Siamo i Fangio della cultura che non paga

18 dicembre 2008
Pubblicato da

di Franz Krauspenhaar

Questa è la colonna videosonora del mio sciopero dell’autore, ispirato allo sciopero dell’autore di cui si è ampiamente parlato sulle colonne doriche di Nazione Indiana, e poi ripreso dal blog multiautore Ibridamenti.
Nel frattempo, io con il mio blog personale www.markelo.net e altri scrittori, abbiamo tambureggiato. Tra i propugnatori dello sciopero dell’autore, come Vincenzo Ostuni, si è deciso di creare un sito internet www.scioperodellautore.org nel quale vengono immessi i vari contributi alla discussione. La discussione è uscita dai blog entrando dalla porta trionfale del social network Facebook, dove sono stati pubblicati altri interessanti contributi.
Ma torniamo al filmato che sta in cima a questo pezzo: Juan-Manuel Fangio, storico grande campione argentino della Formula Uno, per me rappresenta l’autore oggi, in Italia. In un mondo pieno di rischi, quello della Formula Uno di 50 anni fa, Fangio correva rischiando la vita a ogni metro d’asfalto. Qui, in questo filmato del 1957, ha 46 anni, un anno prima di ritirarsi. Un’età non più verde. Eppure il campione rischiava ancora; per scelta, sì, ma quelle erano le auto in dotazione allora, quelle le piste. Fangio è per me l’autore che deve correre su una pista (la vedrete) piena di rappezzi, terribilmente irregolare. Su auto che erano dei siluri della morte, con posteriori lunghi e scodanti. Quelle auto potentissime e velocissime, che raggiungevano facilmente i 300 km/h, non avevano nemmeno il servosterzo. A ogni uscita di curva il pilota doveva controsterzare, pattinando spesso con quelle ruote strette nemmeno lontanamente paragonabili a quelle delle auto di oggi. Nessuna via di fuga in caso di uscita di pista, niente di niente, all’esterno, per attutire i colpi e i rischi di quest’uscita, spesso d’anticipo a una tragedia. Ecco, l’autore rischia la propria vita, nel senso della propria dignità, senza la possibilità di parare i colpi. In un mondo letterario e giornalistico assurdo. In un mondo letterario e giornalistico italiano assurdo, che pretende di far vivere la cultura con il volontariato dell’autore. Perché in Italia la cultura è considerata un lusso per pochi eletti. Eletti che, per poter fare bene il proprio lavoro, devono sacrificare molte cose, e vivere a volte con grosse difficoltà economiche.
Per scrivere da autore in Italia bisogna essere ricchi di famiglia o avere, sempre parlando di famiglia, una tara psichica, come nel mio caso. Per scrivere da autore non si possono fare vari lavori, perché questi non possono che distrarre dall’obiettivo principale di ogni autore: quello di creare, di promuovere, di recensire, discutere, dare vita a un progetto artistico. Questione di organizzazione del proprio tempo? Qualcuno ci riesce, certo, ma dove va a finire la professionalità?
Collaborazioni giornalistiche gratuite, network radiotelevisivi che non pagano nemmeno le spese di spostamento di un ospite, scrittori che sono ormai diventati come le vacche al mercato, o come i cani delle corse, pronti a scattare al via seguendo una lepre finta pur di dire “ci sono”, come se questo fosse davvero importante, mentre è effimero, come uno spot pubblicitario mandato in onda una sola volta. I nuovi giullari buoni per tutte le stagioni, servi del potere, che è a sua volta un conglomerato di caos che viene da lontano… Pochi spiccioli per articoli su importanti giornali, pagati a babbo morto, dunque mesi e mesi dopo, o spesso non pagati, e dunque ecco l’autore che deve ricorrere a un buon avvocato per ottenere quel che gli spetta… Scrivere è elitario? No. E dunque pubblicare su certi giornali è un lusso. Dunque, per loro, per i padroni della cultura, che l’autore stia zitto, e ringrazi anche che ha trovato uno spazio dove infilare le sue parole!
Ma è possibile continuare in questo modo? Correre su questa pista piena di rappezzi e di buche, rischiando tutto per le proprie idee?
Sembra che questa discussione si sia persa nei rivoli di discussioni che finiscono per diventare sterili. Alla fine, siamo qui a domandarci, e legittimamente, chi sia l’autore. La mia impressione è che, non esistendo un metro di valutazione chiaro per dire chi è un autore e chi no, in un mondo di scriventi spesso velleitari, chiunque può dirsi autore e spacciare le proprie righe per verbo di pregnanza artistica. In un mondo letterario nel quale i bookjockeys (felice neologismo creato anni fa da Tiziano Scarpa) dettano le regole, nel quale i D’Orrico, sprezzantemente, promuovono la letteratura che fa loro comodo, come se un lettore diventasse critico, come se i lettori dei siti come Anobii potessero fare critica e spiegare cosa è un libro agli altri lettori… In questa carneficina della giustizia e del buonsenso, tra le stanze puzzolenti della “pescheria-letteratura”, cioè sui banconi del “pesce-libro” che viene sostituito a breve, perché puzza presto, sostituito da altro pesce-libro destinato anch’esso a marcire in fretta, l’autore è spesso il pescatore di pesci di razza che non vengono nemmeno acquistati per un assaggio.
E dunque ingrassano i maneggioni che stanno attorno al mercato, i mercanti in fiera: editori che spingono solo ciò che hanno deciso di pubblicizzare in anticipo, giornali sempre in ritardo su ciò che davvero succede, bookjockeys senza alcuna morale, critici che non riescono a fare il loro lavoro, essendo anch’essi dei Fangio a rischio d’ incidente in curva, altri critici che pensano soltanto a coltivare il loro orto, i loro autori, la loro piccola scuola di polizia privata.

Un autore è un professionista della scrittura, che è capace anche di dare un valore aggiunto: il valore aggiunto artistico. Al di là delle copie vendute, un autore riconosciuto come tale dovrebbe poter godere delle minime garanzie di sussistenza. Ecco anche perché, invitato da Fahrenheit a Roma perché tra i finalisti del Libro dell’Anno, non ci sono andato; totalmente intorpidito dalle mie difficoltà, senza nessuna voglia di esserci per continuare a fare il commesso viaggiatore di me stesso; ho perso un’occasione, lo so, ma è stato più forte di me. Non ho voluto far parte della corsa dei cani, e la chiamo così perché io la vedo così. Un ente radiotelevisivo nazionale che non garantisce un rimborso spese nemmeno di viaggio è specchio rotto di questo dannato paese. E’ una questione di dignità, di rispetto per se stessi: non si può sempre dire di sì, sempre seguire l’onda, sempre dimostrarsi acquiescenti con le perverse non regole che ci affliggono, ci mortificano, ci umiliano. Andare a quella trasmissione, per quanto prestigiosa e ben fatta, a queste condizioni, significava per me, ancora una volta, dire di sì al sistema, significava ancora una volta piegarsi alla prossima rischiosissima curva della morte. Siamo in un mondo di squali e di pescetti impauriti. E nel mondo della cultura italiana nessuno che sollevi mai la questione della “vile pecunia”. Un grande tabù che è come un cancro al cervello. Un grande tabù che somiglia all’antico tabù sessuale sul diritto delle donne all’orgasmo.

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129 Responses to Siamo i Fangio della cultura che non paga

  1. niky lismo il 18 dicembre 2008 alle 10:45

    Di chi scrive per qualsiasi altra ragione prevalente che non sia l’urgenza, il bisogno, la costrizione a scrivere, personalmente diffido. “Scrivere professionalmente”, se non è una contraddizione in termini, è perlomeno uno svilimento del senso dello “scrivere”. A una società aziendalizzata, a una cultura, a una scuola, a una politica tutte aziendalizzate o in procinto di aziendalizzazione ci andiamo passivamente rassegnando; a un’arte aziendalizzata ancora no! Almeno finché qualcuno (artista) scriverà (o dipingerà o comporrà) per l’unico motivo che non può farne a meno. Di un’arte retribuita, magari dallo Stato, è lecito dubitare. Chi sancisce cosa è arte e cosa no? Una gara d’appalto? Dell’ambiguo concetto del “diritto d’autore”, che coniuga in modo coatto fruizione del “prodotto artistico” (!!?) e proprietà privata dello stesso, parimenti. Se l’arte è ridotta a prodotto non è arte. Punto.

  2. stefano il 18 dicembre 2008 alle 11:22

    D’accordo totalmente con Franz: “Un autore è un professionista della scrittura, che è capace anche di dare un valore aggiunto: il valore aggiunto artistico”.

    Dissento totalmente da… niky… lismo. Quanti luoghi comuni! Scrivere professionalmente è uno svilimento del senso dello scrivere? E allora Simenon non era uno scrittore? E chi stabilisce se uno scrive per professione o per passione? Forse non lo sa nemmeno l’autore…
    E poi: “è lecito dubitare di un’arte retribuita”… Anche questa è molto generica. E il grande mecenatismo? E Virgilio alla corte di Augusto? E la Cappella Sistina? Mah…: distinguere e differenziare, questo è quello che bisogna sempre fare

  3. marco salvador il 18 dicembre 2008 alle 11:35

    a questo qui sopra, niky lismo.
    vale anche per musica, teatro, cinema, pittura, scultura e ogni altro prodotto della mente? peché cinema, teatro, opera, balletto ecc. hanno aiuti di stato e tutti s’incazzano se vengono ridotti? solo noi scrittori dobbiamo lavorare gratuitamente per la cosidetta cultura?
    e piantatela con le ideologie, e provate a scrivere un romanzo, a trovare un editore e a vendere almeno diecimila copie!

  4. eva carriego il 18 dicembre 2008 alle 11:35

    Da scrittore non professionista, non sono d’accordo con gran parte delle cose che hai scritto. Tempo fa lessi su un sito che plubbicizzava una scuola di scrittura. Alcune affermazioni mi lasciarono basita. Si sosteneva, lì, che “Lo scrittore non basta a se stesso” (e questo mi fuorviò)e si deve “incontrare con altri scrittori in un UNICO ambiente per parlare dei propri progetti, così come di politica, società, di romanzi importanti, di tecniche narrative e delle scelte che altri compagni sviluppano in un loro percorso letterario”. Lessi ancora “conosco centinaia di scrittori totalmente all’oscuro delle dinamiche del potere”, e credo che ciò corrisponda alla realtà.
    Lo scrittore è a volte estraniato dalla vita reale, ma io mi figuro che gli scrittori o aspiranti tali proprio per ciò un lavoro debbano avercelo e non imparare la vita dai libri come farebbe “un intellettuale a tempo pieno”; magari insoddisfacente; oppure che l’abbia solo sfiorato per via di una tessera di partito sbagliata; magari che sia stato perfino mobizzati da superiori e colleghi. Mica parlo delle dinamiche dell’imperialismo e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
    Ancora, dice lo scrittore di cui sopra “Significa che non hanno mai letto neppure Shakespeare, anche se hanno fagocitato senza batter ciglio tutti i libri alla moda”.
    Credo che chiunque, non leggendo Shakespeare, si privi di un grande piacere e di strumenti adeguati per affrontare non poche difficoltà: ma le dinamiche del potere si esperiscono meglio – ahinoi – sulla propria pelle.

    Per quanto riguasrda ciò che hai scritto sul marketing critica editoria, che vanno di pari passo dai tembi di Flaubert e di molto prima, non posso che essere d’accordo.

  5. niky lismo il 18 dicembre 2008 alle 12:30

    Marco Salvador è, evidentemente, un professionista della scrittura. Di ogni suo libro vende, evidentemente, almeno diecimila copie. E buon per lui. Ma non gli bastano, se invoca più profitti. Auspica un vitalizio, per sé e per gli altri artisti come lui. E’ legittimo. Ma implica pure che chi non ha il vitalizio non è artista. Insisto: chi decide? Concorso, pubblica selezione o critici diplomati? E diplomati da chi?

  6. plessus il 18 dicembre 2008 alle 12:42

    Questo post assomiglia più ad un umanissimo sfogo e ad una presa di coscienza passiva che ad una presa di posizione attiva sul problema.
    Sappiamo che nel mercato italiano la torta dei proventi del libro viene suddivisa grosso modo in percentuali come 40 alla distribuzione, 30 all’editore, 20 al libraio e 10 all’autore (quando va bene all’autore). Se l’autore non è di successo, diciamo dalle cinque/diecimila copie in giù?, si deve sbattere, deve mostrare di crederci. Deve seguire la circolazione della propria opera-prodotto, stare attento agli effetti e critiche che produce, bussare a più di una porta per portarla avanti, essere abile per promuovere nel contempo anche altre opere. Mettersi in vetrina, cazzo, la cultura deve uscire dalla rete e circolare per strada. Deve installarsi in televisione. Solo così si offre al pubblico. Si deve avere il coraggio di cedere alla tentazione del copyleft, mettendo a disposizione di tutti la propria opera. Potrebbe rivelarsi come un ritorno di immagine.
    La cultura deve circolare, virtuosamente e virtualmente. Solo facendo molto movimento ci si schioda dalla condizione perenne di scrittore/autore sottovalutato e mal pagato.
    Poi, la strada dell’avvocato per far valere i propri diritti, è affollata, da sempre, da una moltitudine di professionisti e cittadini comuni.

  7. macondo il 18 dicembre 2008 alle 12:46

    “Per scrivere da autore non si possono fare vari lavori, perché questi non possono che distrarre dall’obiettivo principale di ogni autore”. Sei troppo severo. Se quelle che dici fossero le uniche condizioni, allora, che so, l’impiegato Kafka la sera sarebbe dovuto andare in discoteca anziché costringersi in una misera stanzetta buia e fredda… E, applicando la tua allegoria automobilistica sempre a Kafka, quante volte nella vita è andato fuori di strada! Poi, post mortem, ha avuto onori e gloria a non finire…

  8. franz krauspenhaar il 18 dicembre 2008 alle 12:54

    Ancora con Kafka… Per scrivere ci vuole mente sgombra, sguardo sincero e non troppe menate pratiche. Questo per i comuni mortali come me.

    Nikilismo: ti ha già detto TUTTO Marco Salvador. I ballerini, i cantantini, i cosi e gli stracosi sì e gli scrittori seri no? E perchè?

    La letteratura è un mestiere. Juan-Manuel Fangio, di mestiere, faceva il corridore di Formula Uno. Ha vinto 5 titoli mondiali. Era un artista.

    Plessus: ma quale sfogo. Queste righe sono state ben pensate, sono frutto di anni e anni di vita in questo ambiente, a contatto con gente come me.

    Se dovessi sfogarmi farei un casino vero. E’ per sollevare il problema. Perchè, soprattutto:

    “Siamo in un mondo di squali e di pescetti impauriti. E nel mondo della cultura italiana nessuno che sollevi mai la questione della “vile pecunia”. Un grande tabù che è come un cancro al cervello. Un grande tabù che somiglia all’antico tabù sessuale sul diritto delle donne all’orgasmo.”

  9. franz krauspenhaar il 18 dicembre 2008 alle 12:57

    E’ una critica VERA, una critica NON DROGATA, che dovrebbe decidere chi è un artista e chi no.

    I BOOKJOCKEYS, gli “svelti” commentatori di Anobii, i blogger fanfaroni non dovrebbero avere nessuna voce in capitolo alla voce, appunto, giudizio di uno scrittore e della sua opera.

  10. agata il 18 dicembre 2008 alle 12:57

    caro franz, credo che lo scopo di uno scrittore sia comunicare, non tanto continuare a tormentarsi sul contesto che lo accoglie. vero è che lo scrittore in ambito editoriale -tranne rare eccezioni- è quello che guadagna meno, ma chi fa lo scrittore per diventare ricco ha proprio sbagliato mestiere. mestiere perché di mestiere si tratta non di lavoro con salario, ferie e contributi. credo che da scittore, tu abbia sbagliato a non andare a fahreneit per polemica contro un sistema, perché così facendo hai fallito il tuo scopo che è quello di scrivere, parlare si scrittura e far venire a qualcuno la voglia di leggere i tuoi libri. qualche mese fa uno scrittore professionista, come lo chiamate voi, ha rifiutato rimborso spese, hotel e cena perché -mi ha detto- quello che mi interessa è parlare dei miei libri. Credo che questa sia l’essenza del mestiere di scrivere.

