Paolo Giordano, la solitudine della letteratura maggiore

27 dicembre 2008
Pubblicato da

di Mauro Baldrati

“Ed è vero che sul piano dell’espressione la testa bassa si collega alla foto” scrivevano nel 1975 Deleuze e Guattari nel prodigioso Che cos’è una letteratura minore? In effetti i personaggi – i due personaggi – del romanzo di Paolo Giordano hanno la testa bassa, sono personaggi laterali, solitari, piegati dalla vita e dai propri destini. E Alice, la ragazzina che un padre scostante, insensibile, costringe a sciare e a rompersi una gamba restando invalida, lavora come assistente di un fotografo che si chiama Crozza (con una incongruenza tecnica: il romanzo arriva al 2007, e in quella data tutti i fotografi professionali si erano ormai riconvertiti al digitale, mentre Alice continua a maneggiare rullini). Tiene la testa bassa Alice, come Mattia, l’altro protagonista, che per un orrendo errore commesso da bambino è consumato da silenziosi quanto distruttivi complessi di colpa, si produce continuamente ferite con ogni tipo di arma da taglio, coltelli, vetri, schegge di legno.
Sono due individualità, due numeri primi singoli, indivisibili e inconciliabili: simboli, metafore di sofferenze private, rinchiuse nei bozzoli dell’isolamento e della incomunicabilità. Perché questa è una prerogativa della letteratura maggiore, o letteratura dominante, o stabilita: la procedura per simboli, per metafore, significazioni e designazioni. Le solitudini incontrano altre solitudini, e l’esterno, il mondo oggettivo, il contesto sociale non sono che contorno, sfondo, location. La letteratura maggiore, di cui Paolo Giordano, con questo La solitudine dei numeri primi, si è già configurato come un autore di punta, prevede un’espansione verticale, e la forma geometrica è una piramide rovesciata: da Edipo, dall’individualità primigenia, nasce la sofferenza, la nevrosi. E’ dalla nascita, già segnata dal destino, che si sprigionano tutte le dissonanze e le impossibilità di condividere le emozioni e le azioni, i gesti, i desideri, l’amore, l’amicizia, la lotta per la vita. E’ dall’individualità primigenia che la vita inizia a infliggere le prime sconfitte, e a fare piegare la testa. Lo scrittore maggiore, chiuso nel suo territorio privato, traccia le storie solitarie, fa viaggiare sulla lingua che ha scelto il suo scetticismo, il suo pessimismo, che nella lettura richiamano altri scetticismi, altri pessimismi.
Questo libro ne è pervaso. I due personaggi si attraggono, ma non comunicano. Non riescono. Non possono. C’è come un divieto predefinito, e noi li seguiamo con un senso diffuso di impotenza, di inutilità, nei loro cammini per vicoli ciechi, dove le emozioni non trovano mai un’espressione nel desiderio, ma solo in un’amicizia problematica, silenziosa e rischiosa. Mattia, che ha uno spiccato talento di matematico, riceve l’invito da una Università dell’Europa del Nord per un posto di assistente; vorrebbe restare nella sua città, la città di Alice, per non abbandonarla, perché sappiamo che la ama. Ma è un amore non dichiarato, privo di qualunque allusione o lotta per affermarsi, un amore segnato da una disfatta che gli impedisce di mostrarsi; non glielo dice mai, non spiega nulla, così Alice pensa che lui non sia interessato a lei, Alice se ne va, lui la lascia andare, parte, lei si sposa, la troviamo in un matrimonio già fallito, mentre Mattia vive un’esistenza vegetativa solo coi suoi numeri, i suoi calcoli. Il matrimonio va in briciole, Alice richiama Mattia, che si precipita in Italia, perché l’unico scopo della sua vita è vederla, stare con lei; i due si ritrovano, dopo molti anni, ma la sconfitta edipica è totale, non concede una seconda possibilità. Di nuovo non comunicano, non combattono. Si lasciano per l’ultima volta, tornano nelle loro non-vite individuali, fino a un non-finale né aperto né chiuso, una interruzione del procedimento che rimane sospeso nel vuoto, nel nulla.

All’interno della letteratura dominante stabilita ne può esistere un’altra, che viaggia sulla stessa lingua apparente, così definita da Deleuze e Guattari: “Una letteratura minore non è la letteratura di una lingua minore ma quella che una minoranza fa in una lingua maggiore.”
La letteratura minore ribalta tutti gli enunciati di quella dominante stabilita: non dalle individualità nascono la nevrosi e la solitudine, ma da esse lo scrittore minore crea le sue individualità, che prendono vita dalle istanze collettive e dai contesti sociali. Non è indispensabile che egli sia parte fisica di una collettività; ne crea una potenziale, attraverso una battaglia letteraria che offre una giustificazione, e un senso, a tutte le sconfitte, le sofferenze e le incomunicabilità della vita. Di questa vita. I fatti individuali che racconta diventano immediatamente necessari, perché si innestano nelle storie collettive, storiche, e ciò che dice diventa un fatto comune. Se è scettico – perché è scettico – il suo scetticismo è parte di una battaglia letteraria, mentre lo scetticismo dello scrittore maggiore è fine a se stesso, è un prodotto dell’individualità edipica. Se è solitario – perché è solitario – la sua solitudine diventa pubblica.
Dice Deleuze che lo scrittore minore scrive come un cane che fa il suo buco, come un topo che scava la sua tana. E trova un punto di sotto-sviluppo, un terzo mondo, un deserto tutto suo.
Per arrivare a questo ha bisogno di uno stile. Talvolta la questione dello stile viene sottostimata, se non snobbata. Perché lo stile – il bello stile – è faccenda privata della letteratura maggiore, che lo usa come tessuto per coltivare e far muovere il proprio impianto simbolico, metaforico, onirico.
A questo proposito Paolo Giordano usa uno stile di qualità. E’ un libro scritto bene, è una scrittura controllata, semplice e matura, con un’attenzione fine verso i particolari, gli aggettivi, i piccoli ritratti psicologici, gli scatti impercettibili di un carattere sempre nascosto, sempre negato; uno stile da studiare, forse da rubare, per trasformarlo in pura intensità, per cambiarne l’uso, perché costituisce l’attrezzatura indispensabile per lo scrittore minore che deve scavarsi la tana.

Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondadori 2008 ISBN 9788804577027

La scheda del libro su wikipedia. E la scheda dell’autore.

La scheda del libro su IBS.

Citazioni del libro via BlogBabel.

Tag: , , , ,

92 Responses to Paolo Giordano, la solitudine della letteratura maggiore

  1. Valter Binaghi il 27 dicembre 2008 alle 11:33

    Sono sostanzialmente daccordo. E la tana è la schizofrenia ristrutturata da dramma ai limiti dell’indicibile in fabula, persino gradevolmente spettacolare. Libro niente affatto spregevole dal punto di vista dell’artigianato letterario, ma a chi è attento alle possibilità pedagogiche della letteratura, non può sfuggire l’impressione inquietante della ricerca di un sentimentalismo “freak”, per un romanticismo popolare estenuato, che ha bisogno di droghe sempre oiù pesanti per eccitarsi.

  2. suk il 27 dicembre 2008 alle 11:56

    non l’ho letto, quante copie ha venduto? credo più di un milione, ma trovo questo articolo molto interessante, e anche la nota di binaghi sulle ?droghe pesanti? è centrata.

  3. andrea il 27 dicembre 2008 alle 12:09

    ho sentito così tanti pareri discordanti su questo romanzo, che mi viene davvero voglia di leggerlo. ne avevo letto qualche pagina sfogliandolo in libreria, e mi era parso una specie di andrea de carlo; mi sbaglio?

  4. Carla il 27 dicembre 2008 alle 13:11

    Un libro che ho molto apprezzato, per l’argomento delicato e difficile, per l’intreccio del rapporto tra Alice e Mattia, per i loro silenzi, che a volte comunicavano più delle parole.

    Quello che mi ha dato:
    La fragilità condivisa di un amore annunciato (solo a loro)
    e nella separazione, tutta la loro presenza.

    riprendendo un pensiero di Alice che mi è rimasto dentro:
    Ci si può ammalare anche solo di un ricordo…

    Grazie per avermelo ricordato:-)
    Ciao

  5. lambertibocconi il 27 dicembre 2008 alle 13:22

    Anch’io ne avevo sfogliato alcune pagine in libreria e mi era sembrata una prosa media-piatta.

  6. niky lismo il 27 dicembre 2008 alle 15:20

    E’ un libraccio. Una sequela di luoghi comuni psicologici, di stilemi televisivi, di linguaggi neutri al limite dell’assenza, di situazioni cronachistico-divulgative. Il tutto in uno stile piatto, scialbo, scontato e scorrevole come un insignificante sottofondo. Degli ingredienti standard non ne manca uno: il trauma infantile, l’incomunicabilità familiare, la solitudine adolescenziale, un certo ribellismo solipsistico, l’attrazione verso un ambiente ostile, etc. etc. etc.: fiction preconfezionata per letteratura (appunto) di sottofondo, e per tradursi presto o tardi in cinema o tv. L’autore potrebbe addirittura non esistere, tanto il prodotto è omogeneo ai canoni commerciali più biechi: quel cosino con la faccia pulita e gli occhialini è probabilmente l’attore di se stesso, pagato un tanto a frase (programmata). Forse non lui ha proposto il manoscritto a Mondadori, ma Mondadori lo ha convocato per interpretare lo scrittor-giovane. Un insieme sfornato dal computer, o da ciò che in editoria ne fa le veci.

  7. aldo il 27 dicembre 2008 alle 15:37

    Forse niky lismo non esiste. Forse NI lo chiama per interpretare la parte del troll. Nel suo post ci sono tutti gli ingredienti dello scrittore frustrato: livore, invidia, imprecisioni (Giordano non porta gli occhialini, per dire), lontanza dall’argomento del post che commenta usato solo come occasione per sfogarsi e la solita teoria del complotto delle case editrici. Tutto troppo perfetto.

