L’arte della dimenticanza

19 dicembre 2008
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Io ho sempre voluto dimenticare. Il mio problema specifico è dimenticare. Ho sempre avuto molte cose da dimenticare, e questo mi ha tenuto parecchio occupato durante quarantun anni di vita. Purtroppo come tutti ho dei ricordi. Uno non sceglie di avere ricordi, perché i ricordi sono già sempre lì, nelle pieghe del presente, strani e imprevedibili flussi che ci allontanano dagli oggetti e dalle persone che ci stanno più vicine. Ci sono molti più ricordi che oggetti reali: il mondo ne è infestato. Sottrarsi al ricordo è un lavoro, ma diventa alla fine un’abitudine, uno splendido e inquietante automatismo. Uno comincia come me, con dei ricordi precisi di cui vuole dimenticarsi. Un bel po’ di ricordi, innanzitutto dei ricordi d’infanzia. Uno può aver passato un’infanzia infernale. Anche solo parzialmente infernale. L’infanzia non va mai liscia, non è per nulla un periodo facile, ma delle volte può essere il peggiore periodo che ad un essere umano capiti di vivere.

La mia infanzia è stata solo parzialmente infernale: più che con genitori amorosi ho avuto a che fare con pazzi sadici. Non sempre, per carità. Infatti non posso dire che l’infanzia sia stato un perfetto inferno. Ci sono ampie zone amene, alcune davvero luminose, piene di gioia e anche di amore. Ciò non toglie che il mio compito principale sia stato quello di distruggere grandi quantità di ricordi risalenti a quel periodo. Bisogna subito precisare una cosa. C’è una parola tecnica che descrive questo tipo di strage: “rimozione”. Questa bella parola, però, non copre l’intera esperienza di colui che deve sbarazzarsi dei ricordi. La “rimozione” sembra evocare una sorta di pio meccanismo, che in modo automatico e in un batter d’occhio inabissi nel nulla qualche zona infernale del nostro passato. Posto che ognuno possa usufruire di una certa dose di rimozione, rimane sempre una quantità di ricordi che si devono cancellare in modo consapevole e con una certa fatica. Questa cancellazione volontaria si chiama dimenticanza. Dimenticare è un’azione attiva, implica sforzo, esercizio, talento. Il problema di chi voglia dimenticare un’infanzia parzialmente infernale, ad esempio, è quello poi della difficoltà della scelta. Quando uno si abitua a dimenticare, ossia diventa abile nel respingere tutta quella pullulante massa di ricordi che sorge ad ogni istante, incontra poi seri problemi nel selezionare ricordi “buoni” per conservarli. Per chi si esercita nell’arte di dimenticare, in definitiva non esistono ricordi buoni.

La memoria rappresenta un deposito caotico dove ricordi orribili e radiosi sono sempre inestricabilmente legati tra loro. Per questo motivo, dimenticare significa dimenticare tutto. Per questo motivo, io non ho quasi ricordi dei miei quarantun anni di vita. Ho fissato alcuni immobili scenari ed episodi del passato più lontano, ma degli eventi che sono venuti dopo non ho quasi ritenuto nulla. La mia memoria sono i miei amici, sono le donne che ho amato. Una memoria che mi guardo bene dal consultare, anche solo perché avrei vergogna di farlo. Chi si ricorda tutto ha sempre buone ragioni per vergognarsi di fronte a sé, ma chi dimentica tutto si vergogna di fronte agli altri, amici ed amori, per la sua incapacità di condividere pezzi di passato. Vi è un biasimo costante nei confronti di colui che dimentica episodi divertenti e pittoreschi di un’amicizia, per non parlare di dimenticanze che riguardano eventi dell’intimità amorosa. Ma quando l’arte della dimenticanza è stata appresa in tenera età e poi praticata con sempre maggiore dimestichezza, è davvero difficile pensare di invertire la rotta. Togliersi da dosso i ricordi, neutralizzarli, renderli innocui, vaghi, fumosi, imprecisi, quasi impercepibili, questi sono gli obbiettivi che una persona come me si pone. E questo avviene in particolar modo per ciò che riguarda i ricordi dell’amore passato, degli amori passati. In questo caso bisogna essere drastici: la nostalgia infatti è un’esperienza assolutamente deleteria e detestabile. Non c’è nulla di più velenoso, di più insano della nostalgia. Questa tensione ad abitare il passato, a vivere in esso, a preferire la sua dimensione irreale ed onirica alla noia e agli urti del tempo presente, io la giudico un’attitudine malsana. Forse questo rifiutarmi alla nostalgia nasce dal fatto che i ricordi, quando s’impossessano di me, i ricordi di un amore in particolar modo, rischiano di uccidermi. La nostalgia è un tipo di esperienza che non posso permettermi: essa mi consumerebbe, produrrebbe dolori morali tali da ricadere disastrosamente sul mio fisico. La nostalgia vissuta, coltivata, profusa, mi porterebbe in poco tempo a stati di paralisi e di cecità. Di questo sono assolutamente convinto.

