Due falserighe

5 dicembre 2008
Pubblicato da

di Marilena Renda

More than this there is nothing (The Terminal)

Vale la pena stare svegli di notte in un aeroporto. La notte negli aeroporti, soprattutto in quelli piccoli, è come il rovescio di un maglione, come la trama nascosta di un giorno che sembra lontanissimo. Specialmente nelle ore che vanno dalla tarda serata alle prime ore del mattino sembra che il giorno abbia sospeso il suo ordine e il suo potere legiferante: lo spazio in cui si è stati catapultati è uno spazio interstiziale, un trattino lungo, uno stato d’eccezione, una cerniera dello spazio-tempo in cui la gente dorme sulle panchine con la bocca spalancata e il culo per aria, i jeans slacciati, nemmeno un’ombra del pudore fisico che accompagna gli abituali rapporti tra i corpi. Dividere il sonno è cosa intima e impegnativa: può essere accomunata allo spartirsi il pane, e di fatto è una prova di fede: se mi addormento vicino a un altro è perché penso che non verrò derubato o accoltellato nel sonno, o che addirittura mi proteggerà con la sua presenza, ed è per questo che gli affido la sicurezza, la vita stessa.

Di fatto, nella hall dell’aeroporto si respira un’atmosfera di solidarietà profuga come se non fossimo passeggeri in attesa di imbarcarsi per Beauvais, ma i reietti di qualche sud che friggono per ore su una panchina scomoda cercando inutilmente una posizione più confortevole e aspettando di essere lanciati in un inferno più fitto ancora, su una panchina più scomoda, o senza panchina affatto. Sopra le nostre, di panchine, le news in loop raccontano un’altra storia rispetto allo spettacolo disponibile sotto: il tono di volenteroso ottimismo di cui sono armati il presidente del consiglio e il ministro dell’economia di fronte al disastro dei mercati mondiali stride paurosamente con le pose di questi corpi accovacciati sui trolley, stesi su fogli di giornale, con le strane pieghe di capelli incuranti delle convenzioni estetiche valide alla luce del sole.

I pochi flâneur che vagano in cerca di un caffè si fermano perplessi di fronte a questo schermo che per tutta la notte vomita i dati delle borse mondiali, lo fissano intenti e stralunati come certe volte fanno i gatti di fronte all’uomo, pensano forse, come penso io, che more than this there is nothing, come mi suggerisce la musica alle orecchie, e che la cosa migliore di quel film era la faccia di Tom Hanks bloccato a JFK. La faccia di uno che hai l’impressione che prenda le cose per come sono, che si trova piombato nell’eterno presente di un non luogo e lo prende come una pausa dell’esistente, ma senza pensare mai che sarebbe meglio che finisse al più presto, e questi bastardi quand’è che mi restituiscono alla mia vita che devo andare in palestra, fare il bonifico, andare a trovare la nonna, tornare a casa insomma. Anzi, lui si mette ad arredarlo, quel vuoto, a impiastrellarlo e decorarlo per bene come se dovesse restare lì fino alla fine del tempo, decretando il trionfo della prevedibilità dell’esilio. Senza l’abracadabra della lingua, senza il passepartout di un codice condiviso, le porte non possono essere varcate, l’eccezione non può diventare regola, l’altrove non diventerà qui, noi, adesso.

Ma mentre il terminale si ripopola e arrivano le facce straniere di quelli che non hanno passato con noi la notte, capisco come si possa non desiderare più di essere restituiti al mondo dei collocati in una posizione utile e giusta, come ci si possa attaccare ai segni del disastro, come si possa non avere paura di una casa in guerra, come ci si possa innamorare delle proprie macerie.

Arrenditi Dorothy! (Il mago di Oz)

Quando uno meno se l’aspetta, arriva il tornado. Non ti dà il tempo di dire le preghiere, il tornado, oppure di allacciarti le scarpe. La minaccia ha un aspetto burocratico frettoloso, come se dovesse sbrigare delle pratiche urgenti entro la mezzanotte di quel giorno. Proprio in quel momento, senza aspettare oltre.
E gli specchi dietro ai quali uno va a curiosare hanno sempre un risvolto argentato che li fa sembrare uguali a involti di caramelle scadute. Mentre i giardini, così rossi e lucenti, nascondono polveri per farti morire senza che neanche apri bocca. E i papaveri odorano di polvere da sparo seppellita sotto i fondali dell’erba. E i canti hanno un sapore di metallo fuso in cima ai rami e sulla pelle marrone dei tronchi.