  8. macondo il 27 dicembre 2008 alle 15:52

    Anche Kafka si rintanava (mi pare sia un esempio portato da Deleuze-Guattari), ma che buca profonda ha costruito! Qui invece non c’è tana, tutto si svolge in superficie, raso-terra o terra-terra. Molti romanzi contemporanei sono così: se ti immergi un po’ giù in apnea, solo silenzio e sabbia, il paesaggio sottomarino fagocitato da montagne di buoni sentimenti. E l’alternativa alla tana, sempre proposta dalla letteratura dominante, è qualche metro sopra il cielo…

  9. Tashtego il 27 dicembre 2008 alle 15:53

    @aldo
    forse a nichilismo non è piaciuto il libro.
    forse l’ha detto chiaramente.
    credo sia un suo diritto.
    o no?

  10. jan reister il 27 dicembre 2008 alle 15:53

    @aldo: che ne sai di niky lismo? che ce ne importa di quel che pensi di lui? attieniti alle idee.

  11. aldo il 27 dicembre 2008 alle 16:20

    Giusto. Era solo un tentativo di fare dell’ironia. Diciamo solo che mi ha infastidito il fatto che, davanti a un pezzo che affronta un femomeno importante in maniera interessante e obliqua, tenendosi lontano da luoghi comuni e usando strumenti euristici non usurati, si sia riuscito a commentare ricorrendo a questi soliti cliché sull’editoria omologata. Cliché che ormai mi hanno stufato. E poi, scusate, cosa c’entra con il fatto che il libro non gli sia piaciuto (posizione legittima) l’accusa a Giordano di interpretare “lo scrittor giovane”?
    Mi sembra che appartenga a tutt’altro genere di considerazioni.

  12. niky lismo il 27 dicembre 2008 alle 17:12

    In realtà non si tratta di accuse ma di ipotesi: che Giordano non sia uno scrittore, né Mondadori una casa editrice, e che quel libro non sia un libro. A meno che non lo siano pure Moccia e le sue romanzesse. Con un clichè usurato Aldo si proclama stufo dei clichè: altri sono stufi di una realtà che simula di essere tale, mentre non è che finzione. Gli occhialini di Giordano sono un’imprecisione, precisissimo invece è il tragitto mediatico con cui si costruisce un best-seller a comando: con l’acritica acquiescenza di lettori che leggono col medesimo acume con cui ascoltano i tg governativi.

  13. jan reister il 27 dicembre 2008 alle 17:27

    @aldo: ok, così è più chiaro.

  14. elena rosa il 27 dicembre 2008 alle 18:14

    il segreto della tana secondo me è che per il cane è una casa senza tetto o senza vetri è aperta. e così ci possono entrare altri sconosciuti le intemperie tutti. è questa apertura che è la forza che resiste ai secoli.
    e poi mi piace la parte finale dell’articolo. ma se il discorso è scavare una tana con le parole, se decidi di fare quello, e hai bisogno di avere il deserto, beh per farlo devi per forza avere uno stile, i tuoi attrezzi, che ti proteggono, dai facili compromessi di mezza via, e dalla paura.

  15. aldochi? il 27 dicembre 2008 alle 18:25

    ma insomma non si può parlare male di nessuno che subito ti danno dell’invidioso! è un nuovo genere letterario, parlar male di chi parla male di un libro cercando motivazioni psicologiche ovviamente non edificanti! qualcuno parla male di gaetano cappelli? è un invidioso! non può essere che il cappelli sia un bluff montato ad arte e che qualcuno lo dica?

  16. ercole il 27 dicembre 2008 alle 18:30

    come parli male di un libro sei un invidioso! bel dispositivo di censura! cos’è un nuovo genere letterario? cercare le motivazioni nascoste mai edificanti in una stroncatura? che facciamo come Baricco o Gaetano Cappelli che danno dell’invidioso a chiunque parli male di loro?

  17. bimodale il 27 dicembre 2008 alle 18:30

    il flusso anedipico delle macchine desideranti, la minorità senza organi della scrittura elettrica e del significante dispotico applicato a questo scrittore edito dalla cas(t)a editrice del dittatore? aveva ragione busi quando scrisse che avrebbe dovuto scrivere libri in altre lingue e, aggiungo io, impedirne la traduzione in italiano. ma ovviamente la mia è l’opinione di un clown depresso in una società altalenante tra fascismo di destra e fascismo di sinistra nel perno sacrosanto del vaticane. hola!

  18. jan reister il 27 dicembre 2008 alle 19:01

    @ercole – aldochi – cicci : non scaldarti, rilassati.

  19. funiculì funiculà il 27 dicembre 2008 alle 19:28

    dieci, cento, mille niky lismo!!!

    questo si può dire?

  20. Valter Binaghi il 27 dicembre 2008 alle 19:59

    Però scusate, paragonare il libro di Giordano a quelli di Moccia è veramente ingiusto. Lo so che molti vorrebbero Moresco e Genna in cima alle classifiche (magari piacerebbe anche a me vederli), ma il mondo non va così. La maggior parte dei lettori vuole dai romanzi una storia interessante e ben scritta, con un linguaggio adeguato alla storia medesima. Letteratura in tono medio, senza scadere nel fumettone, è quella che più manca in Italia, e che devia lettori verso gli anglosassoni che in questo sono bravi e meno snob di noi.

  21. francesco il 27 dicembre 2008 alle 22:11

    L’autolesionismo dei due protagonisti è adolescenziale, anche quando questi diventano adulti. Paura di mettersi in discussione.
    Oppure:
    i due comunque vada sanno che la loro storia sarà un disastro: meglio non far niente.
    Autolesionismo e depressione, continuiamo a farci del male, oppure il dottor Zivago a cui viene un infarto a due passi dalla bella fidanzatina e Moretti che grida “No, No, No …”.
    La rappresentazione della passività avviene attraverso una semplificazione della vita, ridotta ai suoi aspetti più eclatanti, rumorosi, esagerati, sproporzionati.
    Di genialità nel romanzo non se ne parla, si nomina piuttosto una presunta genialità. Della vita accademica neanche l’ombra. La felicità può darla solo “quella donna” che si chiama Alice oppure quell’altra che non c’è più.
    Pensiero, a mio parere, tipicamente adolescenziale.
    Il libro è ben costruito. C’è il ragazzo che si scopre omosessuale a Barcellona, c’è quello che si taglia le vene (descritto bene bene e ti fa un senso che piace), c’è la compagnetta di classe che è stronza, la famiglia che non comunica, i grandi che non esistono (mica possono essere tutti adolescenti!), università del nord contenitori di luoghi comuni, qualche frasetta sui fannulloni, poca vita vissuta: direi che ci sono ricordi di idee di altri tirate fuori dall’indice di un’antologia di scuola media.
    La scrittura è ridotta al grado zero. Sembra la traduzione da una lingua altra. C’è un uso bello e buono delle metafore, similitudini; belle frasi fuori campo; capitolo dopo capitolo il lettore è catapultato nella vicenda da una sapiente tecnica dell’acchiappo. Belle le scene di scuola e da quindicenni. Dopo la formulazione della tesi dei numeri primi il romanzo si ferma. Ma il lettore ormai vuole vedere cosa succede. E non succede niente, tranne una scena di sesso, un litigio in famiglia, uno che parte da casa e non si sa neanche dove sta di casa e dove va a finire; e poi torna all’improvviso non si sa perché davvero questo avanti e indietro.
    Narcisismo delle pose, sono d’accordo.
    Allora: perché questo romanzo piace tanto?
    1. Non è molto lungo, si legge in due giorni.
    2. Lo stile non è vario, ci si abitua subito.
    3. C’è una storia d’amore, e c’è molta infelicità e i protagonisti sono falliti (o sfigati) in partenza ma il lettore ci ripone tanta speranza di potercela fare.
    4. C’è grande impotenza, si subisce una forza misteriosa, è colpa degli altri.
    5. Frasi ad effetto che sembrano svelare in due righe verità inconfessate
    5bis. È abbastanza generico nei particolari che contano (dove siamo? come trascorrono il tempo? Che significa essere matematici? Che cosa è l’anoressia? – non qual è la sua fenomenologia che si limita nel libro a un po’ di vomiti ad effetto); è abbastanza preciso nei particolari che non contano (meteorologia, termini tecnici nelle descrizioni, chiamare uno straccio: canovaccio).
    6. C’è del sangue che si vede, lamette, fisiologie disturbate.
    7. È una storia di autolesionisti.
    Le cose vanno male, e piace sapere che comunque vada noi non ci possiamo fare niente e tutto dipende dagli altri. E in questo caso dipende solo dal giovane scrittore torinese.
    voto: 10