Dimenticare tutto è comunque una condanna. La vita senza ricordi è una vita a due dimensioni. È una sfera angusta, priva di spessore e profondità, un cammino per corridoi in ombra, dove si scorgono solo gli oggetti contro cui si finisce per sbattere. Vivere senza ricordi significa spostare l’irrealtà del passato nell’irrealtà del futuro. Ma il passato, per irreale che sia, ha una densità di colori, suoni, odori. Il futuro è invece un orizzonte esangue, in cui evolvono profili accennati, lungo scenari astratti, di un bianco ospedaliero e burocratico. Chi dimentica sempre di continuo dissangua la propria vita, ha poca identità, è l’ombra di qualcuno, un’ipotesi che ogni volta dovrà essere verificata nei giorni, nelle ore a venire. Quando si rende conto di questo, il campione della dimenticanza, lo sterminatore di ricordi, il gran talento del nulla alle spalle, sente l’esigenza di correre ai ripari. È spesso così che nascono le ossessioni per la scrittura. La pagina scritta diventa il luogo in cui intrappolare qualcosa del proprio presente. Non si scrive infatti al passato, ma solo al presente. Non si collezionano evocazioni nostalgiche, racconti retrospettivi, restauri di magnifici o terribili eventi. Si cerca di dare consistenza al presente, a quel cerchio ristretto che getta una luce su cose e persone sempre prossime ad essere dimenticate, a sparire. La scrittura qui non cerca le cose e le persone, una volta che esse sono diventate ricordo, e ci raggiungono dal passato, in modo sempre imprevedibile e secondo un ritardo variabile. Qui chi scrive acciuffa sopratutto quanto rimane al margine degli eventi e delle situazioni, ossia ciò che non diventerà materia di ricordo, e che di conseguenza non subirà la cancellazione per volontaria dimenticanza.

Georges Perec
ha parlato di questo nesso tra oblio e scrittura. Ma lo ha fatto in modo ancora ingenuo. Perec era uno a cui la rimozione non bastava. Perec era uno che aveva un’infanzia parzialmente infernale da dimenticare (entrambi i genitori morti durante la seconda guerra mondiale, il padre al fronte e la madre ad Auschwitz). Perec era un gran talento della dimenticanza. Talentuoso a tal punto, da ignorare che la dimenticanza era un suo prodotto, l’effetto di una sua arte, e non una necessità imposta da un destino avverso. In un testo del 1977, intitolato Les lieux d’une ruse, Perec tocca direttamente la questione della scrittura intesa come barriera contro l’oblio. E scrive:

“E nello stesso tempo s’instaurò come un fallimento della memoria: ho cominciato ad avere paura di dimenticare, come se, a meno di registrare tutto, non riuscissi a trattenere nulla della vita che fuggiva. Ogni sera, scrupolosamente, con una coscienza maniacale, presi a scrivere una specie di diario: era tutto il contrario di un diario intimo; non vi consegnavo che ciò che mi era accaduto di «oggettivo»: l’ora del risveglio, l’uso del tempo, gli spostamenti, le compere, il progresso – valutato in righe o pagine – del mio lavoro, le persone che avevo incontrato o semplicemente visto, il dettaglio dei pasti che facevo la sera in questo o quel ristorante, le letture, i dischi che avevo ascoltato, i film che avevo visto, ecc. Questo panico di perdere le mie tracce s’accompagnò con il furore di conservare e di classificare.” [Traduzione mia, da Penser/Classer, Seuil, 2003].

