Il punto vulnerabile

16 novembre 2008
Pubblicato da

di Nikos Kachtitsis

Non voglio l’eternità,
ho solo chiesto tempo

Demetrios Capetanakis

La pianta del loto e il loto

Tu sei la pianta mistica
che mi ha condotto fin qui
nel mezzo del crudele
febbraio.
La pianta che mi ha nutrito
con il suo latte innocente
l’anno scorso.

Tu sei la pianta del loto
e io sono il loto
che matura lentamente
ma una volta maturo
muore di disgusto.

Qui giace

Mi guardo attorno come se
fossi appena tornato
da un funerale
con il fazzoletto impregnato
di profumi acri.
Non seppelliscono
i loro morti?
Non ci sono cimiteri qui
né cipressi
né oleandri
né mirti

Morte sotto chiave

La mia controparte,
un collezionista di chiavi
medievali,
vive altrove,
in Lituania, penso,
o forse a Samarcanda.

Non commetterà
un suicidio
finché non ci incontreremo di nuovo
a Edimburgo

Sradicato

Ricordi, lasciatemi in pace!

L’umida,
terra ostile odora
come la fossa
appena scavata
della pallida fanciulla
dei nostri ricordi.

La salamandra
compone la canzone
della timidezza
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi
per il tuo album

Abbandonato

Non posso camminare più a lungo
su questo viale del Tempo
senza indossare
i miei guanti gialli
e la maschera della severità.
Poiché ci sono migliaia
di occhi sospettosi
che mi osservano
da dietro i cespugli.

Sono stato gettato
nell’era sbagliata,
ma attendo pieno di speranza
che venga il giorno
in cui i girasoli
e le magnolie
fioriranno per sempre.

Quel giorno dovrò punire
il serpente che ha iniettato
il suo veleno nella mia carne

La sinfonia della nebbia

Amo essere amico
della nebbia,
sebbene senta
un chiaro fardello
di disgusto in gola
quando parlo con lei.

Eppure, quando si ritira,
in silenzio, a passi svelti e evasivi
tra le rovine,
è il momento in cui soffro
davvero,
e in ansia attendo
che ritorni
con nuove visioni
e una nuova musica

L’uomo con il cilindro

Sono sempre più sicuro
che durante una notte triste,
mentre vagabondavo da solo
in una strada immersa nella nebbia,
una mano si è sporta
dal finestrino di un taxi nero,
gettandomi
in un fatale,
irreparabile errore.

Ma quell’errore
forse è stata la cosa più bella
della mia vita,
la migliore
e l’ultima
esperienza

Ospedali vuoti

Il crepuscolo è grigio
nella squallida via Aftoktonias.
Tutte le banderuole
indicano la tomba
dell’usignolo
che è stato ucciso la notte scorsa
e sono prese da attacchi isterici.

C’è un occhio terrestre
in un angolo remoto di questo
desolato parco che spia
le statue d’acciaio
e le figure solitarie
che s’aggirano senza scopo
lungo i sentieri nebbiosi
fischiettando canzoni funebri.

Quando mi sbarazzerò
di questo testimone
dovrò comprare una pistola
per uccidere il fantasma
che è appollaiato sul mio cranio
e che mi accusa quando sono assente.

A mezzanotte i poveri poeti,
con i manoscritti nelle tasche
dei loro frusti abiti neri,
stanno intorpiditi dal gelo
sulla banchina di marmo
del porto
in attesa disperata dell’Uomo
che viene da un luogo misterioso
e che non giungerà mai
perchè non esiste.

Quando ero giovane
odiavo una ragazza magra
e avrei voluto torturarla tutto il tempo
dentro il mio giardino.

Dopo un terribile terremoto
che ha scosso l’ospedale
e l’intera città,
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,
gli specchi, i vasi,
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi
e il vento porta
bare di ferro dall’orizzonte.

Qualcuno tende la mano giallognola
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata…
ma invano: non può raggiungerla

Il punto vulnerabile

Da un capo all’altro di questo vasto
palmo di Tempo
la superficie terrestre ha cominciato
a sgretolarsi a causa della corrosione,
mentre la sua orbita continua
a sibilare furiosamente
nel Caos.

E non smetterà mai,
a meno che un architetto
non martelli la Terra
sul suo punto più vulnerabile.

Ma fino ad allora
c’è tempo in abbondanza,
gli edifici sono costruiti
con ossa umane
senza finestre,
la gente rompe gli orologi
per fermare il tempo
e si spalma sul volto
creme variopinte
per proteggersi
dal caldo incipiente.

Così gli anni passano,
si cresce nel terrore
ma illudendosi sempre di più
che si sopravviverà
al disastro finale.

(traduzione di Massimo Rizzante)

Nota
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, Vulnerable Point (la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo O exostis (tradotto in francese con il titolo Hôtel Atlantique, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo O eroes tes Gandes (L’eroe di Gand) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.