  22. helena il 27 dicembre 2008 alle 22:30

    Trovo il pezzo di Baldrati veramente utile. Ma la sua riflessione ha senso solo se si parte dall’ammissione che si tratta a modo suo di un buon romanzo. Ossia non di una cosa paragonabile a Moccia, non di “un prodotto omogeneo ai canoni commerciali più biechi”, nemmeno di artigianato.
    A me è capitato di leggerlo in dattiloscritto. E ricordo benissimo il momento in cui mi sono convinta che il libro c’era. Era la scena in cui Alice e Mattia escono mano nella mano, in mezzo ai loro compagni “vincenti” e sono rimasta toccata da quelle pagine. Non lo dico principalmente per convincere Niky Lismo o altri che non si tratta della solita “operazione di marketing” fatta in casa Mondadori in cui l’autore sarebbe un puro optional (ma meglio se è giovane e carino) con questi puri dati. Lo dico perché non funziona mai così, tantomeno nel caso di un simile successo clamoroso. Questi fenomeni non si possono confezionare (cosa che tra l’altro sarebbe il sogno di qualsiasi editore). Ma avvengono perché un certo libro incontra la sensibilità di un pubblico, perché ha qualcosa dentro che gli parla, che entra in risonanza. E questa cosa nel libro dev’esserci dentro. Sta all’editore averne una certa intuizione, anche se questa intuizione resta sempre un azzardo di cui tra l’altro non si riescono mai ad intuire gli esiti – nel caso di un esordio- e spesso va pure male.
    Comunque io della mia esperienza (che non è quella di editor resonsabile) parlavo, perché la situazione in cui ti trovi a leggere la stampata di un dattiloscritto di un tizio perfettamente sconosciuto, e ben diversa da quella di chi guarda a un libro confezionato che ha venduto quasi un milione di copie. Sei solo tu e quelle pagine stampate che se la giocano con altre identiche pagine stampate che macini (nel mio caso) più o meno quotinianamente. E allora la diversità la noti tantissimo. Noti che persino tu, lettore sgamato, “professionale”, entri nella sospensione dell’incredulità, che cessi di notare che una certa trovata somiglia a quella di un altro autore, che lo stile è fatto così e cosà ecc. ecc. Leggi e basta.
    Detto questo posso anche essere d’accordo che “La solitudine dei numeri primi” non spicca per nessuna particolare virtù stilistica, non inventa nulla di inedito e così via. Ma è un libro coerente e non furbo, privo com’è di un raggio di luce in fondo (cosa che tra l’altro delude molti lettori), un libro in cui – credo- il suo autore ha creduto.
    Detto questo, il punto più interssante per me è proprio quello su cui si focalizza Baldrati e che vale per Giordano così come per scrittori italiani e stranieri di chiara fama che nessuno taccerebbe di essere prodotti editoriali. Il punto è proprio il legame fra individualismo (solitario) e la sua supposta universalità che lo rende preciso da un lato (quello psciologico), scontornato dall’altro ed è una sorta di condizione di partenza, forse la più importante, per candidarlo al main stream. E’ questa la cosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere, se si cerca una letteratura che sia altro.

  23. A. Morgillo il 27 dicembre 2008 alle 23:06

    Io non la farei tanto lunga. Quando un libro vende tanto è da considerarsi un buon prodotto commerciale. E va rispettato. Io da Mondadori non mi aspetto altro. Solo un buon prodotto commerciale. Non vorrei niente altro. Il dramma è che Mondadori non sempre ci riesce. Quando vado da GAP su Oxford Street voglio certe cose. Un certo design a costi relativamente bassi.

  24. A. Morgillo il 27 dicembre 2008 alle 23:11

    E comunque se fossi Baldrati non starei qui a infiorettare tanto il libro in questione… Non ne ha proprio bisogno! Chi osannerebbe un capo riuscito di Gap? Che la ggènte se lo goda!

  25. A. Morgillo il 27 dicembre 2008 alle 23:40

    Ecco io la farei breve.

    FANTASTICO ****

    STRAORDINARIO ****

    MEMORABILE ****

    AVVINCENTE ****

  26. MRT il 27 dicembre 2008 alle 23:53

    soprattutto: è fastidioso il link finale a ibs – se posso permettermi.
    non so chi l’abbia messo, ma dà proprio l’idea di un redazionale.
    e.

  27. jan reister il 28 dicembre 2008 alle 09:33

    @MRT: l’ho messo io, è un servizio per chi legge e non necessariamente conosce il libro in oggetto. Non è uno scambio e non ci guadagnamo nulla (il link non contiene codice affiliato, cfr http://www.ibs.it/par/parpge.asp ).
    Io ad esempio non l’ho letto e dopo la recensione di Mauro non sarà in cima alla mia lista di priorità.
    Grazie comunque della tua osservazione, aggiungo il link a wikipedia ed altre cose.

  28. […] di Mauro Baldrati Fonte: Nazione Indiana (link all’articolo) […]

  29. Tashtego il 28 dicembre 2008 alle 10:22

    «…da Edipo, dall’individualità primigenia, nasce la sofferenza, la nevrosi…»
    Confesso di trovare frasi come questa qui sopra, non solo del tutto inconsistenti, ma particolarmente stupide.
    Così come la prima citazione del «prodigioso» libro di Deleuzeguattarì, «Ed è vero che sul piano dell’espressione la testa bassa si collega alla foto» mi risulta del tutto incomprensibile, mentre Baldrati la trova carica di significati.
    Non so, non ho letto il libro di Giordano, dunque non mi pronuncio su quello.
    Ma questa recensione la prende davvero molto alla larga, introducendo concetti, in particolare uno, quello di «letteratura dominante», che davvero esigono una definizione, oggi.
    Secondo Baldrati la letteratura dominante sarebbe quella che procede per simboli e metafore?
    Dominante su cosa, su chi?
    In virtù di cosa, di chi?
    E poi: il libro di Giordano, secondo lo schema di Baldratideleuzeguattarì a quale delle due letterature apparterrebbe?
    Non sarà che Ogni Volta che leggiamo un testo narrativo vi dobbiamo riconoscere qualcosa di noi e della nostra esperienza, pena la noia?
    Non sarà che la lettura è sempre Riconoscimento, sia essa minore o maggiore?
    Non sarà che oggi la letteratura maggiore è proprio quella che vende e viene letta da molti lettori e quella minore proprio quella che magari è coccolata e promossa e antologizzata dalla critica, ma che non legge nessuno o quasi?
    Qualità e dominanza per Baldrati sono sinonimi?
    Oppure i due termini si danno (quasi sempre) in quantità inversamente proporzionali?
    La legge generale sarebbe questa (uso il condizionale perché come scrive Helena non esistono automatismi e tutto è leggibile solo a posteriori):
    se un libro vende moltissimo di solito è brutto, ma non basta un libro brutto a vendere moltissimo, dipende dal tipo di bruttezza.
    Con un corollario:
    esistono libri bellissimi che hanno venduto moltissimo, ma non basta scrivere un libro bellissimo perché venda moltissimo, dipende dal tipo di bellezza.
    A mio avviso occorre revisionare a fondo lo schema del Canone Critico visto come portatore di valori dominanti, almeno per quanto riguarda la scrittura.
    Oggi l’arte dominante non è quella – se ho capito il discorso di Baldrati e ne dubito – che ottiene riconoscimento critico e inclusione nel Canone, nel sistema di valori riconosciuto.
    Arte dominante è quella che raggiunge, indipendentemente da una qualità riconoscibile, il maggior numero di menti possibile, influenzandole ben oltre i suoi contenuti estetici, intrattenendole, mettendo qualcosa in comune tra le persone, nel bene o nel male.
    Lo sforzo di ogni casa editrice è quello di raggiungere con il maggior numero di libri possibile il maggior numero di menti possibile: cioè, in altre parole, quello di toccare e modificare l’immaginario condiviso e collettivo (che è comunque sempre una cosa di ampia minoranza) dominando il mercato.
    Insomma vendere è essere culturalmente dominanti, in un effetto a catena di propagazione mediatica che va ben oltre il libro.

  30. MRT il 28 dicembre 2008 alle 11:42

    @jan
    bene. di certo chi vuole acquistare o sfogliare il libro di Giordano non ha alcuna difficoltà, né ne avrà per i prossimi due anni almeno [edizione economica il prossimo anno, distribuzione ovunque – dagli ipermercati alla più piccola libreria – ecc.].
    ciao,
    e.

  31. chiara il 28 dicembre 2008 alle 12:09

    Io l’ho trovato inconsistente e furbo. Una bella operazione commerciale e poco più. La tua lettura comunque mi è sembrata interessante.

  32. jan reister il 28 dicembre 2008 alle 13:34

    @MRT: noto solo ora che c’è dell’ronia nei tuoi due commenti, ma non preoccuparti, con me è sprecata. Io ho da sempre l’abitudine di documentare e citare, anche in modi a tutta prima eccessivamente didascalici e deformati. Non solo per quelli come me che anche di fronte a un libro che, scopro, ha venduto 1.000.000 di copie, hanno la curiosità di sapere di che diavolo si parla qui, ma anche per i lettori che arriveranno tra un mese, uno due tre anni e si vorrano fare un’idea. Se hai voglia di approfondire posso mostrarti cosa succede coi lettori dei nostri archivi.

    Il sospetto che qui si facciano scambi e intralazzi è un problema del lettore, una questione di fiducia che non si può esigere, ma solo meritare. Forse la recensione letteraria perfetta, al di sopra di ogni sospetto, è quella che omette il nome dell’autore, nasconde il titolo, copre gli elementi della trama che potrebbero riferirsi a fatti e personaggi reali.

  33. Giulio Milani il 28 dicembre 2008 alle 14:14

    Sono d’accordo con Helena. Il libro c’era e quando l’ho letto (quest’estate in ospedale, ero io in bozze) ho pensato: fosse capitato a me l’avrei pubblicato. Con ciò, superato all’incirca il primo centinaio di pagine, ho anche pensato che il racconto, in sé, non aveva più niente da dire, “allungava il brodo” e basta. Quindi ho cristallizzato il mio giudizio nell’idea che si tratti di un ottimo racconto lungo o romanzo breve, assai discutibile invece nello sviluppo effettivo.