  11. Giovanni Agnoloni il 18 dicembre 2008 alle 13:01

    Scrivere, caro Franz, è una questione di anima, e quando l’anima chiama si può soltanto seguirla. L’anima, appunto. Non il potere o chi ti pone davanti al ricatto del “siici (sì, proprio l’imperativo di “essere”, come se si potesse ordinare a qualcuno di “essere”) o scompari”. La verità è che dobbiamo dismettere il manto della paura. Dobbiamo saper dire di no, a volte. E tu hai fatto bene a dire di no, perché non si vive d’aria, e la scrittura merita di essere rispettata.
    Una volta, parlando al telefono per organizzare la presentazione del mio primo saggio tolkieniano in un istituto in Belgio, mi son sentito chiedere se volessi qualcosa per la serata. Io, timoroso, ho detto: “Mah, se non è troppo disturbo…”, e quelli mi hanno risposto: “Guarda, qui i soldi si possono chiedere con chiarezza: non siamo mica in Italia”.
    Ecco, il nostro paese, coacervato di caste, massonerie, conventicole politiche e di altro tipo, non funziona così. Qui non basta – per dirla con David Steindl-Rast (http://www.youtube.com/watch?v=L-5NdazMP1s) – la “gratitude”, ma serve sempre quel di più mellifluo, quella gonorrea di parole che è la “thanknfulness”, la “leccata”, il sorriso tirato con le mollete a strappare un’altra possibile opportunità: quello che ci rende poeti o buffoni di corte, e che ci fa perdere la nostra dignità di artisti.
    E’ vero, a un certo punto bisogno dire “no”, e farsi rispettare. Tanto, se il libro è buono, di certo sarà letto e apprezzato, e dunque venderà. Insomma, non “scompare” proprio nessuno.
    Poi, presentare le opere e conoscere persone che fanno parte della comunità letteraria va bene, fa parte del lavoro dello scrittore, ma purché non diventi il fine primario (insomma, farlo per “esserci”). Io non ho pubblicato molto, ma tutte le volte che ho parlato in pubblico ho imparato qualcosa. Alla fine è questo che più conta: comunicare, trasmettere un’idea e condividerla in un libero confronto. Ma la vita costa: e allora contano anche gli “stramaledetti” soldi, che ci sono dovuti per il nostro lavoro, non solo in termini di royaties per i libri, ma anche di rimborsi spese di viaggio e/o pernottamento. Se non da parte degli editori, che in questi tempi di magra faranno quello che possono (e per lo meno versano i diritti e gli eventuali anticipi), dagli enti o istituti che ci invitano.
    Perché si tratta di lavoro, appunto, non di un hobby: se io vado a fare da interprete per l’azienda X a Roma, l’azienda X mi paga il biglietto. Dunque, se io parlo del mio libro in una trasmissione in TV, e quelli traggono un vantaggio dalla mia presenza, mi devono rimborsare. E’ un’ovvietà dirlo, non un atto di lesa maestà.
    Il fatto che la maggior parte delle persone odi il proprio lavoro non significa che chi lo fa con passione – come nel nostro caso – possa essere trascurato o trattato come un dilettante (per lo meno quando dilettante non è – insomma, quando è scrittore, e non “scrivente”).

    Giovanni Agnoloni

  12. exorcilicio il 18 dicembre 2008 alle 13:08

    Mi sa che per l’ italietta non c’è speranza…
    Te, Krauspenhaar che sai il tedesco, non potresti provare a proporti anche sul mercato letterario germanico?

  13. franz krauspenhaar il 18 dicembre 2008 alle 13:10

    Oddio, quello ha rifiutato perchè se lo poteva permettere.

    No?

  14. paolo sciola il 18 dicembre 2008 alle 13:12

    Io penso che Krauspenhaar parli della solitudine dello scrittore.
    Della sua impotenza.
    Del fatto che non basti scrivere buoni libri – io non ho ancora letto niente di suo, però mi fido.
    Che non basti riuscire a pubblicarli.
    Anche con buone case editrici.
    No.
    Poi devi sbatterti a destra e a manca per riuscire a venderti (“il volontariato dell’autore”).
    Tutto questo a spese tue, sempre a spese tue.
    Come anche il tempo che hai impiegato – o speso – per comporti di parole.
    E porgerti agli altri.
    O farti capire.
    O gli affetti veri, quelli vicini, che se ne sono andati nel frattempo (parlo in generale).
    Insomma: non si finisce mai di spendere, a fare gli scrittori, o spendersi.
    E poi: che cosa se ne riceve in cambio?
    Passata l’emozione della prima pubblicazione e la novità dei riconoscimenti di persone anonime (nel senso di “mai conosciute prima dall’autore”), resta la totale indifferenza del mondo.
    Penso si parli di questo, più che di soldi.
    Se si parla di questo (altrimenti uno che scrive a mio parere deve avere per forza un altro lavoro che non lo impegni troppo, o non lo uccida, per mettere almeno il pane e il latte tutti i giorni sul tavolo) io credo che bisogna rassegnarsi a come vanno le cose del mondo.
    Vendersi va bene, svendersi no.
    Pensiamo a quanto vendevano i libri di Kafka quando era in vita.
    Credo sia morto di questo, più che di altro.
    Per tacere di Joyce.
    Dunque?
    Continuare a scrivere.
    E fregarsene.
    Credo avesse ragione Hemingway: “vedersi pubblicati è la peggior forma di sfortuna che possa capitare a un figlio di puttana che scriva, insieme al fare troppo l’amore”.
    Considera che ci sono milioni di connazionali (compreso il sottoscritto) che non hanno ancora goduto di questa auspicata disillusione.
    E non fanno nemmeno troppo l’amore…
    (In ogni caso hai fatto bene a non andarci, a Fahrenheit, ti sei tolto brillantemente dalla giostra).

  15. véronique vergé il 18 dicembre 2008 alle 13:21

    Ignoro se scrivere è un mestiere. Ma mi colpisce il paragone con Fangio.
    Scrivere è giocare con la vita; un gioco del pericolo, un gioco con il vento e il ricordo.
    Scrivere è prendere il rischio di morire alla vita, di bruciare di solitudine o di follia, per sentire momenti di libertà e di bellezza, per avere la sensazione di muoversi nello spazio. Per Franz, guidare come Fangio, per altri, nuotare o danzare.
    E’ l’ultima manera di vivere il suo corpo nel mondo; prendere la parola come fiume vitale, l’ultima manera di essere, quando tutto è perduto.

  16. ang il 18 dicembre 2008 alle 13:25

    grande pezzo!

  17. agata il 18 dicembre 2008 alle 13:25

    @ franz
    lo scrittore del rifiuto se lo poteva permettere come tutti se lo desiderano: ha guidato fino al luogo dell’incontro, presentato il suo libro, firmato copie, risposto a domande anche stupide ed è ripartito molto felice, ha detto.
    kafka aveva un lavoro che lo teneva in equlibrio, per citare citati: “non poteva essere libero. doveva dedicare le giornate a un lavoro estraneo. temeva che la letteratura lo risucchiasse come un vortice”
    @ giovanni
    qui bisogna decidersi se scrivere è una questione di anima o di stramaledetti soldi. a mio avviso nessuna delle due. e se è importante andare in pubblico purché non diventi il fine primario, ma anche il fine principale è comunicare perché se il fine è comunicare davvero poco importa che alla fine arrivi il gettone di presenza. scivere ribadisco non è un lavoro.

  18. sergio garufi il 18 dicembre 2008 alle 14:24

    Credo, come dice bene paolo sciola, che qui Franz più profondamente ragioni sulla condizione di solitudine e marginalità dello scrittore, e di come queste inermità vengano sfruttate dal sistema, che considera la cultura un premio a se stessa, per cui bisogna accontentarsi di essere pubblicati su un giornale o ascoltati in un’intervista senza pretendere nulla, che tanto fuori dalla porta come te ce ne sono altri mille. In questo senso è scrittore non tanto chi è pagato, bensì chi paga di persona, colui che sconta sulla propria pelle “il vizio impunito”. In ogni caso la letteratura si realizza nella comunione, non nella comunicazione. Nei blog e in facebook si comunica, lì è fondamentale il feedback, mentre in letteratura l’unico dialogo possibile fra scrittore e lettore è quello platonico.

  19. lucia cossu il 18 dicembre 2008 alle 14:25

    se possibile non parlate di teatri come se lì l’Italia fosse normale, per esperienza i soldi non vengono distribuiti come pensate, e anche se sei solista con brillante futuro devi cercare di andare all’estero se vuoi più di 200 euro per fare la solista in un film con violino solista la spalla del Maggio musicale fiorentino e il timpanista della BBC (ovviamente pagati diversamente da te) solo perché sei ancora in Conservatorio e addirittura sapere che non canterai più in certi ambienti perché il tuo nome non è in cartellone e ti fai firmare la certificazione di essere stata solista. L’Italia è uguale ovunque e ci vuole ugualmente ricattabili.

  20. Paolo S il 18 dicembre 2008 alle 14:26

    Franz, il pezzo splende per immagini forti e giustificato livore, ma posizioni prese mi sembrano poco convincenti.
    “Alla fine, siamo qui a domandarci, e legittimamente, chi sia l’autore. La mia impressione è che, non esistendo un metro di valutazione chiaro per dire chi è un autore e chi no, in un mondo di scriventi spesso velleitari, chiunque può dirsi autore e spacciare le proprie righe per verbo di pregnanza artistica.”
    Postuliamo validità zero a tutti mediatori, che sarebbero tutti e indistintamente troppo compromessi con il mercato: chi sciopera, per il fatto di scioperare e proclamarsi artista, offre garanzie maggiori di chi va a un talk show, solo perché offre un pedigree di “purezza”?
    A mio modo di vedere, no. Capisco il gesto, lo capisco umanamente, ma temo proprio che non serva a cambiare la situazione.
    Quindi?
    Albo professionale con concorso di ammissione?
    Peer review tra scrittori?
    Medium che vedono le aure degli artisti?
    Invochiamo il consiglio delle muse?
    “Ti presento un mio amico?”
    Pubblica lettura agli angoli delle strade?
    Non lo so.
    Ma… se è da moti come questo che può nascere “Sangue cattivo”, ben vengano…

  21. sergio garufi il 18 dicembre 2008 alle 15:26

    “Per scrivere da autore in Italia bisogna essere ricchi di famiglia o avere, sempre parlando di famiglia, una tara psichica, come nel mio caso.”

    giusto franz, in effetti la scrittura è uno dei pochi ambiti che invece di garantire un reddito lo presuppone.

  22. Paolo S il 18 dicembre 2008 alle 15:40

    Sergio, non per essere pessimista, ma quali sono gli ambiti che GARANTISCONO un reddito oggi? Conosco un sacco di ambiti dove il reddito è presupposto, invece
    E sono d’accordo che la letteratura non va confusa con le chiacchiere al golf club, ma in un paese dove i curriculum vitae vengono cestinati prima di essere letti in 90 casi su 100 (giusto per fare un esempio), con che realismo chi si affida alle muse spera di avere un trattamento diverso dal povero cristo medio?

  23. teqnofobico il 18 dicembre 2008 alle 15:52

    Minuta langue!

    “Feu! Feu sur moi!” – disse il Signore.
    Il signore, che non aveva più desiderio di vita, e di
    Tutto quel che ne concerne, aveva espresso, la bana-
    lità della formula non aveva certo nulla di magico,
    quest’ultimo desiderio: di non desiderare. Certo che
    il fuoco lo potesse infine esaudire, non immaginava
    affatto che, una volta che codesto fuoco avesse com-
    piuto il suo tragitto, di guizzi e crepiti, di fiamme e
    favelle, di lingua e lingue, – l ame – avrebbe viceversa
    fatto scintillare eternamente. Era forse un sant’uomo,
    o più semplicemente un poveruomo.
    Le pauvre! le pauvre christ! Un pauvre diable?

  24. agata il 18 dicembre 2008 alle 16:41

    e sia la solitudine e la marginalità dello scrittore
    e sia il giusto sdegno per una cultura che non intacca a fondo la società- forse anche per colpa di chi la cultura la fa- e quindi non solo critici e editori ma anche scrittori che non sanno più osservare e riflettere in modo giusto quello che vedono.
    ma no al pianto per una scrittura che si possono permettere di fare solo i ricchi, si diventa patetici – e chi sarebbero questi scrittori ricchi di famiglia?
    no agli eroismi del’io non ci sto. oppure sì tanto sono inutili
    buzzati di lavoro faceva il giornalista ed era anche un grande scrittore, lavorava duro, pensava a scrivere e gli bastava.

  25. fabrizio centofanti il 18 dicembre 2008 alle 16:46

    hai ragione, Franz, è sempre stato così. prima dovevi far parte di una corte, avere un mecenate. oggi i mecenati non esistono più, c’è solo gente che promuove uno scrittore per secondi fini. e poi perché esiste un mondo in cui non puoi scrivere senza un mecenate? uno scrittore non produce qualcosa di socialmente utile? il lavoro artistico non è almeno sullo stesso piano degli altri tipi di lavoro umano? c’è qualcosa che non va, in tutto questo, qualcosa che non è mai andato. carmina non dant panem, dicevano gli antichi. ma che devono fare quelli come te, che vivono di carmina? così si è finiti a panem et circenses: per campare, bisogna far ridere i potenti, versare il sangue nell’arena, per una misera dracma.
    ciao
    fabrizio

  26. paolo sciola il 18 dicembre 2008 alle 17:23

    Sergio Garufi cita un passaggio del pezzo di Krauspenhaar:
    “Per scrivere da autore in Italia bisogna essere ricchi di famiglia o avere, sempre parlando di famiglia, una tara psichica, come nel mio caso.”
    Io non sono d’accordo.
    Per scrivere da autore, penso, può bastare fare il netturbino nel più piccolo comune d’Italia e farsi bastare lo stipendio.
    Per esempio.
    E continuare a scrivere in silenzio senza smettere di credere in se stessi.
    Chiaro che non si parla di pubblicare.
    Col pubblicare nascono i problemi.
    E’ come il primo vagito per il neonato: un urlo liberatorio, una dichiarazione di esistenza; ma anche, per altri versi, l’inizio della fine.
    Per scrivere da autore bastano una penna, un foglio e un po’ di tempo per farlo.
    Oltre che il talento.
    Il resto – diciamo le conseguenze – non riguarda l’autore.
    A meno che questo autore non sia entrato nel giro fallace della piccola notorietà che lo abbia illuso della propria inestimabile necessità.
    Nessuno è necessario.
    Non lo è nemmeno l’arte.
    Ci cibiamo di pane e ci divertiamo con le donne, quando ne abbiamo.
    E per la sete c’è qualcosa d’altro che ce la fa passare.
    “Il superfluo indispensabile” recitava la plaquette di Frigidaire nei tempi andati.
    Questo è il nostro scrivere – insieme a quello di Dante e Shakespeare, per citare i primi che mi vengono alla mente – e questo siamo noi.
    Però è bene esserne consapevoli.
    FK lo è.
    E ci dà conto dei suoi dubbi.
    Dunque la sua è una protesta, legittima, contro l’ottusità del mondo.
    Ciò di cui invece mi preme dire è la cecità delle nostre case editrici che trascurano qualche buon autore italiano a vantaggio dei primi vagiti letterari dell’ultimo arrivato proveniente per esempio d’oltre oceano.
    Di questo si dovrebbe parlare, credo.
    Della provincialità della nostra cultura.
    Una pseudo cultura priva di filtri critici che si fa incantare dalla esoticità dei nomi.
    La vogliamo dire tutta?
    Mancano i critici con le palle, qui.
    Quelli che ti stroncano l’80% del prodotto pubblicato, ti perdonano il 10% e ti premiano finalmente il restante 10%.
    Ad andar bene.
    Nessuna meraviglia che anche il mercato editoriale sia globalizzato.
    Molti dei libri pubblicati sono derivati di bolle speculative fondate sull’aleatorietà dei futures.
    Il povero investitore – leggi il lettore – si affida ai consigli interessati della pubblicità televisiva e degli operatori del sistema.
    (Ho comprato per errore la settimana scorsa un libro di Rick Moody, ho postato un commento su un thread dedicato che sta in seconda pagina, lo replicherò qui, perché mi sembra interessante).

  27. agata il 18 dicembre 2008 alle 17:37

    grazie paolo! finalmente qualcuno che dice che per fare lo scrittore bastano carta e penna -e non genitori abbienti o vitalizi- e che quello che viene dopo non interessa se non marginalmente lo scrittore. vero è che l’ultimo scrittore americano è più appetibile per le case editrici di un qualsiasi italianissimo talento. il problema è più da spostare sullla critica. perché molti critici si sentono più interessanti a esaltare roth o carlos ruiz zafon invece di italianissimi e poco conosciuti autori? la critica non dovrebbe aiutare i lettori a scoprire nuovi autori? che senso ha l’ennesima recensione di roth, che come sappiamo tutti è un genio e quindi forse non ha alcun bisogno che qualcuno si impegni ad illuminare la sua scrittura? la sua scrittura è già illuminata. serve più luce sui nostri franz krauspenhaar, michele mari, ugo cornia, vitaliano trevisan etc.

  28. franz krauspenhaar il 18 dicembre 2008 alle 18:13

    cara Agata, ma chi ti dice che anch’io non ho pagato, spesso di tasca mia? Come l’amico che ha guidato fino al luogo del’incontro, ha parlato, ha mangiato ed è tornato a casa tutto soddisfatto?

