sembra un prato

22 dicembre 2008
Pubblicato da

 

Carl Larrson Nell'erba

[ Carl Larsson (1853-1919) Nell’erba ]

 

inediti dai Libri di lettura
di Nadia Agustoni

 

c’è la neve

c’è la neve lì fuori e vorrei mentire una volta,
meno trasparente del vetro dar colpa a qualcuno
d’esser nata troppe volte a far nulla più che nascere

vedere la fatica dell’angelo che mi tiene
con la nuca in alto, piegata al celeste, a rigettare la distanza
quasi una ruota il vento.

 

sembra un prato

c’è una parola che è cruna d’ago ma il cammello passa
raggiunge il regno a un palmo dal naso e cade un frutto sul più
                                                                                [ bello
dall’albero dei frutti: “dovrei capire qualcosa delle piante e della natura umana”
ma già domandano se era una mela con la buccia e il torsolo
e io son corta di fiato, non so le cose, non credo di capire cos’è
                                                                               [ l’eden
sembra un prato con fiori, farfalle e piccoli refusi.

 

ero ferma dove non c’è parlarsi

nei sogni mancavi! ero ferma dove non c’è parlarsi
e c’era qualcosa di noi ovunque.
a questa certezza distinguevo gli anni, il vuoto in fondo
a cui ti salvavi:

c’era fatica nel cielo
la radice di guardare lontano sembrava non nascere.

 

era solo un sasso

era solo un sasso, ma il fischio ferì l’aria
e i pensieri staccati dal giorno

erano luce, erano anche tempo
era simpatia nei passi per il volo

e col dito ti mostrai la sera,
come a fermare un brusio diventò vita la voce

sentivo che c’era spazio, un bianco d’albume quasi
indifeso.

 

chiedi

c’è una nuvola d’erba che sogno e sere
quando ci vedo poco e l’infanzia in brusii
è quel blu del cielo che tu non esisti
e ti porta il ragno, la mosca, il loro ricamo
di morte

c’è la lunghezza del tempo a spartiacque
e il mondo “non cambia, sempre eterni il male, il bene”
a chi si perde non dici, a chi si salva
da un’altra parte chiedi se è rimorso,
se è pianto il piangere qualcuno

chiedi se la cenere è fuoco
o un altro ritorno, domandi chiedi se hai becco d’uccello
o bocca che parla chiedi se hai parole
chiedi se hai dimenticato qualcuno chiedi
se li hai accanto.

 

a volte non rispondo alle parole

a volte non rispondo alle parole
sono muta anch’io
come i bambini sordi
che non imparano a parlare
ascoltano dalle labbra il silenzio.

 

c’era l’illusione

c’era l’illusione che tutto ci somigliasse
e tutto era diverso: “nel sonno tu parlavi a tua immagine
e non dicevi in quale ora del giorno aspettarti.”
così i sogni tornavano indietro, cercavo le parole
nei dizionari, alla voce amore eri muta
e chiedevo se era domani che un’altra idea ti veniva.

 

epilogo

 

uno

cadeva un vento che sparpagliava i luoghi
e c’era chi diceva: “la verità è come l’acqua nel secchio,
ti ricorda cose morte”.

ma non avevo risposta, vedevo quietarsi la sera,
ogni ombra soltanto un epilogo al giorno
e noi non c’era parola a dirci gioia e dolore
com’era sciocco pensare a una colpa, a un segreto disfarsi.

 

due

è sempre nell’ora il cambiare, sempre
la sorte è questa vena e in bocca stringiamo
silenzio e fortuna.

se tutto passa non c’è meno morte per nessuno di noi
e c’è una stanchezza senza bisogno
c’è un tempo che più niente rivela.

 

 

tre

siamo paesaggio, un prato senza rumore
dove l’erba è la parola che manca, dove nulla manca
e le cose sono le stesse che abbiamo guardato
e ci punge l’aria, sale a voce un cantare della terra,
il bene è mai troppo come facesse male ripetere,
come chi ha pianto e non pensava al pianto.

