Morfologia della fiaba degli dèi

2 gennaio 2009
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[Il filologo classico traccia una breve storia del sacro fra ambiguità di termini e di ideali. D. P.]

di Daniele Ventre

C’è stato un tempo, remoto, quasi coevo delle stagioni circolari del mito, in cui dietro la fiaba degli dèi, protagonisti delle enigmatiche e spesso disinterpretate leggende al centro delle diverse tradizioni fondative, si celavano in realtà forze naturali e sociali che esulavano dal controllo “tecnico” dell’uomo, dal campo del fungibile, e si imponevano agli occhi dell’uomo stesso come manifestazioni della potenza della natura e della storia (cratofanie, per usare un termine caro a Mircea Eliade), e perciò venivano percepite, sul piano culturale, come espressioni fenomeniche di una realtà retrostante e numinosa, sacra (ierofanie). Entità dal recondito potere, dotate di intenzionalità, dunque vive, dunque dèi, erano i pianeti, che segnavano il passo alle stagioni, agli anni, ai secoli, alle ere (De Santillana); il divino agiva in ogni angolo dell’universo, a sancire e legittimare rapporti sociali e politici, rapporti di forza strutturanti la concreta realtà socioeconomica (Sebag, sulla scorta dell’antropologia marxiana); il linguaggio del mito, proprio di una cultura orale-aurale, formalizzava leggi cosmiche (come la precessione degli equinozi, ipostatizzata nella fiaba della ciclica, cataclismica distruzione del mondo per diluvio o conflagrazione) e interazioni politiche di vario genere (i rapporti fra gli ordinamenti delle città-stato e degli imperi, e la loro fondazione eroica), nell’unica maniera che in una cultura orale-aurale è possibile recepire: quella del racconto.

Il linguaggio del mito, della parola primordiale che è narrazione orale (mythos, appunto), ma nello stesso tempo forza magica (Vāk), e potere creatore archetipico (Lógos), è la fiaba facile da memorizzare nella cui trama l’uomo arcaico, non inteso come primitivo, ma come vicino ai fondamenti della socialità e della culturalità umane, inscrive l’universo, in cui tutto è pieno di dèi, e in cui dio può perfino, all’occasione, circoscriversi nell’idolo senza esserne circoscritto, come ammonivano i mistici hinduisti, o può tranquillamente, a suo libito, assumere forma d’uomo o d’asse lignea, scriveva Guglielmo da Occam, e in cui il sacro, la cratofania-ierofania, si configura in ultima analisi come una categoria cognitivo-pratica onnipervasiva e onnipresente, come conclude, ancora con Mircea Eliade, l’antropologia culturale moderna, con il suo frasario specialistico astrattificante. Il mito era, in definitiva, il linguaggio con cui una cognizione scientifica o una norma giuridica potevano essere tramandati, e si imponevano come autorevoli, cioè legittimi e nel contempo capaci di augere, favorire la crescita, delle realizzazioni umane. Esso veicolava una cognizione “tecnico-scientifica” concreta, dalla formula-placebo alla Phol ende Uuodan per ammansire le fitte di una frattura, al serpe di Gilgamesh, simbolo della ciclicità del cosmo che, agli occhi di una civiltà agricola tesa alla sua materiale sopravvivenza, invecchia e si rinnova perpetuamente, preparando i semi della vita già nel momento in cui sembra spegnerli.

Esso imponeva altresì, in un mondo nato senza parola scritta, un atteggiamento di rispetto verso il numinoso drammatizzato, in una modalità talmente sistematica che per l’uomo antico non esiste pratica quotidiana, o tecnologia, che non sia accompagnata dal mito, perché né tecnica, né norma potevano essere trasmesse e ricordate altrimenti che in forma di racconto, poiché, per chi non ha scrittura e matematica avanzata, è più facile rammentare-tramandare una fiaba contesta di moduli formulari, piuttosto che un teorema tramato di idee-forme intellegibili astratte (Havelock). Ne discende in generale che il mito, come linguaggio, anche se lo consideriamo al di là della condizione di “primitività” orale-aurale che lo inventa, va di per sé concepito come una forma comunicativa efficace nel trasmettere una Weltanschauung olistica: il referente “duro” poeticizzato (norma giuridica, cognizione scientifica), si trasforma in messaggio dotato di forza pragmatica, che “colpisce basso” l’animo dell’uditore, lasciandovi un’impronta perpetua.

Come protagonista del mito, il dio, o l’eroe (che poi, come personalità ierofanica, dio umanizzato o uomo divinizzato, fa lo stesso), è categoria cognitivo-pragmatica olistica per eccellenza: la sua presenza al centro del racconto di fondazione del cosmo naturale e umano è la forma con cui l’uomo percepisce-comunica l’estraneità del nucleo profondo del reale rispetto a quel campo del fungibile, tecnologico o normativo che sia, che egli direttamente controlla, e non importa quanto vasti siano i termini del campo del fungibile in una data epoca storica. Ciò che importa è che l’uomo, nel momento in cui parla di dio, definisce un rapporto rispetto a quel nucleo profondo del reale che in buona sostanza egli non controlla. Dio “regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell’universo. E a causa del suo dominio suole essere chiamato Signore-Dio, pantokratōr. Dio infatti è una parola relativa e si riferisce ai servi: e la divinità è la signoria di Dio, non sul proprio corpo, come vien ritenuto da coloro per i quali Dio è l’anima del mondo, ma sui servi…”. Non è un passo, questo, del retrivo Syllabus errorum di Pio IX, né un magnificat pastorale wojtiłano di maniera, né tampoco uno dei troppi pistolotti ratzingeriani che i media ammanniscono alle nostre lasse orecchie in questi tempi di feste e di mercanti nel tempio: sono invece parole dello Scholium generale, che nel 1713 fu aggiunto da sir Isaac Newton alla seconda edizione dei suoi Philosophiae naturalis principia mathematica.

Se abbiamo presente che lo Scholium generale è la sede in cui Newton pronuncia il suo celeberrimo hypotheses non fingo, “ipotesi non ne invento”, alfa e òmega di ogni forma di ricerca di una conoscenza controllabile, trasparente ed obbiettiva, non possiamo liquidare questa dichiarazione come la semplice testimonianza di un’inerzia culturale di uno degli eroi dell’alba della scienza occidentale moderna, di uno scenziato in cui fideismo e sperimentazione si mescolano, e che nella seconda parte della sua vita si dette a chiosare l’Apocalisse di Giovanni. Nelle parole di Newton si riflette piuttosto l’idea (già tardo-platonica), che il nucleo dell’essere, coerenza ordinata, sottratta al controllo dell’uomo, si manifesta, in rapporto all’uomo, col volto del divino. Storicamente, nell’ambito delle culture antiche e medievali, quello della religiosità abramica, nel suo “dialetto” giudaico-cristiano, che condiziona culturalmente Copernico, Keplero, Galileo e Newton, è un caso particolare, estremo, di reductio ad unum. Nelle cosiddette religioni politeistiche, ogni forza naturale, entità astrale, o forza storico-sociale (e spesso le tre cose coincidono), è identificata come cratofania e ierofania, percepita come potere intenzionale e intelligente, e dunque come dio. Alla base del monoteismo giudaico-cristiano c’è essenzialmente una virata prospettica, in base alla quale tutte le cratofanie-ierofanie (segni miracoli presenze) del cosmo sono percepite e comunicate come riflessi riconducibili ad un unico, coerente, ordine fondativo, cratofania originaria, ierofania del fondamento, che nella sua profondità abissale trascende infinitamente l’universo fungibile che l’uomo può fruire sul piano del sensorio, controllare a livello tecnico.

Non è dunque un caso se due pensatori come Max Scheler e Max Weber instaurano l’equivalenza fra concezione giudaico-cristiana e fondazione della scienza occidentale. In questo senso, il concetto di dio come rapporto, e in seconda battuta il mito fondativo del monoteismo (si intenda qui mito nell’accezione forte del termine), sono orizzonti e categorie olistiche intrascendibili. Ciò è vero sia sul piano antropologico, in quanto l’uomo è permantentemente in rapporto con l’intrinseca alterità del reale, sempre in agguato al di là della pur munita e tecnologica cittadella del fungibile, sia sul piano epistemologico, in quanto l’aspettativa che alla molteplicità delle manifestazioni della natura soggiaccia un ordine unitario e coerente costituisce la metafisica (nel senso popperiano del termine) alla base di ogni forma di cosmologia scientifica.

Non si vuole però affermare che Dio è una semplice finzione teorico-pratica, un als ob, un “come se” kantiano: Dio è in primo luogo l’espressione antropologica di un rapporto che si viene progressivamente chiarendo nella storia, fra ogni essere cosciente e gli aspetti escatologici del reale, dell’esistente (la rischiosità strutturale dell’esperienza di esistere, di conoscere, di agire); in particolare, Dio, si presenta, nel suo senso originario, come il volto che l’ordine coerente del cosmo assume spontaneamente agli occhi dell’uomo e insieme come il modo in cui l’uomo si rapporta a quest’ordine coerente del cosmo, nella sua trascendenza, nel suo essere estraneo alla dimensione del fungibile. Ciò implica anche una conseguenza poco lusinghiera, per una certa forma che la cultura laica assume, quando, nell’opposizione polemica ai cleri storicamente determinati, indossa la maschera dell’oltranzismo.