E certe volte le streghe si alleano con i maghi, e assomigliano a forze potenti che ti vogliono ingannare e schiacciare, e convincerti che non hai la forza di resistere alle polveri magiche e agli incantesimi maligni. Ma Dorothy neanche la vede la scritta nera di fumo che si disegna nel cielo e le dice: Arrenditi Dorothy che sei piccola e non ce la puoi fare contro di noi che siamo grandi e potenti.
Uno si scorda che gli manca qualcosa se viaggia da tanto tempo e deve combattere contro i mostri, e non ha da mangiare e sente nostalgia di casa tanto che non si ricorda più le facce di quelli che erano nella casa e sono finiti dentro il tornado. Uno si scorda la ruggine che si è infilata dentro le ossa, oppure non ci pensa più che non può camminare oppure che la foresta può essere scura anche se apparentemente non è calato ancora il buio. Oppure uno può prendere un totem che sembra un cuore e fare come se. Cosa si può opporre alla strega quando si è in pericolo e non si possono neanche mangiare le mele? E quando la strada è gialla e si vede benissimo ma da un momento all’altro ti può portare in un posto dove non vuoi andare?
Il cuore si può inventare e anche il coraggio si può improvvisare.

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30 Responses to Due falserighe

  1. véronique vergé il 5 dicembre 2008 alle 11:29

    Ho molto apprezzato il pezzo. L’aeroporto di Beauvais lo conosco bene. Non ho mai dormito in un aeroporto, perché amo troppo il mio letto caldo: il sonno è molto importante per me. Quando sono partita a Roma, ho preso la macchina da Amiens. Era verso le sei e la strada era deserta nella campagna picarda con piccoli paesi, una strada tra campi scuri.
    L’aeroporto di Beauvais è cosi piccolo, che quando parti, vedi un nido tra i campi verdi o maronne. Amo i piccoli aeroporti, perché non mi perdo. Ma quando tu arrivi da Italia verso Beauvais, tu sorvoli foreste verdissime ( Compiègne), poi la “barre des immeubles”, la periferia di Creil, poi vedi le piccole case di mattoni rossi nel immensità un po’triste e isolata della Picardia: sembri che arrivi nel buco del mondo.
    A volte ho immaginato come gli italiani che vengono per la prima volte vedono La Francia : il freddo, il cielo griggio e il verde come colore stemma.
    In una stanza di partanza, sei sempre un volto di naufrago: un
    po’ sonnambulo.

  2. Lidia il 5 dicembre 2008 alle 12:10

    Marilena Renda viaggia per quelli che sono stanchi, che vedono male e per quelli che non vedono da troppo tempo. Viaggia per quelli che se la prendono solo con il tempo e per quelli che non vedono oltre il proprio naso, insomma per gli eterni scissi full time. In ogni parte e particella e pure in ogni partitura ( la musica, in fondo…) del corpo e anticorpo, in questi due brevi fotoinizio di millennio, si avverte la presenza di un mondocane, un mondoanima, un mondointerno e uno intero, l’aereoporto come “casa di nonna e di straniero”, che non si risolvono nella sola osservazione. Qui c’è piu’ di un’osservazione dalla propria posizione, c’è quello che fa di uno scrittore uno scrittore: lo spostamento dal particolare all’universale della “riga”, cioè della vita come sarà fra poco, come è già. Che se sappiamo raccontare, come in questo caso, è perchè abbiamo dormito, poco, per fortuna, in aereoporto…
    Andrei avanti nel dire ma voglio tornare a rileggere e rieleggere nel mio sguardo queste due brevi di Marilena Renda sul “cuore, il coraggio, la partenza”….