 

 

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46 Responses to sembra un prato

  1. francesco t. il 22 dicembre 2008 alle 15:38

    mi è troppo presto per dire qualcosa di più del “sono belle”, so che serve altro ma a me serve più tempo per metabolizzare questi testi.
    la cosa che più mi stupisce di Nadia è il passare attraverso registri stilistici diversi con tanta padronanza, adattando la forma ai diversi contenuti (e che contenuti). è prova di una maturità raggiunta e profonda.
    con ammirazione sincera.

    francesco t

  2. michèle il 22 dicembre 2008 alle 16:41

    Siamo paesaggio….e c’è chi cura il paesaggia chi non ne ha cura.Chi non sa di essere paesaggio nè lo saprà mai. Nadia abita tutti i paesaggi ed alcuni li crea.

  3. véronique vergé il 22 dicembre 2008 alle 16:46

    Un nuvole d’erbe mi porta al cuore della poesia di Nadia Agustoni.
    Il paesaggio delle parole galleggiano sopra il mio corpo.
    E’ un senso della vita che entra in me, il mio corpo si stende all’orrizzonte del mondo, in una grande felicità della natura sensuale e celeste.

    Grazie a Nadia e a Orsola

  4. Iannozzi il 22 dicembre 2008 alle 17:43

    Solamente brutta. Null\’altro. Diciamo che è meno d\’un sasso!

  5. niky lismo il 22 dicembre 2008 alle 18:02

    Sobrietà, maturità espressiva, controllo delle figure, coerenza dell’analisi. Il linguaggio poetico di Nadia è ormai pienamente convincente nella sua esplorazione dell’istante, lieve e profonda insieme, e dell’anima nell’istante. Apprezzabile anche l’uso del corsivo quasi come una citazione interiore, un richiamo a ricercare e trovare certe immagini in se stessi, disperse. Se davvero lo sono, auguro a Nadia e ai lettori che I libri di lettura non rimangano inediti.

  6. Carla il 22 dicembre 2008 alle 18:21

    a volte non rispondo alle parole
    è come lo sguardo di un bambino
    che ti inchioda solo

    ma anche le altre, sono una sorpresa piacevole i tuoi versi, riguardano una sfera ancora intatta, un vedere dove l’erba mantiene la vivezza del suo verde…un luogo remoto dell’infanzia, forse, un eden che non si ha la pretesa di definire tale,
    tu chiedi, sai…
    (l’immagine è bellissima:-))
    ciao

  7. viola il 22 dicembre 2008 alle 18:23

    solo “piccoli refusi” e un interrogarsi stupito, all’origine, prima d’ogni colpa e peccato, dove il bene non è mai troppo, di una leggerezza incredibile e sottile, Viola

  8. Giorgio il 22 dicembre 2008 alle 19:24

    Sottoscrivo il commento di francesco t., aggiungo solo l’ammirazione per l’apparente leggerezza nel dialogare con sassi e luce, persone e cose.

  9. L.S il 22 dicembre 2008 alle 19:34

    Del sogno, della dimensione onirica in cui tutto accade hanno l’inafferabilità, lo svanire in contorni diluiti, ma è un travestimento di una realtà concreta che batte il tempo.

    grazie
    lisa

  10. stalker il 22 dicembre 2008 alle 19:48

    @ Iannozzi

    …una pagina che ho strappato ed appeso al muro
    attaccata con una molletta per i capelli ad una vecchia foto in bianco in nero
    è Alda Merini che parla:

    “Nessuno ha più voglia di leggere i patemi d’animo, anzi come li chiamo io scherzosamente i patè d’animo. La sensibilità non serve a niente senza l’intelligenza. Il grande poeta prova dolore sulla propria pelle, le mie poesie mi hanno scavato nell’anima. Ho attreversato manicomi e guerre, ho esperienze storiche da raccontare. Il poeta vive solo, non cerca l’appoggio degli altri: è cristallizzato in una sua dimensione, scorticato, più esposto alle critiche. Per favore non parlatemi più di poesia.”

    certo non tutti sono Alda Merini, ma scrivere poesia è mettersi a nudo
    comunque
    si può diventare di cristallo
    trasparenti e fragili
    e pubblicarle ci vuole coraggio
    molto
    (e rispetto, anche se non ha suonato le tue corde)
    fosse solo per questo ringrazio Nadia Augusoni

    e c’è una stanchezza senza bisogno
    c’è un tempo che più niente rivela

    a volte non rispondo alle parole
    sono muta anch’io

  11. Francesco Marotta il 22 dicembre 2008 alle 20:00

    Sottoscrivo il commento di niky lismo.