Per rimanere alla “provincia” cristiana del linguaggio mitico-religioso abramico, sottolineare ed evidenziare i rapporti di derivazione fra la narrazione evangelica della verginità di Maria o della resurrezione di Cristo con analoghi miti di altre religioni mediterranee, semitiche o pre-semitiche, o rilevare la coincidenza fra il Natale e la festa del solstizio d’inverno, o i rapporti fra la Pasqua e il momento del risorgere della vita della terra alla fine del tempo invernale, ha una fortissima importanza sul piano antropologico. È del tutto illuminante, ed è un momento di maturazione culturale imprescindibile, constatare che il cristianesimo cattolico-romano, affermatosi in opposizione al pensiero delle varie correnti della gnosi tardo-antica, è in realtà esso stesso una particolare forma di gnosi, amalgama peculiare di religiosità semitica rinnovata e substrato precristiano. Allo stesso modo è essenziale sottolineare che la Bibbia, fra Antico e Nuovo Testamento, riflette una processualità storica del precisarsi del concetto di dio, dal plurale politeistico arcaico Elohim all’Ego sum singolare monoteistico della religiosità mosaica del Dio geloso, e allo stessa maniera dal Gesù dei protovangeli, che si schermisce e non vuole essere chiamato “buono”, attributo degno solo di Dio, e così afferma la propria natura di profeta squisitamente umano (e da principio squisitamente israelita), alla sistemazione del metafisico Vangelo di Giovanni, che fa di Gesù il Logos incarnato, non meno di quanto il buddhismo ipostatizzi la figura di Siddharta in una dimensione trascendente, al di là delle sue determinazioni storiche.

Questo percorso di disamina antropologica ci permette, sul piano filosofico, di leggere i testi sacri come totalità in fase di accrezione e sviluppo, sia nelle forme sia nei contenuti, in un cammino che in prima battuta, dal politeismo originario, giunge all’idea di un ordine cosmico unitario, adombrato dal monoteismo; in un secondo momento, dal monoteismo, dalla scoperta della ierofania del fondamento, giunge ad assumere la prospettiva della coessenzialità dell’uomo con il divino: una cratofania dell’essere cosciente, una ierofania della coscienza, che pur soverchiata dalla potenza dell’universo, è in grado di porsi in rapporto con essa e in definitiva di comprenderla, ed è, in ultima analisi, la fonte del sacro, l’essere che heideggerianamente si interroga sul senso dell’essere.

La consacrazione dell’essere cosciente avviene, nel Mediterraneo antico d’età imperiale, con la particolare figura mitico-storica di Gesù, re sacro universalizzato latore di un messaggio etico al di là degli interessi politici di parte e delle differenze culturali, per seguire la prospettiva accennata da R. B. Onians nel suo Le origini del pensiero europeo. Ma analoghe situazioni si rinvengono tranquillamente in altre realtà religiose e spirituali: abbiamo già parlato dell’ipostatizazzione del Buddha, che nella sua dimensione storica è addirittura un filosofo promulgatore di una dottrina che il pensiero braminico definisce nastika, cioè non ortodossa, ostile alla religiosità superstiziosa tradizionale. Potremmo allo stesso modo ricordare, nella religione hinduista, la figura di Sri Krshna, la conclusione sarebbe invariata: nella prospettiva basilare di questa, certo prolissa, abbozzata morfologia della fiaba degli dèi, al centro delle più avanzate forme della religiosità umana, al di là delle differenze locali, si pone un mito di fondazione di cui sono protagonisti la ierofania del fondamento e la ierofania della coscienza.

***

Esiste tuttavia un altro aspetto del problema, non meno articolato. Finora abbiamo cercato di delineare l’idea del Dio come rapporto, in relazione al racconto originario della ierofania del fondamento e della ierofania della coscienza. Da un punto di vista strettamente ontologico, il conflitto fra la modernità e la sua scienza da un lato, e la concezione di Dio propria dei cleri storicamente determinati dall’altro, insorge non tanto dall’intrinseca insufficienza cognitiva e pragmatica del mito stesso; nemmeno la volontà di potenza dei vertici delle gerarchie ecclesiastiche basta a spiegarla in toto. La colpa storica delle gerarchie religiose, nella contemporaneità, è frutto dell’intersezione fra la volontà di potenza che le anima e le asservisce, e l’inadeguatezza rispetto al cambiamento culturale. È dunque una colpa tanto più grave, nella misura in cui si ingenera dal misconoscimento dello spirito del messaggio dei fondatori, e dall’idolatria della lettera.

Il tema dell’ateismo, o delle “false luci del mondo“, secondo una formula ipocrita cara, fra noi, ai vertici della chiesa cattolica, non è semplicemente una questione di negazione del fondamento, o di ricorso a forme di pensiero debole, in opposizione a un pensiero che si presume forte e capace di indicare all’uomo la via; non è nemmeno un problema di acquisizione di una visione matura e libera, in opposizione all’oscurantismo, secondo il grido di una laicità che in Italia appare irreversibilmente assediata e in crisi, anche per la definitiva defezione politica di coloro che dovrebbero farsene assertori e difensori, ed esprimono spesso solo una residuale forma di generico, e gerioneo, salutismo sociale, sposato all’obliqua prassi egemonica delle reti di comando dell’alta burocrazia e della tecnostruttura bancaria.

L’inerzia della chiesa nei confronti di Galileo (tardivamente riabilitato in una ridicola e falsa ostentazione di modernità) e di Darwin (a cui si sostituisce la putida teoria del disegno intelligente), ci pongono di fronte alla sfrontata negazione del mito originario, sostituito con un surrogato monco e penoso di dio. L’ateismo di coloro che non ritengono esista un dio fondamento dell’universo, è al massimo un ateismo teoretico, o se si vuole epistemologico e ontologico. Ma fin troppo banale è la stigmatizzazione dell’ateismo pratico di coloro che, pur dichiarando a gola spiegata la propria intemerata fides nel Dio cristiano, ne contraddicono matter-of-factly gli insegnamenti etici: che dire dei sacerdoti pedofili, che la gerarchia promuove-rimuove a più alte cariche, preoccupata solo del proprio buon nome, o dell’affarismo del clero in fatto di immobili non tassati, finite locazioni e otto per mille trafugato di soppiatto col silenzio-assenso, in uno Stato che già è in travaglio per il degrado della sua classe politica e imprenditoriale? Di recriminazioni analoghe sono pieni i media e la rete.

Quello che resta, nella gerarchia cattolica che nega diritti a coppie di fatto, divorziati e omosessuali, nei vertici aggressivi e ademocratici di certo protestantesimo fondamentalista, nell’estremismo di certi coloni ebraici, nell’estremismo degli hinduisti che bruciano sul rogo del marito morto una vedova di sedici anni, nell’integralismo wahhabita, nel radicalismo becero dei profeti del conflitto fra le civiltà, è in definitiva soltanto un’idolatria del segno. Una volta che ha perso contatto col mito originario che consacra l’universo e la coscienza dell’uomo in una grande narrazione cosmico-storica che li vede coessenziali, ogni singola casta sacerdotale storicamente determinata non vede altro che la propria, particolaristica, lettera morta, impressa sul suo proprio, particolaristico, libro sacro, ingiallito dalla forza corrosiva della storia. Sul piano filosofico accusano la modernità di relativismo; ma che dire del loro isolazionismo antropologico? Sul piano della morale sessuale, accusano di materialismo edonista il mondo secolarizzato: ma si ricordi che il precetto della castità, nel mondo antico, nasce da una visione arcaica, estremamente materiale e organicistica, del rapporto anima-corpo, per cui “non disperdere il seme”, dalla Bibbia al sesso tantrico, significa risparmiare la propria psyché per consacrarla al divino; ma anche la maniera  più ludica e irresponsabile di vivere la sessualità appare essere meno materiale ed esteriorizzata di norme che nascono da errori prospettici di una psicofisiologia arcaica, incrociati con le determinazioni socioeconomiche delle società preindustriali in cui le antiche religioni nacquero.

Problematiche come l’eutanasia o l’aborto sono affrontate con prese di posizione equivoche e ambivalenti: si dichiara di voler difendere la vita, ma si definisce vita la semplice, elementare attività biochimica di qualche gruppo tessutale, in un organismo che per il resto ha cessato di essere supporto di quella vita relazionale che è l’essenza della persona o che non può ancora avere nemmeno un embrione di vita relazionale. Sul piano stricto sensu filosofico, il “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e non dei filosofi e dei sapienti”, di cui si fa apologia e che funge da supporto alla primazia delle cosiddette religioni positive, appare gravato, nelle sue caratteristiche essenziali, di una selva di contraddizioni in adiecto. La definizione coerente di un fondamento infinito in potenza e in atto è in sé e per sé incompatibile con il concetto di persona, inteso nel senso ordinario del termine.

