“Albertine” o l’inadeguatezza del realismo. Incontro con Rick Moody

7 dicembre 2008
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di Loris Righetto

Quello che segue è il racconto parziale di una presentazione del libro Tre Vite con lo scrittore americano Rick Moody, avvenuto presso Villa Maria, Roma, il 3 giugno 2008, in occasione di un ciclo di incontri dal titolo “quadrangolare internazionale del fantareale”, organizzato dalla scuola di scrittura creativa Omero. Grazie alla disponibilità di Moody a confrontarsi col pubblico e parlare della sua idea di letteratura, l’incontro si è declinato in una informale lezione di scrittura. Invio questo “verbale non-ufficiale” a Nazione Indiana con la speranza di contribuire al dibattito sul realismo e su come la realtà va affrontata dagli scrittori, qui recentemente discusso, portando il punto di vista di un autore.


Villa Maria, largo Berchet 4, dalle parti di Trastevere, 3 giugno 2008. Sala conferenze, ore 21:00.
Rick Moody viene accompagnato in cattedra da Martina Testa, che si presterà da interprete per l’incontro. Per “fantareale”, spiega il maestro di cerimonia al pubblico, si intende un “realismo con innesti di realtà allucinata-allucinante”. Rick Moody dice di sentirsi a suo agio con questa etichetta, perché fanta sta per fantasia, la facoltà umana di creare e rappresentarsi immagini.
Lo scrittore viene invitato a prendere la parola e inizia leggendo il pezzo finale di “Albertine”, il racconto che chiude Tre Vite. Nel racconto, dopo che un bombardamento ha devastato New York e ridotto Manhattan ad un cumulo di macerie, si diffonde una droga sintetica di nome Albertine1 che permette di rivivere i ricordi in modo estremamente realistico. Un giornalista, pagato per redigere un dossier sul fenomeno, giunge, alla fine delle sue indagini, su una delle punte estreme dell’isola di Manhattan, ora disabitata, con l’intenzione di esporsi alle radiazioni del passato-presente.
Moody spiega il senso del racconto “Albertine” nelle sue intenzioni: è una metafora dell’impatto che il crollo delle Torri Gemelle ha avuto sulla psiche collettiva. All’indomani dell’Undici Settembre a New York si aveva la tendenza a rimuovere: si preferiva ricordare le torri, quasi fossero ancora lì.2 Si preferiva accusare il terrorismo anziché interrogarsi sul passato politico e le dinamiche che avevano contribuito a creare le condizioni per un attacco terroristico. Si cercava di ricordare intensamente alcune cose e di dimenticarne intensamente altre.

Il nocciolo della questione, secondo Rick Moody, è come parlare del crollo delle Torri Gemelle senza dire banalità? Il Naturalismo non basta per dare la dimensione di una catastrofe come l’Undici Settembre. E nemmeno la cronaca: foto, sequenze filmiche, telegiornali sono repertorio collettivo, tutti le hanno viste, non si può suggere altra linfa da quelle immagini, ne siamo troppo assuefatti. In quanto scrittore, per arrivare al cuore del lutto, sentiva di aver bisogno di un approccio laterale, non meramente descrittivo. Nel racconto “Albertine” lo scrittore ha inscenato una diversa apocalisse, ha spazzato via non solo le Torri Gemelle ma tutto il centro di New York. Anziché sulla descrizione dettagliata degli eventi o sull’uso di simbologie, ha preferito concentrarsi sul modo in cui l’io processa le emozioni, sull’impatto dell’evento nella coscienza di un superstite al disastro. Lo scrittore rivendica per il suo modo di operare l’etichetta di “realismo psicologico” e per “Albertine” lo status di racconto di fantascienza volutamente disturbante e disturbato, come lo è (stata?) la coscienza del cittadino newyorkese e americano il day after.
A seguire Rick Moody propone l’analisi di un racconto di William Carlos Williams, The use of the force, di cui fa un breve riassunto:

Un medico viene fatto chiamare da una famiglia, con cui lui non ha avuto contatti prima. La paziente è una bambina con febbre alta da qualche giorno. Con il sospetto che si tratti di difterite, il medico chiede alla bambina di aprire la bocca, per vedere se ha sulla gola le caratteristiche membrane, ma la piccola si rifiuta ostinatamente. Il medico chiede al padre di tenere la bambina mentre lui tenta inutilmente di forzarla con una spatola di legno. Al contempo conscio del grave pericolo che la bambina corre e infastidito dalla sua resistenza, il medico perde le staffe e la costringe ad aprire con un cucchiaio di metallo dietro le gengive. Causa alla piccola una perdita di sangue ma appura che la bambina ha la difterite. La bambina scoppia in lacrime di rabbia: si vergognava della sua sgradevole malattia e non voleva rivelare al medico il suo “segreto”.