    fm

  12. nadia agustoni il 22 dicembre 2008 alle 20:16

    Ringrazio tutti.
    Grazie come sempre a Orsola e a NI.
    Un saluto

  13. orsola puecher il 22 dicembre 2008 alle 20:22

    [repetita iuvant]

    in certi casi
    certo non sempre
    certe critiche (di natura assai prevedibile ormai)
    come e quasi più che le lodi
    rassicurano
    sul valore di un testo

    ,\\’

  14. Iannozzi il 22 dicembre 2008 alle 21:16

    @ orsola puecher

    repetita iuvant: se tu pensi sia cosi\’, ma io non ci metterei nemmeno una unghia sul fuoco.

  15. lambertibocconi il 22 dicembre 2008 alle 21:38

    Era quella cosa là incredibile del cammello per la cruna… dormendo… così a parlare con le malandate corde vocali forzate a concretezza. Alda Merini ormai ha fatto il suo bel tempo. E se dicessi che la Nadia è per me come una specie di Marina Cvetaeva, si capirebbe?

  16. orsola puecher il 22 dicembre 2008 alle 21:47

    se tu pensi che sia così
    se dicessi che la Nadia è per me come una specie di Marina Cvetaeva, si capirebbe?

    se è una congiunzione che mi piace molto
    questo è un periodo molto ipotetico
    così tra realtà, possibilità e irrealtà
    per tante cose

    [ le unghie è meglio risparmiarle per chi e dove servono
    qui piume e cera ]

    ,\\’

  17. lambertibocconi il 22 dicembre 2008 alle 22:12

    Io le unghie le ho regalate via da millenni! :-)

  18. stalker il 22 dicembre 2008 alle 22:47

    io le unghie le ho sempre tenute corte a non le ho mai laccate.

    lambertibocconi, se hai voglia rileggimi di nuovo, senza preconcetti.
    secondo me, chi ha dato l’anima non può aver fatto il suo tempo.

    poi difendevo comunque la persona dalla gratuità dell’altrui pensiero, gratuito.
    frust-azione?
    quando intravedo la sincerità per me è così.
    parto

    altrimenti ne chiederò conto alla mia lieve dislessia
    nel non essermi spiegata

  19. macondo il 22 dicembre 2008 alle 22:52

    Lo spazio di un commento è quello che è, ma proverò ad articolare un giudizio di valore su queste poesie. Innanzitutto, la struttura poetica tiene, c’è stoffa, c’è la sentenza forte, gnomica od epigrammatica in chiusa come si addice a una poesia lirica, ma per l’appunto i testi soffrono di un eccesso di lirismo. Altrimenti detto, mi paiono un po’ datati. Del resto, il quadro di Larsson posto a mo’ di esergo riflette bene questa mia impressione. Ora, proprio questo eccesso di lirismo conferisce un’aura di atemporalità ai versi, che potrebbero benissimo essere scritti oggi o ai tempi della cosiddetta “parola innamorata”, che a mio avviso fu una reazione involutiva rispetto a certo sperimentalismo allora in fase di agonia. E l’eccesso di lirismo sconfina, a volte, nel manierismo.

  20. nadia agustoni il 23 dicembre 2008 alle 03:37

    Ogni lettura è legittima, ma non mi riconosco, inutile dirlo, nelle letture che fate. Non ha importanza. Grazie degli interventi.

    @Macondo

    Ho mandato a Orsola una breve risposta alla tua richiesta.
    Puoi chiederla scrivendo alla redazione.

    Buona giornata

  21. marco rovelli il 23 dicembre 2008 alle 03:52

    a volte non rispondo alle parole
    sono muta anch’io
    come i bambini sordi
    che non imparano a parlare
    ascoltano dalle labbra il silenzio.

  22. soldato blu il 23 dicembre 2008 alle 06:51

    Angelo! Oh prendila, coglila l’erba che sana, dai piccoli
    fiori.

    RAINER MARIA RILKE.