Se la personalità può essere coessenziale con il divino sul piano del rapporto storico fra l’essere cosciente e l’ordine coerente dell’universo, centrando il problema sul fondamento per come esso è, per quel poco che possiamo affermarne, le cose prendono un’altra veste. In presenza di un fondamento infinito in potenza e in atto, espressioni del linguaggio religioso come “progetto, piano di dio” (che hanno un senso nel linguaggio figurale del mito), o teorie pseudoscientifiche come l’intelligent design, suonano obbrobriose. Veramente c’è da ridar voce al disprezzo ironico di Voltaire: è come attribuire al divino una dimensione di volubilità e impotenza assolutamente inammissibili, fare di Dio, per citare Bonhoeffer, un volgare tappabuchi: un tappabuchi del campo del fungibile, a cui l’infinita maestosità dell’universo è implicitamente ridotta.

Il fondamento, se coerentemente concepito come infinito in potenza e atto, si esprime, sul piano ontologico, con un atto di creazione infinita. La difficoltà di certi ambienti religiosi ad accettare il Big Bang, e ad ammettere la possibilità che il nostro universo sia solo una regione locale dell’infinito multi-verso delle cosmologie contemporanee, cade automaticamente, di fronte all’idea che l’ordinamento fondamentale delle leggi fisiche esprima strutturalmente una creazione sempre in atto dall’eternità e per l’eternità, come accade ad esempio negli scenari descritti dall’inflazione infinita di Andrej Linde, nella teoria degli universi neonati formulata da Stephen Hawking, dal concetto di paesaggio cosmico che anima le teorie di Lee Smolin. La stessa radicalità del concetto di creazione, come posizione di qualcosa di totalmente altro e autonomo rispetto al fondamento, implica poi strutturalmente l’idea di evoluzione: una creazione totalmente autonoma sarà infatti destinata a compiere il suo cammino con le proprie gambe, dalle strutture più semplici all’emersione auto-organizzata della complessità, dal caos all’ordine, secondo le dinamiche illustrate da scienziati come Paul Davies e Ilya Prigogine.

Per tornare al racconto fondativo originario, e alla drammatizzazione di quel numinoso che è a fondamento dell’ordine coerente dell’universo, l’idea di concepire l’atto creativo di Dio come dono radicale, incondizionato, infinito di essere, implica strutturalmente l’alterità totale della creazione, la sua positività pur nel condizionamento e nella finitudine; implica, inoltre, la necessità di un cammino evolutivo irto di errori e di drammi, di vicoli ciechi, di deviazioni e di scoperte casuali, di svantaggi e opportunità nascenti da dinamiche accidentali, feroce di ingiustizie e di sofferenze, ma proprio perciò tanto più vero e bello e ontologicamente “forte” e coeso.

Il problema, in definitiva, non è dunque l’opposizione banale fra teismo e ateismo, che in realtà sussiste solo su un piano superficiale ed esteriore, fatto di equivoci e travisamenti. Il problema reale è, per dirla con Levinas, nella lotta fra totalità e infinito, cioè nell’opposizione fra l’idea di una realtà che si appiattisca nella dimensione totalmente fungibile della tecnica e della ragione amministrata dalle burocrazie del trascendente e dell’umano, routine della pura e semplice fatticità anonima, e la reale accettazione che l’esistente appare gravido di rischi e opportunità imprevedibili, al di là della tracotanza degli apparati burocratici, della aridità della scienza normale cristallizzata nell’accademismo retrivo, al di là dell’amministrazione dell’archivio dello spirito che con ingiustificabile arbitri i cleri storicamente determinati si arrogano il diritto di esercitare.

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114 Responses to Morfologia della fiaba degli dèi

  1. macondo il 2 gennaio 2009 alle 14:34

    Chapeau!

  2. marco rovelli il 2 gennaio 2009 alle 15:51

    Ottimo itinerario, e ottimo soprattutto in ciò che si chiarisce cammin facendo (un’inifinità di spunti appropriati) prendendo corpo nella conclusione: non teismo contro ateismo, ma totalità contro infinito.

  3. magda il 2 gennaio 2009 alle 16:00

    fungino no! fungino non te lo permetto!
    e ricorre anche spesso sto fatto dei funghi….
    Sii gentile….nonostante le mie affinità con la filosofia, non sono riuscita a leggere tutto il tuo intervento per eccesso di sofismi appunto.
    Potresti riscriverlo in modo che risulti comprensibile anche a mia zia Pina?

  4. magda il 2 gennaio 2009 alle 16:17

    ps: però è molto bello, diciamo che l’hai presa moolto larga….:-)

  5. Alligator il 2 gennaio 2009 alle 19:37

    non teismo contro ateismo, certo.
    sono d’accordo.
    troppo banale.
    (“famolo strano”)

  6. marco rovelli il 2 gennaio 2009 alle 19:45

    Beh Alli, abbiamo già avuto modo di discuterne…

  7. Alligator il 2 gennaio 2009 alle 20:11

    i tag aborto, als ob, Andrej Linde, ateismo, ateismo teoretico, Big Bang, Bonhoeffer, buddhismo, Copernico, coppie di fatto, cratofania, cristianesimo, cultura orale-aurale, daniele ventre, darwin, De Santillana, disegno intelligente, divino, divorzio, epistemologia, eutanasia, Galileo, Gilgamesh, Guglielmo da Occam, Havelock, ierofania, Ilya Prigogine, Isaac Newton, isolazionismo antropologico, Keplero, Lee Smolin, Levinas, Max Scheler, Max Weber, Mircea Eliade, mito, modernità, omosessualità, Paul Davies, Pio IX, R. B. Onians, relativismo, religioni politeistiche, sacro, scienza, Sebag, Siddharta, Sri Krshna, Stephen Hawking, teismo, voltaire
    bene.
    dov’è Darwin?

  8. Alligator il 2 gennaio 2009 alle 20:11

    ops!
    c’è.
    scritto minuscolo, ma c’è.

  9. Daniele Ventre il 2 gennaio 2009 alle 20:35

    Non è questione di “famolo strano” ;-)

    Per risolvere il tutto in una versione quasi adatta alla zia Pina :)…

    Da noi il teismo e l’ateismo ormai sono solo questioni di parte. L’ateismo, in particolare, ha l’aspetto di una forma psicologicamente reattiva di polemicità, rispetto a un potere ecclesiastico rimontante. Come tale, è un atteggiamento perdente, in quanto meramente difensivo. Sul piano dello scontro fra idee, ammesso che in tali termini la questione si ponga, vale lo stesso aforisma che il luciferino Sun Tsu applicava allo scontro fra eserciti: il vero vincitore non ha bisogno di combattere.

    Una cosa che non sono riucito a dire chiaramente nell’articolo, è la prospettiva giusta è semplicemente quella di assumere coerenza di metodo, apertura critica e attenzione al dato storico. Fuori di queste tre regulae ad derectionem ingenii, c’è solo lo scontro fine a se stesso, in un clima di faziosità. L’amor di parte (di qualunque parte) è nemico del vero.

    Un’altra cosa che forse non sono riuscito a chiarire come volevo, è che non esiste differenza sostanziale fra l’atteggiamento di coloro che idolatrano questa o quell’altra forma di segnicità (ritualità) religiosa particolare, el’atteggiamento di coloro che non riconoscono altro linguaggio culturale valido che quello scientifico, quando da Popper in poi si dimostra chiaramente che la scienza è semplice forma controllabile di idee che nascono come metafisiche. Il risultato, sia per la cultura laica, sia per la cultura cosiddetta religiosa, è un appiattimento del reale all’interno di maglie rigide: l’uomo è ridotto a pura tecnica: tecnica del trascendente (ritualità cristallizzate, preconcetti, bigottismo formalizzato in decretali ed encicliche), tecnica dell’economia, tecnica fisicalistica e fisiologistica.

    Io ho solo cercato di dire che l’opposizione fra chi dà al fondamento il nome di Dio, e chi dà al fondamento la forma di un integrale nel campo complesso, è un fatto puramente esteriore: nominale, cognitivo (il che è già molto, ma non è tutto).

    Più fondamentale, a mio modo di vedere, è l’opposizione fra chi riduce tutto a tecnica e funzione (del rito o della norma o del parametro misurabile), imponendo l’immagine di una totalità chiusa e completamente amministrata, in cui il gioco ha le carte segnate i ruoli sono stabiliti e non ci sono opportunità nuove per tutti, e chi riconosce, al di là di ciò che ha una funzione sociale (religiosa, burocratica, economica, tecnica), la profonda Alterità del Reale, e la sua costituzionale apertura.

    Questo a mio modo di vedere. Poi ognuno ‘o po ffà strano come vole.

  10. Daniele Ventre il 2 gennaio 2009 alle 20:42

    “…dov’è Darwin?”

    Il pezzo era lungo, e anche la mia risposta qui sotto. Anche dopo un controllo qualche refuso può capitare. Ne chiedo venia.

  11. macondo il 2 gennaio 2009 alle 21:44

    Insomma, nel résumé ad usum zia Pina mi pare però che l’accento venga spostato sul né… né…, ossia sull’indecidibile addobbato con le spoglie dell’Alterità del Reale. Insomma, si riaprirebbe alla metafisica?