  3. macondo il 5 dicembre 2008 alle 13:18

    Gli aeroporti diventano la notte il nuovo staggio postmoderno in cui si ammucchiano i passeggeri, di solito della economy class. Ma ce ne sono anche di diurni: le stazioni ferroviarie, le poste. E’ allucinante dormire in un aeroporto in attesa dell’alba in cui si ha il volo. Io l’ho provato a Linate, e ogni volta che mi appisolavo sulla scomoda panca metallica, c’era sempre a risvegliarmi il poliziotto che mi chiedeva di mostrargli il biglietto aereo.

  4. Doctor Spock il 5 dicembre 2008 alle 14:13

    Un pezzo meraviglioso, anzi stupendo, anzi ideale, anzi servito su di un piatto d’argento per identificare e classificare lo stile e i vezzi deteriori di certa giovane scrittura propinata dappertutto. Abbiamo subito il top dei top della similitudine per abbassamento al quotidiano domestico, l’economia domestica pura, il tricot lessicale di “La notte negli aeroporti, soprattutto in quelli piccoli, è come il rovescio di un maglione”. Per poi evadere dal ferro da calza verso la dimensione dei bambini che hanno guardato troppa tv, troppo Star Trek e troppi cartoons di “uno spazio interstiziale” e “una cerniera dello spazio-tempo”, con le altre esagerazione tra il fantasy e il fantascientifico e la fantapolitica come “aspettando di essere lanciati in un inferno” e “il tono di volenteroso ottimismo di cui sono armati il presidente del consiglio e il ministro dell’economia”. Mentre “lo schermo vomita” e tutti hanno “gli occhi stralunati”, ecco, come un pizzicorino al naso, si sente che presto arriverà l’altissima citazione filmica di Tom Hanks bloccato all’aeroporto. Infatti poche righe dopo lo zombie hanksico si presenta. Non se ne può fare a meno. Non ci si faccia mancare nulla. Altro pizzicorino. Non arriverà per caso anche il non luogo’? Eccolo anche lui puntuale. Altro che “l’abracadabra della lingua” e il “passepartout di un codice condiviso”. Qui tutto e prevedibile e scontato peggio dell’ipercoop.

  5. marilena renda il 5 dicembre 2008 alle 14:55

    E no, non vale, devi applicare il tuo bisturi spocchico anche all’altro pezzo. Ti ringrazio in anticipo …

  6. Doctor Spock il 5 dicembre 2008 alle 15:15

    Impossibile, il trash di “i papaveri odorano di polvere da sparo seppellita sotto i fondali dell’erba” e “i canti hanno un sapore di metallo fuso in cima ai rami e sulla pelle marrone dei tronchi” mi ha steso per anni luce.

  7. plessus il 5 dicembre 2008 alle 16:18

    Bella, la seconda foto.

  8. scrittore il 6 dicembre 2008 alle 09:31

    io, dopo la laurea, ho lavorato come noleggiatore di auto all’ aeroporto di forlì. A volte mi toccava restare là dentro fino a mezzanotte passata. Non c’ era nulla di romantico, a parte qualche pensionato sessantenne con i fiori in mano che aspettava il volo da Kiev…
    Un pò di lavori umili aiuterebbero la signora renda a migliorare la sua prosa, forse.

  9. agata il 6 dicembre 2008 alle 11:14

    non vale davvero la pena di stare svegli negli aeroporti. Che dire? appoggio il dr spock in tutto. e aggiungo che questo tipo di narrativa glamour sembra fatta apposta per uscire su qualche rivista di moda più che adoperarsi alla ricerca della realtà. In quanto a mescolare il solito repertorio di lessico televisivo e cinematografico a metafore che tentano di impressionare il lettore, direi che sarebbe meglio farsi un giro nell’esperienza. non so se marilena renda sa che da qualche anno, a linate di notte ci dormono i clochard e quelli che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. altro che “solidarietà profuga”.