  23. Tashtego il 23 dicembre 2008 alle 08:24

    “non tutti sono Alda Merini”.
    meno male direi, con tutta quell’anima “scavata”.
    la p-o-e-s-i-a italiana che si ripete uguale a se stessa, atteggiata e ripiegata sul sé del poeta, come fosse uno scrigno prezioso in quanto “del poeta”.
    piacersi come poeti, incontrarsi in quanto poeti, leggersi a vicenda le poesie in faccia, dirle strane, intonare il canto, la cantilena, rifuggire il senso, soprattutto, meglio deragliare che farsi sorprendere in una qualsivoglia traiettoria.
    niente di metaforizzabile viene tralasciato.
    tutto il dimenticabile viene detto, nell’orgia combinatoria di metafore et altre figure e figurette retoriche.
    domani si ricomincia con altra poesia e altri reading.
    altri corsivi di cui non si capisce (non dico il senso, non sia mai) ma la funzione, la dizione, l’azione.
    è quello che una volta si diceva il “piccolo borghese” che è in noi, in piena azione, senza freni…
    poi queste poesie sono anche sobrie.
    (ma servivano?)

  24. manuel cohen il 23 dicembre 2008 alle 09:16

    @tashtego: No, non tutti sono Alda Nerini , è vero anche se dovrà passare un po’ di tempo prima di poterla leggere ‘liberamente’, cioè liberi dai nostri pregiudizi (perché l’hanno fatta diventare un fenomeno da baraccone, nel carrozzone mediatico di Costanzo, ma pure di tanti piccoli e grandi editori che ci stanno marciando e mangiando sopra. O no?) E non credo che la Nadia Agustoni aspiri ad essere una Merini, almeno, è quello che non le auguro. Non le auguro una stagione all’inferno, quella, proprio no. Le auguro invece ogni bene, anche questa proliferazione quasi ‘a pioggia’, di tropi, e di metafore. Perché no? Tutto è possibile, analogia e allegoria, come pure datità naturalistica. Lirica o poesia fuori di sé. Conta la qualità, del verso. Che poi parli di prati verdi o di gasometri, conta relativamente poco. E poi le mode non fanno la poesia, e neppure forse le zeppe delle ‘poetiche’.Quanto al ‘piccolo borghese’, scusa tanto, ma è quello che pensa di poter fare la rivoluzione con quattro ideuzze e una bandiera, una sorta di ‘piccolo chimico’ postfuturista o tardostrutturalista… La Agustoni non va in questa direzione. I suoi corsivi, che siano citazioni di una sua privatissima costellazione, o pensieri ad alta voce, sono invece efficaci, ben piazzati, riusciti. Faccio i miei complimenti alla Nadia che,non conosco, e che pur essendo lontana anni luce dal mio essere, mi ha convinto davvero.

    p.s. non mi pare che la poesia italiana si ripeta ‘uguale a se stessa’. Considerazioni di questo tipo sono ovvietà da bignamino di superficie. Ci sono vari segnali, e mai come ora, le più svariate direzioni. Ammesso che riusciamo a coglierne i nessi e la possibilità di una coabitazione.

  25. Iannozzi il 23 dicembre 2008 alle 09:28

    @ ORSOLA

    Parafrasando Dario Bellezza: “mi crescono le unghie come ai morti”.

    Ciao

  26. manuel cohen il 23 dicembre 2008 alle 09:41

    @Iannozzi: sai cosa come ti avrebbe trattato Dario?:

    la stirpe dei Re
    fasulla com’è
    prevede solo te
    o il tuo scettro
    elegante