Il fallimento della memoria è in realtà un successo nell’arte della dimenticanza. Ma questo successo atterrisce: rende l’esistenza un’esperienza puntuale, minore, evanescente. Da qui il salvataggio non attraverso la memoria, che ormai è stata bandita, ma attraverso la registrazione di ciò che non è memorabile: le ore del risveglio, i menu delle cene ordinarie, gli acquisti giornalieri, ecc. Ma è in questo modo che nasce una “seconda memoria”, una memoria di quello che Paul Virilio (compagno di strada di Perec) chiamava l’infraordinario, ossia ciò che si trova tra gli eventi che richiamano la nostra attenzione e il nostro interesse narrativo. Questa “seconda memoria” non può che essere un prodotto della scrittura, suo prolungamento spontaneo. “Interrogare ciò che sembra aver cessato per sempre di stupirci”, scrive in un’altra occasione Perec.

Oggi 16 ottobre, verso le 18.30 in via Volturno a Milano, vedo per il secondo giorno consecutivo centinaia di uccelli fermi a cinguettare sul braccio orizzontale di un’immensa gru rossa. Sciami di altri uccelli creano forme fluide nel cielo come nubi d’atomi che si aggregano e si disfano. Anche i due carrozzieri siciliani sono usciti sulla soglia dell’officina a guardare questo spettacolo. Ho buttato via un portachiavi rettangolare e lungo, in finta pelle. Era diventato di un verde slavato, come quello di una rana schiacciata sull’asfalto. Ne ho comprato uno nuovo da 15 euro (color nero, vera pelle). Sembra meno interessante, e ha un “v” impressa su uno dei risvolti. Altre cose sono successe e stanno accadendo, cose forse memorabili, eventi più importanti, che si preparano a bagnarsi nella sostanza onirica del ricordo, ma la “seconda memoria”, quella esclusivamente scritta, è interessata ad altro, a tutto quanto non ha sufficiente forza per foggiare un aneddoto.

(Questo articolo è stato scritto per il numero 20 del novembre 2008 di Qui. Appunti dal presente, www.quiappuntidalpresente.it/)

[Immagine di A. I.]

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28 Responses to L’arte della dimenticanza

  1. sergio garufi il 19 dicembre 2008 alle 07:46

    Molto molto bello, complimenti.

  2. orsola puecher il 19 dicembre 2008 alle 09:05

    Un testo oasi.
    Grazie
    A volte quella che si crede memoria è solo il prodotto di una forzata autobiografia che ci si vuol costruire per motivi di contingenza. Anche nobili, con intenti moralistici, assoluzioni e condanne, il più delle volte. Rararamente diventa buona scritttura.
    C’è alla base di tutto una Prima Dimenticanza: dalla nascita ad una nebbiosa data x, un evento x, dei suoni, degli odori, visi, luoghi e questo Primo Ricordo, apparentemente insensato, piccolo, ininfluente, segna un confine d’inizio, dove il prima appartiene al mondo remoto delle immagini arcane, uterine, dei simboli pieni di buio ed enigmi, dello stesso terrore dell’eclissi che scacciava l’uomo a nascondersi in grotte profonde, a pensare che il giorno dopo la notte potesse non tornare più. E di certo un motivo c’è del non poter ricordare dei primi mesi di vita altro che un nulla muto. Qualcosa forse di terribile deve essere dimenticato, perché tutto possa cominciare. O qualcosa di meraviglioso. E quella paura, quella felicità, quel mistero originario, quel “peccato originale” o quell’età dell’oro, forse hanno qualcosa a che vedere con certe ansie improvvise, con quel terrore profondo che a volte s’impossessa di noi, braccandoci nell’angolo. O con la felicità senza motivo di certi istanti.

    ,\\’

  3. L.S il 19 dicembre 2008 alle 09:18

    Piaciuto molto.
    lisa

  4. effeffe il 19 dicembre 2008 alle 09:23

    volevo dirti ogni cosa da te suscitata con questo bellissimo post.
    Poi però me sò scurdate…
    effeffe