  12. Daniele Ventre il 2 gennaio 2009 alle 23:12

    Non si è mai chiuso alla metafisica.

    La metafisica può essere intesa in senso kantiano, come filosofia delle meta-condizioni della conoscenza scientifica. Il senso che dà Popper al termine, quello di metafisica come teoria incontrollabile che può influire sulla scienza, cioè sulla conoscenza che procede per formulazione di teorie controllabili, estende il concetto kantiano e lo formalizza, purificandolo delle sue determinazioni storiche.

    Sul piano ontologico, il reale, la Wirklichkheit-Realitaet, è profondamente altra dalla teoria della descrive. La tecnica che deriva dall’applicazione della teoria, controlla una parte limitata del reale. L’Alterità del reale, intesa come sacra, è la chiave di volta che differenzia un approccio critico da ogni forma di dogmatismo. In linea di principio, secondo il cosiddetto principio di Quine-Duhem, di fronte a un fatto reale che smentisce la teoria, e ci rende la vita epistemicamente difficile, possiamo sempre gridare più forte: gli assertori del sistema tolemaico sapevano sin dal II sec. a.C. che qualcosa non quadrava, e Aristarco di Samotracia aveva colto nel segno, proponendo l’alternativa del sistema eliocentrico. Il pregiudizio religioso, cioè una prospettiva metafisica non congruente con l’accettazione dei fatti per come erano, ha negato successo alla teoria di Aristarco, che ha dovuto aspettare Copernico, Kepler e Galileo, per ritornare.

    Se però si pone, in modo radicale, l’idea che un valore di sacertà si annida nell’Alterità del Reale, si può fondare un’etica del discorso scientifico in cui non si può eludere la falsificazione della teoria in auge, semplicemente “gridando più forte” dei fatti. Allo stesso modo, si può fondare un’etica della religiosità (l’espressione può suonare paradossa o puerile, ma al momento non mi viene di meglio, perdonatemi), fondata sull’idea che se la ierofania del fondamento, annidata nella profondità del reale, trascende infinitamente tutte le determinazioni storiche del rapporto dell’uomo con il divino, ogni presa di posizione estremistica o bigotta è illegittima, semplicemente inammissibile, e risibile è ogni pretesa di burocratizzare il trascendente, inscrivendolo in una finzione “tecnica” della spiritualità.

    Il ragionamento, che espresso qui in due parole può sembrare balbettante e me ne scuso ancora, si basa in buona parte su idee affini a quelle del filosofo Karl Otto Apel. Per Apel gli universali semiologici della comunicazione umana (intercambiabilità degli argomentanti, alterità fra messaggio e referente etc.) possono essere individuati come fondamenti di un’etica del discorso, e allo stesso modo possono essere lo strumento per fondare un’epistemologia fallibilistica che non sia esposta all’alea della circolarità logica o dell’ipotesi ad hoc.

    Nel discorso faticoso (per me e per chi lo segue) che cerco di fare, non credo si possa ravvisare la classica tematica del “né… né…”; piuttosto, tanto per giocare ancora con avverbi e congiunzioni, ho cercato di porre un rigido “sic et non”, una rigorosa indicazione decisionale.

    Semplicemente, l’opposizione fondamentale non è fra “scienza” e “fede”, “ateo” e “credente” e quant’altro (si intendano i termini come indicatori di massima fra due opposte visioni del mondo). L’opposizione fondamentale è fra coscienza aperta e coscienza chiusa, fra la presa d’atto che le costruzioni umane sono transitorie di fronte all’infinita potenza insita nell’essere e l’atteggiamento dispotico di chi pensa che la ragione del mondo amministrato possa chiudere i giochi tecnicizzando i corpi e irregimentando le anime. E ho cercato di giungere a questo risultato delineando, attraverso un excursus storico e antropologico per forza di cose manchevole e cursorio, il fatto che il rapporto dell’uomo con l’infinita potenza insita nell’essere si evolve, precisandosi nel mito originario della coessenzialità fra l’uomo stesso, come essere cosciente non riducibile a funzione, e l’ordine dell’universo nella sua alterità che trascende il mondo del fungibile. Un discorso che, aggiungo, sul piano della tecnica non implica una condanna della tecnica stessa, ma la stigmatizzazione di un atteggiamento di super-controllo sposato alla tracotante idea che tutto è da considerarsi, de facto, padroneggiato, al di là delle ipocrite e avventizie dichiarazioni di umiltà proprie dei gerarchi della conoscenza, dei tecnocrati e delle “celesti” gerarchie.

  13. Alligator il 3 gennaio 2009 alle 00:27

    “L’ateismo, in particolare, ha l’aspetto di una forma psicologicamente reattiva di polemicità, rispetto a un potere ecclesiastico rimontante.”
    questo lo dici tu.
    io non sono “laico”, sono ateo e me ne fotto dei cattolici come dei buddisti, come di wakan tanka e del grande cocomero.
    non esiste un’opposizione tra scienza e fede, sono d’accordo, ma solo perché sono due atteggiamenti non comparabili.
    esiste solo una possibilità di praticare quell’attività confusa che chiamiamo conoscenza e non è né la fede, né la filosofia, è semplicemente l’atteggiamento scientifico.
    ogni termine che usi rivela un sostanziale spiritualismo.
    gli atei veri sono pochi.
    purtroppo.
    la scienza non padroneggia, è, se posso permettermi una definizione, “fallimento organizzato”.
    incessante, modesto, tenace nel ri-discutere tutto ad ogni istante.
    insomma, nella discussione siamo sempre inchiodati lì: non si fa un passo avanti: non si schioda dal mentalismo e dalla metafisica strisciante.
    e questo perché pochi sono quelli capaci di vedere la nostra capacità di conoscere semplicemente come il prodotto dell’oggetto della conoscenza, ma quasi tutti si vedeno come altro dal mondo, invece che un casuale accidente evolutivo, che oggi c’è e domani non si sa.
    pochi sono quelli che si ammettono come tutta materia.
    eccetera.
    un buon 2009 metafisico a tutti.

  14. Theo il 3 gennaio 2009 alle 09:55

    theine vs. theism

  15. mario verdone il 3 gennaio 2009 alle 11:01

    detto tutto molto male, e con troppa sapienza sbandierata – basterebbe rifarsi al paradigma oppositivo COMMUNITAS-IMMUNITAS, spiegato invece benissimo e a chiare lettere da Roberto Esposito

  16. MAGDA il 3 gennaio 2009 alle 11:28

    Beh, quando avrò tempo lo tradurrò io per uso mio.
    Intanto mi pare che tu voglia sottolineare un dato imprenscindibile della cultura occidentale di fondamento dogmatico che si riassume nelle 3 religioni monoteiste ma che ha un telos anche più profondo, ossia che il bisogno di dogma nella cultura occidentale originaria più dal logos che dal mithos, è imprescindibile. E lo è tanto da contrapporre sempre a forme religiose altre che pongono comunque sempre al centro forme di credenze dogmatiche incentrare su atti di fede ciechi….siano essi rivolti alla scienza o all’ateismo marxista.
    Se al principio era il logos, diventa davvero un canone da liguistico a etico e teologico. Infatti il logos occidentale fortemente concettuale e assertivo, elimina la parte prelogica e mitologica rimasta invece nelle culture primitive e orientali.
    Perchè non ce ne disfiamo?

  17. magda il 3 gennaio 2009 alle 11:40

    Aggiungo:
    Il tuo discroso, molto elaborato e decisamente sottile e raffinato si muove però in elaborazioni in un certo senso anch’esse chiuse nell’orizzonte concettuale( che è già un problema) a cui si aggiunge un secondo limite: la stoticizzazione di questa concettualità.
    Proviamo ad articolare lo stesso principio in modo che sia comprensivo di altre culture? e sopratutto che si possa valere oltre all’uomo temporale e storicizzato, oltre il nostro vissuto….un discorso che possa valere per il primo uomo originario che possa essere davvero universalmente umano, oltre la storicità e la sedimentazione storica.
    Che valga per un infante, per un primitivo, per un induista, per un comunista, per Darwin, ma sopratutto per un uomo libero e disincantato.
    un discorso antropologicamente globale.