  27. orsola puecher il 23 dicembre 2008 alle 09:57

    “Sobrio” è un aggettivo che una mia zia usava per definire certi soprabitini di gabardine beige con la martingala ora passati di moda.
    E’ un aggettivo così moralsita e sfuggente e c’entra assai poco con la poesia e con la poesia di Nadia Agustoni.
    Piccolo borghese è anche lui un aggettivo di quel genere lì, che dice tutto e nulla ormai, e in questo caso poi è una toppata assoluta.
    Come al solito si spara nel mucchio e si generalizza in questa attesa, immancabile, imperdibile, irrinunciabile, anche se un po’ deja vu, a dir il vero, geremiade contro la metaforizzazione, questa crociata al plurale maiestatis contro il “piccolo borghese” che sarebbe in noi che si estrinsicherebbe nella mancanza di “senso” compiuto e nel dire il dimenticabile.
    La poesia più che altro dice il dimenticato e meno male.
    Ma credo che tocchi rassegnarsi da fine ottocento in poi l’inconscio è entrato nella letteratura e nella poesia, nella musica, nell’arte.
    Piccolo borghese mi pare fare queste rampogne da Sora Cecioni, o come diavolo si chiamava la mogliona grassa di Sordi che mangiava sfilatini alla Biennale e si addormenatva al concerto di musica contemporanea.
    Roba vecchia anche quella e assai qualunquista.
    Nell’epigonato culturale che stiamo vivendo c’è spazio per tutto, ancora.
    Per fortuna.
    Ma talmente esiguo è lo spazio anche editoriale per la poesia che chiedersi “ma servivano?” autorizzerebbe a generalizzare la domanda a tutto quel che si scrive, ai libri che si scrivono e che quattro gatti comprano e leggono, o al fiume di parole di internet e sarebbe francamente un atteggamaento molto snob e lievemente antipatico. Sarebbe.

    ,\\’

  28. Francesco Marotta il 23 dicembre 2008 alle 10:36

    Credo che la “sobrietà” di cui parlava Niki Lismo non sia estrapolabile dal contesto in cui fa tutt’uno con “maturità espressiva, controllo delle figure, coerenza dell’analisi”.

    Così come credo che un verso “che più niente rivela” sia *inimparentabile* con la “parola innamorata”, i suoi affini e i suoi succedanei.

    La poesia della Agustoni, qui come altrove, è un continuo experimentum mundi condotto attraverso la messa a fuoco, l’esplorazione e lo svuotamento successivo, degli stilemi che costringono e orientano la “dicibilità” della parola poetica. E’ un lavoro sul farsi stesso della poesia, alla ricerca di nuove chiavi di “lettura” del reale: e che esso si declini nella denuncia del lavoro alienato, nella favola o nella libera estrinsecazione del flusso di coscienza profonda che scorre parallelo al nostro esserci quotidiano, il risultato non muta. Rimane di alto livello.

    fm

  29. enrico il 23 dicembre 2008 alle 10:53

    grande nadia!
    non sono ahimé capace di interventi critici – ma da lettore/autore mi pare che ci sia una tensione trattenuta per la coralità, una coralità che, quasi come un ossimoro di pietas naturale, che si diparte dal minimo, dal refuso, per declinarsi parola naturante –
    sono versi (belli, splendidi, ma non è banale dirlo, come non lo è dirlo alla persona amata) che a chi ama la poesia credo possano dare tanto:
    ergo, m’armo di sim/patia e osservo/ascolto/percorro il loro naturale darsi – ciao, enrico

  30. sergio garufi il 23 dicembre 2008 alle 10:54

    anche a me sono piaciute molto.

  31. orsola puecher il 23 dicembre 2008 alle 10:58

    io mi riferivo ovviamente al “sobrio” di Tashtego che ne fa una qualità/disvalore, in verità, più che a quello di niky lismo.

    ,\\’

  32. enrico il 23 dicembre 2008 alle 11:38

    correggo: c’era un “che” ripetuto per errore

    “una coralità che, quasi come un ossimoro di pietas naturale, si diparte dal minimo, dal refuso, per declinarsi parola naturante…”

  33. Francesco Marotta il 23 dicembre 2008 alle 12:04

    Cara Orsola, non era una critica nei confronti di qualcuno, solo una mia riflessione dopo la lettura dei diversi commenti.
    Altrettanto dicasi per il riferimento alla “parola innamorata” (fatto da Macondo): solo opinioni diverse, che hanno tutte la loro legittimità, riconducibile all’esperienza e al sentire di chi legge.

    NI ospita parecchi testi di N.A.: mi permetto di rimandare alla loro lettura complessiva.

    Un saluto a tutti, comprensivo di auguri.

    fm

  34. tashtego il 23 dicembre 2008 alle 12:06

    niente paura manuel, nessuno intende ledere la tua immagine della poesia.
    uso la dicitura “piccolo borghese” tra virgolette, per indicare una modalità di essere et percepire: forse sono impreciso, forse sono generico, ma la sensazione mia (bignamica, certo) è quella che ho detto.
    però vedi, l’evocazione che fai del bignami, come indicatore di deprezzamento, è esattamente un sintimo di ciò che intendo per percezione piccolo borghese.
    poi fai tu.