  10. véronique vergé il 6 dicembre 2008 alle 11:41

    Capisco la critica, ma non sono d’accordo quando un coro se la prenda con una persona che ha il coraggio di svelare il testo che ha scritto.
    Si puo dire le cose con dolcezza.
    Non mi permetterei di giudicare un testo: primo sono starniera e scivo davvero male; secondo se non amavevo il testo, non direi di manera cosi duro. Non trovo giusto di giudicare un testo con la situazione sociale.
    Tra le persone che criticano, nessuno non è partito in viaggio una volta?
    E’ vero che quando faccio un viaggio o in albergo, non sono indifferente.
    Vedo bene le personne che nell’albergo fanno il letto, puliscono: ho molto rispetto.
    Mi rammento che in Milano nell’albergo una coppia straniera aveva lasciato tutto sporca la toviglia: la colazione come un campo di battiglia e ero molto scandalizzata di un “tel sans gêne”.
    Tra le persone che criticano, nella vita quotidiana, sono sicure di fare attenzione alla ragazza che fa pulizia, al ragazzo che scarica le merci?
    Non sono una persona che lavora in un lavoro penoso, ma ho sempre
    rispetto per les travailleurs. Viene dall’infanzia, il vero affetto l’ho avuto con les “nounous” spagnole che si occupavano di me.

  11. véronique vergé il 6 dicembre 2008 alle 11:42

    Straniera, scrivo, mais sans doute bien d’autres fautes…

  12. agata il 6 dicembre 2008 alle 12:01

    cara veronique, chi scrive accetta il gioco del giudizio: sta nelle regole.
    chi pubblica lo sa bene e necessita di spalle forti. le critiche servono a crescere e migliorare. sono fertili e vive in una società che non compila graduatorie e mette tutti sullo stesso piano. qualche volta serve ricordare, senza alcuna durezza, che scrivere significa sporcarsi le mani e non compiacersi delle parole. questo non per censurare ma per alimentare quella gran cosa che è la letteratura.

  13. véronique vergé il 6 dicembre 2008 alle 12:25

    Sono d’accordo, la critica megliora l’opera. Ma leggendo i commenti, mi sono messa al posto di Marilena Renda.
    Ho capito una cosa, scrivere è un atto intimo, che per me resterà intimo.
    Non sopporterei che il mio testo sia sbranato, perché l’ho scritto nella luce del mio cuore, con il mio corpo e nella mi anima. In realtà è meglio cosi: non ho talento, non cerco da pubblicare e penso al coraggio degli scrittori: non potrei sentire il mio testo disfatto, annegato, divorato, giudicato: mi farei una pena immensa ( non è problema di “amour propre”, ma di ferita all’intimo): non vedo la frontiera tra un testo ella persona intera.

  14. marilena renda il 6 dicembre 2008 alle 12:28

    Non sono certa che scrivere di aeroporti sia necessario averne pulito uno da cima a fondo. In ogni caso, credo che sia necessario conoscere bene una condizione per scriverne in modo credibile. Io e la mia famiglia sappiamo bene cosa significa, di colpo, non avere più un tetto sulla testa, essere profughi per cause di forza maggiore, attendere la generosità altrui per mangiare o per vestirsi. Non chiedo di essere teneri con la scrittura, poiché questo è il senso del mezzo in questione, ma almeno di non esercitare il genere letterario dell’insulto mascherato su esperienze che non si conoscono. Grazie.

  15. Alcor il 6 dicembre 2008 alle 12:52

    Ma Agata non dà giudizi critici, qui, dà giudizi moralistici sull’opportunità di dormire negli aeroporti, sui barboni, sul glamour, e ha strane idee sullo sporcarsi le mani in letteratura, perciò Renda dovrebbe lasciarseli scivolare addosso.

  16. Alcor il 6 dicembre 2008 alle 12:53

    Ah ecco, ha risposto anche Renda.

  17. véronique vergé il 6 dicembre 2008 alle 13:11

    Marilena Renda è una giovane scrittrice: continuare da scrivere!

    Un buongiorno alla Sicilia: ho visto che Marilena Renda è da questa bella isola.

  18. soldato blu il 6 dicembre 2008 alle 14:15

    Ha ragione Alcor: non è critica.

    E’ un fatto che circola nel web una certa figura che io, relativamente nuovo a questa esperienza, soprannomino Sfinge.

