Disequazioni e scuola: l’ultimo appello

12 dicembre 2008
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di Tina Nastasi

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Venite, mie canzoni, parliamo di perfezione:
ci renderemo passabilmente odiosi
.
Ezra Pound

La passione della perfezione viene tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente.
Se era stata una passione spontanea, l’attimo, fatale in ogni vita, del “generale orrore”, del mondo che muore intorno e si decompone, la rivela a se stessa: sola selvaggia e composta reazione. In un’epoca di progresso puramente orizzontale, nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila di cinese condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese che, nella fila, leggeva un libro. Sorprende vedere altri azzuffarsi a sangue, in attesa del loro turno, sul preferito tra i carnefici operanti sul palco. Si ammirano i due o tre eroi che ancora lanciano vigorose fiondate all’uno e all’altro carnefice imparzialmente (poiché è noto che di un solo carnefice si tratta, se anche le maschere si avvicendino). Il cinese che legge, in ogni modo, mostra sapienza e amore per la vita.
E’ prudente dimenticare che, secondo la cronaca, quell’uomo dovette a ciò la sua testa: l’ufficiale tedesco di scorta ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia. E’ decente ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la folla: “Io so che ogni rigo letto è profitto”. E’ lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro perfetto

Cristina Campo, Gli Imperdonabili, Adelphi, pp. 73-74

A quell’uomo con il libro in mano di fronte alle lame del patibolo ho paragonato l’alto consesso di luminari riunitosi quasi un mese fa, 14 novembre, in un’università romana resa deserta dalla lotta contro lo scellerato disegno di demolizione della cultura che si perpetra, ormai sistematicamente, da dieci anni, in questo nostro povero paese. Mi è parso un presagio.
Il convegno era stato programmato già dall’estate in vista dei settant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia. Sonia Gentili e Simona Foà lo hanno ideato e curato fin nei più minuti dettagli, dal titolo all’immagine che commenta il filo che tiene il gioco delle perle dei discorsi, fino alla presenza di studiosi rappresentativi delle varie aree di ricerca che concorrono a far luce sull’argomento con cui la nostra storia non ha ancora voluto fare i conti fino in fondo: il razzismo nella cultura italiana.
Laura Ricci, linguista all’università di Siena, quasi conclude i lavori del convegno con l’inquietante testimonianza sulle poco montessoriane metodologie didattiche utilizzate nell’imperiale Corno d’Africa, nostra fu onorata colonia, per insegnare la lingua italiana ai bambini del luogo “negligenti”. Basta dire che il vocabolario di base era un nerbo di pelle d’ippopotamo o qualcosa del genere: la mia mente si è rifiutata di ritenere le caratteristiche dell’oggetto in questione.
Lia Levi racconta di essere stata invitata a raccontare la sua storia di scolara ebrea in una scuola intitolata a Nicola Pende, tristemente noto per le sue teorizzazioni razziali pseudoscientifiche: si è rifiutata di entrarvi. Il pubblico mormora solidale. Corre di bocca in bocca quel che si sa da sempre: i razzisti, specie se accademici, sono stati restituiti ai loro incarichi quando si sono chetate le acque. E così si fa in Italia, tanto che mi sembra di sentir dire, proprio qui e adesso, sulla mia spalla, al fantasma del Gattopardo che parla con quello del funzionario monarchico torinese: caro Chevallier, qui tutto cambia perché nulla cambi.
Dunque, oggi non deve stupire chi, dietro le stentoree gote della bambola mariastellare, osa pretendere nelle scuole le classi “adatte” agli “stranieri”: l’intero paese è malato cronicamente dalla paura dell’ “altro”: il vicino, lo zingaro, l’omosessuale, lo straniero. Delle donne ci curiamo poco o niente, sono abituate e non ci preoccupano.