    Soltanto che, se permetti, di quest’andazzo sono stufo. Per parlare del mio libro, ultimamente, mi hanno “offerto” di coprire 70 euro di spese di viaggio a fronte delle 120 totali. Ho rifiutato, perchè – e non è per i soldi, sono uno che ai soldi, ahimè, ci ha sempre pensato poco se non in termini di furore- ce ne andava di mezzo la dignità.

    O la dignità di un essere umano, poi professionista della scrittura, la dobbiamo mettere da parte?

    Sciola scrive che mancano i critici con le palle: io penso che si siano, ma in minoranza; altrimenti, i D’Orrico e gentaglia simile. Non finirò mai di lottare contro questa gentaglia, che sparpaglia i propri gusti personali sui magazine spacciandola per critica. E si veda bene: D’Orrico mi ha stroncato per interposto fantoccio una volta sola, per “Cattivo sangue”, sul Magazine del Corriere, in 20 righe: Un libro che considero oltretutto il meno riuscito dei 4 finora pubblicati… E allora? Se questo “gentiluomo” fa passare Faletti per il migliore scrittore italiano, se ci ammorba da anni con Philip Roth solo perchè piace a lui, che sposta questo e quest’ altro ( o spera di spostare, perchè i suoi lettori non sono tutti dei lobotomizzati come crede lui) allora abbiamo il grado zero della critica. Abbiamo il “dada umpa” della scissione parapsicologica del nullismo critico, anzi del “bullismo”. Perchè D’Orrico è un bullo da fiera, e come lui ce ne sono tanti.

    Quindi, caro Paolo, è vero che mancano i critici con le palle (ovvero ce ne sono pochi, e quei pochi fanno vita difficile) ma mancano anche molti colleghi con le palle; o perlomeno, io ne conosco pochi. Nessuna ostruzione al sistema, sempre a dire sì a qualsiasi sagra, manifestazione, ammucchiata omoerotica,. basta esserci, basta farsi notare, come a uno stramaledetto cocktail party hollywoodiano con Peter Sellers. Sempre lì, a fare i gironzoloni per supermarket, inaugurazioni, inculate sabbatiche, premiazioni del “Porcodio d’oro”, della “Salamandra Letteraria”, della “Figa Scoscesa di Amalfi”. Sempre a petizionare sulla scomparsa delle vacche magre in Alaska, e poche, pochissime volte, a fare gruppo, quadrato, squadra. Giammai. Si scrive da soli e si va avanti col proprio pennino – incastrato sul proprio fuciletto bambino – da soli, nel “formicaio” kubrickiano, fino alla morte.

    “Tengo famiglia”. Ecco, dai tempi di Prezzolini, di Montanelli, di Malaparte, di questi uomini qui, non è cambiato niente. L’ente che ti ha invitato a parlare del tuo libro non paga? E tu fai finta di niente, non sei solo, ricordalo ragazzo!, sei in mezzo a mille, un volto tra la folla, un coglione tra milioni di velleitari coglioni! Vai, presenta, pagati le spese, torna indietro e considerati soddisfatto! Hai avuto la fortuna di poter parlare del tuo manufatto editoriale (dicasi anche libro) ai lettori! Sei un bastardo privilegiato, che può fare il netturbino e così sostentarsi per l’attività letteraria.

    Quando leggo certi commenti, penso che qualcuno abbia bisogno di una buona razione d’acqua gelata per svegliarsi.

  29. gena il 18 dicembre 2008 alle 18:53

    Franz ha ragione, e l’esempio di Fangio è pertinente. Se bastasse carta e penna, per fare gli scrittori potremmo tranquillamente pubblicare la lista della spesa.
    Credo si tratti invece di un impegno serio a cui si deve dedicare moltissimo tempo, e joyce rappresenta uno di questi casi, infatti ,ha avuto una vita irta di ostacoli.
    Lo sciopero non mi convince come forma di lotta.

  30. sergio garufi il 18 dicembre 2008 alle 18:56

    Paolo, dicendo che la letteratura presuppone un reddito anziché garantirlo intendo dire che devi avere le spalle coperte, fare un altro lavoro e considerare lo scrivere un hobby, e per questo non mi riferivo ai dilettanti ma a chi pubblica. Tullio Avoledo vende, è un nome noto, eppure si tiene il lavoro in banca, perché di sola scrittura non si campa, tranne pochissimi. I più fortunati campano con l’indotto: insegnano, collaborano con case editrici, aprono scuole di scrittura creativa, scrivono sui giornali, fanno conferenze. Resta il fatto che prestazioni come tenere una conferenza ad un festival letterario o scrivere recensioni per quotidiani nazionali fruttano, qualche mese dopo, o il mero rimborso spese oppure un’elemosina. Le ragioni di questo panorama sconfortante sono tante, ma a monte c’è il fatto che da noi si legge poco. E la torta è talmente misera che poi è naturale ci si scanni per le briciole.

  31. bimodale il 18 dicembre 2008 alle 19:16

    è vero che bisogna avere i ‘soldi’ per scrivere, ma anche la fortuna di far parte di una cerchia di ‘amici’ che si autosostengono. insomma potrai anche essere un bravo scrittore e avere i soldi, ma poi l’ultimo scoglio, tipico italiano, è la ‘parrocchia’. restii come siamo al totalmente altro, abituati al ‘e tu? chi saresti?’ oppure al ‘non sai chi sono io’ noti spesso una preclusione al non amico analogico.
    per non parlare poi di quando in cinque o sei blog ritrovi gli stessi autori, bravi non c’è dubbio, ma come una reta fitta fitta che rendono la blogosfera piccola piccola e poi lo stile? libero: o scrivi quel cazzo che ti pare in un blog che nessun incula o scrivi come dico io o non ti pubblico in un blog che conta. ed è giusto che sia così. ad esempio, per me, fossi un editore o un amministratore, pubblicherei solo ciò che non su può né leggere né scrivere.
    via… è come il principio olografico: in una porzione d’universo è racchiuso l’intero universo. oppure il sacrosanto frattale: non è cambiando dimensione che si smette d’essere inconsciamente italiani.
    :)

  32. Giovanni Agnoloni il 18 dicembre 2008 alle 19:25

    Francamente dissento da Agata e concordo con Fabrizio. Se – e sottolineo, se – un libro ha dignità letteraria (il che, a mio avviso, significa prima di tutto che è scritto con l’anima, ovvero la parte più autentica di noi – lo stile viene dopo), e dà qualcosa a chi lo legge, è un prodotto dei più raffinati, e dunque il produrlo è un lavoro, non meno di quello di chi “fa” qualcosa di materiale o vende un pacchetto turistico – che materiale non è, ma fa appunto bene all’anima. Leggere non è forse un modo per “viaggiare”?
    Dunque la sintesi è una sola: si deve scrivere senza pensare ai soldi, sennò l’ispirazione è soffocata dalle ansie (e dunque bisogna trovare un ragionevole compromesso con un altro lavoro, finché e se non si arriva a guadagnare coi libri – la cosa è evidente), ma una volta che si è pubblicato e venduto, il “lavoro artistico” (no, non è un ossimoro) dev’essere remunerato, non solo sotto forma di royalties (il che mi pare scontato), ma quanto meno con il rimborso delle spese sostenute dall’autore per andare qua e là a presentare e a “fare cultura”. Se lo fa un professore universitario qualcuno ha qualcosa da ridire se un ente lo rimborsa? Perciò, se a qualcuno fa piacere avere un autore a un evento, quel qualcuno deve compensarlo per i suoi sforzi. Se, a lungo andare, le presentazioni poi tolgono, più di dare, lo scrittore non le farà più. Mi sembra evidente. E’ una questione di dignità, di professionalità e di arte. Si scrive per scrivere, si pubblica per comunicare e si vende e si promuove per guadagnare. E le tre cose possono tranquillamente coesistere.

    Giovanni Agnoloni

  33. sergio garufi il 18 dicembre 2008 alle 19:30

    Ah, dimenticavo di rispondere alla domanda di Paolo: “quali altri ambiti in Italia garantiscono un reddito?” Che io sappia tutti. Nel senso, io faccio l’arredatore, e se mi chiamano per fare un progetto o una consulenza mi pagano. Giorni fa la mia donna ha pagato una consulenza telefonica di nun avvocato per un’eredità. 3 telefonate di un quarto d’ora l’una: 300 euro perché gli sono amico. Fuori funziona così. In letteratura no. Io ho scritto una sessantina di articoli per un giornale nazionale nell’arco di 3 anni e non sono mai stato pagato. Per un settimanale, oltretutto finanziato anche dallo stato, ho scritto una decina di articoli in 2 anni e ogni volta avevano una scusa ridicola per rimandare il pagamento. Alla fine ho fatto causa e mi han dato una miseria. Ma a parte il mio caso, che non conto un cazzo, è significativo che gente come Avoledo si tenga ben stretto il posto in banca, come prima di lui Pontiggia.

  34. paolo sciola il 18 dicembre 2008 alle 19:41

    @Agata
    Dici bene.
    Specie quando parli della provincialità (io direi inesistenza) dei nostri critici.
    Io vado ancora oltre.
    Zafon non l’ho letto, per quanto me lo raccomandino da più parti.
    Anzi no: ho letto in internet l’incipit del suo romanzo più famoso.
    Niente più che una prosa onesta, mi è sembrata, niente di che.
    Anche se per giudicare bisognerebbe leggere per intero, se l’autore è così bravo da portarti fino alla fine.
    Roth secondo me non è un genio, ma un onesto scrittore. Viene dalla lobby ebraica (non ho niente contro gli ebrei, per inciso) letteraria americana, quella che a suo tempo portò in alto Saul Bellow.
    La macchia umana, film a parte, è un buon libro.
    Troppo lungo, a mio parere, con un di più di flashbacks giustificativi assolutamente non richiesti o necessari all’economia della narrazione.
    E tutta quella parte della giovane collega d’università, quella francese, che non sta in piedi a nessun livello.
    Insomma: un libro con troppe dichiarazioni d’intenti, a mio parere, un libro costruito a tavolino, anche se qua e là trovi delle pagine molto belle.
    Ma lente – cavolo se sono lente.
    J.M. Coetzee, a mio parere e non solo – tant’è che gli hanno dato giustamente il Nobel – è uno più conciso e sobrio ai limiti della laconicità.
    Ma è un grande, specie perché non vuole sorprendere nessuno con gli effetti a tavolino, è uno che racconta nel modo più semplice possibile, in apparenza.
    Senza con questo rinunciare alla complessità delle domande che stanno a monte e a valle – quando arrivano a noi lettori – dei suoi personaggi.
    Voglio dire: non giudica o fa le prediche, ti presenta dei personaggi reali in certe situazioni, e poi sarai tu a formarti un tuo giudizio.
    Di De Lillo non voglio parlare, perché l’unica metà libro che ho letto – quello della rockstar momentaneamente in crisi – mi è sembrato di una inutilità assoluta.
    Dicono che ha scritto capolavori, magari comprerò Underworld o Rumore bianco, ma so già che resteranno più o meno intonsi sulla libreria dopo averne letto poche pagine.
    Per tacere di quell’altra bufala di Palhaniuk (perdona la grafia, non ho voglia di cercare l’unico esemplare che mi sono propinato).
    Di Moody ho già detto sopra.
    Forse l’unico buono che ci è arrivato dall’America è il vecchio Carver, che aveva questo di particolare – una merce rarissima in tutti gli scrittori: l’umanità,
    O la pietas, se preferisci.
    Ecco: questa a mio parere è la vera discriminante, la qualità che fa la differenza, ciò che rende grande uno scrittore, aldilà delle mode e del ricorso agli artifici tecnici o stilistici.
    McInerney invece ha scritto almeno due libri buoni, Ransom più che le mille luci di New York.
    Anne Tyler è una scrittrice con le palle, molto più che Alice Munroe, che è un po’ come Doris Lessing, nel senso che parte a scrivere e non sa nemmeno lei dove andrà a parare: se va bene chiude il cerchio, a culo, ma per la maggior parte non ci riesce. E questo perché non amano riscrivere.
    Ma qui le traducono che Dio le manda, senza filtro o senza chiedersi mai il perché.
    Potrei affrontare la versione inglese – diciamo il versante british – della letteratura che ci arriva, ma non lo farò.
    Perché qui si parla di noi e del poco che siamo o che crediamo di essere.
    In realtà è il contrario.
    L’ho già detto: è la pochezza dei critici nostrani a renderci così espugnabili.
    Ed è anche, consentimi, la pochezza dei nostri scrittori quando fanno le recensioni (e Internet, compreso questo sito, è una fiera paesana all’insegna del calarsi le brache al cospetto di… pantagrueliche nullità parlanti idiomi diversi dal nostro).
    Possibile che un figlio di buona donna che sa scrivere non si accorga delle debolezze insite nei libri di chi intende, senza parere, colonizzarci a oltranza?
    Almeno in questo mi aspetterei un’alzata di scudi, un rigurgito di coscienza letteraria, specie da chi sa e si mette in gioco tutti i giorni.
    O sono solo io?
    Che non sono niente.

  35. gianni biondillo il 18 dicembre 2008 alle 19:45

    Franz è un grande. Sempre.

  36. paolo sciola il 18 dicembre 2008 alle 20:03

    Franz, io impiego parecchio a scrivere i commenti.
    E poiché ho molto da dire, in arretrato, mi sono lasciato andare nella risposta ad Agata.
    Ma questo è uno spazio tuo, è legittimo che tu riproponga la tua furia o i tuoi scazzi sedimentati più o meno.
    Io, leggendo la tua replica, non posso dirti che non sono d’accordo.
    Specie quando parli della mancanza di palle non dei critici, cosa che sappiamo tutti, ma dei colleghi scrittori (mi ci metto anch’io, dato che a cinquant’anni suonati posso considerarmi una mezza letteratura vivente, anche se non lo sa nessuno).
    Ecco: è questa la faccenda strana.
    E non è vero che non esistono gli spazi – un tempo lo si poteva dire, quando dettavano legge le pagine culturali dei giornali o le cosiddette riviste letterarie (le Università non hanno mai fatto testo, per il nepotismo risaputo che ha portato personaggi insignificanti a ricoprire ruoli ben aldilà dei propri mezzi).
    Pero, cazzo, quando vai su Carmilla, su Nazione Indiana, su La poesia e lo spirito, su Vibrisse, su i quindici etc. e non trovi mai un collega, o presunto tale, che si assuma il piacere – perché è un piacere, cazzo se non lo è – di stroncare l’ultimo Roth o DeLillo o Moody e così via elencando… allora capisci che è di NOI che dobbiamo parlare, della nostra pochezza critica (io però, se permetti, mi faccio un’eccezione) e dei difetti di coscienza letteraria che, aldilà dei festivals della letteratura (dove almeno ti offrono un bicchiere o una bottiglia, sennò col cazzo che ci vado), molti di noi presentano, aldilà dei libri che scriviamo di nascosto dal vicino.
    Quindi: l’invito vale anche per questo sito, dove le voci fuori dal coro – quelle pericolose perché destabilizzanti – vengono invitate fra le righe a moderarsi e a non rompere troppo i coglioni.
    E questo è quello che è successo a me (ho inviato un racconto qualche settimana fa, tanto per non dire che giudico bellamente gli altri senza mettermi in gioco: mi piacerebbe si avesse il coraggio di pubblicarlo, mi assumo io la responsabilità).
    Franz, quello che dici è verissimo.
    Tanto più lo è per questo sito, di cui fai parte.

  37. A. Morgillo il 18 dicembre 2008 alle 20:06

    Ah, si certo, Pontiggia… Stiamo parlando veramente di Grandi Autori! Sia chiaro, io preferisco il Faletti di D’Orrico al Saviano di Nazione Indiana. Tanto non leggo nessuno dei due. Ma il primo almeno non mi ammorba. E il secondo libro lo ha pubblicato. E il terzo… Senza rompere le scatole a nessuno. Solo ai suoi lettori.

  38. A. Morgillo il 18 dicembre 2008 alle 20:15

    Che lagna! Quanti sono i lettori in Italia? Duemila? Cinquemila? Un Istituto Tecnico all’assemblea di Istituto! Se piaci ai loro rappresentanti ti siedi sul palchetto dell’Aula Magna e racconti agli astanti delle foglie al vento nei parchi. E questo ti basti!