  34. marco v il 28 dicembre 2008 alle 14:32

    per niky lismo: NON ESISTONO i best seller a tavolino. chiaro? sono tutti esperti del senno di poi, compreso quelli come te che puntano il dito contro. è il più grande luogo comune editoriale del mondo. duro a morire. ovvio: è rassicurante dipingersi come quelli che “non ci cascano”. i libri, invece, sono oggetti complessi, in una società complessa, e non è assolutamente possibile – a meno di rendersi ridicoli – semplificare queste dinamiche buttandola sul fatto che si è voluto creare un tipo di scrittore, o che ha venduto un milione di copie perché la casa editrice ha voluto che fosse così. se fosse tecnicamente possibile, la formula sarebbe già stata sottratta, clonata, e in Italia si venderebbero molti più di libri di quanti se ne vendono, e si leggerebbe molto più di quanto – ahinoi – non si legge. e, altrattanto ovviamente, TUTTI i romanzi venderebbero un milione di copie.
    A proposito di queste sciocchezze dette dai soliti che sputano sentenze, mi viene alla mente il memorabile incipit di Sartre al numero di Tempi Moderni che avrebbe costituito in seguito “Che cos’è la letteratura?”. «Alcuni cretini del partito comunista francese alla precisa domanda su cosa pensino di Flaubert rispondono sicuri: ‘è uno scrittore borghese’. Bene, ma allora perché non tutti i borghesi sono Flaubert?»

  35. funiculì funiculà il 28 dicembre 2008 alle 15:22

    io il libro l’ho letto, me lo hanno regalato quando ancora non era un *caso* (a natale l’ho riciclato, infiocchettato e spedito come pacco dono – con la scritta: capolavoro! – a un* che mi sta sinceramente sulle balle)

    è un *librino*, assolutamente inconsistente sul piano della scrittura e dello stile, astutamente affettato come un tema lisceale (do you remember tash?) in cui si fa ricorso a tutto l’armamentario retorico (digerito male, per giunta) caro al proffe di turno (i.e.: al mercato), pur di compiacerlo e piacergli. facile prevedere (io ho scommesso subito, in tal senso, con chi me lo aveva regalato) che sarebbe diventato un best, se sostenuto da un adeguato batt(u)age mediatico e pubblicitario

    ben poca cosa, davvero, comunque lo si consideri, e la sua pochezza risalta ancora più impietosamente se paragonato (ne cito due, tra i dieci-dodici bei libri italiani che ho letto quest’anno), ad esempio, all’ultimo romanzo di Magliani, o al superbo “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta. a proposito dei quali non posso non chiedermi cosa sarebbe successo nel caso fossero approdati alla mondadori: avrebbero venduto un milione di copie? non credo proprio. la verità è che la capacità di discernimento (è chiaramente un eufemismo) del lettore medio è direttamente proporzionale da una parte alla cultura televisiva di cui è figlio, dall’altra al livello, in termini di oggetto letterario, di liberculi come quello in questione

    quindi, a mio sommesso parere, coloro che gridano al “complotto”, all’invidia e al complesso d’inferiorità da parte di chi, in perfetta buona fede, cerca di smontare l’innocuo congegno costituito da o-perine come queste, farebbero bene a dismettere le pratiche onanistiche a cui si abbandonano cercando di difendere l’indifendibile, passando, magari, al coitus, fosse anche interruptus

  36. mario capello il 28 dicembre 2008 alle 15:53

    Ma Funiculì, scusa, perché chi prova a smontare le operine è in buona fede e chi, invece, prova a smontare degli attacchi (a mio parere piuttosto spuntati) contro l’industria culturale, sarebbe invece un onanista? non mi sembra una posizione molto dialettica, no?
    e comunque non sei entrato nel merito delle sue argomentazioni, che riguardavano l’impossibilità di produrre a tavolino i best seller.
    E comunque tutti hanno trascurato, per concentrarsi sul solo Giordano (e vorrà pur dire qualcosa, no? – il fatto che produca tanto discorso) e si sono dimenticati che l’articolo di Baldrati ha una valenza strategica. Baldarati, e con lui, Deleuze e Guattari, ci stanno indicando una tattica, mi sembra – appropriarsi di uno stile (che lui ritrova in Giordano, ma avrebbe potuto usare Richard Ford, per dire e non alimentare polemiche) per raccontare anziché monadi sconfitte dal fato, esseri umani prodotti da circostanze storiche e sociali. Raccontare insomma, nello stesso modo, ma per individuare, in maniera clinica, cause diverse – e soprattutto, cause su cui è possibile intervenire. Certo, così l’ho ridotta in termini un po’ troppo zdanoviani ma mi sembra che il puto sia questo. E per quello che mi riguarda non posso che accogliere la proposta tattica.

    P.S. per evitare incomprensioni e discussioni sterili: non voglio paragonare Giordano a Ford ma, visto l’argomento dei loro romanzi, sono, per l’argomentazione, pressoché interscambiabili, se ho afferrato l’idea

  37. Tashtego il 28 dicembre 2008 alle 16:01

    Non so se si facciano ricerche di questo tipo.
    Immagino di sì.
    Immagino che già esistano dati di questo genere.
    Sto parlando di risposte documentate alla domanda cruciale: cos’hanno in comune tra loro i libri che vendono oltre le trecentomila copie?
    La cifra è buttata lì a caso, immagino esista una soglia significativa oltre la quale un libro comincia per così dire a farsi motore (pro-motore) di se stesso.
    Poi altre domande del tipo: nell’affermazione di un libro che ruolo giocano le lettrici rispetto ai lettori?
    È vero come si dice che un best seller lo fanno le donne?
    Cioè, è vero che un tipo di scrittura che non piace alle donne non può produrre best seller?
    E quale tipo di scrittura non piace alle donne?

  38. macondo il 28 dicembre 2008 alle 16:11

    NON ESISTONO i best seller a tavolino? Bene, sarà così, non lo metto in dubbio, ma se i redattori-lettori di una casa editrice di una certa “rinomanza” puntano le antenne (e mettono filtri in tal senso) verso un certo tipo di narrativa che risponda a criteri “estetici” funzionali al mercato, e che tra i suoi comandamenti annoveri lo stile semplice, il linguaggio piano, senza scosse (“grado zero” lo definiva qui sopra qualcuno, vantandone il pregio), tale che lo possa anche leggere un amico della De Filippi (lo dico senza schifilteria, percHé è il lettore dominante), e che faccia leva su sentimenti altrettanto semplici, beh, allora il prodotto non sarà costruito a tavolino, ma un “aiutino” lo ha ricevuto di certo.

  39. mario capello il 28 dicembre 2008 alle 16:59

    @ Macondo: epperò la tua argomentazione mi sembra molto più penetrante e stimolante (poi si potrebbe discutere su quell’accenno, giustamente polemico, sul fatto che i redattori pongano un filtro sulle scritture non allineate: secondo me si rischia di scadere nella solita polemica anti-editor, tra l’altro credo che, esempi alla mano, si potrebbe dimostrare che non è così vero) del semplice demonizzare il fenomeno.
    In ogni caso, mi sembra che da come descrivi la faccenda gli editor facciano solo il loro mestiere. Almeno non li iscrivi a forza in un setta intenta a un complotto contro l’intelligenza e il gusto popolare. Certo, c’è quell’accenno, un po’ snob (e te ne sei reso conto anche tu, che hai messo le mani avanti) all”amico di Maria De filippi”, ma tutto sommato sono d’accordo con te. Il punto è che io non ci vedo nulla di male.
    E nessuno ha ancora speso una parola sulla tattica (o è una strategia?) di Baldrati…

    Un’ultima cosa. Prima di dire che gli editor fanno filtro contro le scritture non allineate o che qualcuno recita il ruolo dello “scrittor giovane”, o che qualcuno è invidoso, cioè cose poco gentili, cerchiamo di ricordarci che sono tutte persone concrete, eh. E che potrebbero leggerci (Helena, quanto meno, lo fa di certo). O, forse, sopra le trecentomila copie ci si smaterializza?

  40. Mauro Baldrati il 28 dicembre 2008 alle 17:00

    Sul libro non ho nulla da aggiungere a quanto scritto nel pezzo, e credo siano rispettabili tutti i pareri e le impressioni di lettura, chi lo considera un libraccio ecc.

    Però una riflessione sulla fruizione di un’opera vorrei farla.
    Prima di scrivere ho fatto un giro sulla rete per curiosare nei blog e raccogliere opinioni. Ho letto decine di commenti di persone furiose che esprimevano concetti – o forse emozioni – che trovo riassunte alla perfezione nel commento di niki lismo (compreso il riferimento – ripetuto – a Moccia come simbolo supremo dell’orrore letterario). Diciamo che il commento di niki lismo è un pezzo in miniatura sulla risposta al libro, questo libro.
    Mi sono chiesto perché.
    Voglio dire, chiunque può trovare un libro brutto, orribile, ma mi stupisce questo eccesso di energia, come se la pubblicazione di un romanzo costituisse un’offesa personale al lettore, un insulto o addirittura peggio. Io quando ho la sventura di imbattermi in un libro brutto gli dedico un “ma vaffà” primo di buttarlo nel riciclo e non ci penso più. Che m’importa di lui? E soprattutto non lo finisco, lo mollo quando mi rendo conto che per me è brutto. Invece ho letto tutti questi commenti furibondi. Le motivazioni possono essere tante, anche politiche, di politica editoriale, ma io credo che le opere, non solo letterarie, tocchino dei punti nascosti, sepolti nell’inconscio, apparentemente ignoti all’organismo cui appartengono, e questi stimoli occulti producano delle reazioni, che in psicologia si chiamano reazioni di difesa. Questo libro ne ha provocate, su questo non ho dubbi. Ho anche avuto l’impressione che la maggioranza di questi commenti indignati fossero maschili. Le reazioni di difesa possono essere di diverso tipo, per esempio un eccesso di riso, o anche una indifferenza eccessiva. Qui ha prodotto rabbia. Non vado oltre, le mie sarebbero opinioni personali. Però ci sarebbe da riflettere, e capirci qualcosa costituirebbe un bel passo in avanti nella lettura, e una visione più rilassata e obiettiva del tutto. Ma chiedo a niki lismo, se è d’accordo, di non rispondere ripetendo quanto ha già scritto cambiando qualche parola e cercando, per quanto è possibile, di calcare ancora di più la mano. Non sono questi i contenuti che mi interessano, ora.