  18. gina il 3 gennaio 2009 alle 11:56

    ad essere completamente antiscientifico è l’”o……” “o…….”.
    nel pezzo, in effetti élitario, in un certo qual modo esclusivo, vedo comunque i fatticci e prigogine ma non stengers ad esempio, che con la conoscenza aperta cioè con l’”e…….” “e……….” “e……….”…………. ha invece parecchio a che fare. Segnalo ad esempio le sue “Cosmopolitiche”, e attacco la scienza dell’immaginazione, dal Manifesto di non so quando

    SCIENZA DELL’IMMAGINAZIONE Nelle biotecnologie come nella medicina assistiamo a politica di negoziazione tra gli esperti e i «saperi minori» sviluppati dai destinatari dell’attività sceintifica. I laboratori sono cioè luoghi dove si riflettono i conflitti presenti nella società
    ROBERTO CICCARELLI
    In quanto belga, e non francese, Isabelle Stengers ama ricordare ai suoi interlocutori che la esse finale del suo cognome va pronunciata. Il suo non è un vezzo nazionalistico, ma è un avvertimento umoristico a diffidare del rapporto troppo diretto che i cugini francesi e, più in generale, i laici, gli illuministi e i materialisti hanno con l’universale. Un’attitudine critica verso l’universale emersa nell’intervista, avvenuta durante il Festival della filosofia di Modena, durante la quale ha tenuto ad abbassare i toni enfatici che tanto la filosofia, quanto la scienza, adottano quando si occupano dei problemi che evocano temi come la vita, il progresso e la storia. Sin dalla pubblicazione, nel 1979, de La nuova alleanza, il libro scritto con il Nobel della chimica Ilya Prigogine, che l’ha resa nota e apprezzata come filosofa della scienza, Stengers non ha mai smesso di criticare le forme di perentorietà usata dalle scienze rispetto alle altre scienze, dei saperi tradizionali rispetto ai saperi cosiddetti minori, degli esperti rispetto ai cittadini, del potere rispetto all’innovazione. Il suo impegno si è in seguito sviluppato su due fronti: ricordando ai saperi dominanti le condizioni materiali e storiche delle verità trattate come assolute; oppure prestando voce alle culture tradizionali (le streghe), alle pratiche scientifiche scartate a beneficio delle scienze sperimentali (l’ipnosi). «La scienza – afferma Stengers – tende a cancellare il conflitto che la oppone al reale in nome di una politica della legge e dell’ordine. Per capirlo, basta leggere La s truttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn: ciò che la scienza moderna insegna agli scienziati è risolvere problemi “normali”, rompicapi, puzzle per poi passare ad un altro “paradigma”. Il problema è, invece, il modo in cui gli scienziati guardano i fenomeni, al modo in cui la scienza dichiara “reale” un fenomeno piuttosto che un altro, al modo in cui una pratica viene definita “scientifica” rispetto ad un’altra pratica giudicata “non scientifica”. La rappresentazione di un fenomeno scientifico è un’invenzione politica. A me, questa invenzione, m’interessa nella misura in cui non si colloca in un orizzonte in cui bisogna garantire un ordine ed una gerarchia tra la realtà rispetto all’immaginazione, tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere».

    Nelle sue opere emerge sempre una tensione costante in direzione di una lettura politica delle scienze, e in particolare verso un’analisi politica del rapporto tra i poteri e i saperi. Quali sono le ragioni profonde di questa lettura? Sono molti i significati che possono essere attribuiti alla parola «politica», almeno quanti sono i modi per parlare della relazione tra scienza e politica. Il problema deve essere affrontato ad un livello generale: chi ha il diritto di parlare di cosa? Prendiamo Galileo. Lui ha negato l’autorità di una determinata rappresentazione scientifica, ispirata alla Bibbia, di stabilire la legittimità di un fenomeno. La scoperta dell’astronomia è stata un evento politico che ha imposto un nuovo tipo di sapere, ha contestato l’autorità della Chiesa in nome di un’altra autorità, quella della scienza sperimentale. Galileo ha creato nel suo laboratorio un evento positivo che ha creato un nuovo conflitto tra divere rappresentazioni del mondo, e quindi tra pratiche scientifiche: quella ispirata alla teologia e quella elaborata nei laboratori. La scoperta di Galileo ha portato anche alla luce l’elemento fondamentale delle scienze sperimentali: il meccanismo di esclusione rispetto ad altre pratiche non scientifiche. Lei ha tracciato una vera e propria genealogia di questo processo attraverso il quale un sapere «maggiore», in particolare quello delle «scienze dure» come la fisica, «squalifica» i saperi «minori». È proprio questo il risultato dell’evento politico di cui lei parla? Ho affrontato questa genealogia dei saperi scientifici a partire dal punto di vista di ciò che essi rifiutano. Questo rifiuto è dovuto al fatto che ai cosiddetti saperi scientifici «minori» viene negata la possibilità di provare la veridicità dei fenomeni di cui si occupano. Le cosiddette scienze maggiori sono, come del resto hanno detto Gilles Deleuze e Félix Guattari, scienze che non studiano un processo in un paesaggio concreto. Hanno imposto l’esigenza della prova e credo che essa sia stata l’arma più importante usata dalle scienze sperimentali per individuare i fenomeni al fine di separarli dal mondo, «purificandoli», prendendo in considerazione la loro astrattezza e non il loro rapporto con altri fenomeni. Ho definito questo processo nei termini di una strategia di squalificazione quando mi sono occupata della storia della commissione nominata da Luigi XVI per verificare l’esistenza del magnetismo animale, uno dei primi tentativi di studio dell’ipnosi. È stato il primo episodio eclatante, avvenuto poco prima della rivoluzione francese, nel quale gli scienziati sperimentali hanno definito i criteri di legittimità di un fenomeno usando la prova come un’arma di guerra per squalificare la pratica scientifica del magnetismo che, da allora, è stata considerata una «scienza minore». Intende dire che c’è stato un momento, nella storia delle scienze moderne, in cui la razionalità è stata concepita come strumento di governo e non solo come analisi del reale o dispositivo di innovazione? È una duplicità presente sin da Galileo ma che si manifesta a partire dall’evento che le ho raccontato. Una volta squalificata l’autorità dell’ipnosi presso la popolazione, quei commissari la destinarono al disprezzo, dichiarandone l’inutilità ai fini scientifici. Il mesmerismo non provava nulla, quindi non esisteva. La commissione degli scienziati nominata dal re instillò la paura dell’irrazionale, di ciò che non può essere provato. Da allora, l’ipnosi è una pratica da ciarlatani, chi la usa viene condannato in senso politico e morale. Questa decisione segna, in un certo senso, la fine dell’Illuminismo, nel senso che da allora la scienza è stata usata sempre più spesso per governare l’ordine pubblico. Quanto agli scienziati, essi iniziano a vivere il proprio ruolo in maniera dualistica: da una parte, affermano la loro libertà di ricerca ma, dall’altra parte, diventano a tutti gli effetti i guardiani dell’ordine costituito. Lei ha una formazione scientifica, poi ha scelto la filosofia. Una volta ha sostenuto che la chimica le ha insegnato l’arte della mescolanza, così come Deleuze le ha insegnato l’arte dell’incontro. Da questo lei ha dedotto un modello per la scienza. Vorrei sapere quale modello oggi trae per la politica. Per capire il rapporto tra filosofia, scienza e politica bisogna innanzitutto sottrarsi all’esercizio dell’autorità. A me non interessa introdurre una gerarchia nei rapporti tra le pratiche politiche e scientifiche, quindi un principio di ordine, o un equilibrio statico, che impediscono il divenire di tali pratiche. Si tratta, al contrario, di stabilire un’ecologia tra le pratiche scientifiche, qualcosa che ho definito nei termini di una farmacologia. Rispetto alla nostra tradizione filosofica e scientifica che ha in odio ogni forma di mescolanza e considera i fenomeni solo in maniera netta e distinta, credo che bisogna adottare questa prospettiva. Questo concetto è stato introdotto da Jacques Derrida, il quale ha spiegato che la scrittura è un pharmakon, una forma di dosaggio della follia. Io preferisco usare pharmakon nel senso tradizionale, quello della medicina. Nella nostra tradizione, sin da Platone, i pharmaka , queste cose pericolose che richiedono un’arte di dosaggio, sono stati squalificati a beneficio dei principî garanti del bene e del vero. L’arte del dosaggio obbliga, al contrario, a trovare un nuovo rapporto tra pratiche scientifiche e pratiche non scientifiche. Essa insegna che le cose non si danno mai in maniera buona o cattiva, razionale o irrazionale. L’ho capito quando ho lavorato, prima in Olanda, poi in Francia, con le associazioni di autosostegno dei consumatori di droghe. Mi sono trovata davanti ad un evento che investe sia la politica, sia i saperi scientifici. Non è possibile pensare il loro ruolo nella società senza porsi il problema democratico per eccellenza: la produzione attiva di saperi da parte dei gruppi che si impegnano politicamente a partire dalla propria situazione. In questi casi, gli scienziati e gli esperti sono stati obbligati a negoziare politicamente l’uso dei propri saperi con i gruppi interessati. Questa negoziazione è stata il risultato di un’intelligenza collettiva che è la forma ideale in cui il pharmakon viene usato. Essa ha permesso di connettersi ad altre idee e ad altre pratiche, di sperimentare nuove connessioni al di là delle gerarchie esistenti tra le pratiche. Lei non ha mai nascosto il suo impegno politico a favore della sinistra. Prima con i Verdi, poi con la Sinistra Unita in Belgio. Le domando, infine, qual è il contributo delle scienze sperimentali per spiegare la sua crisi attuale? Le scienze sperimentali potrebbero spingere la sinistra a pensare un accordo che non deriva da nessuna soggezione a un’autorità, ma al contrario dalla possibilità di affermare un disaccordo per risolvere un problema comune. È quello che ho imparato dagli scienziati: i conflitti tra le interpretazioni di un fenomeno sono secondari rispetto al problema che li ha messi insieme. La possibilità di risolvere tale problema è più forte di ciò che li divide. Ciò che dovrebbe interessare la sinistra sono i problemi che spingono a pensare, producono un divenire. Mi piace molto la definizione che Deleuze ha dato nel suo Abecedario : chi è di sinistra non parte da chi è vicino, ma da chi è lontano. Questo significa sentirsi responsabili per chi ha perso il lavoro, per chi subisce un’ingiustizia. Ma significa anche pensare come comporre un mondo in comune, un problema che obbliga ad un nuovo rapporto con la natura e non solo con gli umani. Per questo la sinistra non dovrebbe schierarsi con le vittime, in quanto vittime, ma sostenerle per ciò che esse possono diventare oltre la loro identità di vittime.>