  5. véronique vergé il 19 dicembre 2008 alle 09:28

    L’arte del ricordo dell’oblio. Questo pezzo è al mio avviso lo più bello che ho letto di Andrea Inglese. Tutto è detto di questo paesaggio interiore dell’infanzia che secondo la memoria possiede la luce del primo regno o la terra gelata della dimenticanza.
    A lungo la mia infanzia era paesaggio bianco, avvolto di nebbia. Terra in gestazione di dolore nascosto, sotto terra, sotto pelle di freddo. Non volevo pensare. Era una parte abbandonata, mai aperta, un regno pericoloso: non si penetra in infanzia senza la paura nel cuore.
    Paesaggio lasciato in esilio, camera sempre chiusa.
    Poi si racconta la storia magica dell’infanzia. Si beve l’acqua del fiume dell’oblio. Fiorisce il ciliego che hai visto nel tuo giardino. Il profumo bianco si copre di colore fiammigiante. Ora posso vedere la mia infanzia, inventare una felicità sulla prima terra, sentire il calore, il bacio, il canto.
    Non sono più solo nel cammino del ricordo. nella vita adulta l’infanzia si riconquista.
    Ecco cio che volevo dire a Andrea Inglese davanti al suo magnifico testo.

    L’infanzia si riconquista come lunga avventura di sè, nell’amicizia, nel amore.
    Ho sempre pensato che l’amore ha la magia di dare “seconde chance” a la bambina o al bambino che siamo.
    Ma è vero anche ” vinti d’infanzia” sono “vinti d’amore.”

  6. bimodale il 19 dicembre 2008 alle 11:17

    l’infanzia? perché esiste ancora l’infanzia? a parte i traumi, dico che questo pezzo mi rievoca il ‘memento oblivisci’ (fingiamo si dica così) ricorda di dimenticare. e rivado con la mente all’arte che CB fece del dimenticare.

  7. niky lismo il 19 dicembre 2008 alle 12:39

    E’ probabile che il passato non esista. Che la dimensione pervasiva e insopportabile del ricordo, colmando e determinando il presente, cessi di farlo essere ricordo. Borges prospetta Funes come un essere senza oblio, in cui tutto l’accaduto seguita ad accadere, soverchiandolo. Ma è anche possibile che non esista il presente, e che se capita di vivere sempre più di ricordi (e a tanti capita), allora ciascun presente finisca per essere in realtà il passato di se stesso. Inglese giudica malsana “questa tensione ad abitare il passato, a vivere in esso, a preferire la sua dimensione irreale ed onirica alla noia e agli urti del tempo presente”, a me pare (purtroppo o per fortuna?) inevitabile.
    p.s. E’ una delle più affascinanti riflessioni apparse su N.I. Inglese e tutti: non potrebbe essere sempre così?

  8. marilena renda il 19 dicembre 2008 alle 13:21

    Sembra che il cognome Perec etimologicamente rimandi a qualcosa come “buco, voragine”. Mi ha sempre affascinato questo suo scrivere a margine del buco nero che ha inghiottito il suo passato, per salvare insieme brandelli dell’origine e pezzi dell’oggi, del qui. E’ che – forse – il buco nero ha fatto di presente e passato un’immensa pozza inabitabile, in cui solo a tratti si può salvare un ricordo che sfugga.

  9. L.S il 19 dicembre 2008 alle 15:12

    Ripensando a questo post mi sono ricordata di un libro letto qualche mese fa, il cui titolo è “Déjà vu” di Tom McCarthy, e il cui sottotitolo è “Il romanzo dei ricordi perduti”. Non mi dilungo sui suoi pregi e i suoi difetti, ma il tema che tratta molto si collega a questo post.
    Nel libro il recupero della memoria perduta a causa di un incidente è affidato alla ricostruzione minuziosa dei ricordi, che il protagonista decide di “rimettere in scena” riproducendoli finanche nei particolari più insignificanti mano a mano che riaffiorano.
    Il ripristino di quel passato perduto diventa per il protagonista soprattutto scoperta della propria identità ma anche, proprio in virtù di questa meticolosa cura per ricordarli con precisione maniacale e rifarli in un tempo presente, una correzione della stessa. Pensavo dunque che forse la scrittura potrebbe avere la stessa valenza, potrebbe essere una sorta di correzione di se stessi intanto che si è.