    Poi vorrei fare un discorsetto all’italo-londinese Morgillo, i cui interventi mi divertono sempre (lo dico senza sarcasmo). Morgillo dice, ogni volta: voialtri italianacci laggiù nella terra di neanderthal, noi sì che siamo fichi qua a Londra. Non so se hai ragione o torto, però tieni presente questo: la vostra lingua è così poco antica, voi che non siete in grado di comprendere una riga di Shakespeare senza adattamento, mentre chiunque di noi può capire quasi alla perfezione un verso di Dante; voi che avete Heaney, che peraltro è irlandese, premio Nobel per la poesia, che scrive versi corrispondenti alla situazione di qualche decennio prima dell’apparire di Carducci; voi che esercitate un vuoto magistero culturale sui resti di un colonialismo le cui conseguenze vengono ancora pagate in tutto il mondo; voi che vivete in un nido di vipere finanziarie occulte e calpestate l’asfalto bagnato qualche metro sopra depositi aurei che fanno il peggio dell’Europa e del ladrocinio mondiale.
    Piaciuta come generalizzazione? E’ un campionamento dall’ultimo libro di Giuseppe Genna, che durante una cena fa a brandelli un supponente Ian Mc Ewan che parla come Morgillo.

    Poi, per concludere, la triste storia di Tashtego/Alligator che non ha letto il libro: non sarò certo io a spiegarti le teorie di Deleuze e Guattari sulla letteratura maggiore/minore, a te poi non spiego nulla, visto che non sei affatto interessato alla discussione ma solo a cercare un punto debole, se lo trovi, per inghiottire bocconi: il testo è “Kafka, per una letteratura minore”, trovati l’editore, il mio è feltrinelli 1975, è un piccolo grande capolavoro, ma sono sicuro che non te ne importa granché.

  41. funiculì funiculà il 28 dicembre 2008 alle 17:18

    caro Mario Capello, ho preferito circoscrivere il mio intervento al libro di Giordano (forse perché, proprio come dici tu, era “più facile”) in quanto ritengo che la sostanza della riflessione proposta da Baldrati meriti discorsi un po’ più articolati (del mio), ben lontani comunque dalla semplice (spero non semplicistica) espressione del proprio (mancato) gradimento di un’opera

    e, in ogni caso, un minimo di risposta alla tua precisa domanda si può pure intuire rileggendo un passaggio (“a proposito dei quali non posso non chiedermi cosa sarebbe successo…”) messo lì non a caso in forma di domanda retorica

    l’onanismo e il coito, poi, non avevano nelle mie intenzioni niente di offensivo: stigmatizzavo, scherzando, il malcostume, tipico ormai anche delle discussioni nei blog, di screditare chi “critica” addebitandogli retropensieri frutto di aspirazioni represse o abortite da scrittori frustrati

    ritengo il libro di Giordano un “piccolo” libro, indipendentemente dal numero di copie vendute; e non credo (ma qui stringo, e taglio con l’accetta della mancanza di tempo) che sia stato “costruito” a tavolino: è il prodotto che il lettore medio di cui sopra vuole – e può – leggere, e la casa editrice non ha fatto altro che proporlo “come tale”. l’offerta, in questo caso, non crea il mercato: se la domanda è quella (perché quello è il pubblico che la sollecita) l’industria la sostiene, la alimenta, e la dilata a dismisura – solo e unicamente in vista di un profitto: con buona pace di chi crede che parte del profitto venga poi reinvestita nella produzione di opere di qualità (trovo la cosa francamente ridicola)

    un Magliani (è un esempio) che vende un milione di copie mi farebbe felice, per un solo motivo: mi verrebbe da pensare, in quel caso, a un’inversione di tendenza (la reputo, comunque, inattuabile – qui e ora, col clima generale che si respira nel paese): a un pubblico che si sta devespizzando e de-defilipizzando, con evidenti, auspicabili ricadute su tutto il resto, denanizzazione compresa…

  42. funiculì funiculà il 28 dicembre 2008 alle 17:21

    ho scritto senza leggere gli ultimi interventi, che vedo solo adesso. recupero il tutto

  43. Giulio Milani il 28 dicembre 2008 alle 17:32

    Dimenticavo: Giordano ringrazia Franchini, nel libro, che è bravissimo editor, tra l’altro di sensibilità transeuropea (segue il nostro lavoro da sempre, si vede, e ricambiamo la stima).

  44. funiculì funiculà il 28 dicembre 2008 alle 17:33

    @ Baldrati

    ho letto con interesse il tuo ultimo commento. solo una cosa “mi stona” un po’ (senza entrare nel merito di alcune affermazioni sulle quali si può ampiamente discutere: cfr. Deleuze & co.): personalmente non ho visto nessuna *rabbia*, in nessun intervento; magari sono cieco (e ben mi sta! da bambino mi toccavo sempre…)

  45. fem il 28 dicembre 2008 alle 17:48

    Ho letto il libro di Giordano appena è uscito (credo a marzo) perché leggo tutti i libri-romanzi-racconti scritti da gente che proviene dal mondo scientifico (Giordano è un laureato in Fisica) e/o romanzi nei quali compare la scienza o che ne traggono ispirazione. Ce n’è una moltitudine inimmaginabile in libreria (esempi? “Una certa ambiguità. Romanzo matematico” di G. Suri e H. S. Bal; “La formula del professore” di Yoko Ogawa; “Delitti pitagorici” di T. Michailidis; “Paura della matematica” di P.Cameron; “La congettura di Poincaré” di D. O’Shea; “Nato in un giorno azzurro” di D. Tammet; “Come equazioni d’amore” di K. Iagnemma; “Il peso dei numeri” di S. Ings; “Racconti matematici” a cura di C. Bartocci; “L’uomo che passava attraverso i muri” di E. Klein ecc. ecc. “La misura del mondo” di D. Kehlmann o i romanzi di A. Crumey, ecc. ecc.) c’è la moda della matematica e della scienza, probabilmente vende alla grande. Leggo anche Coetzee o Wallace o Voltolini o Gadda o Musil o Calvino o Borges e pure Galileo… insomma leggo con due scopi: il primo è professionale: insegno matematica e fisica e cerco sempre nuove cose da far leggere ai miei studenti. Il secondo è personale: sono fissata con questo tipo di letture, mi interessano, sono quasi arrivata al livello di un collezionista, insomma, non ci posso fare niente, è così: se vedo un tale libro, lo leggo. Naturalmente quando dico “questo tipo di letture” intendo libri nei quali potrebbe comparire la scienza, non sto dicendo affatto che Coetzee o Musil siano SOLO di “questo tipo” ovviamente. Inoltre NON leggo solo “questi” libri, va bene tutto, però… :-)

    Finita la lettura del libro di Giordano (è vero si legge in due sere) ho deciso che non lo avrei mai dato da leggere alle mie studentesse (e sì, caro tash io sono una donna per giunta proff e ho quasi tutte studentesse femmine) perché non mi era sembrata una lettura così edificante né dal punto di vista pedagogico (il caso di anoressia è veramente trattato in maniera superficiale) né da quello letterario (secondo i miei gusti ovviamente). Una mia studentessa di quinta mi ha detto che l’ha letto quest’estate e che la ha lasciata molto nervosa, è un libro che la ha infastidita insomma. Non la reputo una lettura adatta a un adolescente (e a un’adolescente).
    Per capirci, quest’anno faccio leggere in terza i seguenti libri: Edwin Abbott “Flatlandia”, Adelphi ed. (1993); A. Siety “Matematica mio terrore” Salani Ed., (2003); Daniel Tammet “Nato in un giorno azzurro”. Rizzoli ed. 2008; Mark Haddon “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, Einaudi ed. 2003; Aczel Amir D “Il taccuino segreto di Cartesio”, Mondatori ed, (2006); M. G. Suri e H. S. Bal “Una certa ambiguità” Salani ed. 2008; D. Kehlmann “La misura del mondo” 2006, Feltrinelli.

    Anch’io quindi appartengo a quei lettori che hanno letto il libro in tempi non sospetti. E non mi era sembrato un gran libro, l’insistenza su questi casi “estremi” trattati in maniera asettica e lo stile un po’ scialbo mi avevano lasciata perplessa. Il successone delle vendite mi ha sorpresa, però devo dire che sono contenta per Paolo Giordano, ha fatto un sacco di soldi, se fossi in lui li investirei in un progetto di ricerca e continuerei a fare il Fisico (sai che goduria? Riuscire a far ricerca senza l’angoscia del domani e senza dover sottostare al professorone di turno), insomma farei come ha fatto Henry Laborit ai tempi: ricerca indipendente. Così magari aiuti qualche altro precario come lo eri tu, prima del best-seller.
    Il libro per lui si è rivelato una bella macchina per fare soldi, un bell’affare, una super borsa di studio. Ha incontrato il gusto del momento e ha sfondato come una rock star. Secondo me è questo che ha fatto accendere gli animi, più che toccare nascoste “corde interiori”: fa rabbia che uno faccia tutti questi soldi con un libro che non è un capolavoro .

  46. lambertibocconi il 28 dicembre 2008 alle 17:59

    Caro Baldrati, io la rabbia nera nei confronti di un prodotto commerciale medio, un po’ meglio confezionato degli altri, che diventa best seller, la spiego molto semplicemente con risentimento ed invidia: “Guarda quello lì che ha scritto una cagata e fa i milioni… mentre io che sono molto più bravo arranco”. E’ un vorrei me non posso che diventa volpe all’uva. Perché invece non è così facile, ci vuole una certa bravura, la testa di un certo tipo, per riuscire a produrre la cosa giusta al momento giusto e per imporsi nel mercato. E’ questione di abilità e di mentalità e magari di fortuna. Quanti libri piatti e commerciali ci sono, che però non sfondano come questo?