    http://www.ilmanifesto.it

    UNA FILOSOFA DELLA SCIENZA Dalla chimica allla fisica, la condanna dei saperi minori Isabelle Stengers è una studiosa che da sempre critica la pretesa della scienza di una descrizione oggettiva dei fatti e dei fenomeni che studia. Un’attitudine critica che ha attirato su di lei accuse di pregiudizi antiscientifici. E con sospetto è stata anche sottoposto l’uso che la studiosa belga fa di autori come Michael Foucault, Gillese Deleuze e Felix Guattari. Laureata in chimica all’Università libera di Bruxelles, dove oggi insegna, Isabelle Stengers è tuttavia considerata una delle più penetranti e celebrate filosofe della scienza. Membro del comitato di orientamento della rivista «Cosmopolitiche», laboratorio teorico ecologista che ha elaborato un progetto culturale radicale e democratico, Stengers è autrice dell’omonima opera pubblicata da Luca Sossella Editore, nella quale ricostruisce una potente genealogia della scienza moderna. Insieme al premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, ha scritto il dittico «La nuova allenza» (Einaudi) e «Tra il tempo e l’eternità» (Boringhieri) nel quale elabora una densa critica al primato delle cosiddette «scienze dure», in particolare la fisica. In seguito, Stengers ha intrapreso un intenso dialogo con Michel Foucault, Gilles Deleuze e Fèlix Guattari, formulando una critica delle pretese autoritarie della scienza moderna. Nel libro scritto insieme all’etnopsichiatra Tobie Nathan («Medici e stregoni», Boringhieri) e in «Scienze e poteri: bisogna averne paura?» (Boringhieri) ha sottolineato l’onnipresenza dell’autorità nella scienza, in particolare nella definizione gerarchica tra pratiche scientifiche «minori» e «maggiori». Stengers ha anche lavorato sulla critica della psicoanalisi con lo psichiatra Léon Chertok scrivendo «Il cuore e la ragione. L’ipnosi come problema da Lavoisier a Lacan» (Feltrinelli) e contribuendo al «Libro nero della psicoanalisi». È autrice con Philippe Pignarre de «La sorcellerie capitaliste. Pratiques de désenvoûtement » (La Découverte). Nel prossimo gennaio uscirà la seconda parte. È cofondatrice di «Les Empêcheurs de penser en rond», casa editrice di frontiera tra filosofia, sociologia della medicina, psichiatria e scienze della vita, che oggi fa parte del gruppo Le Seuil.

  19. soldato blu il 3 gennaio 2009 alle 12:18

    Mi ritorna utile ricopiare alcuni passi di Daniele Ventre, perché sembra che tra lettura del post e commento, spesso, si perda la memoria di ciò che si è letto. Oppure non si vuole capire.

    *

    “Una volta che ha perso contatto col mito originario che consacra l’universo e la coscienza dell’uomo in una grande narrazione cosmico-storica che li vede coessenziali, ogni singola casta sacerdotale storicamente determinata non vede altro che la propria, particolaristica, lettera morta, impressa sul suo proprio, particolaristico, libro sacro, ingiallito dalla forza corrosiva della storia.

    La definizione coerente di un fondamento infinito in potenza e in atto è in sé e per sé incompatibile con il concetto di persona, inteso nel senso ordinario del termine.

    Se la personalità può essere coessenziale con il divino sul piano del rapporto storico fra l’essere cosciente e l’ordine coerente dell’universo, centrando il problema sul fondamento per come esso è, per quel poco che possiamo affermarne, le cose prendono un’altra veste. In presenza di un fondamento infinito in potenza e in atto, espressioni del linguaggio religioso come “progetto, piano di dio” (che hanno un senso nel linguaggio figurale del mito), o teorie pseudoscientifiche come l’intelligent design, suonano obbrobriose. Veramente c’è da ridar voce al disprezzo ironico di Voltaire: è come attribuire al divino una dimensione di volubilità e impotenza assolutamente inammissibili, fare di Dio, per citare Bonhoeffer, un volgare tappabuchi: un tappabuchi del campo del fungibile, a cui l’infinita maestosità dell’universo è implicitamente ridotta.

    l fondamento, se coerentemente concepito come infinito in potenza e atto, si esprime, sul piano ontologico, con un atto di creazione infinita. La difficoltà di certi ambienti religiosi ad accettare il Big Bang, e ad ammettere la possibilità che il nostro universo sia solo una regione locale dell’infinito multi-verso delle cosmologie contemporanee, cade automaticamente, di fronte all’idea che l’ordinamento fondamentale delle leggi fisiche esprima strutturalmente una creazione sempre in atto dall’eternità e per l’eternità, come accade ad esempio negli scenari descritti dall’inflazione infinita di Andrej Linde, nella teoria degli universi neonati formulata da Stephen Hawking, dal concetto di paesaggio cosmico che anima le teorie di Lee Smolin. La stessa radicalità del concetto di creazione, come posizione di qualcosa di totalmente altro e autonomo rispetto al fondamento, implica poi strutturalmente l’idea di evoluzione: una creazione totalmente autonoma sarà infatti destinata a compiere il suo cammino con le proprie gambe, dalle strutture più semplici all’emersione auto-organizzata della complessità, dal caos all’ordine, secondo le dinamiche illustrate da scienziati come Paul Davies e Ilya Prigogine.

    la reale accettazione che l’esistente appare gravido di rischi e opportunità imprevedibili, al di là della tracotanza degli apparati burocratici, della aridità della scienza normale cristallizzata nell’accademismo retrivo, al di là dell’amministrazione dell’archivio dello spirito che con ingiustificabile arbitri i cleri storicamente determinati si arrogano il diritto di esercitare.

    Semplicemente, l’opposizione fondamentale non è fra “scienza” e “fede”, “ateo” e “credente” e quant’altro (si intendano i termini come indicatori di massima fra due opposte visioni del mondo). L’opposizione fondamentale è fra coscienza aperta e coscienza chiusa, fra la presa d’atto che le costruzioni umane sono transitorie di fronte all’infinita potenza insita nell’essere e l’atteggiamento dispotico di chi pensa che la ragione del mondo amministrato possa chiudere i giochi tecnicizzando i corpi e irregimentando le anime. E ho cercato di giungere a questo risultato delineando, attraverso un excursus storico e antropologico per forza di cose manchevole e cursorio, il fatto che il rapporto dell’uomo con l’infinita potenza insita nell’essere si evolve, precisandosi nel mito originario della coessenzialità fra l’uomo stesso, come essere cosciente non riducibile a funzione, e l’ordine dell’universo nella sua alterità che trascende il mondo del fungibile. Un discorso che, aggiungo, sul piano della tecnica non implica una condanna della tecnica stessa, ma la stigmatizzazione di un atteggiamento di super-controllo sposato alla tracotante idea che tutto è da considerarsi, de facto, padroneggiato, al di là delle ipocrite e avventizie dichiarazioni di umiltà proprie dei gerarchi della conoscenza, dei tecnocrati e delle “celesti” gerarchie.

    *

    Sublime, l’arte della sintesi, è arte di giocolieri del pensiero: provare a dire il mondo col meno di parole possibili e massima inclusione di temi.
    Affrontare il dio.parola a viso aperto, smascherandone le forme idolatriche, e ristabilirne la liceità di pronunciamento, in tempi secolarizzati sino al martirio delle individualità interiori, può invece essere arte di domatore che, non avendo davanti a sè il Re Leone, deve affrontare in questa gabbia, scambiata per mondo, un esercito di tigri, tutte della stessa ferocia, anche se con colore di mantello diverso.

    Questo magnifico articolo mi tocca personalmente e profondamente: i testi a cui fa riferimento paiono provenire dal “nucleo armato” della mia biblioteca, gli autori nominati lasciano intendere che molti altri, tra quelli che io amo, hanno prestato il loro pensiero per questa “efficace” sintesi.
    Efficace in quanto capace di far crollare il muro che, per esempio, rende il pensiero di Richard Dawkins inefficace e perdente.

    Direi che quello che ci viene proposto può diventare una validissima piattaforma di discussione, in momenti di estrema confusione, in cui, per esempio, si può credere che la proposizione di Ludwig Wittgenstein,
    alla fine del “Tractatus”: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”,
    significhi che oltre il nostro parlare non esista nulla

  20. Alligator il 3 gennaio 2009 alle 15:26

    “Efficace in quanto capace di far crollare il muro che, per esempio, rende il pensiero di Richard Dawkins inefficace e perdente”.
    eh,
    eh.

