele
    sono a te solo, idolo mio crudele.

    Solo ch’io segua te mi si conceda:
    picciola fra nemici anco richiesta.
    Non lascia indietro il predator la preda;
    va il trionfante, il prigionier non resta.
    Me fra l’altre tue spoglie il campo veda
    ed a l’altre tue lodi aggiunga questa,
    che la tua schernitrice abbia schernito
    mostrando me sprezzata ancella a dito.

    Sprezzata ancella, a chi fo piú conserva
    di questa chioma, or ch’a te fatta è vile?
    Raccorcierolla: al titolo di serva
    vuo’ portamento accompagnar servile.
    Te seguirò, quando l’ardor piú ferva
    de la battaglia, entro la turba ostile.
    Animo ho bene, ho ben vigor che baste
    a condurti i cavalli, a portar l’aste.

    Sarò qual piú vorrai scudiero o scudo:
    non fia ch’in tua difesa io mi risparmi.
    Per questo sen, per questo collo ignudo,
    pria che giungano a te, passeran l’armi.
    Barbaro forse non sarà sí crudo
    che ti voglia ferir, per non piagarmi,
    condonando il piacer de la vendetta
    a questa, qual si sia, beltà negletta.

    Misera! ancor presumo? ancor mi vanto
    di schernita beltà che nulla impetra?”
    Volea piú dir, ma l’interruppe il pianto
    che qual fonte sorgea d’alpina pietra.
    Prendergli cerca allor la destra o ‘l manto,
    supplichevole in atto, ed ei s’arretra,
    resiste e vince; e in lui trova impedita
    Amor l’entrata, il lagrimar l’uscita.

    Non entra Amor a rinovar nel seno,
    che ragion congelò, la fiamma antica;
    v’entra pietate in quella vece almeno,
    pur compagna d’Amor, benché pudica
    e lui commove in guisa tal ch’a freno
    può ritener le lagrime a fatica.
    Pur quel tenero affetto entro restringe,
    e quanto può gli atti compone e infinge.

    Poi le risponde: “Armida, assai mi pesa
    di te; sí potess’io, come il farei,
    del mal concetto ardor l’anima accesa
    sgombrarti: odii non son, né sdegni i miei,
    né vuo’ vendetta, né rammento offesa;
    né serva tu, né tu nemica sei.
    Errasti, è vero, e trapassasti i modi,
    ora gli amori essercitando, or gli odi;

    ma che? son colpe umane e colpe usate:
    scuso la natia legge, il sesso e gli anni.
    Anch’io parte fallii; s’a me pietate
    negar non vuo’, non fia ch’io te condanni.
    Fra le care memorie ed onorate
    mi sarai ne le gioie e ne gli affanni,
    sarò tuo cavalier quanto concede
    la guerra d’Asia e con l’onor la fede.

    Deh! che del fallir nostro or qui sia il fine
    e di nostre vergogne omai ti spiaccia,
    ed in questo del mondo ermo confine
    la memoria di lor sepolta giaccia.
    Sola, in Europa e ne le due vicine
    parti, fra l’opre mie questa si taccia.
    Deh! non voler che segni ignobil fregio
    tua beltà, tuo valor, tuo sangue regio.

    Rimanti in pace, i’ vado; a te non lice
    meco venir, chi mi conduce il vieta.
    Rimanti, o va per altra via felice,
    e come saggia i tuoi consigli acqueta.”
    Ella, mentre il guerrier cosí le dice,
    non trova loco, torbida, inquieta;
    già buona pezza in dispettosa fronte
    torva riguarda, al fin prorompe a l’onte:

    “Né te Sofia produsse e non sei nato
    de l’azio sangue tu; te l’onda insana
    del mar produsse e ‘l Caucaso gelato,
    e le mamme allattàr di tigre ircana.
    Che dissimulo io piú? l’uomo spietato
    pur un segno non diè di mente umana.
    Forse cambiò color? forse al mio duolo
    bagnò almen gli occhi o sparse un sospir solo?

    Quali cose tralascio o quai ridico?
    S’offre per mio, mi fugge e m’abbandona;
    quasi buon vincitor, di reo nemico
    oblia le offese, i falli aspri perdona.
    Odi come consiglia! odi il pudico
    Senocrate d’amor come ragiona!
    O Cielo, o dèi, perché soffrir questi empi
    fulminar poi le torri e i vostri tèmpi?

    Vattene pur, crudel, con quella pace
    che lasci a me; vattene, iniquo, omai.
    Me tosto ignudo spirto, ombra seguace
    indivisibilmente a tergo avrai.
    Nova furia, co’ serpi e con la face
    tanto t’agiterò quanto t’amai.
    E s’è destin ch’esca del mar, che schivi
    gli scogli e l’onde e che a la pugna arrivi,

    là tra ‘l sangue e le morti egro giacente
    mi pagherai le pene, empio guerriero.
    Per nome Armida chiamerai sovente
    ne gli ultimi singulti: udir ciò spero.”
    Or qui mancò lo spirto a la dolente,
    né quest’ultimo suono espresse intero;
    e cadde tramortita e si diffuse
    di gelato sudore, e i lumi chiuse.

  26. soldato blu il 14 novembre 2008 alle 07:37

    Perché mi strazi?

  27. véronique vergé il 14 novembre 2008 alle 09:10

    Maria,

    Ammo la lengua napoletana. Mi parla al core.

    Un vaso.



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