  39. paolo sciola il 18 dicembre 2008 alle 20:19

    Sergio,
    sono d’accordo con te.
    Tant’è che io ho un discreto lavoro che mi lascia la libertà di mantenere una famiglia e un po’ di tempo per scrivere.
    Per questo mi considero un dilettante della scrittura. Ma un dilettante serio, quasi furioso, metodico e appassionato.
    Sono libero, capisci?
    E non baratterei la mia condizione con quella di Stephen King, per dire di uno che riesce a campare con i propri libri.
    A mio parere il vero problema, aldilà di altre considerazioni, è la qualità, non la quantità.
    E quanto o cosa, di ciò che scriviamo, potrà resistere nel tempo.
    Anche se non ha ancora visto la luce.
    Su questo bisognerebbe aprire una discussione specifica per addetti ai lavori, e sarebbe molto seguito, credo.
    Tipo: di tutte le insegne commerciali, le marche, le etichette, le compagnie che facciamo entrare più o meno di straforo nei nostri libri… siamo sicuri che fra cento, duecento, cinquecento anni il malcapitato lettore del futuro riuscirà a cogliere la necessità o riuscirà a capirle?
    Per fare un esempio stupido.
    Ma si potrebbe continuare.
    Per tornare a bomba: avere un altro lavoro è l’unica condizione che ti permette la libertà di fare la letteratura che ti piace, senza condizionamenti.
    A meno che non pubblichi.
    E questa è la limitazione di cui parlavo sopra. Nel senso che, pubblicando, entri giocoforza in logiche di mercato che esulano dal tuo essere un artista tout-court.
    Diventi qualcosa d’altro, volente o nolente, un ibrido che deve rendere conto (il suo libro è fenomenale ma ha venduto duecento copie, come la mettiamo? La metta lei, gli risponderei, e facciamola finita: me ne ritorno in utero).

  40. bimodale il 18 dicembre 2008 alle 20:29

    se non sbaglio… credo fosse aldo busi, lo Scrittore (sì… vabbé va su mediaset per far intendere che non ci sai la dittatura…) però lui scrive che avrebbe fatto meglio a non scrivere libri in italiano. e forse anche qui su NI ho letto un articolo che lo riguradava a questo proposito.
    ecco, forse è questo: aldilà dei soldi e dei circoli, agli italiani basta la bibbia e i blog (numeri uno in italia per lettura di blog e penso a luttazzi: il tg andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre esigenze mentali….)
    non so. io mi reputo non molto sveglio e intelligente, eppure a dieci anni di distanza sento parlare, dalla letteratura alla tecnologia, delle stesse cose. continuamente. così ho pensato: smetto di pensare e aspetto i miei primi quarantanni per sentire i miei coetanei quarantenni parlare di quello che sto scrivendo ora a 33 anni.
    ovviamente spero che prima dei miei primi quarantanni accada qualcosa che incidentalmente mi sottragga, e con molta pace interiore, a questo inutile passatempo che è la vita.
    :)

  41. paolo sciola il 18 dicembre 2008 alle 20:29

    @bimodale
    Tocchi un tasto dolente che è la finta democrazia dei blog, quelli “che ti pubblico se hai fatto la dovuta anticamera e hai dimostrato in precedenza la condiscendenza e il bon ton necessari a non essere considerato l’ennesimo criminale della scrittura a piede libero girovagante minacciosamente per internet con intenti destabilizzanti dello status quo acquisito e predeterminato una volta per tutte.
    Questo se intendi pubblicare qualcosa di tuo.
    Se vuoi solo commentare lo puoi fare liberamente, al massimo non ti calcola nessuno, ma questo è il meno.
    Devi pensare che ormai il pensiero è omologato e che vige la regola del consenso. Se dissenti, o sei un invidioso di quanto ce l’hanno lungo gli altri (mi è stato detto: vero soldato blu?) oppure sei un dinamitardo a piede libero che non scopa da tempi immemori e hai solo bisogno di sfogarti, povero te.
    Se invece prendi parti di un testo, poetico o meno, e fai vedere il ridicolo che ci hai trovato, allora non stai facendo critica testuale, sei solo un vigliacco che spara da dietro i muretti a secco del proprio anonimato (e te le dico io, che sono sardo, e ho coscienza del fenomeno e però mi sono sempre firmato con nome e cognome – veri).
    Quindi ci vorrebbe un po’ di coraggio, anche nell’accettare le “diversità”.
    O no?

  42. MRT il 18 dicembre 2008 alle 20:32

    io, Franz lo capisco. anche oltre le cose che scrive.
    e molti commenti sono più che interessanti.
    forzo la mano e isolo alcune frasi:
    “siamo al punto zero della critica” (FK);
    “Io penso che Krauspenhaar parli della solitudine dello scrittore” (Paolo Sciola);
    “è vero che bisogna avere i ’soldi’ per scrivere, ma anche la fortuna di far parte di una cerchia di ‘amici’ che si autosostengono” (bimodale).

    ritrovo, in queste frasi, tutto ciò che si dice – da sempre direi, anche se l’orizzonte temporale è discutibile – su letteratura, scrittura ed editoria.

    io rilancio e dico:
    siamo, in Italia, al punto zero dell’idea stessa di cultura.
    ed è questo che dice – anche – Franz.
    senza dirlo fino in fondo, forse.

    però, sotto lo zero – nel Mondo, che è un mondo fatto di numeri naturali – non si può andare.
    è questo è l’unico aspetto positivo della faccenda.
    io, insomma, ci credo ancora. e so di non essere l’unico.

    molti cordiali saluti,
    e.

  43. paolo sciola il 18 dicembre 2008 alle 20:40

    Sergio, smettila di perdere tempo nello scrivere a gratis.
    Gratis per gratis, scrivo per me (ho provato a convincere mia moglie, indovina come è andata?).
    Se vuoi visibilità, faresti meglio a denudarti come mamma ti ha fatto sotto il monumento principale della tua città e a darti fuoco per finta con un accendino scarico.
    Per il resto basta un libro, uno solo, un libro buono, quello che hai e che abbiamo tutti dentro.
    Quello al quale lavori da una vita in segreto e che magari vedrà la luce fra cent’anni.
    E poi diranno: cazzo, però questo Sergio Garufi non era mica male, quasi un genio, che vita avrà mai fatto?
    Una vita di merda, risponderà emergendo chissà da dove il tuo fantasma, ma non preoccupatevi, godetevi la lettura (e penserai: avessi scopato di più, ai miei tempi, altro che perdere tempo con queste polluzioni letterarie).

  44. Bartolomeo Di Monaco il 18 dicembre 2008 alle 20:43

    Il problema è sempre lo stesso: il mercato, ossia il rapporto tra domanda e offerta. Come dice Sergio (mi pare) si scrive troppo e si legge poco. Non siamo negli States e pochi sono i geni italiani in grado di dettare le loro regole alle Case editrici. Nei confronti di un autore, insomma, le Case editrici tengono il coltello dalla parte del manico: prendere o lasciare.

    Sergio ha ragione anche quando sostiene che uno scrittore deve avere un reddito alle spalle, distinto da quello che può provenire da un libro. Chi si illude di campare con i proventi del proprio libro è un sognatore. In Italia i casi si contano sulle dita di una mano, e nemmeno sono libri esaltanti quelli che hanno successo di pubblico.

    Come uscirne?

    1 – cercandosi un lavoro (certo, oggi i tempi sono difficili), anche saltuario, in grado di pagarci l’affitto e il desinare soprattutto.
    2 – cercare un editore che non ci sfrutti, mandandoci in giro per l’Italia a vendere il nostro libro (come sono diventate squallide le presentazioni!). In realtà, dal tavolo dove è seduto, anziché ascoltare ciò che lui stesso sta dicendo, l’autore dà ogni tanto la sbirciatina alla pila dei suoi libri per vedere se c’è chi compra. Non è penoso tutto ciò? Non lede la dignità?
    3 – Se questa è la condizione da accettare per essere pubblicati, si esprima un rifiuto netto. Non scrivo più allora?
    4- No, si può ancora scrivere. Oggi ci sono internet e il libro digitale. Per quest’ultimo siamo ai primi passi, ma non dispererei. Le case editrici ci stanno lavorando, il vantaggio sarebbe enorme in termini di costi.

    Che cosa succederebbe con il libro digitale?

    Porto la mia esperienza.

    Ho un sito dove ho pubblicato e sto pubblicando a puntate (chiedendo il consenso al mio editore cartaceo) i miei romanzi e i miei saggi. Si possono leggere gratuitamente. Ma li ho messi anche in vendita a una cifra modesta che va da euro 1,50 a euro 3 nella forma digitale.
    Gli acquisti sono rari, ma quei pochi che arrivano mi fanno un gran bene, perché mi lasciano sperare. La posta in gioco è altissima. Infatti, se tutto dovesse prima o poi funzionare, sarei finalmente uno scrittore autonomo, libero. Che cosa c’è di più bello per un artista?

    Perché non fate anche voi come me?

    Credetemi, mi sono sparite preoccupazioni e ambasce, fatiche e malinconie. I miei scritti stanno lì, offerti a tutti, non chiusi nel cassetto, non segreti e muti, ma in grado di comunicare con chi voglia mettersi in contatto con loro. So che sono vivi. E ciò mi basta. Sto lì e attendo, li osservo come un padre osserva un figlio crescere. Serenamente, però, perché ho la coscienza tranquilla. Il mio dovere di scrittore l’ho compiuto. Non ho soffocato il mio lavoro, gli ho dato modo di muoversi da sè, l’ho messo nella condizione di camminare, di staccarsi da me e di camminare con le sue gambe.

  45. paolo sciola il 18 dicembre 2008 alle 20:44

    Giovanni Agnoloni,
    secondo me sei un avvocato (lo dico senza ironia) o per lo meno un aritmetico del do ut des.
    Non hai tutti i torti, credo, anche se quel tipo di problemi li ho avuti solo di straforo.

  46. bimodale il 18 dicembre 2008 alle 20:56

    sì paolo, in alcuni blog ho trovato molta democrazia in altri meno. alcuni blogger (pochissimi, due o tre) mi hanno fatto crescere altri incazzare e basta (la maggiorparte). ma ora ho capito che è un gioco, parliamo discutiamo ci incazziamo facciamo pace. ma non cambierà mai nulla, secondo me. come fai? la chiesa le mafie… lo stato? pochissimi leggono e quindi la domanda è limitata, si legge la letteratura ‘televisiva’ o ‘cinematografica’ che scorre liscia e non ti stressa. poi uno che non ha mai scritto un libro scrive e in pochi mesi la mondadori lo pubblica, questo la dice lunga su i numeri primi e i numeri periodici in italia, il numero periodico sarebbe quel quasi scrittore che non potrà mai diventare uno scrittore. tutto è prestabilito, divinamente geneticamente storicamente e politicamente.
    :) ‘l’eterno presente che capire non sai\ l’ultima volta non arriva mai’
    cantava il punkettone ferretti che poi è ridiventato un cattolico di destra.
    ciao belli!

  47. Iannozzi il 18 dicembre 2008 alle 20:56

    Un autore è un professionista della scrittura, che è capace anche di dare un valore aggiunto

    Quando leggo simili scempiaggini avrei solo voglia di prendere tutti quei libri che mi hanno deluso in quanto lettore e rimetterli al mittente, cioè all’autore e chiedere il rimborso del prezzo di copertina più i danni. E non scherzo.

    E visto che ci siete, perché non vi spogliate? perché non fate un calendario di autori tutti nudi per promuovere ‘sta bestemmia?

    Di scrittura non si campa. Cacciatevelo nella capoccia. Nessuno, e dico nessuno, è disposto a pagare più di quanto già non vi paghi acquistando libri che poi si rivelano autentiche schifezze per non dir peggio.

    Ma di scrittura si campa anche, volendo: come? Basta vendere un tot, qualche migliaio di copie, anzi almeno un milione o due di copie. Non tutti ce la fanno a vendere così tanto, si arrestano intorno a poche migliaia di copie quando gli dice bene. Perché?

    Ve lo siete mai chiesti il perché?

    Forse perché non siete quei *** grandi *** che vi siete pensati.
    Vi vedete solo dal vostro punto di vista, onanista: “Io sono il più grande di tutti, perché non vendo? Perché non ci campo con la scrittura? Eppure sono di sicuro il più grande…”

    Imparate a scrivere una storia originale, veramente originale, che dia un contributo reale e tangibile alla cultura e quindi alla società ed allora forse, e dico forse, venderete nell’ordine di poter mangiare con la scrittura.

    Cominciate a scendere dai vostri piccoli miserabili piedistalli in polistirolo e forse vi si prenderà anche un po’ più sul serio. Per il momento, la più parte degli scrittori italiani, anzi dei sedicenti tali, sono patetici, nemmeno comici.

    E se non campate con le poche copie che vendete, arrangiatevi: andate a zappare la terra. Se c’è talento in un modo o nell’altro fiorirà.

  48. Giovanni Agnoloni il 18 dicembre 2008 alle 20:58

    Mi sa che hai ragione, Paolo Sciola. Infatti ho studiato legge e non ho fatto la pratica legale proprio perché mi ero rotto i coglioni della legge.
    E mi son messo a scrivere e a tradurre.
    Advocatus dalla scrittura, per così dire.
    Comunque, il do ut des ci vuole, non mentre si scrive ma dopo, quando si è pubblicato (e intendo dire con un editore serio, non a pagamento). Sennò non è arte, ma una presa per il culo verso chi l’arte la produce e il culo se lo fa, in questo lavoro che nasce dall’anima.
    Pagano pure gli psicologi, che di anima si occupano, mi pare, no?
    Questa non è aritmetica, credo, ma senso di giustizia.

  49. franz krauspenhaar il 18 dicembre 2008 alle 21:08

    Iannozzi andrebbe appeso per le palle, una volta per tutte. Sulla pubblica piazza.

    Quando mi riferisco ai “blogger fanfaroni” mi riferisco non solo a lui, però. Lui è la punta dell’iceberg. Ma sotto di lui (come entità del danno) ce ne sono molti altri, meno stupidi, o meno matti.

    Iannozzi, ti farei dare una scarica ad alto voltaggio ai coglioni, se fossi un delinquente. Siccome non lo sono, finisce tutto così, allegramente, come sempre. Mancavi giusto tu per mandare tutto in vacca. E’ quello che fai con successo da anni. Mandare tutto a puttane. Bravo.

    (Sugli interventi seri di Sciola e di Bart Di Monaco- che saluto con cordialità- passo più tardi.)

  50. bimodale il 18 dicembre 2008 alle 21:09

    @iannozzi: mi sembra che tu stia proiettando qualcosa di tuo. :) alcuni Indiani meritano, secondo me, di stare sul piedistallo, a me hanno fatto capire un botto di cose. non credo che franz sia ‘onanista’.

  51. A. Morgillo il 18 dicembre 2008 alle 21:42

    Scusa, Iannozzi, posso anche condividere quello che scrivi, però dovresti almeno citarmi un paio di quelli che consideri Grandi Scrittori Italiani da centinaia di migliaia di copie a lìbbro. Giusto per capire di cosa stiamo chiacchierando e rispetto a chi…

    Paragonare poi il mondo dell’editoria a quello dell’Arte è ridicolo. Nel mondo dell’arte ci sono pochi collezionisti e musei che quotano un autore. Che lo stimano. Che lo collocano sul mercato. E quello è e non c’è trippa per gatti. Anche perché poi nel tempo le opere di quegli artisti devono essere assicurate nel loro valore. Solo piccole oscillazioni. O assestamenti.

  52. Iannozzi il 18 dicembre 2008 alle 21:55

    Dopo questo tuo commento, Franz – che si aggiunge alle già tante calunnie e porcherie che hai detto sul mio conto in pubblico -, per l’ennesima volta ti sei messo in mostra per quel che sei in realtà. Ma ciò non è importante, non per me: lo è invece per te, perché simili parole, degne di uno scaricatore di porto, mettono ottimamente in nuce le tue qualità non solo di sédicente scrittore ma di uomo anche, sprofondato nella propria bile. Buon pro ti faccia.

    Tu sei quello che vorrebbe mettere i bavagli ai blogger, il grande censore dei blogger, della libertà di informazione, di una informazione chiara e pulita. Sai cosa penso? Penso che a te dia fastidio che qualcuno parli di libri e lo faccia senza alcun interesse, se non quello di tutelare i lettori consigliandoli di non perdere soldi e tempo dietro a robetta che non vale il prezzo di copertina. Quello che da sempre ha dato fastidio agli scrittori, o sédicenti tali, sin dalla notte dei tempi è stata la critica: sono davvero pochissimi coloro che sanno accettare critiche positive e negative senza scomporsi, e sono ancor meno quelli che le sanno accettare imparando dalle critiche a loro rivolte. Gli italiani sono dei gran tromboni perlopiù: non accettano critiche da nessun pulpito, bramano desiderano e vogliono solamente sperticate lodi. Credono che tutto gli sia dovuto solo perché hanno pubblicato, cioè perché hanno stampato un libro con un editore. Peccato!, non funziona così. Chi come te pensa che i blogger dovrebbero essere censurati; chi come te pensa che i critici non accomodanti debbano essere ghettizzati; chi come te pensa che censurare sia la cura all’incapacità conclamata – che giorno dopo giorno aggiunge nuove metastasi alla macchina editoriale italiana – di tanti e tanti imbrattacarte, ha già scritto e pronto l’epitaffio sulla sua sédicente carriera di scrittore. Ci si augura che i tanti tromboni, che oggi osano dirsi scrittori, siano in grado di scrivere almeno due parole in loro propria memoria e che non siano i critici a dover fare questo lavoro per loro. Perché, nonostante tutto, forse meritate qualche cosa di più di un dozzinale epitaffio.

