Photoshop ero! – dalla camera accanto

17 dicembre 2008
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20 Responses to Photoshop ero! – dalla camera accanto

  1. WTF? il 17 dicembre 2008 alle 16:30
  2. véronique vergé il 17 dicembre 2008 alle 16:33

    La neve ha la morsica magica del veleno.
    Un veleno di bellezza, una consolazione per erba in rivolta, erba che cerca da vivere.
    Bellissime le parole rosse su terra bianca. La neve accompagna le flâneur in città durmiente: ” la neve è come la neve” dà un ambiente russo ai palazzi di sogno,
    di regno dimenticato;
    neve e mattino scivolano sulla pietra. nel fiume bianco si tace il Po. Effeffe, poeta flâneur e poeta in rivolta, in un passo lento, non risveglia la bellezza muta di Torino. E’ un canto dolce per alba “dei vinti e gente sperduta.”
    Consolazione di poesia neve. La neve nasce senza un murmuro. Si sveglia un mattino in altro regno, senza un murmuro passa nel cuore
    della gente in movimento, bianca neve con lampi rossi.

    Aspetto altro momento magico.

  3. paola lovisolo (cara polvere] il 17 dicembre 2008 alle 16:45

    qui a Torino ciò che mi piace è anche che il pavé in certi punti scricchiola come un grissino [ o! Torinese] e che in certi punti fino a l’ altroieri furono calabroni di calabrosa a quadrigliare ramo a ramo, spargendosi come polittici tuttibraccia]
    e come un fiume l’ uomo caldo (anfibio?)
    come un uomo il fiume anfibio deciso va avanticorpo distante dall’ immobilia. muove.
    e Torino non dorme, mister[e]o magnum è il suo silenzio che la racconta a ruota.
    un caro saluto a Francesco
    paola lovisolo

  4. francesco forlani il 17 dicembre 2008 alle 16:57

    ringrazio il primo commentatore per la solerzia e discrezione dell’avviso. Intanto ne approfitto per dedicare la “chose” agli operai che sfilavano silenziosi durante lo sciopero generale. Ai lembi delle loro bandiere e alle loro scarpe semplici.
    effeffe

  5. véronique vergé il 17 dicembre 2008 alle 16:59

    Nei sogni la vità è più svegliata. Torino duerme con il corpo in cammino, in spazio di regno bianco.
    Lo scricchiolo di un cuore che si fende, di grissino che non ho mai gustato.

  6. macondo il 17 dicembre 2008 alle 17:14

    Perché non hai inquadrato anche le tue di scarpe?
    (Per evitare malintesi: non nel senso del confronto – a me parevano più che semplici normali, quelle scarpe – ma di partecipazione, di mescolanza, di cor-rispondenza. O il poeta deve stare a lato?)

  7. francesco forlani il 17 dicembre 2008 alle 17:57

    ci sono anche le mie, spero semplici, come le loro
    effeffe

  8. véronique vergé il 17 dicembre 2008 alle 18:37

    Posso pensare agli ucelli che camminano nel freddo.
    Impronta di vita che cerca luce, semplici scarpe,
    in corpi vivi, vicini,
    fiume, turrente al ritorno del ghiaccio in frammenti,
    si la voce del fiume
    si tace nella fuggitive neve,
    cuore prigioniero,
    ma il passo degli uomini
    prende la voce del fiume,
    queste scarpe semplici
    fanno commozione.

  9. soldato blu il 17 dicembre 2008 alle 18:46

    per effeffe
    un giorno del ’71 a -25°

    *

    e quando poi
    sfiorito il rosso
    di photoshop ero
    rimasto ad ascoltare
    altre memorie

    si presentò alla mente
    Mirafiori
    senza colori
    e tutto un nero calpestare

    solo di bianco fogli di giornale
    usati per difendere dal gelo
    i parabrezza