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11 Responses to Il punto vulnerabile

  1. soldato blu il 16 novembre 2008 alle 10:53

    Che sia stato un solitario si capisce subito, appena incominci a leggere e, non sapendo ancora niente di lui, ti capita di chiederti: Ma se ne scrivono ancora di poesie cosi?

    Leggi le poche righe di biografia [è nato nel 1926] e sai che non è “ancora”, ma “allora” che scrivevano poesie così.
    Ma allora non era solo [è nato nel 1923]:

    Il mondo è un cristallo in frantumi
    e omini in bombetta balbettano
    un delirante linguaggio contorto,
    residui di ciarle di numi.
    Sono cotogne, attori di un’eclisse,
    sussiegosi guitti che si affrettano
    con sotterfugi e con risse
    a trafugare il salario del mare,
    a spogliare ogni pòlipo morto.

    ANGELO MARIA RIPELLINO, Lo splendido violino verde, Einaudi 1976, pag. 89.

    Grazie a Max Rizzante, per avermi fatto conoscere questo magnifico poeta.

  2. nadia agustoni il 16 novembre 2008 alle 14:14

    “Sono stato gettato
    nell’era sbagliata,
    ma attendo pieno di speranza
    che venga il giorno
    in cui i girasoli
    e le magnolie
    fioriranno per sempre.”

    Grazie anche da me.

  3. sparz il 16 novembre 2008 alle 19:00

    molto belle, grazie Max, L’uomo con il cilindro mi ha molto toccato, quasi un accenno a qualcosa di me.

  4. niky lismo il 16 novembre 2008 alle 19:20

    Un linguaggio vero. Un vero linguaggio poetico. Da studiare e digerire per chiunque bazzichi la poesia. Complimenti per la scoperta.

  5. Martina Costera il 17 novembre 2008 alle 01:08

    Ho letto i componimenti di Nikos Kachtitsis alla ricerca di segnali d’autunno.

    Ne ho trovati molti,per la mia collezione (“foglie rosse, insetti e fiori selvaggi”).

    Perfetti.

  6. véronique vergé il 17 novembre 2008 alle 09:06

    Grazie per queste poesie che mi sembrano piante su una terra fragile.
    Ho una preferanza per la prima che associa l’amante una madre. Il simbolo del loto nutrisce l’amore, loto, latte dell’oblio, fiore della felicità.
    Amore nutrivo, tropo invadente. Dall’amore al disgusto.
    la sinfonia della nebbia, mi pare tissata nell’angoscia delle rovine, con fantasma d’amore. Lembo d’amore. Si sente lo strano vincolo che hanno gli uomini nel amore: desiderio di vicinanza e distanza.
    Amo anche la negazione del paesaggio mediterraneo:
    ” Qui giace”
    Qui giace il ricordo dei cipressi, dei mirti, dei oleandri, qui giace il mio corpo sensoriale, qui giace il rituale della terra.

  7. carmine vitale il 18 novembre 2008 alle 15:11

    soffiano cambriano e furano mentre il tempo salta fuori da orologi sospesi
    a calpestare il ricordo l’odore amaro degli alberi e della morte
    nella solitudine dell’indifferenza cresce come una rosa nella neve questa grande poesia a me sconosciuta invulnerabile
    e tutto ad un tratto il sole fuori è caldo
    grazie a max rizzante

  8. Paolo Sciola il 18 novembre 2008 alle 21:22

    Una voce fuori dal coro.
    A me non piace particolarmente questo poeta.
    Sincero è sincero, niente da dire, a modo suo.
    Sarà che non sopporto l’aggettivo anteposto al sostantivo, che è il modo più facile, e falso, di fare poesia.
    Sarà colpa del traduttore, non so.
    Sarà che ho fatto orecchio, irreparabilmente, a una prosodia moderna di giovani poeti italiani che potete trovare in qualsiasi sito internet che si occupi di pubblicarli.
    Sarà che versi come:

    “L’umida,
    terra ostile odora
    come la fossa
    appena scavata
    della pallida fanciulla
    dei nostri ricordi.”

    Oppure:

    “Non posso camminare più a lungo
    su questo viale del Tempo”

    E anche:

    “Da un capo all’altro di questo vasto
    palmo di Tempo”

    mi suonano terribilmente banali, come neanche la più romantica o sprovveduta delle ragazzine con la penna in mano di fronte al quaderno a quadretti delle sue prime pulsioni amorose…
    Per il resto, la poesia è altra cosa da questo.
    Mi pare.

  9. max rizzante il 19 novembre 2008 alle 10:30

    @Paolo Sciola: Il mio consiglio è che continui a leggere la giovane poesia italiana che si può trovare in qualsiasi sito internet.

  10. consiglio numero due il 19 novembre 2008 alle 11:00

    Oppure continui a stare là, libero di scrivere:

    http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=103338

    che qui non lo pubblica di certo nessuno e dei suoi di consigli e giudizi spocchiosi se ne fa volentierissimo a meno.

  11. Paolo Sciola il 23 novembre 2008 alle 01:04

    Paura, eh?



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