  47. Mauro Baldrati il 28 dicembre 2008 alle 18:03

    Ma, funicolì funicolà (a proposito, quand’è che mi scrivi?), qualche commento me lo sono pure segnato a suo tempo, qualche frase qua e là: “è un’ offesa alla letteratura e all’intelligenza umana che un libro del genere abbia vinto il Campiello opera prima”, “adesso abbiamo a che fare con i vari giordano mi sento mortificato e umiliato.” ”Non si può vomitare sulla letteratura in questo modo” “Bisogna imparare ad ignorare, non parlare di simili nefandezze”.
    Ora, non entro nel merito delle opinioni, però mi colpisce lo stile di questi commenti, l’uso di parole come “offesa”, “vomitare”, “nefandezze” “biechi meccanismi” ecc: secondo me sono termini emotivi, cioè segni di una risposta emotiva. Tieni conto che se un libro fosse fatto di puro nulla non credo che avrebbe una risposta emotiva.

  48. carla il 28 dicembre 2008 alle 18:12

    ecco, il commento di Fem per me è la cosa più bella che ho letto oggi…*

  49. theoden il 28 dicembre 2008 alle 18:20

    buh è un libro standard che ha venduto un sacco di copie a causa di un’ottima campagna pubblicitaria, un titolo e una copertina folgoranti e una storia strappalacrime creata a tavolino.

    non vedo il caso, il caso non c’è. E’ normale che un libro così possa vendere un sacco, così come passare inosservato; passiamo ad altro…

  50. mario capello il 28 dicembre 2008 alle 18:24

    Ma lambertibocconi l’invidia forse non è così pregnante. Voglio dire anch’io lo invidio (e chi non lo fa? dai, è normale), Paolo Giordano, ma pure evito di insultare il suo lavoro (e lui – che, lo vogliamo dire?, ha solo la colpa del successo, ed è, non dimentichiamolo, una persona concreta). Mi sembra che Baldrati noti un atteggiamento diverso: la volontà – maschile, più che altro – di negare il diritto all’esistenza a un oggetto.

    @ Funicolì: credo che l’atteggiamento di attribuire all’invidia le affermazioni di chi si scaglia contro l’industria culturale dipenda, almeno in parte, dal tono, spesso troppo acceso, livoroso, di chi se ne fa paladino e dalla tendenza a criminalizzare il lavoro di gente che fa solo il proprio mestiere (la cricca degli editor) e alla tendenza di alcuni a vedersi come dei “puri”, unici in grado di percepire la crisi e la volgarità di un sistema che addormenterebbe (o comprerebbe) lo spirito critico di tutti gli altri. Quanto a Magliani, mi sembra un bell’esempio. E’ un buon scrittore – di trame come di lingua, piana e comprensibile – e, detto senza offesa, avrebbe tutti i numeri (tra cui l’esordio tardivo) per vendere un botto. Ma non lo fa, pur avendo una grande casa editrice alle spalle. Perchè?

  51. Alligator il 28 dicembre 2008 alle 18:32

    @baldrati
    alligator lo dici a tua sorella.
    la frase che citi, letteralmente, manca di senso.
    evidentemente senza contesto è solo uno svolazzo di auto-legittimazione.
    il mio commento è per la maggior parte argomentazione, che tu ignori.
    ma ammetto di non aver resistito e di essermi lasciato andare all’ironia e forse all’insulto: non me ne pento, stavolta.
    le recensioni si leggono anche e sopra-tutto se il libro recensito non si è letto.
    ripeto che del libro non so cosa dire.
    sulla qualità della tua recensione invece ne avrei molte di cose da dire, se ne valesse la pena.

    sempre tuo
    alligator

  52. A. Morgillo il 28 dicembre 2008 alle 18:48

    Caro Mauro Baldrati, cos’hai contro Ian Mc Ewan? Io l’addòro!

    Non so se le nuove generazioni possono leggere Dante senza adattamento, anche perché masticano solo Italiano potenzialmente traducìbbile in Inglese. Standard. Di Heaney non penso nulla. Di Carducci invece qualcosina sì. Ma non me la ricordo. È grave?

    Genna mi sembra un turista delirante… Fantastico! Io ormai sono un londinese. Non credo più a niente. Without believe, cred and sexuality. Una forma di abbrutimento. I continentali invece mi sembrano ancora splendidamente illusi. È un dramma vivere su un’isola! Quanto siete chic.

  53. helena il 28 dicembre 2008 alle 19:00

    Non voglio convincere nessuno a cui sto libro fa cacare che non lo faccia. E non sentirete mai da me che chi sostiene queste cose, le dice perché è obnubilato dall’invidia, così come non so se – come sostiene Maura- ci possa esservi qualcosa dentro che a un certo tipo di lettore suscita un fastidio profondo, per cui il disprezzo sarebbe una reazione difensiva. Facciamo che possiamo fare a meno di scrutare dentro l’anima di lettori e commentatori.
    Per quel che riguarda il prodotto di successo aggiungo solo questo. Certo ci sono elementi che rendono più verosimile che un libro possa averne: storia lineare, prosa non troppo difficile, appartenenza indubbia al genere romanzo. Però non basta. Ci sono valanghe di libri fatti così e pure buoni che non imbroccano. E c’è – tanto per dire la più grossa che mi viene in mente ora- una cosa chiamata Gomorra che non corrisponde a nessuno di questi criteri. (e’ un altra storia e più complicata, lo so bene: però anche senza nessun casino mediatico aveva nei primi tre mesi passato le 50.000 copie, cosa che non si aspettava proprio nessuno).
    Ripeto: ci dev’essere qualcosa dentro al libro che entra in risonanza col suo pubblico. Questo- però- vale per Giordano, per Saviano e per Moccia e non dice nulla della qualità del libro. Così come nel mercato della moda esiste GAP ed esistono marche trashossissime. E anche chi fa moda sa bene che non cannare una collezione e imbroccare i modelli giusti- per quanto ci si attrezzi con cool hunters, ecc.- è sempre una scommessa aperta. Lo so bene, ci sono cresciuta nella moda. Ma scegliere il libro giusto da pubblicare e più diffcile ancora che svillluppare un certo decolté in un certo materiale e con un certo tacco (vengo dalla calzatura, come si vede). Il gusto qui tocca qualcosa di ancor più aleatorio e imprevedibile e in qualche modo profondo.
    Una cosa buffa che ho notato è che Fem cita il romanzo di Kehlmann che in Germania è stato l’esatto ecquivalente come caso editoriale di Giordano: un libro da un milione e mezzo di copie. A mio modo di vedere è un libro main-stream, buono e main stream, pure quello.
    Poi farebbe piacere anche a me se vendessero un milione pure Magliani e Vasta. Mai preso il successo editoriale come criterio di valore (né, però, del suo contrario). Il fatto è il mega seller – anche quelli di qualità- oggi tendono a sommergere gli altri libri, quelli che pure le grandi case editrici, Mondadori inclusa, continuano a pubblicare. Questo è un bel problema non solo italiano, ma qui bisognerebbe fare un discorso assai più lungo che magari provo a mettere giù un’altra volta.

  54. helena il 28 dicembre 2008 alle 19:06

    Fra i refusi più clamorosi che ho notato, c’è il trasgendering involontario di Baldrati che diventa MAURA…..scusatemi tutti…..

  55. A. Morgillo il 28 dicembre 2008 alle 19:09

    Sono assolutamente d’accordo con helena. E spero che approfondisca la cosa.

  56. Mauro Baldrati il 28 dicembre 2008 alle 19:22

    Helena, se dici: “ci dev’essere qualcosa dentro al libro che entra in risonanza col suo pubblico”, deve o può anche esserci qualcosa che entra in dissonanza. Una mia impressione per esempio: ho trovato l’atteggiamento dei due personaggi, che si amano, lo sappiamo benché non venga mai detto, e non lo dicono mai, e lasciano andare tutto in malora perché non lo dicono, perché per dirlo dovrebbero alzare la testa, quasi insostenibile da un punto di vista psicologico. Forse, senza questo stimolo non avrei scritto nulla.

    Lunghe frequentazioni con la psicanalisi (sono pure sposato con una psicanalista e sono sotto analisi dalla mattina alla sera mio malgrado) mi hanno fatto capire che dietro i gesti anche più insignificanti, le risposte, gli atteggiamenti ecc. spesso si nasconde qualcosa di cui non siamo coscienti, che però influenza le nostre azioni e i nostri sentimenti. Immagino – ipotizzo – che questo avvenga anche durante la lettura di un libro o la visione di un film.