    Sembra che stia lì, ad aspettare il post giusto, per far notare a tutti, con argomenti capziosi, che quello che è stato scritto non corrisponde al “suo” criterio enigmatico e che quindi sia stato un “delitto” scriverlo e pubblicarlo.

  19. vito il 6 dicembre 2008 alle 14:40

    @soldato blu… non avrei saputo dirlo meglio! complimenti

  20. plessus il 6 dicembre 2008 alle 14:44

    Ma no, ma no…
    Fermo restando che neanche a me i due pezzi sono piaciuti molto, per la sensazione di aver letto qualcosa di conforme a quanto già letto – ci si può prendere la libertà, talora, di andare a sensazioni quando si ha qualcosa da dire, sì, o è obbligatorio sempre e comunque argomentare le proprie critiche e sottoporre a recensione il testo pubblicato? – io sono pro critica, anche feroce. Argomentata, leale e diretta, anche con ironia o sarcasmo che a mio avviso sono indice di grande vitalità espressiva quando non sconfinano nell’offesa personale (vedere le mille accezioni della parola stronzaggine), o nella presuntuosità di essere il primo della classe, sempre e comunque. Il sagace e ficcante Dr Spock non mi sembra abbia oltrepassato queste soglie. Agata almeno una l’ha passata, un po’, sì.
    Chi calca di più la mano, visto che espone, per così dire, al pubblico ludibrio il testo preso di mira, dovrebbe per correttezza esporsi anche egli/ella stessa applicando nome e cognome sulle cartuccere delle munizioni sparate.
    E’ spesso impari la lotta tra il bunker sulla collina del commento e la spianata del post.

  21. Natàlia Castaldi il 6 dicembre 2008 alle 16:45

    “Dividere il sonno è cosa intima e impegnativa: può essere accomunata allo spartirsi il pane, e di fatto è una prova di fede: se mi addormento vicino a un altro è perché penso che non verrò derubato o accoltellato nel sonno, o che addirittura mi proteggerà con la sua presenza, ed è per questo che gli affido la sicurezza, la vita stessa.”

    “…come se non fossimo passeggeri in attesa di imbarcarsi per Beauvais, ma i reietti di qualche sud che friggono per ore su una panchina scomoda cercando inutilmente una posizione più confortevole…”

    le parti che ho riportato sono quelle che più mi piacciono, credo che il racconto si perda quando entra in gioco la citazione del film di Tom Hanks, perchè ne devia il corso, riconducendolo ad un già noto ed un già scritto che annulla la com-partecipazione del lettore alla prima parte della narrazione, sminuendo tutto nella finzione cinematografica.

    ***

    “Uno si scorda che gli manca qualcosa se …”, qui sorrido perchè in questo “scordare” si sente la mia Sicilia…

    ***

    “Il cuore si può inventare e anche il coraggio si può improvvisare.”: questo è bellissimo.

  22. agata il 6 dicembre 2008 alle 18:17

    per rispondere a soldato blu – i cui interventi leggo spesso e e che ammiro -non sono una sfinge ma una che ama libri e la scrittura e non ho nessun criterio enigmatico se non il mio, che è ovviamente del tutto personale e relativo. non c’era in me alcuna volontà di offendere marilena renda, nè le sue origini famigliari visto che non la conosco.
    ma la critica al testo per me resta, forse perché leggo spesso scrittori giovani e ritrovo in tutti lo stesso modo di esprimersi, gli stessi cliché, la stessa esasperazione nell’uso della metafora. e ancora secondo me un racconto non è semplice stile ma anche istantanea di qualcosa che accade. non sono certo una prima della classe, ma credo che le parole abbiano un peso tanto più se si sono vissute sulla propria pelle.
    sinceramente e semplicemente non ho capito il senso dei due pezzi. questo con il massimo rispetto per chi scrive e qualsiasi cosa scriva e quindi non credo che aggiungere un nome o un cognome faccia molta differenza.

