A gamba tesa: Michele Sovente

12 dicembre 2008
Pubblicato da

1
Pensose facce dilagano…

Pensose facce dilagano
per tumultuose carreggiate,
non guardano avanti.
Hanno una voragine in cui
si sfilacciano i giorni.
Entrare. Uscire. Disperdersi.
C’è sempre un set pronto
a prendere al laccio le smaniose
particelle infraumane
che per inerzia si dibattono
tra il troppo pieno e il tutto vuoto
e spasmodiche combattono
con diagrammi e numeri
al limite di una
sfida con risicati margini.

Si potrebbe eppure essere
diversi da ciò che si è
si potrebbe danzare
sull’orlo esatto del cratere
e qualcosa comunque dovrebbe accadere
se solo si schiacciasse un pulsante.
Periferici guizzi
di gioia, di gloria, ogni tanto.
Da Calcutta a Manhattan.
Da Istanbul a Amsterdam.
Dalla Patagonia a Naples.
Le metropoli da tempo hanno smesso
di sedurre ustionate anime
e calamite impazzite
attraggono i residui ultimi e minimi
di un randagismo superstite.
Sghembe e sbilenche
ruotano e ruotano
s’ impennano
si scotennano
intorno alla siderale polvere
le bugiarde le beffarde le bastarde
comparse e apparizioni
di un capovolto paradiso.
Per striduli tracciati
balenano si eclissano
gli effimeri sentieri
i pensieri prigionieri.

2

E penso all’onda che parla con la sabbia,
al ragno che si ostina- serafico
architetto- a ridefinire lo spazio,
alla clessidra dove
muore e rinasce il respiro. Mie
sovrapposte contrapposte nuvole.
Mia quotidiana crudeltà
nutrita di clandestini agguati.
Mio andare e andare mio
cancellare tracce
accumulando amnesie e paure dacché
io più fuggo da me stesso
e più resto incapsulato in me.
E sento che la luce mi sfugge. Questa
fluttuante controversa luce
che mi fa da manto e schermo
che silenziosa si adagia
sulla rosa e la mimosa. Oppure
lei la luce abbaglia.
Zampe fragili ho per graffiare la crosta
dell’inverno, la sua foschia.
Mi piacerebbe rinnegare quanto
fatto finora, cambiare via, mi impedisce
la colite, la gastrite.
Fermenti andati a male
borbottii intestinali
non so cosa più fare per controbilanciare
questi risucchi di mucose
costrette a patteggiare
con la fame, con la sete.
In questo gran subbuglio
penso a spirale, digerisco male
la materia grigia
che inesorabilmente va
verso la palude stigia.
E gli altri? Cosa fanno gli altri?
Sottraggono. Addizionano.
Moltiplicano. Sezionano
parti di sé. Emulsionano
millesimali scorie.
Pensano gli altri che d’oroscopo
in oroscopo si può tenere a bada
il cosmico bailamme.

3

Tu dici che la distrazione
scatena una sana saggia competizione
con il caso facendo
uscire allo scoperto
quello che cova al fondo.
Stanare. Esorcizzare.
Trafugare. Centrifugare.
Le acquattate figure
sui bordi di sgangherate strade
e i friabili ultralabili
paesaggi raccontano controvento
quanta vita
si è benbene agghindata
si è volatilizzata.
Io resto sul mio uscio a spiare
la nuvola che si espande, la nuvola
che sparisce, Don Chisciotte
che trema nel farsi del suo delirio,
la vanitosa signora
che consuma lo specchio mentre
irrora di collirio
le sue pupille opache. Io
sprofondo oscenamente nel mio putrido guscio
per difendere a ogni modo
questa malconcia improbabile identità
che deve fare i conti
con i saldi di stagione, gli scampoli
di una passione malvissuta, i contraccolpi
dell’economia da cui
dipende tutto.
Nèl budello tenebroso o culdisacco
del tempo fanno ressa
gli stratagemmi, collidono e si elidono
simulacri fatemorgane chimere.
Mi dico di resistere.
Ripeto alla mia ombra di vigilare.
Mio stare sospeso
tra bubbole e decalcomanie.
Ai margini, ecco, ancora si può catturare
un’idea, si può provare
un po’ di vertigine.

4

Striscia alle tempie un sordo dolore.
Sulle mani si muovono
strane formiche. Il glicine
di fronte manda segni di una inquietudine
vitale. In natura
le forme non amano stare ferme: quasi
mai. Teatrale
è la natura (e spettrale)
soprattutto quando
per virgiliane o lucreziane visioni
congiunge il senso delle cose
e le illusioni.
Io mi distendo
io mi contraggo
io sono cavo concavo convesso
e avidamente prendo
la luce che mi circonda
e d’onda in onda
tesso ritesso
l’ordito mio
di tenerezza e oblio
dove la notte attraggo.
Con gesti occhiuti ripetuti
aggrego gli amici persi di vista
e di svista in svista
incontro daccapo i miei antenati
che come attori muti
fissano una crepa. Esista
(a bocca chiusa mormoro)
questo bislacco sortilegio per cui
i fantasmi che dai fantasmi scorporo
si confondono con specchi bui.
Persiste e si rinnova
il volo della mosca
con la sua lunga scia di infere
suggestioni, lei
matta rapinosa…
Con le parole io, perdendomi
nell’intrico di oscure lettere,
rinnovo, persistendo, il mio
monologo, il mio colloquio, le manovre
accorte e imprevedibili
senza le quali a picco
andrei sicuramente.