  53. A. Morgillo il 18 dicembre 2008 alle 21:57

    Sì, certo, poi ci sono centinaia di migliaia di fruitori d’arte che vanno nei musei e nelle gallerie… Ma questo è un altro discorso.
    Teoricamente nel mondo dell’editoria non dovrebbe essere tanto diverso… Una Grande Casa Editrice pubblica un autore e gli assicura centinaia di migliaia di lettori. Ma non sempre è così. Anzi, la Grande Casa Editrice spesso è a caccia dell’autore che gli piazza centinaia di migliaia di copie per ragioni spesso insondabili . O imprevedibili. Che sfuggono al loro stesso arbitrio.
    Comunque per me se un autore è pubblicato da una Grande Casa Editrice e non riesce a sfondare il tetto della visibilità è un fallito. Se la Casa Editrice ha investito in lui delle risorse economiche e culturali con scarso esito. Se invece ha delegato tutto all’autore allora gli editori sono venuti meno al loro compito. Un autore comunque non dovrebbe auto-promuoversi.

  54. Paolo Melissi il 18 dicembre 2008 alle 21:58

    Per fortuna d’orrico non è un critico

  55. Iannozzi il 18 dicembre 2008 alle 22:12

    Ci sono ottimi scrittori, poco tromboni o nulla affatto: si prenda l’ottimo Umberto Eco, ad esempio. O si prenda Giorgio Faletti, che vende milioni di copie: e ci si interroghi sul perché. Forse perché un Faletti ti restituisce un thriller che ha un sapore commestibile, a differenza di tanti thrilleristi italiani che al di là della solita trita storia splatterosa non sono capaci di andare. Si consideri l’Alta scrittura di Aldo Busi. E si consideri l’enciclopedica statura culturale di Roberto Calasso. O si prenda anche Andrea Camilleri, per quanto a me non piaccia. Tutti questi sono autori che arrivano alla gente e ai critici. E che vanno al di là delle Alpi e degli Appennini, e al di là del Mediterraneo.

    Bisognerebbe imparare a scrivere opere che siano con Opere, con la “O” maiuscola. Ed allora il libro venderebbe, entrerebbe di diritto in tanti altri canali, oltre quello puramente editoriale.

    Si prenda ad esempio “Come Dio comanda” di Ammaniti. Ha vinto lo Strega, Salvatores ne ha tratto un fllm: ma fanno entrambi schifo, il libro e il film. Questo per dire che anche i premi letterari sono oramai svalutati, riconducibili a un morboso festival di Sanremo, che già prima che abbiano inizio si sa chi è stato designato a vincerlo. Ora non metto in dubbio che Ammaniti abbia venduto e che un bel po’ di danè se li sia portati a casa: ma ciò non fa di lui un buon scrittore. Non per me. Né per tanti altri suppongo!

  56. Marco Candida il 18 dicembre 2008 alle 22:12

    Andrea di Consoli scrive una lamentela abbastanza simile a quella di Franz Krauspenhaar qui:

    http://iltempo.ilsole24ore.com/spettacoli/2008/12/14/964404-mestiere_faccio_scrittore_conto_banca_euro.shtml

  57. Iannozzi il 18 dicembre 2008 alle 22:14

    che siano con Opere —> che siano Opere

  58. Giocatore d'Azzardo il 18 dicembre 2008 alle 22:15

    Già che ci siamo, perché non proponiamo anche uno sciopero e una retribuzione fissa anche per i giocatori d’azzardo? Siamo artisti almeno tanto quanto chi scrive e, non ultimo, vi passiamo anche (gratis) del materiale con cui inventare le vostre storie. L’unico problema è che, quando vi capita l’occasione, non sapete nemmeno sfruttarla. Eccheccazzo!

    Di Monaco Presidente del Consiglio e Iannozzi presidente: hanno tutto il mio appoggio. Morgillo, per l’equilibrio, Ministro degli Interni.

    Blackjack

  59. Giocatore d'Azzardo il 18 dicembre 2008 alle 22:22

    Krauspenhaar… Krauspenhaar ci devo pensare, però collocato come vice-direttore dei servizi di intelligence, quelli militari ovviamente, constrospionaggio e antiterrorismo, non lo vedrei male. Ha il piglio giusto e il fisico, beh, il fisico se fai il vicedirettore, non è importante; puoi anche permetterti qualche abbiocco davanti al terminale cifrato delle comunicazioni interne. Ciò che conta, per un vero vicedirettore, ciò che fa la differenza, è esserci sempre quando qualcuno inventa qualcosa!

    Blackjack.

  60. Giocatore d'Azzardo il 18 dicembre 2008 alle 22:28

    Ah, dimenticavo Biondilo: ha il piglio giusto, il tatto, la diplomazia, la presenza e la cultura (a lingue come stiamo Biondillo?)… per gestire le comunicazioni con la stampa; per i servizi di intelligence ovviamente. Portavoce ufficiale Biondillo: una pacca sulle spalle non la si nega a nessuno. Io ci penserei seriamente… non avete nemmeno idea del budget,degli intrallazzi e delle informazioni che arrivano sul tavolo del portavoce ufficiale.
    Ma riuscite a immaginere, anche lontanamente, quanti romanzi entusiasmanti e scenografie potrebbero essere generate da quelle ‘misere’ comunicazioni ufficiali?

    Blackjack.

  61. Giocatore d'Azzardo il 18 dicembre 2008 alle 22:43

    Beh, mica posso finire qui, non vi pare? Allora:
    Centofanti doppio incarico (e non protestare Pretastro) Ministro per i rapporti col Vaticano, qui si gioca in casa… e Politiche Sociali; sai mai che una volta tanto ci finisca uno che capisce qualcosa ;-)

    Garufi lo vedrei bene alla Cultura e Spettacolo (ma c’è ancora?). Magari ci mettiamo anche il Turismo. Ma gli piacerà andare in giro? Bohhhh.

    Veronique: Ministro degli Esteri. Eccheccavolo, i Francesi ci hanno fregato la Bruni e noi ci prendiamo una Ministra Francese!!!

    Bimodale, bimodale… una bella cattedra di statistica?

    Per niky lismo il ruolo è più che chiaro: bastonatore ufficiale degli usi e costumi comuni; colui che infila il dito nelle piaghette del bel pensiero.

    paolo sciola, che leggo per la prima volta, ma mi piace, direttore del principale giornale nazionale: ma guai a lui se si ammorbidisce con l’agiatezza e le comparsate a Porta a Porta.

    Candida non ho idea e… per quanto mi riguarda, fate voi. Io un ruolo non l’ho mai avuto e piazzatemi dove volete, datemi un mazzo di carte (Fournier 28 standard se possibile), una piletta di fiche, anche poche, un paio di avversari e una signorina graziosa che ci faccia compagnia. Mi basta poco, molto poco, come potete vedere.

    Blackjack.

  62. Iannozzi il 18 dicembre 2008 alle 22:52

    Visto che ci siamo, perché non dare uno stipendio fisso a ‘sti poveri blogger troppo critici che si fanno il mazzo gratis per star dietro agli uzzoli di chi si pensa e si scrive scrittore a caratteri cubitali?
    Ecchediavolo! Mo’ si fa un bello sciopero dei blogger, dei critici e dei semplici lettori opinionisti e non si pubblicizza più un emerito BIP né in bene né in male.

    PURE NOI VOGLIAMO IL SALARIO GARANTITO. UGUAGLIANZA PER TUTTI O PER NESSUNO.

  63. bimodale il 18 dicembre 2008 alle 22:56

    eppoi perché franz censurerebbe? NI può commentarlo chi vuole… non come certi blog senza commenti che non capisco, e che mi sanno di ‘fascistello permaloso’ io scrivo sul blog per espormi mettermi in dubbio palestrarmi per un’eventuale stroncatura sebbene a ragione nel mio caso il blog non è un libro che tu leggi e puoi solo leggere e questo dovremmo capirlo che internet è il luogo delle idee precedenti al caso letterario e il flusso precedente e postumo all’eros brutale del cazzocentrismo di chi vince chi giudica chi chi perde e chi ha dimenticato l’utilità del gioco, anche nella letteratura, che è arte non miss italia sanremo forse giocando si fotte il sistema. forse se si smettesse di fare critica col mezzo digitale al mercato analogico. allora io scrivo un racconto e lo metto in un commento: è uguale oppure ho bisogno della ‘formalità’ gerarchica del post oppure stare in questo o quel blog.
    una formalità. finché non ci sia un scrittore che dica cose serie contro lo stato di cose italiane, un po’ come saviano, solo ‘minacciato’ dallo stato maschilista postcapitalista e cazzocentrico assieme alla santa romana chiesa che lagerizza ricerche e amore.
    e poi… scusate.. divide et impera: così in italia: il flusso paranoico, indotto dalle icone transattive del dittatore elettrico ber lu e della polanarco, mette gli indyvidui uno contro l’altro.
    svisioni a parte…

  64. Iannozzi il 18 dicembre 2008 alle 23:03

    Ma dài, che ce ne frega della Carla Bruni, caro Blackjack. Io ho ringraziato Dio che se la sono presa i francesi, non sai manco quante volte. Questo disco della Bruni è peggio del precedente: sarà anche la première dame ma ciò non ha risollevato le sorti della sua musica. Un flop tira l’altro. E’ che manca il talento, tutto qui. Il suo momento ce l’ha avuto, era più giovane, era la moda: la moda è passata, e così ecco due dischi che sono due irrimediabili flop confermati dai dati delle vendite. Ed allora ecco che al pari di tanti altri falliti anche la Bruni esce di nuovo con il suo primo disco, Quelqu’un m’a dit, in versione deluxe, perché è il solo disco che abbia venduto qualcosa. Che ha di più questa versione deluxe? Niente d’importante: un nuova veste grafica, nuovo booklet e un dvd contenente una registrazione dal vivo della Bruni al Trianon di Parigi.

    Ma non si potrebbe metter su una bella democratica tirannia? Io mi vedo bene nelle vesti del tiranno. Alla faccia della democrazia, che non esiste. Nelle vesti di tiranno, come prima cosa ordinerei che alle cose si attribuisca una volta per tutte il nome che è loro e che meritano.

  65. Giocatore d'Azzardo il 18 dicembre 2008 alle 23:08

    Democratica tirannia? Giuseppe, ma i Casinò me li lasci? Se la risposta è si allora cambio le cariche:

    Di Monaco Re e Iannozzi Gran Ciambellano :-)

    Blackjack.

  66. Iannozzi il 18 dicembre 2008 alle 23:26

    Krauspenhaar oramai è diventato non solo discutibile, ma non per le sue opinioni buone e cattive al pari di altre centinaia pronunciate – da chi vicino al suo modo di vedere -, bensì per il comportamento che tiene in pubblico: arriva ad esternare pubblici insulti in maniera che si può soltanto definire filo-nazistoide. Ci sono molti modi di censurare e Franz ne è ottimo esempio, e oggi lo ha dimostrato per l’ennesima volta;: alla prima critica che gli si è stata mossa contro ha subito sparato:

    Iannozzi andrebbe appeso per le palle, una volta per tutte. Sulla pubblica piazza.

    Quando mi riferisco ai “blogger fanfaroni” mi riferisco non solo a lui, però. Lui è la punta dell’iceberg. Ma sotto di lui (come entità del danno) ce ne sono molti altri, meno stupidi, o meno matti.

    Iannozzi, ti farei dare una scarica ad alto voltaggio ai coglioni, se fossi un delinquente.

    Ma Nazione Indiana tace e acconsente. Si rende complice dunque delle parole di Krauspenhaar.

    Ci dovrebbe essere un limite a tutto: Franz Krauspenhaar questo limite l’ha superato. Per simili insulti intimidatori, volgari e inaccettabili, filo-nazistoidi, non ci sono scuse che tengano. E’ a dir poco vergognoso. Quelle di Krauspenhaar sono minacce alla persona, bell’e buone. Non vedo come possano essere altrimenti giudicate. Roba da denuncia senza neanche pensarci su. Non un cane prenderebbe anche solo in considerazione la remota ipotesi di assolverlo dalle dichiarazioni intimidatorie che ha esternato.

    Un consiglio: usate la testa prima di far passare simili minacce calunniose ed intimidatorie in pubblico.

    Buone feste comunque.

    Iannozzi

  67. Iannozzi il 18 dicembre 2008 alle 23:32

    Sì, Blackjack, i Casinò te li lascio: non vedo perché no. A una condizione però: il gioco d’azzardo è come gli alcolici, solo per chi ha compiuto i 18 anni. Per me se uno vuole perdere le mutande in un Casinò a 18 anni compiuti, non c’è problema. E’ grande, è grosso, è vaccinato: per la Legge può perdere quel poco che ha o avere una botta di sedere tale da diventare un nuovo Paperone.

    Adesso torno a fare l’Imperatore Unico e Assoluto. ;-) E riporto con un colpo di mano Di Monaco al ruolo di Consigliere di Corte. :-)

    Mi serve un paggio! Hai idea di chi potrebbe assumere sulle sue spalle questa croce, caro Blackjack? Uhm… mi sa che qui ci sono tanti papabili. :-D

  68. A. Morgillo il 18 dicembre 2008 alle 23:48

    Sì, Iannozzi. Autori che vadano al di là delle Alpi e degli Appennini, e al di là del Mediterraneo. Per ritagliarsi il loro posto nel mondo. Piccolo o grande che sia. E ogni paese esporta quello che riesce ad esportare. O no? In decenni poi così minori…

  69. A. Morgillo il 18 dicembre 2008 alle 23:52

    Garufi lo vedrei bene alla Cultura e Spettacolo (ma c’è ancora?).

    : -))))))))))

  70. domenico pinto il 18 dicembre 2008 alle 23:56

    Iannozzi, è mai possibile che ogni volta scuoti l’albero su cui ti capita di vedere Krauspenhaar? Salti fuori con la solerzia di un cartomante su una rete privata. Evita di urlare allo scandalo se ti rispondono per le rime, fuggi le geremiadi e, in generale, esprimiti in modo meno arrogante, altrimenti cancello i tuoi commenti, come già altre volte è capitato.

    Franz, per cortesia, anche tu, non è questa la maniera di replicare. Devo per forza fare il maestrino con la bacchetta?

  71. Giocatore d'Azzardo il 18 dicembre 2008 alle 23:57

    Giuseppe, ma nei Casinò si entra da sempre solo e solamente se maggiorenni! La prima volta che sono entrato nel Sancta Santorum, avevo 19 anni e non mi volevano credere: dicevano che avevo falsificato la Carta d’Identità! La solita prepotenza dei grandi, ma dico io: non avevo ancora imparato, allora,come fare per procurarmi documenti falsi :-)

    E lascia stare Di Monaco che tu, come Regnante Tiranno sei troppo pericoloso. E poi vieni da Torino, quelli, quando ti servono, scappano per poi tornare, dopo qualche decennio, a chiedere il risarcimento e dove finiscono? Zac: sull’Isola dei Formosi :-D Ma sai che sarebbe una trama tremebonda niente male? Il Re dei Formosi, atto primo scena seconda.

    Fiato alle trombe Turchetti e ora me ne vado, che prima la discussione era una cosa seria.

    Blackjack.

  72. andrea inglese il 19 dicembre 2008 alle 00:07

    Caro Franz, considero questo tuo pezzo un primo e perfetto esempio di “censimento critico”. Se riuscirò a raccogliere in futuro altri pezzi, spero mi permetterai di raccogliere anche questo tuo in un dossier specifico, come quelli che tu già conosci di NI (razzsimi quotidiani, gomorra e dintorni, ecc.).

  73. Giocatore d'Azzardo il 19 dicembre 2008 alle 00:09

    No, questa la scrivo qui e ci metto il copyright per il format di un prossimo reality: l’Isola dei Formosi. Arrivano tutti belli magrini e magrine e gli tocca mangiare 5 pasti al giorno completi di: antipasto, primo trittico regionale a scelta, secondo abbondante, dolce, frutta, caffé e ammazzacaffè. Almeno mezzo litro a testa di vino rosso, da alternare con un bianco per il pesce.
    Le prove di ‘sopravvivenza’ avranno come obiettivo:
    1) il leader potrà saltare, vincendo la prova settimanale, due pasti al giorno a sua scelta
    2) la prova giornaliera servirà per conquistarsi l’agognato rotolo di carta igienica (solo per il primo classificato)
    3) ultima e complicatissima, la prova di gruppo: costruirsi un cesso a norma, secondo le disposizioni ASL vigenti. Fino al giorno dell’agognata certificazione, con tanto di timbro e firma, saranno disponibili solo campi di ortiche. Il benestare finale toccherà a una commissione super partes, composta da:Quillici del WWF, Francescato dei Verdi e Pecoraro Scanio dei trombati. Sarà loro cura redigere il ‘documento di impatto ambientale’ e apporre l’autorizzazione finale.

    Blackjack.