  57. macondo il 28 dicembre 2008 alle 19:44

    @ mario capello
    cerco di leggere la situazione e le politiche editoriali (come posso) senza risentimento (a che serve?), ma una lettura è sempre critica. Il filtro i redattori-lettori di case editrici di un certo livello commerciale (anche le altre, ma il discorso è a mio avviso un po’ diverso) lo mettono non per ipotetiche censure o tantomeno per gusti personali, ma perché mi pare una strategia indispensabile. Insomma, portano avanti una politica editoriale. Sì, ma c’è al fondo anche dell’altro, ed è ciò che determina il loro fare. Ossia, se il redattore di una casa editrice non fa incrementare o quanto meno non assicura all’editore la fetta di mercato che la casa editrice già occupa, penso che in pochi mesi debba fare le valigie. Allora scatta la ricerca più o meno ossessiva del best seller, e con quali criteri avviene la scelta? Con quelli detti prima. E scattano anche i parametri di ricerca: stile semplice, linguaggio facile, piano, nessun sperimentalismo, meccanismi letterari collaudati per un romanzo (soprattutto di esordiente, con cui poi si possa montare il “caso” letterario).
    @ fem: ma qualche autore italiano da far leggere ai tuoi studenti, no? magari (mi sembra che ti occupi di scienze) anche il buon odifreddi… :-)

  58. niky lismo il 28 dicembre 2008 alle 19:47

    La molteplicità variegata dei commenti determina l’effetto di legittimare l’un l’altro i commentatori: è stata una buona discussione, pur con qualche caduta di stile, tutto sommato entro l’ambito di un certo rispetto reciproco, e non priva di opinioni interessanti. Escludo peraltro (in me, ma credo in tutti) che la passione delle argomentazioni dipenda da “rabbia” o addirittura “invidia”: pochi dei detrattori di Giordano scrivono a loro volta, tra questi pochissimi vorrebbero scrivere come lui in cambio di un po’ di notorietà e qualche soldo. E’ stato definito “livore” quella che è principalmente amarezza per la scarsa corrispondenza tra qualità artistica e riscontro sociale, in parecchi casi. E’ ozioso calcolare quanti italiani hanno letto Francesco Biamonti (per esempio) e quanti piuttosto Melissa P.? Che quest’ultima venga premiata dalle vendite e dal gossip non suscita invidia, di sicuro, ma una certa afflizione sì. Nessuna congiura degli editor, è evidente, ma uno scadimento qualitativo generalizzato: stupisce che esso preoccupi e addirittura indigni? O perché abbiamo digerito ormai tutto abbiamo perso anche il diritto a storcere la bocca?

  59. MRT il 28 dicembre 2008 alle 19:53

    @jan
    nessuna ironia.
    ciao,
    e.

  60. fem il 28 dicembre 2008 alle 20:26

    @Helena, ma tu hai letto “La misura del mondo”? Io sì ed è un ottimo romanzo, altro che. C’è sotto un lavoro di studio e documentazione alla Yourcenar, con una prosa viva e colta, non è certo un tipo di raccontino come quello di Giordano. E poi è di lettura abbastanza difficile (a detta di generazioni di miei studenti, anche se poi lo trovano divertente). E mi sembra che oltre dal pubblico sia stato giudicato ottimamente anche dalla critica. Cosa che non è successa per il libro di Giordano (ho letto un articolo su Repubblica dopo il Campiello che si lamentava che ormai il premio facesse vincere il cavallo senza il fantino come al Palio di Siena: il cavallo era la Mondadori e il fantino l’autore…).
    Insomma quello di Kehlmann è stato un caso editoriale per motivi opposti a quello di Giordano. E come dice Niki lismo c’è molta amarezza per lo “scadimento qualitativo generalizzato”.

    @Baldrati, scusa ma a me questi psicanalisti che “capiscono” sempre tutto, io non li capisco… Sembra che attraverso la lente dell’inconscio tutto il resto debba sparire, mentre credo che gran parte delle nostre azioni e giudizi siano consapevoli. Non sostengo che l’inconscio non pesi, però dubito che si possa spiegare ogni azione umana solo attraverso di esso. In questo caso l’indignazione è frutto di un ragionamento meditato e non di una reazione emotiva “a caldo”.

    @macondo: di Odifreddi leggiamo gli articoli su Repubblica of corse! I suoi libri sono un po’ difficilini (penso a “C’era una volta un paradosso” o a “Il diavolo in cattedra” o a “La matematica del Novecento”). Molti dei libri che ho letto, come quelli di Crumey, me li ha consigliati lui in “La scienza espresso” e “Il matematico impertinente”). Poi più che me, ultimamente, fa lavorare i colleghi di religione ;-)
    Mi sono dimenticata di citare il racconto “L’aeroplano” di Voltolini (della raccolta “Forme d’onda”), lo stanno leggendo adesso per le vacanze di Natale… e poi faccio leggere molto anche “Lettura di un’onda” di Palomar di Calvino. O anche il racconto sull’uomo che aveva paura della velocità in “Vite di celebri idioti” di E. Cavazzoni. L’ultimo giorno prima delle vacanze abbiamo letto il “Copernico” di Leopardi (nella classe dove ci sono i due maschi, che così hanno fatto il sole e Copernico!). Di italiani ce ne sono, per fortuna! Cinque dei nostri ragazzi hanno appena fatto una conferenza sul Dialogo sopra i due massimi sistemi di Galileo (se lo sono letto tutto). Adesso sto leggendo il Dialogo sopra l’ottica newtoniana dell’Algarotti e non è niente male…

    @Carla: grazie per l’apprezzamento, sei troppo buona… io ai tempi avevo letto il post sul tuo blog sul libro di Giordano e non avevo commentato perché non avevo apprezzato molto il libro… per fortuna “de gustibus non disputandum est”!!

  61. Mauro Baldrati il 28 dicembre 2008 alle 20:36

    fem: certo che non è “solo”. Non estremizzo così. Però cerco di stabilire, partendo da me stesso, quanto sia davvero meditata una certa risposta a un evento. Scopro che spesso non lo è. Scopro che spesso mi arrabbio con uno ma uno è un veicolo, un pretesto per scaricare una rabbia che esiste già. Però questo è un discorso un po’ riduttivo così, e c’è il rischio di fare confusione. Vorrei solo riflettere sulla possibilità di arrivare a una lettura – una fruizione – il più possibile serena delle opere.

  62. fem il 28 dicembre 2008 alle 20:37

    P.S.

    Forse “Delitti Pitagorici” è l’analogo greco del libro di Giordano: best seller in pochissimo tempo. (anche se lì la superficialità è almeno condita con un po’ di lavoro di documentazione storica e matematica….).

  63. fem il 28 dicembre 2008 alle 20:42

    @Mauro: d’accordissimo con te! Molto interessante la tua osservazione sulla lettura serena delle opere.

  64. funiculì funiculà il 28 dicembre 2008 alle 21:20

    @ Baldrus

    provvederò al più presto

    un saluto a tutti

  65. A. Morgillo il 29 dicembre 2008 alle 00:20

    Niky, forse ti sfuggono alcune definizioni. Anche perché in Italia si fa fatica ad usarle. E non si capisce il perché. Il romanzo di Paolo Giordano è un best seller di consumo*. Un fast book. Io ne vorrei tanti. Tantissimi. Ma non è facile crearne uno ad hoc. Bravissimo Giordano quindi. E la Mondadori. Spesso un bestseller di consumo riesce anche a veicolare messaggi importanti. Non credo sia il caso di La solitudine dei numeri primi. Quindi?

  66. A. Morgillo il 29 dicembre 2008 alle 00:21

    * Ci sono anche i best seller di qualità.

  67. A. Morgillo il 29 dicembre 2008 alle 00:28

    Ad esempio, best sellers di qualità sono… Non vorrei essere snob! Adesso non me ne viene in mente nessuno… Ma solo perché è tardi e domani lavoro.

  68. helena il 29 dicembre 2008 alle 00:32

    @ fem Sì, l’ho letto e mi è piaciuto, “La misura del mondo”. Ne avevo pure consigliato con una certa veemenza la pubblicazione. Certo che c’è dietro un lavoro di documentazione, una lingua più ironica ma anche più colta, e sicuramente è più difficile, specie per un pubblico italiano che non ha basi di conoscenza scolastiche o parascolastiche sui protagonisti. Ma secondo me non è paragonabile a Yourcenar e quello cui accennavo sopra, col massimo di rispetto, ossia che appartenga al main stream letterario, l’ho letto e sentito dire anche a un certo numero di critici tedeschi sin dalla sua uscita e coloro che lo hanno elogiato, quasi sempre l’hanno fatto sottolineando proprio il lato di “intrattenimento intelligente e colto”.
    @ mauro: credo che tu possa aver beccato un punto, in effetti. con la tua dissonanza, anche se l’approccio mi sembra rischioso. Parlo per me, ma in fondo trovo davvero incomprensibili gli accostamenti a Moccia, alle fiction tv, e le critiche della supposta natura consolatoria di questo romanzo. Condivido il tuo sentimento che l’incapacità dei due protagonisti di uscire dalla loro solitudine da numeri primi, benché si amino, sia quasi insopportabile.
    Poi mi piacerebbe che riuscissimo a tornare al tuo punto di partenza, ossia alla domanda perché l’assolutizzazione dell’individuo faccia letteratura maggiore anche se non si racconta qualcosa di edificante. E mi piacerebbe, se ti va, che allargassi il discorso pure ad altri scrittori, meno “casi” di Giordano. Non per desiderio di spostare la discussione, ma perché mi sembra un discorso importante che con altri esempi ci guadagnerebbe in chiarezza.
    Dopodicché è chiaro che questo discorso non riguarda più il mercato e neppure la qualità di un singolo libro, ma un approccio di fondo verso la letteratura.
    Io per mestiere – ma forse ci ero portata già, vedi la domanda del uovo e della gallina- ho imparato a tenere distinti i livelli: quello editoriale (che è un po’ più complesso del cercare solo libri che vendono un botto), quello qualitativo ( a prescindere se io personalmente come persona che legge e scrive ne condivida l’impostazione e la poetica) e quella di un’idea di letteratura che condivido personalmente.

  69. helena il 29 dicembre 2008 alle 00:39

    La metamorfosi come longseller di qualità può andar bene, morgillo? Oppure McEwan che addori, non è un bestseller di qualità, per te? E poi mi spieghi come li fai i grassetti nei commenti che qui in olden Italy siamo indietro assai?