Questo racconto si presta a rappresentare la struttura della narrativa realistica. Si inizia con l’enunciazione del conflitto, la bambina è ammalata ma non vuole aprire la bocca. Prende piede un primo climax ascendente, in cui il medico tenta di convincere la bambina con le buone, senza riuscirvi. Segue un anticlimax, uno stallo, in cui il dottore si comporta in modo iroso, lotta con la bambina, e dà adito al sospetto nel lettore che egli voglia soltanto punirla per la sua ostinazione. Segue un secondo climax ascendente, che comprende i due tentativi con una spatola e con un cucchiaio, in cui la tensione sale perché il lettore teme che il dottore possa ucciderla. Il ritmo concitato dell’azione viene interrotto dall’esplicitazione da parte del dottore delle sue intenzioni: egli è sì arrabbiato, ma anche conscio che qualsiasi ritardo nella cura potrebbe, per sua esperienza, esser fatale. L’epifania giunge all’apice, dopo questa ammissione, come momento intensamente spirituale, in cui si ha la comprensione: il medico è animato da buone intenzioni, la bambina ha la difterite, il suo rifiuto era dovuto ad una piccola vergogna di sé. Infine lo scioglimento, la bambina piange di rabbia ma può essere curata.
Questa dinamica, fa notare Rick Moody, é solo apparentemente credibile. Tale punteggiatura degli eventi esiste fuori dalla dimensione della fiction? Secondo lo scrittore si tratta di un costrutto letterario stereotipico: è una struttura rigida, facilmente assimilabile e ripetibile. Troppo geometrica per aderire alla realtà. Quelli che noi chiamiamo “moments of epiphanic feeling”, i momenti in cui guardandoci indietro comprendiamo, nella realtà non esistono come in un libro giallo. Sono momenti effimeri, in cui la comprensione è parziale e a volte, a posteriori, erronea. Come nella vita, in “Albertine” non si dà un momento chiarificatore, spiega Rick Moody, anzi, si vuole mettere in discussione quel costrutto letterario. La collisione tra punti di vista multipli rappresenta la realtà più che non il realismo stesso. L’unica epifania che si dà, nei miei libri, dice Moody, è quella del linguaggio.
Alla domanda di quale sia, nello stato dell’arte attuale, il ruolo della letteratura, lo scrittore risponde che dopo l’Undici Settembre, a New York ci si chiedeva, ma le storie di finzione cosa possono dire sul mondo? Si può ancora usare ironia, ambiguità e invenzione di fronte all’urgenza del reale di essere raccontato? Secondo Rick Moody il fuoco dell’immaginazione3 è la chiave. Si deve andare a cercare nella riserva di immagini della coscienza umana; è lì che la letteratura diventa un luogo per dire la verità.