  23. Carmelo Mario il 6 dicembre 2008 alle 19:40

    Bella. L’idea di lasciar scorrere storie minime, intime, a partire da un’immagine, da una narrazione che si articola su funzioni diverse da quelle letterarie. Il cinema, infatti (non devo neanche disturbare Deleuze), ricostruisce la realtà dopo avern distrutto gli usurati rapporti spazio-temporali. Passa dalla prima alla terza persona, il cinema, senza capoversi; ha la profondità della camera e può alternare la visione. La scrittura, invece, scava all’interno di un punto, lo descrive, lo approfondisce. Otto, venti, cinque, più o meno rigeh per un istante solo. Per un ricordo, un profumo. La realtà è la zip slacciata. La scrittura minima è il tempo dell’anima che si è soffermato sul senso possibile di quella zip e sul senso impossibile. Non importa che sia o non sia così… La letteratura è scrittura di sentimenti. E il sentimento è una dimensione relazionale, inter-lacciata, syn-titemi per ritornare alla lingua. Così, in queste minime scritture vedo il pretesto di una comunicazione. Non descrivono i racconti, sono righe false, appunto, e per questo balenanti. Ora, localizzzare frasi e bollare stilemi, mi pare poco. E questo poco mi pare puerile. Adulti, invece, sono questie righe che non sono racconti, ma approcci. Qui c’è qualcosa che deriva dalla finzione del cinema e dalla magia della scrittura. Nuovo orizzonte di cielo in un pattume sempre stancamente identico. C’è corpo, sensazione, calore e riflesso di gelo in questa favoletta ritrovata. Ciò, appunto, che la scrittura può in più dell’immagine… o almeno diversmente. Il pretesto è ottimo. Come ogni buon pretesto per scrivere pezzi d’anima…

  24. Natàlia Castaldi il 6 dicembre 2008 alle 20:03

    l’idea è bella, il pretesto è ottimo, i pezzi d’anima una risorsa…

    ciò non toglie che qualcosa possa non piacere e qualcos’altro affascinare e non mi sembra corretto tradurre ciò in una puerile vivisezione, al contrario in una lettura attenta e partecipe, cosa che chiunque “scriva” si dovrebbe augurare di ricevere.

  25. Marco il 6 dicembre 2008 alle 20:04

    Il commento che ha scritto Agata nell’ultima recensione di Francesco Forlani è molto bello. Anche le parole che scrive in questi commenti sono condivisibili. Però, mi domando: perché spendere queste parole per Marilena Renda? Ammettiamo che nel testo ci siano cliché, ammettiamo che la Renda scriva glamour, perché prendersela con lei, quando ci sono un migliaio di libri simili distribuiti nelle librerie? La vogliamo colpevolizzare perché non ci ha proposto qualcosa di nuovo? E gl’altri? E chi pubblica per le grandi case editrici? In fondo Marilena Renda non ha fatto altro che raccontarci una cosa che sentiva l’esigenza di raccontare, e ha trovato qualcuno, Domenico Pinto, che l’ha pubblicata. Perché riversare su Marilena Renda l’astio che si è accumulato negl’anni verso testi commerciali, e non vissuti sulla propria pelle, per riprendere le parole di Agata? Forse si potrebbe agire in questo modo, quando si commenta: “Questo testo di X, mi ricorda i testi dei ben più noti Y, Z e K” e a questo punto addosso con le critiche a Y, Z e K. Non è sbagliato pensare che se esistono testi brutti è perché ‘sono esistiti’ ed ‘esistono tuttora’ testi brutti, e che questi condizionano quelli. Sono rimasto abbastanza deluso dall’intevento di Gherardo Bortolotti su blog e letteratura. Certamente una spiegazione esaustiva di che cosa siano i blog, e molto utile e appropriata in certi contesti, in un contesto come quello della rete, però, a me è sembrato deludente. Forse, si potrebbe avviare sul serio una riflessione sui blog e sulla letteratura entrando nel merito della questione. La domanda forse potrebbe essere: “Come mai ora che ci possiamo confrontare quotidianamente sulla rete, scrittori, critici, editor, aspiranti, e crescere insieme, e promuovere l’idea migliore di letteratura, la più onesta, – un’idea che in parte può essere quella di Agata – come mai poi nelle librerie escono ancora gli stessi libri di sempre – come le dovute eccezioni, quasi regolarmente ignorate?”.