Il sonno della storia genera mostri!: questo mi diceva il presagio.
Dunque, mentre gli studenti accerchiavano il palazzi dell’odierna dittatura e a Firenze si riuniva l’assemblea generale della scuola convocata da insegnanti e genitori per lottare contro la “legge”* 169, la cultura della razza veniva imperdonabilmente studiata e spiegata nei più riposti orrori al cospetto di studiosi e ricercatori determinati ma per lo più, ahimè, senza futuro.
Imperdonabili le ideatrici e guide del convegno, decise, e a ragione, a proseguire lungo la via imboccata: altra via non ci è data, senza conoscenza. Perché un popolo privato dei luoghi e dei tempi della conoscenza, pieni e gratuiti, è solo un popolo destinato alla schiavitù, foss’anche semplicemente intellettuale, e posto per assurdo che il piano intellettuale possa essere distinto dal piano materiale. Eppure …
La “legge” 169 colpisce con un taglio profondo e inesorabile il cuore della scuola pubblica italiana, eliminando, di concerto con il decreto legislativo 133, la metà delle risorse umane nelle classi per bambini e bambine tra i 6 e i 10 anni. Di più, vuole mascherarsi da “riforma” e istituisce quella bella trovata dell’esame di lingua per i non italofoni (gli immigrati ben presenti nelle memorie leghiste e non solo), destinati alle classi-ponte in caso di insuccesso. Rompe infine con la migliore riflessione pedagogica cresciuta faticosamente in Italia dagli anni Settanta del secolo scorso ad oggi, in particolar modo nell’Emilia Romagna e in Toscana, ed esige, senza se e senza ma, che il giudizio su ciò che gli scolari apprendono sia espresso, anche nel segmento scolare dell’obbligo, da un voto numerico non solo nelle discipline insegnate ma pure in condotta.
Chi ha lottato in Italia per una scuola pubblica aperta a tutti non può rimanere in silenzio di fronte a cotale scempio. Per tre ragioni.
Se è vero che l’apprendimento in Homo sapiens sapiens è un processo lento e faticoso che viene guidato in funzione esemplare dalla vicinanza prossimale costante di esemplari adulti, allora privare la scuola di elementi umani lo mina alla radice.
Se è vero che per apprendere una lingua diversa dalla lingua madre bisogna vivere un certo lasso di tempo immersi nell’ambiente linguistico dove quella nuova lingua venga parlata costantemente, allora l’esame di lingua viatico per essere esclusi dai gruppi di scolari italiani è strumento esclusivo di discriminazione.
Se è vero che la cultura è un bisogno secondario e che è compito della scuola dell’obbligo eliminare tutti quegli ostacoli, che sono primariamente di tipo materiale ed affettivo, che minano alla base ogni percorso di apprendimento nei bambini e nelle bambine tra i 6 e i 13 anni, allora il voto numerico che per sua natura giudica operando tagli netti, ancorché ciechi, è funzionale a escludere tutti quelli che la sorte ha calato in una esistenza miserabile e affettivamente deprivata.
In buona sostanza il Ministero della Istruzione (si badi bene all’onesta scomparsa dell’aggettivo “pubblica”), concordemente con il Parlamento italiano e con il Presidente della nostra onorata Repubblica, ha decretato e poi legiferato la seguente affermazione:
L’Italia non può permettersi una scuola dell’obbligo aperta a tutti.
In considerazione di questo mi sono decisa a scrivere queste due righe di appello, l’ultimo io credo prima di un lungo periodo buio di cui forse io stessa non vedrò la fine: una lettera aperta ai lettori di un blog letterario come Nazione indiana, votato per statuto e costituzione a una imperdonabile e sottile partecipazione diffusa attraverso la scrittura e consegnata al tempo che non conta i passi di un essere umano, infinitesimi …
E’ tuttavia un appello imperdonabilmente perdonabile: a tutti coloro, uomini e donne, spero e soprattutto, che capiscano questa semplice dis-equazione: il tempo pieno non è il tempo-scuola.