  74. bimodale il 19 dicembre 2008 alle 00:14

    giocatore…. proprio lo statista devo fare? non lo so, io pensavo di fare la dama di corte…. oppure la first lady

  75. bimodale il 19 dicembre 2008 alle 00:17

    o lo statistico?
    ma si può applicare la fisica quantistica ai fenomeni della letteratura?
    oppure la critica frattalica al management editoriale? lo strano attrattore è la gloria dell’autore?

  76. Giocatore d'Azzardo il 19 dicembre 2008 alle 00:19

    Ach, bimodale, il nome mi ha ricordato la distribuzione di alcune analisi statistiche e così… ho collegato con una cattedra universitaria, oh: roba prestigiosa, mica robetta :-) Però siamo in un paese libero e quindi, non ho nulla da obiettare e come first lady… andata!!!

    Blackjack.

  77. Giocatore d'Azzardo il 19 dicembre 2008 alle 00:25

    Bimodale, ma ti rendi conto che, col tuo breve commento, hai gettato le basi per un prossimo saggio letterario di valenza mondiale? Fenomenologia quantica (quante copie?) della letteratura, frattaglie editoriali maneggiate e la strana attrazione per Gloria Gaynor. Le 1000 e 1 fatiche dellautore moderno!

    Però una roba così non la può pubblicare un banale meridiano o una minimum fax; qui si rifonda l’editoria dalle basi: Editore i tipi di Equatore Maximum Mail. :-)

    Blackjack

  78. bimodale il 19 dicembre 2008 alle 00:34

    vada per la cattedra e l’opera in n-tomi di ‘fenomenologia e fecognomenologia dell’autorìa schizofrenula: come scindersi in milioni di lettori e comprarsi il proprio libro. Autoreferenza capitalismo e pippe nell’epoca di Wanna Marchi- è chiaro?’
    :)))

  79. agata il 19 dicembre 2008 alle 00:43

    guardate che davvero con tutto il rispetto non è che franz sia l’unico ad avere ragione, qui di ragioni ce ne sono molte e il problema è una certa mancanza di senso critico e che qualche volta anche in questo blog ci si chiude in una certa autoreferenzialità. è normale, vi conoscete e vi apprezzate, ma i metri dovrebbero essere uguali per tutti. come scrive sciola anche a me è capitato di essere aggredita per aver criticato un testo “allora non stai facendo critica testuale, sei solo un vigliacco che spara da dietro i muretti a secco del proprio anonimato” e certo non mi sono mai permessa di usare i termini che franz ha usato con iannozzi. insomma se si deve rispetto si deve a tutti non solo agli amici, e se la critica è libera vale per tutti anche per gli amici. anzi la critica è una prova d’amore che aiuta a crescere e dovrebbe partire proprio da qui, se tutti concordiamo sulla carenza dei critici e auspichiamo un nuovo approccio, da dove mi chiedo deve partire se non da qui?

  80. agata il 19 dicembre 2008 alle 00:56

    @franz
    non ho bisogno di alcuna doccia gelata
    sono sveglia da 35 anni
    lavoro nella scrittura da quando ne avevo 18
    credo che l’aggressività non serva ad avere ragione
    ma un confronto vero nasca anche dal mettere in discussione le proprie idee altrimenti non sono post ma proclami
    inutile azzannarsi: siamo dalla stessa parte :-)

  81. bimodale il 19 dicembre 2008 alle 01:01

    agata…. il tuo nome ha acceso qualcosa dentro moi. giuro. non so, agata…. :)

  82. agata il 19 dicembre 2008 alle 01:12

    @bimodale non è il nome è l’ora tarda, mi sa che siamo rimasti gli ultimi qui a nazione indiana, che si fa? spegniamo le luci? bello il tuo ultimo racconto :-)

  83. bimodale il 19 dicembre 2008 alle 01:18

    ah… grazie! :) sì.. dai spegniamo le luci! buonanotte! a presto!
    :-)

  84. MRT il 19 dicembre 2008 alle 02:16

    e anche ‘sto post andò a puttane…
    e.

  85. Iannozzi il 19 dicembre 2008 alle 09:34

    @ DOMENICO PINTO

    Io ho rivolto semplicemente una critica al pezzo di Krauspenhaar, essendo che porta specifiche accuse nei confronti di blogger e critici e giornalisti, esigendo la manna gratuita dalla società (letteraria ed editoriale). Come: In un mondo letterario e giornalistico assurdo. In un mondo letterario e giornalistico italiano assurdo, che pretende di far vivere la cultura con il volontariato dell’autore. E ancora, pescando a caso tra le tante esternazioni prive di senso di Krauspenhaar: “E dunque ingrassano i maneggioni che stanno attorno al mercato, i mercanti in fiera: editori che spingono solo ciò che hanno deciso di pubblicizzare in anticipo, giornali sempre in ritardo su ciò che davvero succede, bookjockeys senza alcuna morale, critici che non riescono a fare il loro lavoro, essendo anch’essi dei Fangio a rischio d’incidente in curva, altri critici che pensano soltanto a coltivare il loro orto, i loro autori, la loro piccola scuola di polizia privata.”

    Di assurdo ci sono solo le pretese di Krauspenhaar e di chi lo sostiene, anche per le sue minacce filo-nazistoidi nei miei confronti, nei confronti della persona che sono, del giornalista che sono e non da ultimo del blogger.

    Si ritenga dunque il signor Krauspenhaar un fortunato, nel vero senso della parola, perché con simili accuse non dovrebbe passarla liscia. Proprio no. Non si può pretendere che la società civile taccia di fronte ad accuse tanto violente e non comprovate. Si assuma le sue responsabilità, prima come uomo, poi come scrittore se lo crede. Ma tenga le minacce e le intimidazioni al di fuori di un contesto che dovrebbe essere all’insegna della civiltà; e se non è capace, che taccia allora, per il suo proprio bene e soprattutto per non compromettere quegli scrittori che pur con le difficoltà del mestiere – che loro hanno scelto in piena libertà – vivono e scrivono, a testa alta con dignità e nobile umiltà manzoniana e non come degli azzeccagarbugli.

    Caso chiuso.

    Buone feste in ogni caso.

  86. ida il 19 dicembre 2008 alle 10:07

    mi sembra interessante, la richiesta:
    una critica alta, che ridimensioni finalmente molti autori sopravvalutati, nominati, recensiti, intervistati e interpellati troppo spesso.

    Dico ciò con ironia. Forse in realtà i critici bookjockey sono quanto di meglio possano sperare molti.
    Gli unici che riservano a tanti autori l’onore di una chiamata nominale nel campo della letteratura;
    temo infatti che critici oh sì, “veri critici”, ricaccerebbero in poche settimane i loro nomi in semplici definizioni di filone, di scuola, scuoletta e quartierino.
    Sì, sarebbe bello, dopo decenni di certa roba, passare finalmente ad altro.

  87. giuseppe catozzella il 19 dicembre 2008 alle 11:09

    Secondo me il problema posto da Franz è molto serio, e del resto non è altro che una ulteriore incarnazione della struttura fondamentalmente corrotta e mafiosa che regge tutte le cose del nostro paese.
    E che, d’altro canto, si portano dietro comunque alcuni scrittori, pronti a piegarsi per una recensione in più o uno spazietto di visibilità: “Sempre a petizionare sulla scomparsa delle vacche magre in Alaska, e poche, pochissime volte, a fare gruppo, quadrato, squadra. Giammai. Si scrive da soli e si va avanti col proprio pennino – incastrato sul proprio fuciletto bambino – da soli, nel “formicaio” kubrickiano, fino alla morte.”

  88. franz krauspenhaar il 19 dicembre 2008 alle 12:53

    Salto a pié pari un buon 80% degli “interventi” (roba da buttarvi in pasto alle belve feroci, diciamo, compreso quell’intelligenCone che si appiccica addosso il nome di un gioco di carte e a fascismo lo vedo combinato davvero bene), saluto le poche persone sensate (nel senso che la loro vita ha un senso), e accolgo con entusiasmo la proposta di Andrea Inglese, uno dei pochi artisti e intellettuali forti e puri che (s)popolano nei blog letterari.

    @Domenico Pinto. Hai perfettamente ragione caro Domenico, ho replicato in maniera esagerata e ne sono stato ripagato come meritavo.

    Sono anch’io d’accordo mi pare con Bimodale che è comunque meglio uno scontro acceso di questo blog ai “cimiteri internettiani” di certi siti dove manca il commento. Quello, contrariamente a quanto dicono alcuni, non sono blog ma santuari del pensiero unico.

    Grazie a Giuseppe Catozzella, mio amico e soprattutto scrittore esordiente di grandi qualità – vedere il post in cima, in homepage.

    A quanti menano rassegnazione e il triste e consumato “siamo tutti nella stessa barca” invito a rivedere il filmato di Fangio: le curve, le ruote che pattinano, le scodate, le controsterzate a uscita di curva, la mancanza di vie di fuga fuori dalla pista. Ho scelto quel filmato perchè noi siamo così, senza protezioni; oggi gli Hamilton & Compagni non fanno automobilismo, fanno dei videogiochi dal vivo.

    Concludo riaffermando che bisogna INFRANGERE IL TABU’. Rischiando il tutto per tutto.
    Ma a coloro che desiderano continuare a pascolare nel gregge degli “sfigati” del settore, posso soltanto dire:”Siete voi, acquiescenti per vigliaccheria e “tornaconto di visibilità”, i nostri peggiori nemici.”

  89. soldato blu il 19 dicembre 2008 alle 13:16

    @Franz

    Non l’ho fatto prima perchè sarebbe parso ambiguo e, malgrado non condivida del tutto il tuo intervento, si sarebbe potuto mostrare come commento negativo del tuo post.
    Ma niente affatto.
    Ora che hai individuato quell’80%,
    a quell’80% è rivolto il mio commento:

    Si scopron le tombe,
    si levano i morti,
    i martiri nostri
    son tutti risorti.

    Wlitalia.

  90. agata il 19 dicembre 2008 alle 13:34

    @franz io condivido le tue riflessioni e il tuo malessere ma non le tue soluzioni, siamo un paese di molti scrittori e pochi lettori addomesticati e distratti, e non credo che scioperi o boicottaggi avrebbero alcun impatto sulla pubblica opinione che di letteratura non si interessa se non marginalmente, acquistando libri con fascetta di premi prestigiosi o consigliati da critici in delirio oppure nemmeno quelli.
    in quanto al rischiare il tutto e per tutto, cosa intendi? rifiutare un invito a a una trasmissione radiofonica è un atto di così sconvolgente eroismo?
    credo anch’io che bisogna trovare una soluzione, ma che la soluzione non sia questa, manca il contesto ed è quello forse che si deve cercare di creare e un progetto più corposo che certo ha bisogno di più spazio e tempo di un semplice post. in quanto alla tua capacità di giudicare il valore della vita altrui, non commento ti commenti da solo. in quanto all’insulto come arte di sottomissione, roba che non fa tremare nemmeno le liceali.

  91. Giocatore d'Azzardo il 19 dicembre 2008 alle 13:47

    Krauspenhaar, come mai tanta acredine? Se non ti garba il ruolo di vicedirettore, si può sempre cambiare. Va da sé che, secondo me, non hai idea di cosa ti perdi, ma hai presente un ufficio tutto tuo, sedia in pelle, tavolo in rovere, sigaro dominicano rigorosamente fatto a mano fra le dita (quelli cubani sono ancora sotto embargo) e terminale cifrato RISERVATO che spara notizie da “un romanzo al giorno” a tua completa disposizione? Secondo me un po’ l’idea ti piace. Risolveresti anche il problema del day by day, gli stipendi da quelle parti non sono niente male e, come vicedirettore, non avresti nemmeno l’onere di dover partecipare all’operatività quotidiana.
    Giusto quel minimo di riunioni, indispensabili per qualificare la presenza. Tra l’altro Forte Braschi è in una zona molto bella e uscire un po’ dalle nebbie del nord non ti farebbe male (a parte la settimana scorsa che serviva il salvagente per camminare nelle strade di Roma).

    Vabbé, era solo un’idea. Sogno per sogno (lo stipendio di stato a chi scrive), tanto vale sognare in grande. Non credi?

    Blackjack

  92. Paolo S il 19 dicembre 2008 alle 14:02

    Sergio, buona parte dei liberi professionisti che conosco io, dai designer ai geometri, passando per i parchettisti deve INSEGUIRE i clienti per farsi pagare. Non che muoiano di fame, ma è per capirsi: non sono solo quelli che vivono dei frutti della propria arte che si sbattono per ottenere cifre spettanti e pattuite. E dire che vivo nel ricco nordest. Non hanno problemi medici e avvocati. Ma non è questione di albo, evidentemente, perché pure i geometri ce l’hanno.
    Praticamente tutti i mei amici con contratti di lavoro cosiddetti atipici, dire che hanno qualcosa di GARANTITO è piuttosto generoso. Ma basta così.
    Concordo al 100% che la letteratura è una piccola fetta di una piccola torta, e che la battaglia per le briciole sia una logica, triste conseguenza. Concordo anche sul fatto che di “prestazioni” letterarie non si campa, e pure non si può farne senza, se si vuole esistere sulla pubblica piazza. Che questo meccanismo sia ingiusto e sfavorisca i poveri, d’accordo in pieno. E non ho nulla da obiettare riguardo al fatto che il pubblico in Italia sia modesto, in quantità e qualità. OK, è il paese. E in esso c’è tutto questo, ed è ingiusto.
    Quindi? Quindi, il problema del paragone tra Franz e Manel Fangio è che Manuel Fangio (per dirla in termini strettamente “di mercato”) consegnava al pubblico un prodotto che un pubblico in crescita desiderava. La spericolatezza e i rischi che corre Franz sono evidenti solo a una ristretta comunità, tant’è che deve metterli in piazza per farli esistere. Al di fuori di questa comunità, probabilmente, ci sono quelli che gli darebbero del ‘cazzaro’, per affermazioni come queste. Lui potrebbe replicare ignoranti, sempliciotti, quantaltro. Et voilà, il magico cerchio del pubblico gli si fa più piccino.
    Qui devo dare ragione a Baricco, su questo: chi sfonda davvero, sfonda perché sa parlare a ‘tutti’ nella più vasta concezione del ‘tutti’ disponibile sul mercato. Meglio se ne inventa una più ampia. Gli operatori del settore, si sforzano di trovare chi secondo loro può parlare a tutti, e incappano in errori a volte terrificanti, e spesso sono in malafede. Ma pensare che tutto sia in mano a La Lobby è fuorviante. Soprattutto finché gli scrittori avranno le idee poco chiare su cosa significhi davvero scrivere ‘per tutti’…

  93. franz krauspenhaar il 19 dicembre 2008 alle 14:35

    Giocatore d’azzardo, hai presente il sapone? Ecco, vattelo a mangiare.

  94. Giocatore d'Azzardo il 19 dicembre 2008 alle 15:13

    Krauspenhaar, in un precedente commento volevi appendere il povero Iannozzi per le palle (una metafora assai colorita, per essere gentili) e ora, dopo avermi debitamente classificato “a fascismo lo vedo combinato davvero bene”, te ne esci con la trovata del sapone. Ma non ti pare di esagerare, almeno un pochino? In fondo non ho fatto altro che inventare dei ruoli ‘di fantasia’ e scambiare quattro battute.

    Il sapone continuerò a usarlo per altri scopi (lo sapevi che si può utilizzare anche per segnare le carte?) e ti lascio i miei Auguri di Buon Natale. Ora torno a fare altro, il commercialista mi ha appena telefonato e sono un po’ depresso…

    Blackjack.

  95. bimodale il 19 dicembre 2008 alle 16:17

    il busi, Scrittore, per quanto non ami vederlo nei reami di mediaset, per quanto orgogliosamente posso dirmi disintossicato dalla tv da ormai quattro anni, magari lo fossi anche dalla sostanza m, insomma il busi celestiale ebbe a dire di “….essere suicidali” nel suo Nudo di madre / Manuale del perfetto scrittore. io, per quanto ne posso potere, penserei a un Manovale del confetto coscrittore e non per essere figlio di muratore ma per non essere un muratore. e insomma se il liguaggio e` la casa dell`essere allora costruiamo una casa. possiamo distinguere le nostre proiezioni dalla realta` possiamo lottare insieme e amare possiamo cambiare noi prima di pretendere che lo facciano gli altri. possiamo dire che il papa ci sta rovinando e noi non potendo mandare in culo lui ce la prendiamo col vicino? io bramo nuovi miti nuova beat generation le menti migliori della mia generazione bruciarsi ad amici al grande fratello no. io leggo nei nugoli di uccelli sulla stazione di firenze la nostra stessa avidita` nel cercare un posto sopra l`albero e dormire scacazzando di sotto la gente che non muore di feim ma di fame. insomma liberiamoci di noi stessi una volta per tutte e giochiamo come quando eravamo adulti…

  96. bimodale il 19 dicembre 2008 alle 16:18

    per quanto… possa….