  26. soldato blu il 6 dicembre 2008 alle 20:56

    O.T.

    Ho già detto, ma ripeto, che sono uno che non lascia perdere nessuna occasione per mettersi in mostra. Il blog mi rende felice per questo.

    E infatti non mi lascio sfuggire l’occasione di sottolineare una cosa
    che mi ha fatto piacere: l’immagine “la realtà è la zip slacciata”
    di Carmelo Mario.

    PESCE D’APRILE

    Inezia Aprile temporale strip
    s’accosta all’insanità di Marzo
    , mettono assieme i loro giorni
    come riparo alla vergogna

    Buccine mondo fa da rombo
    alla chiusura lampo

    Nel buio
    io inseguo le fanciulle
    , non scorgo più i dèmoni del parco.

    [1984]

  27. Alcor il 6 dicembre 2008 alle 21:05

    Non vorrei infierire, ma sotto il post di Forlani su Cossu Agata dice:

    “La perdita dell’aura in molti romanzi italiani deriva dal fatto che molti autori scrivono attingendo a un patrimonio già esistente di letteratura, cinema e televisione.”

    Tutta la frase a mio parere non ha senso, se uno scrittore non attingesse a un patrimonio già esistente potrebbe produrre al massimo qualche balbettio, ma soprattutto misteriosa è la perdita dell’aura, cos’è l’aura secondo Agata e come si è persa?

    perchè se si riferisce all’aura benjaminiana deve pagare da bere a tutti per penitenza, e il vino lo scegliamo noi.

  28. franz krauspenhaar il 6 dicembre 2008 alle 21:59

    Quoto Alcor.

    Se non attingi non tingi. (E’ mia, anche se è brutta:-)

  29. agata il 7 dicembre 2008 alle 01:41

    caro marco, ti ringrazio per quello che dici. Hai colto esattamente quello che volevo dire: la mia è un’insofferenza più ampia rivolta ai libri che mi capita di leggere e forse anche anche a un sistema che mi sembra immobile.
    e in quanto ad alcor, a mio avviso uno scrittore non ha bisogno di rimasticare opere d’altri per essere tale. certo cinema, letteratura e televisione alimentano il suo immaginario e le sue parole ma devono restare sotto come una traccia segreta. in quanto a offrire da bere e se questo può porre fine alla questione, da buona emiliana, non mi tiro mai indietro.

  30. andrea branco il 7 dicembre 2008 alle 11:53

    Una cosa che mi ha colpito della prima parte è la parola “terminale”.
    Dopo “le news in loop”, e il verso della canzone, ecco “terminale”, invece di “aeroporto”, e sì il film con Hanks, “terminal”, però mi ha colpito. Mi ha colpito l’italianizzazione del termine, ecco, e certo scelto anche per la ripetizione di “m”, “t”, “e”, “n”, “r”, “a” con le parole precedenti “Ma mentre il terminale”, quasi uno scioglilingua rispetto a “Ma mentre l’aeroporto”.
    In somma, mi ha colpito.
    Riguardo alle critiche etc. mi sembra si possa dire che non sia per niente facile esprimerle, tanto meno nella brevità di un commento. Si va, spesso, di fretta, e si tende ad essere trancianti nei giudizi, a volte aldilà delle nostre intenzioni. Alle volte non considerando che chi ha scritto ha fatto esperienze che, forse, non sono le nostre, né pretende di esaurire in un testo tutte le esperienze possibili, ma ne racconta una, ed una sola. Sono pochi, rispetto a quelli scritti, i testi che sembrano avere l’universo delle possibilità umane all’interno, e spesso il nostro sentire questo dipende dalle nostre esperienze di lettura, dai nostri gusti (per cui, alle volte, nonostante dei libri siano considerati capolavori, da alcuni vengono detti “noiosi”, etc, oppure si dice “riconosco la bravura dell’autore/trice etc, ma a me proprio non piace, non lo/a sopporto”), dalle nostre esperienze di lettura di ciò che ci circonda.
    E niente. ciao.



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