    grazie
    lisa

  10. macondo il 19 dicembre 2008 alle 15:57

    In pezzi letterari del genere l’io narrante sostituisce l’io biografico, e sfuggendo al confine identitario, biografico, sfugge anche alla datità soggettiva. Limitandomi all’incipit, se un “discorso” del genere me lo avesse fatto un amico seduti al tavolino di un bar, gli avrei potuto rispondere che dimenticare non è una buona terapia, che bisogna sussumere nella coscienza ciò che siamo e ciò che siamo stati per guardare al futuro, che comunque il ricordo di ciò che abbiamo vissuto sono le nostre radici, e tagliarle non costruisce alcunché, semplicemente distrugge. ma se un “discorso” del genere lo leggo su una rivista (o è destinato a una rivista), allora sono gli elementi letterari, formali, ciò di cui sono costretto a parlare, se ne ho la capacità. La mescolanza di vissuto e letteratura dà sempre per risultato la finzione (nel senso alto del termine, por supuesto)

  11. andrea inglese il 19 dicembre 2008 alle 16:15

    a Orsola: “C’è alla base di tutto una Prima Dimenticanza”…
    Meno male, un lavoro in meno da fare…. :)

    a FF (leggendo il suo commento),
    quello che si dice “avoir de l’esprit”

    a niky lismo “non potrebbe essere sempre cosi?”
    No, argomenti cosi allegri (mi) vengono solo a Natale…

    a macondo
    Potresti anche rovesciare la prospettiva. Se qualcuno ti facesse un discorso simile al bar, gli diresti tutto quanto hai scritto sopra, ma non solo per fargli del bene, ma per difenderti TU dalla sua follia. Un testo letterario ti permette di non doverti difenderti della follia di qualcuno. E questo è uno dei suoi maggiori pregi, a mio parere.

  12. bimodale il 19 dicembre 2008 alle 16:25

    ma quando voglio dimenticare, non rischio di ricordare? oppure l’operazione somiglia ad un approssimarsi della non soluzione?

  13. gena il 19 dicembre 2008 alle 21:00

    Bella, questa fuga dai ricordi, dimenticare per vivere o vivere per dimenticare?

  14. stalker il 19 dicembre 2008 alle 21:19

    Touché!

  15. di mendicando il 19 dicembre 2008 alle 22:06

    é l’occhio a fregarti quando sei stato in collegio
    da bambino, tu provi a scordarlo e il mondo te lo legge nell’occhio, é come essere stati tossici, tu provi a scordarlo
    gli altri se ne accorgono subito perché se uno é stato in collegio da bambino glielo vedi sulla pelle, se uno é stato in collegio gli resta l’odore dei cortili, se uno é stato in collegio
    glielo scopri nel passo, se uno da bambino ha vissuto dormito mangiato respirato in un collegio allora in quel collegio é morto e ció che incontri, che guardi, che vedi,
    che respiri, non é neanche il suo cadavere perché se uno é stato in collegio non é mai esistito, e come tutte le cose che esistono solo in quel modo ha il passo di quelli che non sanno dove vanno, rasentano le reti e i muri,
    e niente fa loro paura
    e di niente hanno paura

  16. macondo il 20 dicembre 2008 alle 01:46

    @ Inglese,
    ma anche i libri, certi libri, sconvolgono, sennò non si capisce la paura che hanno fatto e fanno (al Potere, ad esempio). Anch’essi sono “cattivi maestri”, per alcuni (venivano anche processati, gli autori, e i libri mandati al rogo), per altri invece liberatori. Quindi non è detto che la pagina, “la carta scritta con le sue parole” come diceva Pascoli immaginandone l’incendio pari a quello cosmico di un mondo, mi rassicuri in quanto tale.

  17. teqnofobico il 20 dicembre 2008 alle 05:19

    “Lucrezio – Certo (ed è strano, infatti) che il vero non può esserci noto se non mediante l’impiego di molti artifici. Niente di meno naturale!
    Titiro – Ho notato che non c’è cosa al mondo che non sia stata ornata di sogni, considerata come un sintomo, spiegata da un qualche miracolo; e ciò quanto più ingenuamente potente è la preoccupazione di conoscere le origini e le circostanze prime. Certamente per questo fu pronunciata, da un filosofo di cui non ricordo il nome, la sentenza: DA PRINCIPIO ERA LA FAVOLA.
    […]
    Lucrezio – Che bizzarre combinazioni possono sussistere nella tua memoria, Titiro!
    Titiro – Amo quel che mi stupisce e non ritengo se non ciò che nello spirito di un saggio potrebbe soltanto suscitare oblio.”
    (Paul Valery, Dialogo dell’albero)