  10. effeffe il 17 dicembre 2008 alle 18:52

    Macondo, ho pensato a quello che dicevi dello scarto, e mi è venuto in mente uno dei più bei racconti di Goffredo Parise (sillabari) ovvero amicizia. soo tante le ragioni per cui amo quel testo ma su tutte, l’aver rappresentato in modo ineccepibile la messa in disparte di chi racconta. Non so se ti ricordi la scena. Comincia con la descrizione di una decina di amici che avevano condiviso una bellissima andata in montagna un anno prima e che si ritrovano un anno dopo, con qualche assente a ritentare la magia di quella prima esperienza. C’è una frase fondamentale di Parise a questo proposito quando enuncia che nella ripetizione di un’esperienza, talvolta riesce il bis, qualche altra volta no, che non c’erano regole, per questo. E quando d’attacco descrive uno ad uno gli amici e l’universo relazionale in cui si trovano – chi ama chi o cosa- ebbene arrivato all’ultimo, ovvero al narrante, non si attarda più di tanto, giustificando la cosa con l’identificazione del ruolo, ovvero di raccontare, con il fatto di essere presente. Ecco su questo non posso che dargli e darti ragione. Ho sempre pensato che alla base di ogni racconto deve esserci la necessità del racconto e non di chi la racconta. Qualche volta riesce, il più delle volte no. non esiste una regola in letteratura. Nemmeno nella vita.

    effeffe

  11. Natàlia Castaldi il 17 dicembre 2008 alle 19:21

    Nella noiosa omogenea distesa
    d’ondulato accecante chiarore
    si staglia,
    in virgìnea bellezza,
    un bucaneve.

    ciao bucaneve :-P

  12. bimodale il 17 dicembre 2008 alle 20:50

    toh… rino. je amo la ciudad de torinu. et puis la language et la lingua s-cordano et la ‘nterpuntione de lo textum tradotto et fisso que non ha la molteplicitade della voice incopulabile dall’idioma del super-io entr’acte tra analogie e digitalogie. sfuma la voice in the noise rumor d’amor in door biforate e quadruplici selciati che damano con la…
    ma usi la signora web-camelia?
    chiedo e prego di volermi indurre in tentatione et io volio de ammaestrarmi a la visio pantagruelica et tua.
    perche non facere deux version: una vulgarizzata et l’autre effeff-ata?
    di slancio,
    un salutar di mano sventagliata al di qui de lo speculo magico.
    con solazzo!
    :)

  13. Francesca il 17 dicembre 2008 alle 21:10

    Cribbio Francesco questo è talento.
    Già lo sapevo, ma sembra impossibile stupirsi ogni volta, comunque.

    Francesca und Jan und Viviana

  14. stalker il 17 dicembre 2008 alle 21:30

    scusate, volevo commentare…
    solo che poi quando leggo véronique vergé mi distraggo
    mi ipnotizzo e seguo le sue parole che volano leggere inseguendo una lingua non sua
    con una profondità che mi cattura
    e mi ritrovo ad inseguire le scie che le sue parole tracciano, come da bambina guardavo gli aquiloni!

    “queste scarpe semplici
    fanno commozione”

  15. macondo il 17 dicembre 2008 alle 22:04

    @ effeffe

    malgrado non conosca il libro di Parise (ma da domani mi industrierò a cercarlo, impegnandovi il poco valsente supplementare elargito da questo tredicesimo mese), anch’io la penso così. La necessità del racconto, della narrazione che impone allo scrittore i propri ritmi, le proprie impellenze, i propri tour de force, e gli si incista dentro, gli scandisce il respiro. Lo so, magari riuscisse ogni volta.

  16. effeffe il 17 dicembre 2008 alle 22:15

    è in economica mondadori :-)
    la mas bella è quella adelphiana
    fattela regalare no?
    effeffe

  17. macondo il 17 dicembre 2008 alle 23:25

    ti prendo in parola? cmq dovresti inviarlo, il libro, nell’omonimo paese colombiano dove vivo

  18. macondo il 17 dicembre 2008 alle 23:29

    OT (ma è più forte di me, si vive anche di emozioni):
    Nazione Indiana dovrebbe fare una lettera di scuse, a nome di tutti, anche di coloro come il “ministro” Sacconi che non sanno quello che fanno e dicono, ai familiari di Eluana per il dolore supplementare che causano loro.

  19. véronique vergé il 18 dicembre 2008 alle 09:52

    Un abbraccio a Stalker…
    Ritrovare il mio cuore di bambina è la mia guarigione.
    Davanti a un testo magnifico come quello di effeffe, dimentico
    il griggio, vedo speranza e bellezza.

  20. lucia cossu il 18 dicembre 2008 alle 10:47

    veramente potente, che bravo, davvero di quelle cose che ti cambiano, anche io sempre stupita e anche che maestria.



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