  35. orsola puecher il 23 dicembre 2008 alle 12:14

    Caro Francesco, ricambio gli auguri di cuore.
    Nell’uso delle mie parole e in quelle degli altri sono sempre in agguato fraintendimenti e un pressapochismo impulsivo dato dal mezzo web/blog. Non è mai un male interrogarsi sul valore che esse possono avere nella percezione altrui, così per non partire per la tangente del narcisismo e del giudizio facile.

    ,\\’

  36. Iannozzi il 23 dicembre 2008 alle 13:04

    Manuelo

    Manuelo, invece di tentar di far poesia, dì qualche cosa di sensato: ci riesci?
    E in ogni caso il re, per quanto fasullo tu possa vederlo, sempre ha la facoltà di sbatterti in gattabuia a pane e acqua, o alla gogna in pubblica piazza a ricever delle genti lo scherno violento e feroce, di parole di unghie a graffiare, di sputi catarrosi, e ad esso lasciarti per nefasto destino. :-)

  37. nadia agustoni il 23 dicembre 2008 alle 16:38

    @gli intervenuti

    Non ho molto da aggiungere a quanto già scritto nella mia mail precedente. Ringrazio i commentatori, ovviamente come ho sempre fatto vado per la mia strada, a volte qualcuno capisce a volte no, la discussione ( che negli ultimi interventi leggo solo ora ) è sempre utile.

    Un saluto

  38. tashtego il 23 dicembre 2008 alle 17:12

    @ Orsola
    Vabbene, la sintesi estrema cui mi costringe il web si sposa con la generica disperazione che mi prova l’esistente, ivi compresi i Poeti, e produce modi spicci e tranchant che possono risultare irritanti.
    Lo so che alcune formulazioni vanno di moda e altre invece meno, per cui “piccolo borghese” non si porta più ( e nemmeno a rigore di termini “bignamino”).
    Per cui dovendo esplicitare direi che in questo modo designo la poesia di auto-massaggio, ripiegata sul poeta stesso, eccetera.
    Mai che si percepisca attenzione per temi come:
    Ethos
    Bios
    Pace
    Guerra
    Conflitto tra gli umani
    Rapporti di dominanza
    Essere nelle Storia
    Essere nello Spazio-Tempo
    Epica
    Destino umano
    Destino del Pianeta
    Politica
    Rivoluzione (perché no?)
    Eccetera
    Ecco, il poeta contemporaneo che più spesso capita di leggere e incontrare, piuttosto fa uno Sciopero d’Autore pur di non toccare gli ambiti sopra descritti.
    Non teorizzo niente, men che meno una “poesia civile”.
    Soltanto constato, nella poesia, una cosa che mi appare come l’assenza abissale delle nostre Vere Vite.
    E mi viene in mente la categoria del “piccolo borghese”.
    Me ne scuso con Augustoni, con Orsola e con tutti i presenti.
    Auguri.

  39. orsola puecher il 23 dicembre 2008 alle 17:27

    Tash non c’è nulla di cui scusarsi e ricambio gli auguri per tutto quel che ti sta a cuore, ma sfondi una porta aperta: forse ti è sfuggito ma proprio perchè mi trovi d’accordo con questa tua visione, ho appena pubblicato il poema di Maria Valente sull’eutanasia, Lamberti Bocconi e il suo Canto di una ragazza fascista, Viola Amarelli e le sue ballate da Pompei attraverso Jack The Ripper per arrivare alla Colf extracomunitaria, le poesie di Nadia stessa sulla fabbrica, che stanno tranquillamente accanto a questa sua visione più interiore e lirica.
    Per affermare un principio a volte ci si lascia sfuggire la molteplicità delle voci, delle visioni.

    ,\\’

  40. tashtego il 23 dicembre 2008 alle 18:01

    cioè:agustoni

  41. nadia agustoni il 23 dicembre 2008 alle 18:29

    @ Tash

    Uno dei miei libri “poesia di corpi e di parole” è un condensato di alcune dei temi che elenchi.