    “Complicatibus: – Volto il volto all’indietro non può dirsi fine, di qualcosa, né darsi fine, se non mentendo che questo qualcosa abbia avuto inizio, certo o incerto che sia.
    Simpliciter: – Mi menta una certezza, mi menta un’incertezza: mi dica per una volta l’inizio, mi dica c’era una volta.
    Complicatibus: – Forse non c’era nessuna volta per dire c’era una volta, forse non c’è nessuna volta per dire c’era una volta, solo e soltanto una volta, o per dire una volta o l’altra; ma forse anche questa volta, queste volte, l’una volta o l’altra, sono altre storie di quella unica storia senza storie. Nel quadrato non c’è nessuna volta, c’è solo e soltanto una memoria che non si fa storia, una memoria che muove e rimuove moti immoti che non si piegano, che non si spiegano, che si dispiegano in pieghe infinite, in piaghe infinite. Ma insieme ci son forse tutte le storie, le storie d’una memoria altra che si è fatta storia, con tutte le parole dette, e con quelle non dette; e sopra tutto con quelle non dette, con le dette taciute, cche non sono dicibili, che sono inesprimibili, o che sono dicibili solo se impossibili a dirsi, e esprimibili solo e soltanto se impossibili a esprimersi.
    Simpliciter: – Lei, se così posso esprimermi, si esprime senza esprimere niente: Lei è inespressivo. Sembra estraneo a qualsiasi cosa. Non sembra toccare nulla, né qualcosa sembra che La tocchi; anzi, non appena fa per toccarla, o non appena sta per esserne toccato, Lei fugge, Lei ne fugge. Lei è intoccabile, né vuol esser toccato: Lei non tenta più né meno di dire qualcosa. Lei non ne vuol sapere più nulla.”

  18. nanni il 20 dicembre 2008 alle 11:29

    Bello, grazie.

  19. max rizzante il 20 dicembre 2008 alle 12:07

    Bel pezzo, andrea.
    Tre citazioni complementari:
    “La memoria è una forma dell’immaginazione” (Nabokov)
    “L’oblio è una forma della memoria” (Kundera)
    “Nel teatro della memoria si proiettano su uno schermo i fatti accaduti e quelli che avrebbero potuto accadere” (Fuentes in “Terra nostra” distingue così la “memoria scientifica” dalla “memoria dei poeti” dalla cui somma si avrebbe tutta la conoscenza del passato).

  20. macondo il 20 dicembre 2008 alle 12:27

    Altre due:
    “Forse noi non siamo che una memoria e il nostro sogno non è che un vano protenderci verso la comune luce” (Gadda, Il castello di Udine; forse un Gadda un po’ troppo borgesiano).
    “Noi siamo quello che ricordiamo” (De Lillo, Americana)

  21. marco rovelli il 20 dicembre 2008 alle 13:36

    Vai a toccare, con la lieve profondità necessaria, una questione che mi tocca moltissimo. “Oublier, l’ardeur le plus belle” scrivevano Breton e Soupault (les champs magnetiques, 1919) – e me ne sono fatto un fregio, a un certo punto della vita, di fronte alla mia compulsione tassonomica (un po’ quello che era per Perec), per guarirla. Ma poi, è vero anche che c’è il rovescio del dimenticare: dimenticanza in quanto presunzione d’innocenza…
    A questo punto non posso non riprendere una cosa scritta qualche anno fa, e postarla, di seguito a te…

  22. paolod il 21 dicembre 2008 alle 17:34

    Ho trovato toccante questo post. E inquietante, forse perché agli antipodi di quello che sono. Io ricordo tutto. Sono un capitalista della memoria. Il mio cruccio è di non disporre di tanto passato (amori, luoghi, libri…) quanto avrei voluto. Mi è sempre sembrato che “avere un passato”, nella consapevolezza di ciò che lega le storie individuali alla Storia, possa essere l’unica vera ricchezza di una persona. Ricordare un episodio lontano, anche insignificante, mi esalta. E non è nostalgia, ma “esperienza del tempo”.