Il pezzo da Albertine letto dall’autore

(…) Ma posso offrirvi qualche altra chicca. Se vi state chiedendo com’è il futuro, se siete fra quei cittadini del passato che stanno lì a farsi domande, lasciate che vi dica com’è. Come prima cosa, gentili lettori, vi dico che il ponte di Brooklyn non c’è più, quella che è probabilmente la più bella struttura mai costruita in base alla follia dei newyorkesi. Il ponte di Brooklyn non c’è più, o perlomeno non c’è più la metà del lato di Manhattan. La sezione che parte da Brooklyn si estende fino alla prima serie di pilastri, dopodichè si sgretola. Come le braccia della Venere di Milo. Evoca un rapporto idealizzato tra le parti di una stessa città, ma lo evoca solo, non è un vero rapporto. E forse è per questo che amanti temerari ora ci vanno a passeggiare, gli amanti con il cancro alla tiroide ci vanno la notte, perché è finalmente arrivato un momento nella storia di New York in cui si riesce a vedere il cielo stellato. Be’, solamente se il vento soffia verso il New Jersey. Salgono fin lassù, gli amanti, scavalcano le transenne della polizia, camminano lungo il marciapiede, sulla parte ancora intatta, guardando oltre l’East River, si dichiarano fedeltà. Non mi rimane molto tempo, ci sono delle cose che voglio dirvi. Anzi, voglio andare anche oltre. Perché per me questo istante è infinito, ed è perciò che sto dettando questi appunti. Ecco cosa faccio, trovo il pilota del traghetto sul lato di Brooklyn, a Bay Ridge, un vecchio irlandese, pago la mia monetina al traghettatore irlandese in giacca a vento verde, accarezzo il suo rottweiler. Gli dico: Ho degli affari da sbrigare laggiù, il tipo fa: Non posso, capo, io punto il dito dall’altra parte e dico: Degli affari, e lui: Nessuno ha degli affari da sbrigare laggiù, ma io sì, gli spiego, e non te ne pentirai, e lui: Laggiù non c’è niente, ma alla fine accetta l’offerta, e così eccoci sul fiume, con le sue correnti ostinate e le infide onde, come se la natura volesse spazzar via fino in mare questo esperimento di città, come se la natura volesse pulire la ferita, buttare nel cesso gli avanzi d’uranio, le macerie, il particolato umano. Siamo sull’acqua, e qui è dove prima c’era la statua, e presto arriverà quella nuova dalla Francia, mentre lì è dove prima c’era il grattacielo di New York Plaza, sulla punta. Dico al traghettatore di portarmi più su, lungo la costa; voglio conoscere ogni roccia e ogni palificazione, ogni trave di ponte rimasta, voglio conoscere ogni cosa, così oltrepassiamo l’impronta che rimane del porto di South Street, ed eccole le cose che abbiamo perduto ma che avrei potuto vedere da qui: il Municipal Building con le sue guglie, il City Hall, il World Financial Center, la Borsa di New York –dove sono andati a finire tutti i broker, cosa fanno adesso, sono a Montclair o a Greenwich?- e poi c’è Chinatown, rasa al suolo dalla bomba, costeggiata da Canal Street, che è di nuovo un canale, com’era in passato, e Little Italy non c’è più, tutti quei locali da mafiosi non ci sono più, ora i gangster lavorano tutti sull’altra sponda, nel New Jersey, cercano di accapparrarsi quella fetta del mercato di Albertine, e Soho non c’è più, l’ex CBGB, la New York University non c’è più, le Zeckendorf Towers non ci sono più, il parco Union Square non c’è più, l’edificio in cui era stata la Factory di Andy Wharol, quello che un tempo era Max’s Kansas City, e l’Empire State Building non c’è più, e quando è caduto di sbieco ha distrutto una fetta enorme della Quinta Strada, a sud fino a Flatiron District, la zona dello shopping un tempo nota come Il Miglio delle Signore; il distretto dei fiorni non c’è più, così il Fashion Institute of Technology; di fatto, l’unica cosa che si dice sia rimasta in qualche modo intatta è, come l’Acropoli di Atene, la biblioteca pubblica, ma da qui non riesco a vederla. I ponti sono saltati, il trama sulla Cinquantanovesima non c’è più, e mentre risaliamo lungo una parte dell’isola in cui credo si trovasse lo Stuyvesant Village, dico: Ehi, fammi scendere qui, attacca questa barca a remi con il motore da tosaerba a due cavalli, perché io entro, vado fino Tompkins Square, sai che ti dico, torno indietro, attraverso quel quartiere di immigrati. Per cui metto piede sulla parte più orientale dell’isola, stesso punto su cui misero piede gli irlandesi, stesso punto su cui misero piede i portoricani, e adesso ci entro, perché fintanto che sono macerie non mi importa quanto fa caldo, ci entro, è come un deserto di vetro e sabbia, una discarica ridotta in vetro dalle fiamme, e sento le voci, anche se ormai ne è passato di tempo, tutte quelle voci, a strati, una sull’altra, nelle loro centocinquanta lingue diverse, non riesco a distinguere niente di ciò che dico, sento solo che dicono: Ehi, è ora che qualcuno ci ascolti.

  1. Il nome Albertine riecheggia, deliberatamente credo, una delle sezioni de À la recherche du temps perdu di Proust, intolata La fugitive ossia Albertine disparue.Tra i miei appunti dalla serata, scritto in grafia gallinacea, leggo “…si considera ammiratore ed epigono della letteratura europea: Montaigne, Proust, Woolf, Joyce, Kafka & Dante”. []
  2. Durante un’altra presentazione, presso il circolo Arci La Scighera a Milano, Rick Moody ha raccontato un aneddoto a lui parso emblematico. Qualche tempo dopo l’attacco, a New York, mentre viaggiava in metropolitana, su un tratto di sopraelevata da cui si può vedere Manhattan, aveva la sensazione che tutti i viaggiatori si sforzassero di guardare nella direzione opposta. Tranne uno sconosciuto, un uomo di colore. Questi, accortosi dello sguardo dello scrittore, diretto anch’esso alle macerie, si accostò e prima di scendere lo baciò su una guancia. []
  3. A proposito di immaginazione/fantasia, l’autore sembra esprimere un concetto molto simile nell’intervista rilasciata a Marino Sinibaldi per il programma Fahrenheit di Radio 3: “(…) Ma credo che questi eventi catastrofici (l’Undici Settembre) dovevano comunque un po’ essere decantati ed elaborati dalla mia fantasia e credo che in quel primo periodo qualunque cosa avessi scritto avrebbe avuto comunque quel tipo di sapore. Poi quando ho cominciato a scrivere gli altri raconti oltre ad Albertine mi sono reso conto che questo tema della paura, dell’ansia continuava ad essere molto presente, perche’ non l’avevo esaurito e continuava a ritornare e anche nei personaggi delle altre storie”. []

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5 Responses to “Albertine” o l’inadeguatezza del realismo. Incontro con Rick Moody

  1. franz krauspenhaar il 8 dicembre 2008 alle 19:05

    Molto interessante. Il fantareale. C’è da pensare alla nostra vita in bilico tra quotidiano novecentesco e virtualità della grande transizione epocale nella quale stiamo vivendo. Stiamo vivendo un grande momento. Non tutti i minuti sono di sessanta secondi. Il tempo è scandito da allucinazioni intermittenti che ci assorbono.
    Bravo Loris Righetto.