    Se lasci un recapito a Nazione Indiana te lo invio.

  42. lambertibocconi il 23 dicembre 2008 alle 20:27

    Usti, Tash, ciapa su questo mio regalino storico di Natale. Vediamo se lo trovi “imbarazzante” come il canto della ragazza fascista dei miei tempi. Ciò che dici non vale per me. Baci e abbracci e auguri dalla vostra carissima marchesa povera.

    ULTIMI FUOCHI DEI CONTADINI LOMBARDI

    I fatalisti mangiavano uva
    con acido nel ventre, fermentava
    lo zucchero; e fantasie di sé,
    presunzioni scandite mese a mese,
    quanto vaste e profonde le visioni
    terrifiche di tutto un mondo oscuro.
    Maledicenti e duri all’osteria.
    La malattia dei bachi flagellante
    che faceva morire i filugelli
    come bambini in culla, la più e meno
    miseria della morte che bendata
    spaccava a bastonate il gran paiolo.
    Ira e bestemmia, ancora dietro all’uva
    a infoltire i peccati capitali;
    superstiziosi al sommo ed ubriaconi,
    creduli a streghe e maghi e scostumati,
    ladri e bravi a schivare la giustizia.
    Carabinieri arcigni la lor parte,
    gli sbirri con i denti come i cani,
    sfollavano a percosse e dimostravano
    l’autorità nei miseri paesi.
    Ma l’astio ribolliva malcelato
    verso i signori: a Busto, a Gallarate,
    nelle malarie di Seveso e Olona,
    scoppiavano i tumulti, nel ’60
    e nell”85-’86
    e nel 1889.
    E poi girava secolo, si entrava
    nell’esplosivo 1900;
    ed ancora tumulti, e poi la resa.

  43. manuel cohen il 24 dicembre 2008 alle 16:47

    @iannozzo: i versi citati sono di Dario Bellezza. Ovviamente hai frainteso. D’altro canto, privo di ogni ironia quale sei, e involuto, tanto quanto il tuo modo di esprimerti. passo e chiudo, scanniozzo :-)

  44. manuel cohen il 24 dicembre 2008 alle 16:52

    @tashlego: per inciso, non ho una immagine della poesia. Semmai una percezione, ed una appercezione. Tieniti stretti i tuoi bignamini,e, con le festività, pure le frasette da baci perugina,con cui fanno il paio. Queste cosucce sì, molto piccolo borghesi. ciao :-)

  45. Iannozzi il 25 dicembre 2008 alle 10:36

    Appunto, Manuelo.
    Ai versi ti ho risposto con un verso di Dario.

    Il mio era un consiglio: te lo dico in maniera diretta, non scrivere poesia, perché non ti si addice e ancor meno il citar poeti e poesie. Chi come te non capisce la bellezza e ogni merda gli par al palato buona purché abbia il sapore a cui da bambino è stato abituato, dovrebbe astenersi dal citar i Grandi per non recar offesa grave a chi invece la sa; e non parlo di me, parolaio per pochi amati e non di certo per chi come te l’alma ce l’ha affogata nella bile.

    Chi de l’altrui farina fa lasagne,
    il su’ castel non ha muro né fosso;
    di senno, al mio parer, è vie più grosso,
    che se comprasse noci per castagne.
    E’ detti di colui son tele ragne,
    ch’offende e dice: «I’ non sarò percosso»,
    e non ha denti e roder vuol un osso,
    e d’alti monti pensa far campagne.
    Però di tal pensiere non sia lordo
    omo, che del valore ha ‘l cuor diserto,
    ché mal suol arrivar volere ‘ngordo.
    Ma faccia come que’ che sta coperto,
    fin ch’altri ha rotto e franto suo bigordo;
    poi mostri ben ch’e’ sia di giostra esperto.

    Orsù, Manuelo italiano, va’ coi pari tuoi che in bocca masticano sì e no cento parole e due tre pensieri gli fan magra ressa in testa ma come mosche senza le ali.

    Buone feste

    Iannozzi

  46. funiculì funiculà il 25 dicembre 2008 alle 11:24

    “… forse adesso hai capito / come nascono i comici”

    http://it.youtube.com/watch?v=3sD0ITYCd_s



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