  23. 8avio il 22 dicembre 2008 alle 10:35

    andando avanti col tempo,
    mi rendo conto
    che le giornate
    anniversario di un lutto
    saranno sempre più
    dei compleanni

    auguri

    8avio

  24. la funambola il 23 dicembre 2008 alle 01:59

    buon natale andrea inglese
    io ricordo fatti
    ma è possibile “ricordare” senza più “provare” “sentire” come credi di aver “provato” e “sentito”?
    se il passato ci consentisse di conservare memoria di questo “sentire” forse, forse potremmo tentare di ricordare con sguardo indulgente e benevolo e forse il passato servirebbe a qualcosa.
    un bacio
    la funambola

  25. Simona Carretta il 23 dicembre 2008 alle 15:44

    Interessanti ipotesi sul senso esistenziale dell’oblio, strutturate secondo una calibrata arte della composizione.

    Ma direi che, paradossalmente, solo colui che é in grado di confrontarsi serenamente con i propri ricordi, ha davvero dimenticato.

    E a questo punto però mi chiedo che fine facciano, dove vadano a finire, cosa diventino le cose non-dimenticate, ma respinte dalla memoria.

    Esisterà forse allora una terza memoria, l’equivalente di una terza patria,popolata solo da ricordi clandestini,e ubicata chissà dove.

  26. maria v il 24 dicembre 2008 alle 16:25

    bella pagina, prima del riscatto che solo la scrittura parrebbe consentire, c’è questa immagine insistente della memoria (o il suo contrario) come qualcosa di imbarazznte, come se la memora dovesse sempre presupporre intelocutori e quindi confrontarsi e magari giustificarsi dei meccanismi difettosi o dei criteri autonomi non conformi all’uso generalizzato, dovesse rendere conto delle selezioni, del materiale di scarto o censurato…tutte cose che, secondo me, con la memoria hanno a che fare solo in misura minore, cioé consapevoli o meno, noi indossiamo la nostra memoria tutte le mattine, sempre la stessa, sempre diversa e sempre riscritta, ogni singolo anello è stato scolpito, inciso sui nostri legni e la lasciamo scivolare liquida e ondulata, dai contorni smossi, imprecisa e vaga come memoria dell’acqua, la calziamo baricentrica e vertiginosa come genoma, magnetica anche da sonnambuli, anche bendati ci orienta infallibile come una bussola e tutto quanto perdiamo lungo il cammino, tutti i bagagli di cui ci alleggerisce non fanno che subire la sua forza di gravità, più ci crediamo immuni, spogli, più esercita su di noi influsso irresistibile…in definitiva mi trovo in sintonia con il commento di Simona Carretta, confrontarsi srenamente con l’inferno delle nostre memorie credo rimanga l’unica maniera consapevole di sottrarsi alla loro implacabile dittatura sul presente. E tuttavia, al contrario di quanto ho appena detto, dimenticare tutto in continuazione non è che l’unica maniera, sopportabile, di vivere che sia stata inventata, anzi non è che la maniera più piena di vivere immersi, travolti, ubriachi… chi dimentica tutto non è afffatto, come scrive Inglese “il campione…il gran talento del nulla alle spalle” ma una sola cosa con la vita, col flusso, un tutto inestricabile, ciò che più somiglia all’immortalità, come concedersi sempre una possibilità, come passare sempre dal via e alzarsi tutte le mattine, come inventarsi tutti giorni una buona scusa per dire ancora un giro, ancora un giro di giostra, ancora uno! io non ho paura, non indietreggio davanti ai miei ricordi, a maggioranza spiacevoli, padroneggio con buon esercizio un paio di momenti nostalgici senza correre il richio di cecità o paralisi, perché da estranei, depurati da ogni struggimento di ritorno… eppure sempre invidio chi dimentica, chi sempre perde chiavi e portachiavi

  27. claudiu komartin il 7 gennaio 2009 alle 07:29

    Cher Andrea, j’ai recu le livre que tu m’as envoye. J’ai ecrit un email sur andrea.inglese@wanadoo.fr il y a deux mois; mais aucun reponse. donne moi, s’il te plait, ta nouvelle adresse ou ecrit-moi (ckomartin@yahoo.com). Je viens de traduire quelques poemes de “Prati/Pelouses” en roumain et je voudrais les publier.

  28. loredana agosta il 9 gennaio 2009 alle 12:17

    Ho capito. Ora capisco meglio le persone che ho amato e me stessa. Riguardo alle cose in un altro modo e le rivivo, mio malgrado. I tasselli di un puzzle hanno trovato il loro posto, e adesso però non ho più alibi, adesso sono di nuovo nuda. E’ un’analisi molto lucida, che comincerò a raccontare. Grazie!



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