Il tempo pieno è un progetto pedagogico che per essere realizzato necessita di una serie di processi di insegnamento che devono essere svolti sinergicamente su ogni singola classe da due insegnanti (uno dei quali non può essere l’insegnante di religione, con buona pace del mondo cattolico italiano) nell’arco di quaranta ore settimanali. Un progetto pedagogico all’interno del quale anche il semplice pranzare insieme alle bambine e ai bambini diventa per gli insegnanti parte di un preciso percorso didattico. Un progetto didattico in cui due insegnanti che hanno programmato insieme il piano delle esperienze educative, si alternano a turno a guidare un gruppo di bambini e bambine nel lento percorso di apprendimento a essere umani e colti, garantendone l’arco di tempo quotidiano necessario e funzionale.
Se mia figlia frequentasse quest’anno la prima elementare entrerebbe in una classe con, al più, altri 24 bambini e avrebbe a sua disposizione due insegnanti: uno per le discipline scientifiche e uno per quelle linguistiche; sarebbe guidata sulla strada della conoscenza umana secondo un percorso studiato e ristudiato da entrambi i suoi maestri insieme, di settimana in settimana, in perfetto accordo se non in armonia con i suoi tempi di apprendimento.
Se mia figlia frequentasse quest’anno la prima elementare e avesse qualche difficoltà, sarei sicura che potrebbe contare sul fatto che i suoi maestri potrebbero programmare un certo numero di attività didattiche per aiutarla, e che potrebbero farlo in virtù di una manciata di ore (sei circa) in cui i due insegnanti lavorano contemporaneamente sulla stessa classe e possono dividersi i bambini in modo da seguirli più da vicino singolarmente.
Se mia figlia frequentasse quest’anno la prima elementare, sarei sicura che frequenterebbe la scuola pubblica e che la realtà attorno a lei rispetterebbe il principio costituzionale (utopia?) del “non uno di meno”!
La “legge” 169 distrugge questo meraviglioso progetto pedagogico che ci invidiano e copiano in tutto il mondo: sinergicamente con il decreto legislativo 133 (la finanziarietta del pubblico impiego), dimezza gli insegnanti in tutte le classi elementari del paese e riduce il tempo scuola “normale” da 40 a 24 ore settimanali.
Quando mia figlia si iscriverà alla prima elementare sarà dopo la distruzione del tempo pieno e della scuola pubblica.
Quando mia figlia entrerà nella sua prima classe della scuola primaria di morattiana memoria (il famoso primo ciclo d’istruzione), troverà un insegnante unico e ferratissimo in ogni area del sapere umano, che le insegnerà a leggere, scrivere e far di conto alla perfezione assieme ad altri 27, 28, e perché no, 30 bambini. Ovviamente se mia figlia non ce la farà a star dietro a tutti gli altri, si beccherà dal cinque in giù e l’unico suo insegnante, magari consultandosi con il precettore religioso, dovrà (perché potrà) decidere se bocciarla o meno, con buona pace di tutti i don Milani e Danili Dolci passati e presenti, i quali giustamente ritenevano che “bocciare” qualcuno lungo la strada della cultura significasse bollarlo e respingerlo (come al gioco delle bocce), escludendolo.
Quando mia figlia entrerà nella sua prima classe della scuola primaria di morattiana memoria, dovrà uscire presto, alle 12.30 e pranzare a casa. E se io mi ostinerò a voler lavorare, e se l’istituto scolastico dove mia figlia sarà iscritta potrà organizzare un dopo-scuola variamente animato, allora e solo in quel caso potrà restare nell’edicifio a svolgere qualche attività attraente (musica con metodo orff, lezioni di tip-tap, aikido per bambini?). E io dovrò pagare perché mia figlia possa rimanere in quella che non potrò più chiamare “scuola”.
Se la “legge” 169 chiama questa formula di istruzione, privata in luogo pubblico, “tempo pieno” lo fa mistificando i fatti e in perfetta malafede, ossia in piena contraddizione con la nostra Costituzione, in particolare con l’articolo 3 e 34:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”;