  70. elena rosa il 29 dicembre 2008 alle 01:24

    a me interessava il discorso di letteratura maggiore e minore e di come queste vadano insieme. di come può essere l’intreccio. l’articolo di baldrati finiva su questo credo, con un discorso sullo stile ma mi piacerebbe sentirne parlare. come vedere gli scheletri sotterranei che girano e gli agganci che esistono tra modi diversi di vivere la letteratura ma anche di essere letteratura.

  71. A. Morgillo il 29 dicembre 2008 alle 13:34

    Certo, Helena. McEwan è un bestseller di qualità. E anche un longseller. Guarda che non scherzavo mica ieri notte! Ad una certa ora sono troppo ubriaco per sbilanciarmi… E indifeso. Addòro anche… Bret Easton Ellis. Forse… Che ci posso fare? Almeno sono sincero! Il dramma è che non so quanto American Psycho abbia venduto fino ad oggi! Dovrei fare una ricerca…

    Il grassetto l’ho imparato in Italy. Agli estremi metti questi due codici qui… e

    Un saluto da Londra e non abbandonateci su quest’isola!

  72. A. Morgillo il 29 dicembre 2008 alle 13:37

    Che stupido! Mi è venuta la conggiunzziòne in grassetto. I codici sono questi qua…

  73. A. Morgillo il 29 dicembre 2008 alle 13:39

    all’inzio
    alla fine

    SENZA SPAZIO
    MAI

  74. A. Morgillo il 29 dicembre 2008 alle 13:42

    Insomma, i codici non me li prende. OVVIO. Quindi te lo spiego… Metti la parola da grassettare fra due strong. Dai, che lo sai!

  75. gianni biondillo il 29 dicembre 2008 alle 14:01

    Helena: prima il simbolo “< " dopo la parola "strong" e il simbolo ">” per aprire la parte in neretto. Infine la chiudi con “< " seguito da "/" e "strong" e ">” tutto senza spazi in mezzo.

  76. A. Morgillo il 29 dicembre 2008 alle 14:34

    Grazie, Biondillo. Davvero. Buon Anno Nuovo.

  77. alligator il 29 dicembre 2008 alle 15:24

    strano che qui tutti diano per assodato, e dunque per completamente acclarato, il significato dei termini “letteratura maggiore” & “letteratura minore”.
    mentre è nel disfacimento di scale di valore riconosciute e condivise che si annida una rilevante porzione del problema.
    oggi chi vince vince troppo, sbaraglia il campo, schiaccia e marginalizza ogni altra presenza e questo non vale solo per i libri: tendo a pensare che sia una cateristica ormai consolidata delle società mediatiche di massa, con la marginalizzazione delle classi colte & dirigenti in favore di un unico grande magma stordito dai media e aperto a tutti i venti, che non chiede di pensare, ma di emozionarsi, di essere intrattenuto principalmente col racconto del diverso da sé, e dalla propria non-significanza.
    ieri sera a cena, apprezzatori del libro di Giordano si lamentavano invece del libro di Saviano che gli pareva ripetitivo e poco narrativo: però avevano comprato entrambi (e pure il cacciatore di aquiloni e la misura del mondo eccetera) e per lo stesso motivo: piacendo a tutti speravano che piacessero anche a loro…
    in fondo è solo la voglia di narrazione appagante, dove per appagante si intende coinvolgente, trascinante, che non puoi chiudere il libro…
    a me accadde in una casa di montagna di trovare una piccola collezione di libri di wilbur smith, mi pare: ne aprii uno e non riuscivo più a chiuderlo: li lessi tutti nel giro di quindici giorni, compulsivamente: pregustavo il ritorno a casa dalle passeggiate quando mi sarei immerso di nuovo in quei libri: ebbene non solo non ne ricordo più nulla, ma nemmeno il titolo mi è rimasto in mente, niente…

  78. Mauro Baldrati il 29 dicembre 2008 alle 16:31

    La riflessione su letteratura maggiore/dominante-minore è, come dice Helena, disgiunta dall’aspetto di puro mercato, ma riguarda la letteratura in sé; ed è una riflessione aperta, in progressione – come sempre avviene quando c’è di mezzo Deleuze – che si presta a varianti personali; è una procedura che raramente può concludersi in un procedimento compiuto, con enunciati e regole. E non credo neanche che sia possibile stilare liste di autori che appartengono all’uno o l’altro schieramento; tuttavia, se siete d’accordo – e se ce la faccio, aspetto non secondario – vorrei tornare sull’argomento con un altro articolo, con approfondimenti e l’analisi di un paio di esempi secondo me abbastanza emblematici. Speriamo quindi di risentirci presto.

    Intanto grazie a tutti e molti cari saluti.

  79. funiculì funiculà il 29 dicembre 2008 alle 17:03
  80. Ilario Veteri il 30 dicembre 2008 alle 03:30

    giordano dice che alla ragazza tremavano le gambe, ma due pagine prima aveva detto che una delle due era morta.

  81. Alligator il 30 dicembre 2008 alle 09:14

    La “letteratura in sé” a mio avviso non esiste.
    Come non esiste il “puro mercato”.

  82. giuseppe catozzella il 30 dicembre 2008 alle 11:44

    Sarebbe, secondo me, stato interessante parlare del supposto tema della differenza tra letterature. Più che una recensione (?) a un libro da centinaia di migliaia di copie, per il quale ormai l’immaginario ha già superato il letterale, per così dire, che si vende da sé, che è ormai oltre le “ragioni/spiegazioni” per un acquisto in libreria. E’, come dire, superflua, a mio avviso. [Io credo che la cosiddetta “cultura”, in Italia, la letteratura – per dire – necessiti di cose nuove, un po’ come il resto.]

  83. Paolo Mossetti il 30 dicembre 2008 alle 13:15

    A mio avviso, e senza ironia, uno dei maggiori punti di forza è il titolo (a quanto pare ideato da Antonio Franchini): geniale, scorrevole, ammaliante. Perfetto. Qual è la prima cosa che vi colpisce, di un libro, durante un giro in Feltrinelli?

  84. bimodale il 31 dicembre 2008 alle 17:39

    ma cosa c’entra deleuze con giordano?

  85. franz krauspenhaar il 1 gennaio 2009 alle 12:30

    Però… Se ci si lamenta del successo di Paolo Giordano c’è qualcosa che non va.

    E anche se ci si lamenta del successo di Saviano.

  86. mauro baldrati il 1 gennaio 2009 alle 18:02

    @bimodale
    Fra i due non c’è ovviamente alcun rapporto (letterario), però Deleuze, con Guattari, ha sviluppato una riflessione – forse potremmo chiamarla anche una poetica – sulla letteratura, o sulle letterature, che mi sembra più corretto; noi possiamo usarla, adattarla per leggere alcune opere, quelle che vogliamo, quelle che crediamo in qualche modo riconducibili a chiavi possibili, a “segni” possibili che ci permettono di ragionare sulle letterature stesse (e qui credo di di rispondere, almeno in parte, anche a Giuseppe Catozzella).

  87. giuseppe catozzella il 1 gennaio 2009 alle 20:25

    Grazie a Mauro Baldrati, e spero davvero in un futuro post di approfondimento sull’argomento.

  88. bimodale il 1 gennaio 2009 alle 21:06

    grazie Mauro. :) felice anno nuovo!

  89. macondo il 1 gennaio 2009 alle 22:21

    @ franz:
    da parte mia non mi lamento del successo di Giordano, fino a questo 3d l’avevo semplicemente e francamente ignorato. E, dopo averci speso un paio di kb, continuo a farlo. Però, un po’ di lamento lo faccio per i due exemplum che hai messo insieme nell’anafora. A dividerli c’è l’abisso del… impegno civile? e non solo un a capo.

  90. franz krauspenhaar il 2 gennaio 2009 alle 12:28

    Certo che c’è un abisso di differenza. Ma in letteratura non c’è solo l’impegno civile, sennò saremmo messi peggio di quello che siamo, per tante ragioni.

  91. LR Carrino il 2 gennaio 2009 alle 13:31

    Chiedo scusa, i commenti sono molti e non li ho letti.
    Anche è a me, tutto sommato, il libro è piaciuto. Tuttavia, un po’ di fastidio l’ho provato. A mio parere, gli argomenti sono solo sfiorati, un po’ maltrattati (e mal trattati) qua e là. In linea con le aspettative del lettore italiano, che preferisce l’allusione alla ‘descrizione’, che preferisce l’accenno all’affondo. Il senso di colpa, l’omosessualità, l’anoressia… tutto sfiorato sapientemente, mai che Giordano sferri un colpo ben assestato all’inner.
    Mi piace l’articolo di Baldrati, dice cose (del resto, Delueze) condivisibili. Ma su una cosa assolutamente non sono d’accordo: “stile di qualità. Ho letto questo libro a febbraio dell’anno scorso. La prima cosa che ho pensato è stata: questo non ha rischiato niente. E così è; Giordano non rischia, narrazione piana, pulita, con l’ideuzza dei numeri primi gemelli molto carina. Ma è roba che la troviamo in tantissimi scrittori, noti e non, affermati e esordienti, giovani e vecchi. Non capisco, francamente, cosa c’è da imparare da uno stile che, obiettivamente, stile nuovo non è ma modello noto (e ricalcato nemmeno così precisamente e puntualmente).
    Saluti a tutti.
    Luigi

  92. Alcor il 17 gennaio 2009 alle 18:12

    Questo che dice @ Helena:

    “Il punto è proprio il legame fra individualismo (solitario) e la sua supposta universalità che lo rende preciso da un lato (quello psciologico), scontornato dall’altro ed è una sorta di condizione di partenza, forse la più importante, per candidarlo al main stream. E’ questa la cosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere, se si cerca una letteratura che sia altro.”

    lo trovo molto molto interessante.
    Non chiarissimo, anche se mi pare di avere intuito cosa intende, se ripassa – lo so che sono fuori tempo massimo – mi piacerebbe che approfondisse.



indiani