5

Lacerìo per sfuggenti coltelli
stropiccìo di occhi in budelli
dondolìo di massacrati cervelli:
e le Pleiadi e l’Orsamaggiore
e Andromeda e Marte
d’un soffio compaiono
d’un soffio svaniscono
e per vaporose sostanze
si scompaginano condomìni
quartieri periferie
in una processione infinita
di guerre guerreggiate
di ineffabili idiozie.
Sepolti vivi in sarcofagi
di cemento e amianto
sotto lo sguardo sacrosanto
di chi accuratamente amministra
la Cosa Criminale.
Le albe non sono più albe?
E’ il sonno a nascondere
stagioni con matte
bestie attratte
dal sangue.
Io penso che anche il mio sangue
di punto in bianco
può delirare. Io penso
che può diventare stanco
il mio cervello se continua
a frullare il limaccioso miscuglio
di violente scene.
Mio tremulo querulo io
vorresti startene da qualche parte
al sicuro? Per te
non è possibile stare fuori
da queste orrende discariche?
Salivazione ossessiva.
Rosichìo in silenzio scivolìo…
Qui i bei trofei. Qui
i cimeli magnifici. Dovrò
ancora per quanto continuare a dire sì
a questo insopportabile bivacco
tra infette macerie
a questo scacco meta/fisico?

Poemetto inedito di Michele Sovente scritto a bella posta per Nazione Indiana

Tag:

6 Responses to A gamba tesa: Michele Sovente

  1. Natàlia Castaldi il 12 dicembre 2008 alle 22:20

    andrebbe recitato, è un monologo della coscienza e dell’anima. Un frullato di immagini, situazioni, constatazioni, delusioni e incertezze.
    La precarietà dell’essere uomini in un presente confuso, oscuro seppur luccicante, dorato, placcato, … grigio piompo.

    Non mancano riecheggi di tipo “classico”, come in questi versi:

    Striscia alle tempie un sordo dolore.
    Sulle mani si muovono
    strane formiche. Il glicine
    di fronte manda segni di una inquietudine
    vitale. In natura
    le forme non amano stare ferme: quasi
    mai. Teatrale
    è la natura (e spettrale)
    soprattutto quando
    per virgiliane o lucreziane visioni
    congiunge il senso delle cose
    e le illusioni.

    oppure qui:

    Lacerìo per sfuggenti coltelli
    stropiccìo di occhi in budelli
    dondolìo di massacrati cervelli:
    e le Pleiadi e l’Orsamaggiore
    e Andromeda e Marte
    d’un soffio compaiono
    d’un soffio svaniscono
    e per vaporose sostanze
    si scompaginano condomìni
    quartieri periferie
    in una processione infinita
    di guerre guerreggiate
    di ineffabili idiozie.

    Ma la seconda parte è quela che preferisco, l’immagine del ragno “serafico architetto” che non curante del “bailamme” continua a “ridefinirsi lo spazio” …:

    E penso all’onda che parla con la sabbia,
    al ragno che si ostina- serafico
    architetto- a ridefinire lo spazio,
    alla clessidra dove
    muore e rinasce il respiro.
    […]
    Mio andare e andare mio
    cancellare tracce
    accumulando amnesie e paure dacché
    io più fuggo da me stesso
    e più resto incapsulato in me.
    E sento che la luce mi sfugge. Questa
    fluttuante controversa luce
    che mi fa da manto e schermo
    che silenziosa si adagia
    sulla rosa e la mimosa. Oppure
    lei la luce abbaglia.

    ***
    tnx. n.

  2. soldato blu il 13 dicembre 2008 alle 06:17

    Subito dopo l’immediato e meritato applauso.

    Qual è la parola che qui si “ripresenta”?

    Disabituati a tanta chiarezza – si pensi
    alla parola strizzata, occultata, di tanta
    poesia dell’oggi – ci illudiamo che il poeta
    abbia voluto “dire”.

    Ma non è questo.

    “Con le parole io, perdendomi
    nell’intrico di oscure lettere”

    Lo stesso poeta lo dichiara.

    E allora come districarsi dalla luce
    per raggiungere l’oscuro?

    “Il dio non dice, accenna.”

    Oggi molti accennano, ma soltanto a ciò che si può dire.
    Scambiano la poesia per sfocamento.

    Michele Sovente dice per accennare a ciò che non si lascia dire.

    Grazie, Michele.
    Grazie, Effeffe.

  3. véronique vergé il 13 dicembre 2008 alle 16:17

    Bellissima poesia, molta ispirata.
    “Sull’orlo esatto del cratere”, la parola, tra il vuoto, tra due verbi, la parola in nascita, la parola del trasloco; la sento cosi.
    Sento la parola in movimento
    “le forme non amano stare ferme
    quasi mai,
    teatrale.”
    Bellissima l’ultima poesia che vedo come in guerra,
    in un grido posseduto dalla cosa criminale ,
    che circonda, strangola,
    una poesia di lettere infuocate.

    Ho scoperto un poeta.

    Grazie effeffe

  4. Natàlia Castaldi il 15 dicembre 2008 alle 23:51

    merita di più del mio commento.

  5. isabella il 17 dicembre 2008 alle 17:51

    non sarò mai in grado di capire fino in fondo come si può nascere,vivere e morire solo ed unicamente da letterati.

  6. francesco forlani il 18 dicembre 2008 alle 10:53

    se è per questo, neanche io. Ma vale la pena capirlo? Meno, sicuramente del “capire” una voce come quella di Michele Sovente, così poco “letterata”, così unica e viva.
    effeffe



indiani