  21. Alligator il 3 gennaio 2009 alle 15:28

    questa è ancora meglio:
    “L’opposizione fondamentale è fra coscienza aperta e coscienza chiusa, fra la presa d’atto che le costruzioni umane sono transitorie di fronte all’infinita potenza insita nell’essere e l’atteggiamento dispotico di chi pensa che la ragione del mondo amministrato possa chiudere i giochi tecnicizzando i corpi e irregimentando le anime.”

  22. soldato blu il 3 gennaio 2009 alle 16:19

    Brutta e opportunistica metamorfosi la tua, Tashtego.

    Col nome precedente non ti saresti potuto permettere di fare il gommista salvatore che deve preservare gli uomini dall’esistenza della propria anima.

    Il grande pericolo sta nel fatto che il modo con cui si può “abolire l’anima” resta quello – unico – di privare gli uomini della vita.

  23. funiculì funiculà il 3 gennaio 2009 alle 17:04

    dal libro *Le Metamorfosi*, di O.Video:

    da tashtego a alligator a…

    http://www.minersoc.org/pages/gallery/wilensky/images/apatite/ApatiteOnQuartzPortugal.jpg

  24. Alligator il 4 gennaio 2009 alle 00:07

    Baldrati mi ha battezzato Alligator e a me non dispiace, visto che in questo modo (alligator “de nome e de fatto”) viene percepita la mia “pura e appassionata” modalità di manifestazione webbica.
    comunicare o esibirsi?
    qualcuno qui questo dovrebbe chiarirselo e non prendersela se qualcun altro poi ironizza.

  25. domenico pinto il 4 gennaio 2009 alle 00:41

    L’ironia in questo caso è mal indirizzata. Dove hai depositato il brevetto dell’ortodossia ateista?

  26. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 02:41

    Risposte varie…

    1) @ Alligator, ex-Tashtego, sostanza di roccia metamorfica…

    La scienza è un processo di conoscenza che avanza tramite la formulazione di teorie confutabili sul piano sperimentale. Questo lo sappiamo tutti. Le teorie metafisiche sono teorie criticabili influenti sulla scienza, in negativo e in positivo. L’embriologia moderna è nata dalla discussione sul preformismo. L’atomismo di Leucippo e Democrito nasce come teoria non controllabile, e finisce per diventare una metafisica influente sulla fisica contemporanea. L’idea stessa che il mondo sia matematizzabile (il mondo fisico come rapporto geometrico di grandezze e di vettori, il mondo delle dinamiche soicali come teatro di lotta di interessi economici), è un presupposto metafisico (platonico), influente in positivo sugli orientamenti epistemici della ricerca scientifica moderna, da Copernico ad Hawking, passando per Comte e Marx. Senza precomprensioni e pregiudizi, che in origine sono prospettive metafisiche incontrollabili, non si costituisce un sapere di sfondo, uno straccio di paradigma entro cui inserire i fatti reperiti nella sperimentazione, e in base a cui definire i problemi. In senso più lato, non sono le decretali dei pretonzoli, è il razionalismo critico di Karl R. Popper ad affermare che il campo del vero e il campo del controllabile non coincidono, e che il contesto della scoperta (estraneo alla pura routine) è ben altro dal contesto della prova (procedurale e routinario per definizione). La conoscenza umana deve certo partire da un presupposto di fallibilismo, ma essa si propone un ideale regolativo di verità a cui attingere attraverso la discussione critica e l’evidenziamento dell’errore. Un fallimento, sia pure organizzato, è un procedere verso il nulla: non credo che la ricerca, quando si propone un’indefinito approssimarsi alla verità, si possa definire come un procedere verso il nulla. La vera conoscenza scientifica, fallibilista e aperta, provincia logica della nostra (in Italia piuttosto scassata) dimensione culturale, coincide con il nucleo concettuale di mie affermazioni come: “L’opposizione fondamentale è fra coscienza aperta e coscienza chiusa, fra la presa d’atto che le costruzioni umane sono transitorie di fronte all’infinita potenza insita nell’essere e l’atteggiamento dispotico di chi pensa che la ragione del mondo amministrato possa chiudere i giochi tecnicizzando i corpi e irregimentando le anime.”

    Quanto al fatto che il mio articolo putirebbe di spiritualismo, credo che l’accusa (se accusa si può definire) nasca dalla sostanziale incomprensione dell’articolo stesso. Su un piano storico-linguistico, parole come spirito o anima, con la loro connessione ad attività fisiologiche chiaramente identificabili con la respirazione, tradiscono, nella loro origine, l’idea organicistica e corporeistica alla base dell’antropologia dell’uomo antico, a cui l’invenzione dello spirito si fa risalire. La loro evoluzione successiva, passando attraverso l’erosione di un pensiero corporeistico che diventa metafora e poi smarrisce le sue radici, finisce per popolare il cielo della filosofia di entità di cui la scienza moderna ha infine denunciato (ancor prima che l’inesistenza), l’inservibilità sul piano conoscitivo. D’altro canto, parole come “mente”, “coscienza”, “orientamento esistenziale”, “sacro”, “dimensione culturale”, “mito” e quant’altro, fanno riferimento a realtà antropologiche dalla fisionomia troppo ben identificata, per essere relegate nel regno delle illusioni. Da un punto di vista storico-filosofico, il cosiddetto materialismo, nel momento in cui si pone come critica e denuncia dell’ipocrisia del cosiddetto spirito e come stigmatizzazione di concreti rapporti di forza disumanizzanti, si pone, di fatto, come volontà di liberazione della coscienza e della progettualità esistenziale dell’uomo dai vincoli socio-culturali irrazionali che egli stesso si è imposto: vincoli che sono, ad esempio, quelli di una tecnica sclerotizzata del sacro (nei vari clericalismi e fondamentalismi), o di una tecnica irrigidita della gestione burocratica e aziendale, o di un uso acritico della tecnologia e di una scienza normale ridotte a ricettario del re dei cuochi accademico. In altri ambiti di ricerca, dalla denuncia, da parte di Strawson, della metafisica dello spettro della macchina, che oppone materia e spirito, alla dissoluzione del mondo orologio del meccanicismo in un mondo-ologramma di informazioni, processo a cui obbiettivamente assistiamo nelle ultime evoluzioni della fisica teorica, mi sembra abbastanza evidente che il concetto di materia abbia perso parecchio in termini di spendibilità, e con esso il concetto di materialismo. Al più si parla di fisicalismo, per correnti di pensiero come l’empirismo logico, o di economicismo, per il pensiero marxiano: il termine materialismo esiste ormai solo nella divulgazione banalizzante, nelle fiacche stigmatizzazioni ratzingeriane e in certa debole cultura para-filosofica. Una volta che si sia compreso che le vecchie parole (anima, spirito, materia, spiritualismo, materialismo) possono avere qualche senso nell’uso ordinario del linguaggio ordinario, ma andrebbero archiviate quanto al loro peso nella tassonomia del pensiero, molti problemi si potranno chiarire più agevolmente, al di là della pretesa di esibirsi comunicando. Quanto ad ammettersi come tutta materia, andrà chiarito una buona volta che: 1) la materia dell’organismo (atomi, molecole, cellule) va perduta interamente e interamente si rigenera attraverso processi biochimici incessanti, e ciò che permane è la forma e la struttura dell’organismo stesso -in altre parole, ciò che identifica l’organismo non è la sua materia organica come tale, ma la sua costituzione strutturale di organismo; 2) ciò che definisce l’identità dell’individuo è la sua relazionalità all’interno di una dimensione socio-affettiva e socio-culturale, di cui, certo, il corpo è medium imprescindibile, ma ciò non autorizza a dire che in esso la persona come tale si esaurisce. Da queste due affermazioni, assolutamente fondate su constatazioni fattuali incontrovertibili, si deduce che sul piano biochimico la persona, come organismo, si identifica per la sua struttura-omeostato, non per la materia che essa consuma; sul piano identitario, che il piano biochimico supporta, essa costruisce la propria natura di persona relazionandosi tramite cose che, pur veicolate nella materia, materia non sono, come il linguaggio, la gestualità, la manipolazione tecnica dell’ambiente. Se dovessimo ammetterci come tutta materia, in questa materia dovrebbe risiedere ogni valore: allora dovremmo opporci, ad esempio, all’eutanasia per coloro che hanno perso ogni possibilità di vita di relazione, perché comunque la materia del loro corpo è vegetativamente viva; e dovremmo essere rigorosamente anti-abortisti, visto che la materia dell’embrione pre-cosciente è comunque in certo modo viva. Dovremmo insomma ricadere in una sorta di superstizione corporeistica, degna, nei suoi effetti pratici, dei climi culturali più retrivi…

    @ mario verdone, che scrive:

    detto tutto molto male, e con troppa sapienza sbandierata – basterebbe rifarsi al paradigma oppositivo COMMUNITAS-IMMUNITAS, spiegato invece benissimo e a chiare lettere da Roberto Esposito

    Per quel che attiene al commento dello stile dell’articolo, in cui sarebbe “detto tutto molto male”… Lo stile di un articolo da blog (con i suoi refusi vari ed eventuali), è sempre opinabile. Una simile boutade denuncia l’atteggiamento professorale di chi vuol correggere un temino sgrammaticato, e suona come un tristo argumentum ad hominem, quindi non vale la pena di soffermarvisi più di tanto.