  97. agata il 19 dicembre 2008 alle 16:32

    e adesso si attende una poesia di soldato blu sull’elogio delle saponette in quanto aedo del combattente franz, no ma dico e l’ironia?

    @paolos grazie per le tue riflessioni così pacate ma giuste. c’è ad oggi in questo paese una crisi generale che investe anche la letteratura che fornisce un’offerta troppo superiore alla richiesta. forse sarebbe il momento di uno stop e che le case editrici smettessero di inseguire numeri per pubblicare dieci autori al massimo all’anno, ma ben seguiti e ascoltati, con testi riveduti e corretti non pieni di refusi come spesso capita, e promossi come si deve non come un prodotto tra mille, ma come qualcosa di unico e irripetibile.

  98. soldato blu il 19 dicembre 2008 alle 20:30

    una poesia di soldato blu sull’elogio delle saponette in quanto aedo del combattente franz

    no ma dico e l’ironia
    tu la capisci, Franz
    quando uno ti suona
    la cornetta perch’è bravo
    a giocare sul limite
    del dire e te l’infila
    astuto in modo che tu non possa
    replicare al modo giusto

    e ti debba invece procurare
    una saponetta per farla scivolare
    e non soffrire troppo?

    perché se ti permetti di mandare in culo
    un asino che raglia
    e tu sei invece cane
    lui, che ha letto l’abbruciato,
    si dice pegaseo
    e tu resti canaglia

    l’ironia ch’è arma amorevole
    solo quando si caglia
    l’assassinio dell’altro
    con la morte a se stesso

    diventa un cesso
    se la merda è scagliata
    sull’altro,
    soltanto pensando
    di farla franca
    perché si ha la missione
    di fare pulizia delle persone

    sulla pagina
    si è tutti personaggi
    di questo si parla
    e si straparla

    chi ha rimproverato Dante
    per aver tagliato sin là dove si trulla
    un personaggio storico importante
    sono i seguaci poco raccomandabili
    di una ideologia assassina

    che Agata mi chiami in causa
    accusandomi di complicità
    con Franz per avere appeso in effige
    e per le palle
    l’autore di sproloqui perennemente
    invisi anche a chi viene da fuori

    per me significa solo questo:
    Agata, da pochi indizi, ha capito
    che non mi fotte niente delle forme
    imposte e considerate giuste

    le forme me le scelgo, giuste, io
    e quando voglio far male si capisce

    perchè chi pensa di far male con educazione
    una cosa sola merita: essere appeso per le palle,
    con educazione: cioè in effige.

  99. Giocatore d'Azzardo il 19 dicembre 2008 alle 21:57

    Estremamente interessante la tua poesiola soldato blu. Provo a fare un riassunto? Non è poi così complicato come potrebbe sembrare di primo acchito.

    In questo paesucolo, dove tutti han diritto a tutto, per il semplice motivo che esistono, una mattina anche gli scrittori si svegliarono col piede sbagliato. “Ma come? Cos’è questa storia?”, esordisce il più ardito (c’è sempre un ardito più ardito degli altri in queste vicende), “Qui tutti prendono soldi, guarda Alitalia e le Banche. E il Cinema? E il Teatro? Persino quelle mezze checche della danza hanno i sussidi.” Un’eco lontana: “ E Veltroni con la sua festaaaaa…”

    C’è la speranza di raccattar denaro nel messaggio e vuoi che, a fronte di una tale proposta, non monti l’italico consens(in)o? E com’è possibile non trovare, in una simile situazione, il nostalgico della ‘lotta dura senza paura’, quello che sguaina la scimitarra?

    E’ come il rigore di beccalossiana memoria il pavloviano proclama che investe l’etere: “Sciopero ad oltranza!!!” (e i tre punti esclamativi ci stanno bene).

    C’è solo una cosa che non quadra, uno sciopero ha senso se hai una controparte con cui trattare, se hai un peso specifico; insomma: se qualcuno ti fila. Ma qui, di fila non ce n’è. Se fai la conta a fatica raggiungi i 100; in soldoni lo 0,0000017% della popolazione italiana.

    Però, a differenza dei 100 poveretti che chiedono giornalmente carità e pietà in una qualunque via di una qualunque città italiana, dove nessuno se li fila anche se avrebbero ben diritto nel reclamare più attenzione da parte di un paese civile, questi 100 hanno dalla loro un’arma terribile: la parola! Loro sono gli intellettuali, l’asse culturale portante del Paese, il nostro futuro, la via per le nuove generazioni, il seme e l’orgoglio di un’intelligenza tradita. Chi l’ha deciso? Non è importante, qualcuno l’ha deciso, fra quei 100, tanto basta e allora quale via migliore se non uno sciopero dell’intelligenza? E guai, guai all’impuro che oserà calpestare la via tracciata: corde insaponate sarà il suo destino (oh, nemmeno pece e piume prendono in considerazione, almeno in prima battuta).

    E partì l’ennesima crociata. Nessuno se la fila, la gloriosa crociata, ma non è importante. Il nostro 0,0000017% ha almeno un altro 0.000017% (non sbagliate a contare gli ZERI mi raccomando) che gli darà ragione e li sorreggerà, nel momento del bisogno… a parole. Loro lo sanno, ne sono certi e la battaglia per un futuro garantito deve essere combattuta, il nemico della cultura sarà schiantato: “Avanti, avanti: la parola è con noi! Scrittura libera per tutti!”

    E ti credo che è con voi: non costa nulla e i soldati di ventura si trovano sempre!

    Blackjack.

    PS: l’unico regime che offriva uno stipendio per gli scrittori fu quello sovietico, nemmeno i cinesi e Castro, sono mai arrivati a tanto.

  100. soldato blu il 19 dicembre 2008 alle 22:25

    @ giocatore d’azzardo

    scusa, lo dico con simpatia, hai sbagliato mira.
    non mi sono riferito al contenuto di questo post, ma alla forma della discussione.
    l’ho anche detto di non essere “del tutto” d’accordo con Franz.
    cioè, ho detto: di essere pienamente d’accordo sul fatto che “questo problema” esiste, che per molti è importante e come tale andrebbe discusso seriamente perchè ne va della loro vita.
    indicare al pubblico ludibrio chi, per mestiere, vorrebbe “fare lo scrittore”
    mi pare, anche se si richiamo condizioni “ambientali” che lo rendono utopico o velleitario, un gioco sporco, per non dire lurido.
    non ho detto nulla su quelle che per me potrebbero essere le soluzioni.
    so solamente quale soluzione ho scelto per me.

    p.s.

    esistono in altri paesi istituzioni che danno la possibilità a scrittori e altri artisti di impegnarsi, anche per lunghi periodi, nelle loro attività, senza preoccupparsi dei problemi materiali che, in mancanza di quegli aiuti, potrebbero impedirla. senza richiamare sovietici, cubani o cinesi che non mi paiono i più adatti a rappresentare i possessori del giusto metodo nel
    trattare gli intellettuali, che sono lavoratori come tutti gli altri

  101. agata il 19 dicembre 2008 alle 22:49

    @ soldato per gente che usa le parole di mestiere mi sembra che il ricorso alla parolaccia sia una trista scorciatoia, in quanto al fare male con educazione, non c’è in questi miei interventi un solo accento di malanimo che di far male non mi sembra questo il luogo e nemmeno mi interessa visto l’argomento, le mie parole e la mia passione le tengo per chi rispetta le opinioni e sa tagliare con i versi senza usare fottere o coglioni. cerco di immaginare un dialogo come questo a cui abbiamo assistito qui tra pasolini e moravia in tempi in cui si lottava per davvero e gli intellettuali avevano un peso e uno spessore: no, non ci riesco chissà perché?

  102. Giocatore d'Azzardo il 19 dicembre 2008 alle 22:49

    @ Soldato Blu

    Qui, a me pare si stia un attimo esagerando e ci si prenda un po’ troppo sul serio.
    Le istituzioni di cui parli esistono eccome, ma ci vai un anno, due, facciamo tre dai, ma se poi non hai i numeri qualcuno te lo viene a dire che devi cambiare mestiere. Senza che nel cambiare mestiere ci sia nulla di disonorevole; così almeno mi pare.
    Qui la base, la sostanza, mi pare un pochino diversa; riassumo: siccome ho pubblicato e non riesco a campare con i diritti d’autore e/o con le attività collaterali, qualcuno mi deve mantenere. La taglio a fette grosse, ma la sostanza è quella ed è una sostanza che definire ridicola mi pare quasi un complimento. Tu ci vedi qualcosa di diverso?

    E poi, facciamo a capirci: chi deciderebbe a chi distribuire il ‘titolo’ (perché qui di titolo si tratta) di scrittore che dovrebbe garantire il vitalizio? E in che modo? Per quanto tempo? Bastano i tribolamenti dell’anima? Serve uno sponsor? Si contano le righe?

    Mi dici che ti scegli le forme? va benissimo, ma nel momento stesso in cui le scegli: gestiscile senza rompere al mondo intero. O forse dovrei, al prossimo tavolo che mi metterà in bolletta, andare a reclamare la CIG perché, cazzo, col mio lavoro di giocatore d’azzardo ci campano una marea di persone? Qui la verità deve essere cercata da un’altra parte; non chiedermi quale, ma l’impressione, da assoluto ignorante, è che l’Editoria sia sul bordo nel quale sono piombati, poco tempo fa i fondi che speculavano sui mutui sub prime. C’è un’offerta che non trova una domanda e un’inflazione di libri (di ogni genere) da far paura anche al più accanito lettore e al più scafato dei librai.

    Vogliamo continuare a inflazionarla, questa super produzione insensata, oppure ci mettiamo in testa che qualcuno dovrà cambiare mestiere e, magari, cercarsi un modo diverso per campare?

    Blackjack.

    PS: ovviamente sono esclusi, dal mio ragionamento, tutti quelli che lo fanno per passione, per ambizione, per bravura, per tutti i motivi di questo mondo; liberissimi di continuare a fare quello che vogliono; se non cercano di imporlo agli altri con la forza e la presunzione.

  103. Iannozzi il 19 dicembre 2008 alle 23:51

    perchè chi pensa di far male con educazione
    una cosa sola merita: essere appeso per le palle,
    con educazione: cioè in effige.

    Più che indecente sei patetico e uguale a te chi oggi ti tiene bordone.
    Ma più rompete gli zebedei e più gli animi si inaspriscono: e la conseguenza può solo essere una e una sola e cioè che più non vi si caga, manco di striscio, nemmeno per lo spettacolo triste della polemica. Il risultato è poi quello per cui ci si lamenterebbe: che non si vende. Che dei libri non si parla né in bene né in male. Se questo è quel che desiderate, io credo ci stiate riuscendo alla perfezione. Saranno contenti di più gli editori o gli autori?
    Ai posteri la risposta, scontata e già oggi inflazionata, come un miserrimo segreto di pulcinella.

  104. macondo il 20 dicembre 2008 alle 01:51

    Io non ho bisogno di dire di NO. Me lo dicono sempre gli altri :-(

  105. soldato blu il 20 dicembre 2008 alle 09:48

    @ agata

    1. Non sei tu che fai male con educazione. Affermo che ci sono “specializzati” in questo sport.

    2. L’educazione per te è non dire “fottere” e “coglioni” in versi?

    Bush e Benedetto XVI sarebbero “educati” perché non li hai mai sentiti dire “cazzo?
    Berlusconi sarebbe stato “educato” se avesse evitato di dire, qualche volta, “parolacce”?
    E’ chiaro che su questo abbiamo idee un po’ diverse. E non se ne può parlare ora.
    Tieni conto solamente che “non dire le parolacce” è una delle norme chiave dell’”educazione” impartita dalla “mamma italiana”, corresponsabile, a mio avviso, dell’attuale disastro antropologico
    che affligge questo dannato paese.
    .

    3. Cosa sarebbero, poi, questi “tempi in cui si lottava veramente” che farebbero capo a Moravia e Pasolini? I quali, secondo te, potrebbero insegnarci a discutere. Di quali Moravia e Pasolini ti sei invaghita? Hai letto le loro opere, quello che dicevano di sé. Oppure hai tentato di ricostruire ciò che erano “veramente”, percorrendo strade e sentieri meno conosciuti, ma comunque lì davanti, che mostrano questi personaggi nella loro realtà più o meno meschina quanto quella di qualunque altro?

    4. Io non uso le parole di mestiere, sono soltanto un dilettante. Secondo il tuo ragionare potrei, allora, mettere “fottere” e “coglioni” in versi? È il monaco che si fa l’abito?

    @ iannozzi

    Questo hai scritto: “più rompete gli zebedei e più gli animi si inaspriscono”.
    E il bue cornuto? O l’asino?
    Chi inquina l’acqua? Chi sta a monte o chi sta a valle?

    @black jack

    Questo hai scritto: “ovviamente sono esclusi, dal mio ragionamento, tutti quelli che lo fanno per passione, per ambizione, per bravura, per tutti i motivi di questo mondo; liberissimi di continuare a fare quello che vogliono; se non cercano di imporlo agli altri con la forza e la presunzione.”

    Premesso che la faccenda non mi riguarda direttamente – faccio questa distinzione perchè, pur avendone la passione, mi manca certamente l’ambizione e la bravura – che cosa significa, per uno che ha ambizione e bravura, non doversi “imporre agli altri con la forza e la presunzione”?
    Se uno pensa di essere bravo perché non dovrebbe avere l’ambizione di imporsi con tutti gli strumenti leciti, consentiti in un ambiente in cui – come in tutti gli ambienti dove si tratta di condurre battaglie – viene richiesta una capacità di manovra, e un uso della forza, degni di Sun Zu?

    Oppure dovrebbe rinunciare all’obiettivo della sua vita, perché Iannozzi, Piantagrane & C. considerano tutto questo presuntuoso?
    L’”essere presuntuoso” ha sempre carattere soggettivo, o è quello che pensa qualcun’altro, o deriva dall’incapacità di prendere le proprie misure.
    Chi ha letto il libro di Franz e pensa che sia presuntuoso, avrebbe fatto meglio ad astenersi da questa discussione. Infatti sbaglia: nel caso di Franz si tratta di bravura e giusta ambizione.

  106. franz krauspenhaar il 20 dicembre 2008 alle 10:30

    Mi scuso con Blackjack, per il resto quoto in pieno Soldato Blu, un vero marine della scrittura; quelli che ti picchiano con eleganza sono i peggiori. Iannozzi sa bene che ho tentato più volte di riabilitarlo: pubblicandolo qui quando facevo ancora parte della redazione ( e beccandomi infinite critiche), cercando di dialogare. Ma la cosa si è rivelata impossibile. Io non sono stato da meno, me ne prendo la responsabilità. Invece di ignorarlo, come mi hanno consigliato tutti, l’ho combattuto; ma almeno, penso, l’ho reso visibile, vivo, forse. La cosa peggiore per un essere umano è essere o torturato o ignorato.

    L’appendere Iannozzi per le palle è una “gentilezza” che gli porgo. Perchè sia un vero soldato di questa baraonda, non un povero Schweijk come tanti.

    Certo è che il discorso sulle difficoltà dell’autore, ancora una volta, sono state poco capite. Chi si appella al surrealismo, vedendo in una condizione disperata ma non seria tracce di vaudeville o di teatro della crudeltà (come se a tentare di condurre un’esistenza normale fossero solo loro), chi dà ricette “pratiche”… Manca solo l’ “andate a lavorare” di tristanzuola memoria, e siamo serviti.

    In un paese che non riconosce nè meriti nè colpe, è perfettamente normale vedere questa come una pagliacciata, o come un modo per farsi notare; come se, in 4 anni di Nazione Indiana, non avessi già pubblicato una miriade di articoli miei e di altri.

  107. marino il 20 dicembre 2008 alle 11:28

    Sono stato a Torino a presentare il mio libro, ospite di un
    circolo elegante, pieno di gessetti e stucchi e scale antiche e saloni. Per andarci mi sono pagato il viaggio e a torino ho dormito a mie spese. Avevo chiesto, visto che non possiedo una carta di credito, di fissarmi una camera
    che avrei saldato certamente al mio arrivo, e mi fu detto,
    da qualcuno del circolo, che non era nel regolamento.
    Ce n’era abbastanza per non andare ma l’avevo promesso a
    mio figlio, il museo del cinema e quello egizio ecc. Insomma
    andai, mi pagai tutto e mi resi conto che non avevano messo una locandina, non un paio di righe sui giornali,
    alla presentazione qualche fedele, attesi alla fine che mi si offrisse almeno un caffé, ma non avvenne. Me ne andai
    e nessuno sa che ci sono stato.
    ce n’era abbastanza per non andare, dicevo, e avrei dovuto farlo, perché cosí ho offeso la scrittura.
    Non pagare le spese e la jurnata allo scrittore che inviti é
    come portare un bracciante agricolo nell’orto e la sera
    dirgli bravo e basta. D’estate vivo in un posto dove mi chiedono di presentare degli scrittori e la prima cosa che
    faccio é chiedere di non far venire nessuno per la gloria.
    Questo post non era per la gloria. Ho anche letto, forse
    Soldato Blu, che in certi posti succedono delle cose per aiutare l’autore. Bene, le altre tre stagioni dell’anno le vivo in un posto dove si traduce ció che scrivo e dove allo scrittore che produce reddito, ma non abbastanza per
    camparci, viene concesso un sussidio.