  2. Loris il 12 dicembre 2008 alle 14:33

    Grazie Franz!

    Ovvio, sono d’accordo con quello che dici. A me di Moody piace il lato junghiano.

    a presto

  3. paolo sciola il 17 dicembre 2008 alle 00:40

    Non avevo mai letto niente di Moody.
    La settimana scorsa ho comprato Rosso Americano (Purple America) al 50 per cento in una libreria remainders di Cagliari.
    Pensavo d’aver fatto un affare.
    Bel libro Bompiani, narrativa americana contemporanea, possibilità di stare al passo con i tempi e valutare la concorrenza – si fa per dire – di là dall’Atlantico.
    Delusione somma dopo due o tre pagine.
    Scrittura arzigogolata, non chiara, con pretese di farsi letteratura.
    Un inutile e pretenzioso soffermarsi su descrizioni minime del disfacimento corporale materno non privo di un insano compiacimento nelle descrizioni.
    Sono andato avanti, sperando fosse lo sfortunato inizio, il bisogno di oliare la ruota narrativa.
    Manco per idea.
    Il seguito era più o meno sulla stessa falsariga, se non peggio.
    Totale assenza di plot e di chiarezza.
    Mancanza di struttura, solo arredamento interno.
    Cioè: un bel niente in mezzo con un sacco di contorno barocco, leggi fasullo. Parole su parole che nascondono il niente dell’autore e la totale mancanza di idee.
    Devo essere arrivato a pagina trenta, forse meno. Il mio masochismo non è riuscito ad amdare oltre.
    Per ripicca, o per caso, mi è capitato sottomano un oscar Mondadori di una ventina d’anni fa: Appuntamento a Samarra di John O’Hara.
    Che differenza.
    Se penso agli editori italiani che si precipitano a tradurre ogni minima minchiatina che viene dall’altra parte dell’oceano e trascurano qualche buono scrittore indigeno che si dibatte da decenni per farsi pubblicare, mi viene il voltastomaco.
    Oltre che un sorriso di sufficienza per l’esterofilia nostrana.
    Questo è quello che penso.

  4. Loris R il 17 dicembre 2008 alle 10:31

    Ciao Paolo

    Ognuno ha il diritto di farsi o non farsi piacere una cosa: dipende da cosa si cerca, sbaglio?

    Se cerchi una trama bene congegnata non la troverai certo nei testi di Rick Moody, che viene da una tradizione di letteratura estetizzante, dove una frase scritta bene conta più di un colpo di scena.

    Anzi, in Moody si nota la stessa sfiducia nella fiction di David Foster Wallace: con sdegno prendono atto del fatto che oggi la fiction è il modo in cui le notizie e la pubblicità ci vengono propinate, e cercano altre vie d’espressione.

    Personalmente Rosso Americano non ha fatto impazzire neanche me, però “La più lucente corona d’angeli in cielo”, “cercasi batterista: chiamare Alice” e “racconti di demonologia” li ho trovati molto belli e godibili.

  5. paolo sciola il 18 dicembre 2008 alle 11:43

    D’accordo Loris, non conosco il resto della sua produzione (di Moody, dico).
    Dunque il mio giudizio è per ovvie ragioni monco.
    E’ che sono entrato in una fase in cui non sopporto più la letteratura fine a se stessa.
    Né, del resto, ho mai sopportato i libri di intrattenimento (leggi best-seller).
    L’ideale sarebbe la via di mezzo, ovvero libri ben scritti, che non se la menano troppo, capaci nello stesso tempo di interessare il lettore.
    Mi dirai che è pieno di questo tipo di produzioni.
    Io non credo.
    Raggiungere questo equilibrio è per chiunque scriva il risultato di una vita di dedizione.
    Nel mio piccolo è quello che cerco di fare, lontano da tutto e da tutti.
    Hemingway diceva che la letteratura è architettura, non arredamento interno.
    Ecco: a me pare che Moody faccia molto arredamento e poca architettura, almeno in Purple America.
    Dal poco che ho letto di D.F. Wallace mi pare che sia uno che scrive molto bene, meglio a mio parere di quanto non faccia Moody.
    Naturalmente è un’opinione come un’altra.
    Un saluto.



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