“La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”

Togliere anche uno soltanto degli strumenti pedagogici che connotano il tempo pieno significa farlo a pezzi nelle sue fondamenta costitutive. Significa consegnare alla barbarie pre-barbiana il segmento migliore della scuola italiana: quella che davvero frequentano tutti.

Sinceramente, a fronte di questo, m’importa poco che mia figlia abbia il grembiule o meno.

I piani dei nostri piccoli dittatori da repubblica di banane riguardano le studentesse e gli studenti d’ogni età. Nel giro di poche decine di anni questo paese sarà piombato irrimediabilmente nella più completa scompagine culturale: se spegniamo una centrale elettrica fa buio subito, se invece spegniamo una scuola farà buio tra cinquant’anni.
Il mio appello è dunque e semplicemente questo: spegnete i video di stato e tornate per le strade: bussate alla porta della scuola più vicina che trovate e chiedete che vi sia aperta.

*Le virgolette danno ragione di un dubbio che mi si impone quando considero la legittimità degli atti di un Parlamento eletto grazie a un sistema che è stato usato malgrado fosse sottoposto alla verifica referendaria.

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8 Responses to Disequazioni e scuola: l’ultimo appello

  1. sparz il 12 dicembre 2008 alle 19:33

    finalmente qualche dato chiaro e incisivo sulla cosiddetta riforma della scuola, così smetteranno di dire che la sinistra critica perché non ha capito. Grazie Tina, e grazie per l’accenno agli imperdonabili Imperdonabili.

  2. rosato il 12 dicembre 2008 alle 21:13

    scusate, ma perché non è possibile commentare la poesia di bonifazio?

  3. domenico pinto il 12 dicembre 2008 alle 22:57

    @rosato
    non vedo impedimenti

  4. domenico isola il 13 dicembre 2008 alle 00:46

    grazie a Tina per l’appello. E’ vero che la scuola produce e crea futuro, ma allo stesso tempo è un prodotto della società che la esprime. Se le “riforme” della gelmini fossero un prodotto del solo governo berlusconi, … sarebbe meno grave. A sua volta il governo è causa ed effetto allo stesso tempo. Non voglio dire che è inutile lottare per la scuola pubblica perchè tanto il problema è altrove e precedente, semmai il contrario: per non spegnere (o riaccendere la scuola) abbiamo interrutori sparsi in tutti i campi e settori della convivenza civile.
    Leggo scritto sui muri “extracomunitari al rogo”. Anche i bambini dai 6 ai 13 anni sanno leggere, e se il sindaco di sinistra (!?) firma appelli contro le classi ponte ma non fa cancellare la scritta……..

  5. tina il 13 dicembre 2008 alle 08:11

    … forse un comitato cittadino può chiamare i giornalisti e cancellare quella scritta, dando un esempio pedagogicamente e politicamente molto significativo.
    Caro Domenico, la tua riflessione è preziosa perché esprime quel concetto fondante ogni forma di democrazia vera: è la società che sceglie e parla. Ma dentro questa società c’è chi scrive “extracomunitari al rogo” e chi invece si indigna, per fortuna e ancora. Allora forse basta fare un gesto che lasci un segno uguale e contrario, che insegni a fare diversamente.
    In fondo, siamo delle scimmie pensanti e viviamo per imparare dagli esempi altrui. O no?

  6. véronique vergé il 13 dicembre 2008 alle 16:31

    Come sono insegnante, la lettera aperta mi ha toccata.
    Per una scuola pubblica aperta a tutti!

  7. renatamorresi il 15 dicembre 2008 alle 13:57

    io ho paura.

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  8. tina il 15 dicembre 2008 alle 21:33

    Anch’io, Renata: terribilmente!



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