    .

  108. domenico pinto il 20 dicembre 2008 alle 13:30

    @ Iannozzi
    Ho messo in moderazione il tuo ultimo commento. Se hai pendenze da sistemare con Krauspenhaar discutine altrove, non in questo spazio.

  109. sergio garufi il 20 dicembre 2008 alle 13:49

    L’esempio agghiacciante di Marino, e se ne potrebbero fare altri cento simili, spiega che razza di paria siano oggi gli scrittori in Italia. Non è dovunque così.

  110. marco rovelli il 20 dicembre 2008 alle 13:52

    Mi pare cosa buona e giusta non esserci andato da parte di Franz. E’ questione di dignità, dice bene. E lo dico io che, diversamente da altri miei colleghi che si muovono solo a gettone, tra Lager italiani e Lavorare uccide ho fatto più di cento presentazioni in giro per l’Italia, sempre e solo a rimborso spese – perché per me è questione di raccontare cose che ho visto e che siamo in pochi a raccontare, insomma è una forma di “militanza” – ma almeno il rimborso spese lo pretendo.Se si considera che una trasmissione radiofonica o televisiva fa lo show su di te e dunque entri a far parte di un discorso economico – è giusto che qualcosa a te tocchi – almeno, ripeto, per rimborso spese.
    Nel caso del circolo torinese menzionato da Marino (luogo facilmente riconoscibile, ce n’è solo uno così…), è davero inaccettabile quel trattamento, considerando che prendono soldi dagli enti pubblici…

  111. Tashtego il 20 dicembre 2008 alle 14:39

    non ho seguito se non la coda.
    dico che l’autore si piace troppo in quanto tale.
    dico che qui si considera la scrittura un atto sacro et supremo, ma altrove, cioè in altri luoghi della società, non è così: contano altre cose.
    dico che tutto questo è liceo, dove ti dicono che la curtura è il massimo e dunque tu, per tutta la tua vita di scrittore pensi che sei all’apice dell’umano, anche se nessuno se ne accorge.
    e che ciò ti deve assere riconosciuto…
    ma dato che non avviene quasi mai, allora il mondo è sporco cattivo e ignorante e le case editrisci sono vendute e pensano solo a produrre soldi…
    si sappia finalmente che le cose stanno estattamente in questo modo.
    se ne prenda atto.
    e si smetta di fare la lagna.
    benvenuti nel post borghese e nel post liceo.
    benvenuti nel mondo di maria de filippi, che coincide, quasi in toto (solo da noi) col mondo tout court.

  112. Giocatore d'Azzardo il 20 dicembre 2008 alle 15:20

    @Soldato Blu: non imporsi con la forza e la presunzione è semplice da decifrare. Forza: non tentare di imporre a tutti, ubi maior, uno stipendio fisso agli ‘scrittori’. Presunzione: presumere di essere assolutamente e senza dubbio alcuno uno scrittore e, in forza di questa ‘presunzione’, pretendere lo stipendio.

    Per il resto uno ha il diritto di fare tutto ciò che vuole (di lecito), per imporsi e se ne ha le capacità; nessun problema.

    Il resto già detto, e mi pare ben più importante.

    @Krauspenhaar: nessun problema e Buone Feste, le discussioni pesanti esistono anche per chiarirsi e, da parte mia, il massimo rispetto. Questo non vuol dire che, la prossima volta che non sarò d’accordo, eviterò di dirlo. Se sono stato troppo pesante, chiedo venia, ma, francamente, mi aspettavo una risposta che mi infilasse in qualche ruolo ‘strano’ e mettesse tutto sul ridere.

    @Marino: i figli a volte ti fanno fare cose che non dovresti, comunque se te ne fossi andato, avresti fatto la metà di quello che dovevi fare. Ecco, lo scrittore dovrebbe applicare la norma del ‘rispetto’ sempre. Nel mio caso non esiste, non solo che un Casinò non mi paghi, se mi chiama per un tavolo, ma che non paghi la tariffa che io ho deciso, spese comprese; e dove andare a dormire, a mangiare e come arrivarci, lo decido io. In questo caso avrebbe più che senso, non uno sciopero, ma una presa di posizione decisa, da parte di tutti. Si tratta solo di capire il livello di adesione che potrebbe avere una simile iniziativa; non so perché, ma ho l’impressione che finirebbe in un grande flop e potrebbe persino trasformarsi in un boomerang; vista l’italica mentalità. Tanto per chiarire: gioco pochissimo nei Casinò italiani, sono dei barboni quasi come quelli che ti hanno invitato. E si vede: sono i Casinò che incassano meno in tutto il mondo e sono state sufficienti 4 case da gioco oltre frontiera, per mandarli in crisi.
    Allora il problema, quando si parla di ‘entertainment’, è che forse non ci sappiamo fare. E, scusatemi se faccio un mucchio unico, nell’entertainment, ci metto la scrittura, l’arte, i musei, i casinò, il turismo; tutto ciò che potrebbe costituire una fonte inesauribile di reddito per questo stupendo Paese, ma che, per infiniti motivi, non siamo in grado di sfruttare. E’ un tema che va ben oltre il sussidio agli scrittori e che mi lascia assai perplesso: gli italiani sono sempre stati ottimi mercanti, ma pare che questa capacità si sia persa in chissà quali rivoli e l’arte, come tutte le cose, non è sufficiente produrla, ma si deve imparare a venderla.

    Blackjack.

  113. bimodale il 20 dicembre 2008 alle 15:25

    almeno in questo blog si può commentare, e non sempre esiste la moderazione. ci si dovrebbe affidare al buon senso di chi commenta.
    non permettere i commenti o moderarli, magari perché si ha la coda di paglia e si teme l’offesa o l’insulto, chiariscono il mio concetto di ‘dittatura elettrica’ così come le ricerche dell’università di tokio sull’interfaccia cerebrale dimostrano la veridicità del postdigitale, dell’interassenza e dell’inconscio elettrico.
    magari c’è una sottile malattia che si chiama ipocrisia e un’altra, peggiore, che si chiama invidia.
    io vorrei andare via dall’italia, eppure la amo.

  114. marino il 20 dicembre 2008 alle 16:07

    Certamente avrei dovuto rifiutare, jugador.
    Leggo poi che l’autore si piace troppo in quanto tale.
    E perché non dovrebbe essere?
    Forse a volte non ci piace parlare da soli perché fa piacere parlare con persone intelligenti?

  115. Iannozzi il 20 dicembre 2008 alle 18:37

    Dovrebbe mettere in moderazione le accuse e le minacce nazistoidi di Krauspenhaar.

    Bene.

    Riterrò NI tutta colpevole al pari di Krauspenhaar.

    Adesso può mettere in moderazione quel che le pare.

  116. franz krauspenhaar il 20 dicembre 2008 alle 18:37

    Ma sì, c’è chi ha fatto l’università e chi si è fermato al liceo. E peggio per lui, naturalmente. E naturalmente, guai a fiatare, e sì, guai a “fare la lagna”.

    Zitti e mosca, naturalmente. E buon futuro al laureato con 110 e lode in architettura…

  117. franz krauspenhaar il 20 dicembre 2008 alle 18:40

    “L’autore si piace troppo in quanto tale”. Tastego, parla di sé, come al solito, immagino:-)

  118. franz krauspenhaar il 20 dicembre 2008 alle 18:41

    Tast-ego: colui che tasta il proprio ego…:-)

    Iannozzi, falla finita. Dài, va a giocare a palla con gli amichetti tuoi.

  119. sergio garufi il 20 dicembre 2008 alle 19:46

    per me “liceale” è scrivere “case editrisci”, “curtura”, fare quello che ha capito tutto della vita e ora ce la spiega (“le cose stanno esattamente in questo modo”).

  120. Tashtego il 21 dicembre 2008 alle 00:17

    io scrivo più o meno quello che penso.
    non pretendo che sia la verità.
    la verità non esiste, in nessun campo.
    mi sono laureato con 108/110.
    ho anch’io fatto il liceo, certamente.
    sarebbe bene – ma dico tanto per dire – che lo scrittore smettesse di considerarsi il custode delle cose alte e si vedesse per quello che ormai è, un marginale di cui a nessuno frega nulla se non vende almeno qualche decina di migliaia di copie.
    è una condizione comune talmente ovvia che non varrebbe nemmeno la pena di parlarne, se ancora non ci fosse in giro così tanta gente incapace di dirsi a chiare lettere che qualità e cultura sono diventate problemi esclusivamente personali, privati, ctonii (bel termine liceale).

  121. franz krauspenhaar il 21 dicembre 2008 alle 00:49

    Tash, io non mi sento affatto marginale, che te devo dì.

    Saranno problemi miei. Se tu ci devi dire come ci dobbiamo sentire, però, forse hai qualche problema con la tua emotività e il tuo senso della realtà.

    Se ti sei laureato con 108/110 mi rechi forte delusione ma me ne faccio una ragione.

    Sul fatto che la verità non esiste siamo sempre nel campo delle tue (e magari anche mie) ipotesi.

  122. bimodale il 21 dicembre 2008 alle 03:49

    dovremmo indossare un’interfaccia cerebrale per poter dire quello che pensiamo, per ora scriviamo quello che postiamo. :) semplicemente. scambiamo corpi di parole. non corpi di occhi e bocche e sudori. non sempre. non qui. on line. secondo me. ammesso che bimodale sia il vero me, quello che piglia il decaffeinato alle 10 prima di fumare. lo scontro vero avviene tra occhi che si bloccano quando percepiscono il vero o il falso dell’altra persona. in genere, dico. magari svisiono ma in genere è così. la cultura riguarda sempre l’altro anzi l’Altro come ‘dice\va’ Lacan. in sé o per sé dipende.
    lo scrittore dovrebbe essere un morbido transeunte a priori, un marginale precostituito fluttuante nei meccanismi del (anche suo) mondo. potrà anche, tra le ampie possibilità che il caso gli sventaglia davanti in modi a volte oscuri, non scrivere mai nulla né dichiarare la propria sofferta scritturalità. ma resterà sempre uno scrittore.
    la marginalità, dunque, non è solo il presupposto di ogni scritturalità. ma è anche una sorta di santità laica, per dirla con la menzogna di qualcunaltro, che distingue lo scrittore che scrive a modo suo da tutti gli altri. perché esiste anche il trand dello scrivere a modo proprio. tutto è standardizzato perché pubblicare un libro è come avere facebook, è un modo per socializzare, per fare quello che tutti fanno. scrivere è incomunicabile oppure è difficilmente comunicabile. finché non ascolti e rispondi al mondo attraverso la tua e solo tua scritturalità. se pubblicare significasse essere ‘giudicati’ da un pubblico dittatoriale, come spesso accade nel teatro anche off, è chiaro che avremmo una e una sola sarah kane che in pubblico si ‘ammazza’, è chiaro che se la scritturalità ti portasse, non gratuitamente, a sottrarti, ad essere di meno, a fare a meno di non essere. a dissanguarti e a morire psichicamente a rifiutare donne uomini amori sessi lavoro famiglia amici solo per una cazzo di pagina che cancellerai o che dimenticherai. solo se il transeunte scivola viscido tra la fogna e la merda per cercare la Pagina Bianca. se uno rinuncia a tutto e rischia la fame solo per ‘fissazione’ scritturale e fa solo quello come un malato mentale. allora o è un malato mentale o uno scrittore scritturale.
    ;)

  123. ida il 21 dicembre 2008 alle 08:48

    Mah.
    Quello che ha perso contro Obama negli Usa non è solo McCain, vorrei ricordare.
    E’ anche Joe The Plumber.

    C’entra. E c’entra proprio qui. Ma sono curiosa.

  124. bimodale il 23 dicembre 2008 alle 13:22

    quello che il ‘signor’ franz dice di voler fare a iannozzi, a lui non si potrebbe fare, e non per mancanza di elettricità.
    a proposito, ti rifaccio la domanda: ma questo pezzo è tuo? sicuro? tutto tutto tuo? da quel poco che ho letto sul tuo blog… magari, sai….

  125. Iannozzi il 23 dicembre 2008 alle 21:29

    Franz non è un signore. C’è questa precisazione da fare.
    I suoi deliri nazifascistoidi, per l’ennesima volta, sono diventati una hit del web:

    http://biogiannozzi.splinder.com/post/19367337/Sciopero+dell%E2%80%99autore+tra+acc

    Più Krauspenhaar attacca con furia nazista e censoria, più si fa del male: ne tenga conto Krauspenhaar e ne tenga conto chi gli tiene bordone credendo di fargli un piacere, perché a sostenerlo nel suo terrorismo webbico come solo risultato ottenete di squalificarlo sia dal punto di vista umano sia da quello artistico – se ce n’è uno nel caso di Krauspenhaar.

    Krauspenhaar dovrebbe come minimo chiedere scusa in pubblico al sottoscritto e in ginocchio. Questa sua ultima bravata, se non ve ne foste resi conto, è d’una gravità immane. Siamo di fronte a del vero e proprio terrorismo webbico, che sicuramente lo squalifica come autore, come uomo, come tutto.

    Divertitevi, voi che ne siete capaci.

  126. funiculì funiculà il 23 dicembre 2008 alle 22:25
  127. franz krauspenhaar il 23 dicembre 2008 alle 23:09

    Più Krauspenhaar attacca con furia nazista e censoria, più si fa del male: ne tenga conto Krauspenhaar e ne tenga conto chi gli tiene bordone credendo di fargli un piacere, perché a sostenerlo nel suo terrorismo webbico come solo risultato ottenete di squalificarlo sia dal punto di vista umano sia da quello artistico – se ce n’è uno nel caso di Krauspenhaar.

    Krauspenhaar dovrebbe come minimo chiedere scusa in pubblico al sottoscritto e in ginocchio. Questa sua ultima bravata, se non ve ne foste resi conto, è d’una gravità immane. Siamo di fronte a del vero e proprio terrorismo webbico, che sicuramente lo squalifica come autore, come uomo, come tutto.

    Divertitevi, voi che ne siete capaci.Più Krauspenhaar attacca con furia nazista e censoria, più si fa del male: ne tenga conto Krauspenhaar e ne tenga conto chi gli tiene bordone credendo di fargli un piacere, perché a sostenerlo nel suo terrorismo webbico come solo risultato ottenete di squalificarlo sia dal punto di vista umano sia da quello artistico – se ce n’è uno nel caso di Krauspenhaar.

    Krauspenhaar dovrebbe come minimo chiedere scusa in pubblico al sottoscritto e in ginocchio. Questa sua ultima bravata, se non ve ne foste resi conto, è d’una gravità immane. Siamo di fronte a del vero e proprio terrorismo webbico, che sicuramente lo squalifica come autore, come uomo, come tutto.

    Divertitevi, voi che ne siete capaci.Più Krauspenhaar attacca con furia nazista e censoria, più si fa del male: ne tenga conto Krauspenhaar e ne tenga conto chi gli tiene bordone credendo di fargli un piacere, perché a sostenerlo nel suo terrorismo webbico come solo risultato ottenete di squalificarlo sia dal punto di vista umano sia da quello artistico – se ce n’è uno nel caso di Krauspenhaar.

    Krauspenhaar dovrebbe come minimo chiedere scusa in pubblico al sottoscritto e in ginocchio. Questa sua ultima bravata, se non ve ne foste resi conto, è d’una gravità immane. Siamo di fronte a del vero e proprio terrorismo webbico, che sicuramente lo squalifica come autore, come uomo, come tutto.

    Divertitevi, voi che ne siete capaci.Più Krauspenhaar attacca con furia nazista e censoria, più si fa del male: ne tenga conto Krauspenhaar e ne tenga conto chi gli tiene bordone credendo di fargli un piacere, perché a sostenerlo nel suo terrorismo webbico come solo risultato ottenete di squalificarlo sia dal punto di vista umano sia da quello artistico – se ce n’è uno nel caso di Krauspenhaar.

    Krauspenhaar dovrebbe come minimo chiedere scusa in pubblico al sottoscritto e in ginocchio. Questa sua ultima bravata, se non ve ne foste resi conto, è d’una gravità immane. Siamo di fronte a del vero e proprio terrorismo webbico, che sicuramente lo squalifica come autore, come uomo, come tutto.

    Divertitevi, voi che ne siete capaci.

  128. franz krauspenhaar il 23 dicembre 2008 alle 23:10

    ah ah ah !!!:-)

  129. domenico pinto il 23 dicembre 2008 alle 23:33

    E sulla risata di Franz chiudo i commenti del post: non ho alcuna voglia di stare col fischietto e continuare in eterno a comminare sanzioni.



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