    Quanto all’opposizione Communitas-Immunitas di Roberto Esposito e della sua trilogia, essa sembra esaurire semplicemente il problema della partecipazione alla comunità, intesa come condivisione di un munus, e come inter-esse in una “governamentalità” rinnovata nei suoi fondamenti. Fra l’altro, determinate, e poco originali, affermazioni di Roberto Esposito, riguardanti la tecnica e la scienza, che non potrebbero dirci niente di significativo sul piano filosofico, credo siano piuttosto pericolose, in una nazione che si permette il lusso di avere il peggior bilancio del mondo occidentale, in termini di produzione di conoscenza… Non siamo nella Vienna di Wittgenstein, ma nell’Italia delle bioetiche vaticane e delle paccottiglie esoteriche erette a sistema di governo: certe idee sull’inutilità e insignificanza totale della scienza andrebbero riviste integralmente. Credo in definitiva che nel contesto specifico, l’introduzione delle problematiche di Esposito, e del suo individuare le carenze proprie delle costruzioni co-munitarie im-munitarie umane, si configuri più come una citazione ostentativa dell’ultima moda culturale da salotto parigino, che come un contributo significativo alla discussione.

    Relativamente alla sapienza da me “strombazzata”, le citazioni da me fatte erano volte a fondare il discorso su basi (anche bibliografiche) solide, non a far pompa di cultura. Avrei potuto piazzare nell’articolo, o qui in una delle risposte, i riferimenti precisi, ma la cosa mi tediava, e comunque non mi sembrava il caso. Immagino peraltro che un interlocutore della sua stoffa, di fronte a un articolo totalmente nudo di citazioni, avrebbe con altrettanta malafede stigmatizzato il suo impressionismo soggettivistico.

  27. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 02:43

    errata corrige…

    soicali: sociali

    un’indefinito approssimarsi: un’indefinita approssimazione.

    Pardon.

  28. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 02:47

    Per non parlare di: un’ideale regolativo per un’idea regolativa… La prossima volta scriverò di mattina presto.

  29. Alligator il 4 gennaio 2009 alle 11:04

    @ventre
    solo questo, delle moltissime obiezioni che non ho il tempo e forse la voglia di fare:
    “Se dovessimo ammetterci come tutta materia…”.
    bene, se non siamo tutta materia allora in noi ci sarebbe porzione di sostanze diverse e non catalogabili come materia: di cosa si tratta se non di spirito?
    e cos’è lo spirito se non l’ammissione del trascendente (la materia).
    e cos’è questo se non spiritualismo, cioè la via principale attraverso la quale si afferma il teismo?
    e chi l’ha detto che la metafisica serve alla scienza?
    non è stato esattamente il contrario per tutto il tempo in cui aristotelicamente si cercava l’essenza delle cose invece di una parziale conoscenza di come funzionano?
    e cos’è la verità?
    e cosa intendi per identità?
    et cetera?
    quando sarà possibile uscire da questa terminologia?
    da questo modo di pensare?
    la filosofia che si insegna nelle scuole a all’università ha assimilato darwin solo molto molto parzialmente, credendo di averlo capito e archiviato: invece si deve ancora cominciare a tirare le conseguenze di darwin.
    hai ragione a parlare di provincia.
    infatti altrove, metti nelle culture anglo-sassoni, ciò sta avvenendo, qui no.

  30. soldato blu il 4 gennaio 2009 alle 11:19

    mi devo scusare percgé ho detto che la metamorfosi di Tash è brutta e opportunistica.
    è invece un’opera d’arte: dalla comunicazione all’esibizione:

    alligator

  31. soldato blu il 4 gennaio 2009 alle 11:28

    Mi sono dimenticato di specificare che si tratta di una tavola del “Codex Seraphinianus” di un collega di Tash, il grande Luigi Serafini, pubblicato da Franco Maria Ricci nel 1981.

  32. magda il 4 gennaio 2009 alle 11:51

    Mi pare che la teoresi di Ventre sia di una lucidità invidiabile.
    più o meno ad ogni paragrafo si potrebbero aprire varchi di discussione pressochè infiniti. Non parli in professorese, non precoccuparti, è solo che il linguaggio tecnico talvolta è imprescindibile proprio perchè significa contenuti condivisi da una comunità scientifica-filosofica.
    Vorrei sottolinearne uno, che tacitamente o esplicitamente ricorre:
    L’Alterità.
    Colgo alterità quando si tocca il tema del sacro, quando si tocca il tema del corpo.
    L’essere umano non si esaurisce nel mediuum corporeo,dici, quindi esiste un significante altro che sarebbe interessante circoscrivere onde evitare di ricadere nell’idolatria ultracorporea virante al fanatismo magico-fenomenico tipico del dominio superstizioso.
    Ed è anche interessante come esistano istanze percepite dalla coscienza che per taluni, Freud e Melanie Klein, vengono intepretate come il “male”come elementi di scarto sino a dipingere l’individuo schizoparanoide.
    Ma la stessa alterità coglie sotto altre forme e interpretazioni la valenza dell’infinitamente grande e diverso da noi, la forma del divino.
    Come è possibile che le stesse percezioni o suggestioni di alterità colte in noi stessi vengano percepite estranee in modi tanto differenti da identificarle talora con il divino o altre con il maligno?.
    Tutto questo fa supporre che esista una incapacità di gestire l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo che evidentemente coabitano nella oscienza umana e che in realtà sono sistemi accettabili, misurabili, isomorfi, omeostatici, utili alla nostra stessa sopravvivenza.
    Potremmo forse riportare in un ambito di moderata laicità tutto ciò che ci appartiene all’interno delle strutture di conoscenza, evitando di delegare a metafisicherie, teologie, ideologie, idolatrie di nuova e vecchia generazione, ciò che in realtà appartiene solo ai nostri timori e suggestioni.
    Un’antropologia virante alla demonologia platonica, la medietà.

  33. magda il 4 gennaio 2009 alle 12:28

    del resto lo dice Ventre stesso quando parla dell’alterità del reale…..una visione fisicamente quantistica-

  34. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 12:35

    Solo questo delle moltissime risposte che forse è inutile dare:

    Alligator: “…bene, se non siamo tutta materia allora in noi ci sarebbe porzione di sostanze diverse e non catalogabili come materia: di cosa si tratta se non di spirito?”

    La caratteristica dell’uomo è quella di distinguersi per la sua dimensione culturale. Ci sono animali che sviluppano culture “locali” (i delfinidi, per esempio, o certe specie di primati). Tuttavia nessun altro essere vivente, sulla faccia della terra, ha mai sviluppato una capacità di manipolazione dell’ambiente e una dimensione culturale così pervasiva come l’uomo, il quale ha finito per inventare (spesso a suo detrimento) perfino la plasmabilità culturale del corpo e della sua istintualità. Noi non siamo tutta materia perché già la struttura di un qualunque organismo vivente trascende i semplici costituenti biochimici di cui è costituita; non siamo tutta materia soprattutto perché un essere umano non è un essere umano per le sue componenti biochimiche, ma per la sua capacità di interagire con altri da essere umano e di pensare e argomentare da essere umano, indipendentemente, ad esempio, dalla quantità di melanina che ricopre il suo corpo o che si concentra nelle iridi dei suoi occhi (due dati del tutto biochimici, o per esprimersi volgarmente, materiali). Interessante constatare che lei adotta un criterio in base a cui valutare i propri simili dal punto di vista della quantità di atomi o di molecole o di cellule che il loro corpo contiene…

    Fra l’altro, anche nelle filosofie spiritualistiche tradizionali, lo spirito non è una sorta di componente costitutiva non catalogabile come materia. Ciò che si definisce, con metafora corporeistica, come spirito, dal cristianesimo paolino e giovanneo fino ad arrivare all’idealismo, è per certi aspetti più vicino al concetto cibernetico di software (per usare una metafora computazionale), piuttosto che al concetto, vagamente chimico, di sostanza catalogabile. E per tornare alla metafora computazionale (anch’essa insufficiente) del software, non credo che lei, quando digita le parole dei suoi commenti, sia certo di interagire con il suo computer solo per la materia (plastica, metalli, silicio) che lo costituisce. Evidentemente, è il software che gira sul suo computer a permetterle di usarlo come computer e non, ad esempio, come corpo contundente o come fermacarte. E il software è senz’altro dipendente dalla micro-struttura fisica dei circuiti logici, ma ciò che dà un senso e una funzione tecnica a quei circuiti logici è primariamente il fatto che sono installati in un certo modo, e secondariamente il contenuto non materiale di informazioni che è stato messo dentro il sistema hardware dei circuiti logici. La metafora computazionale è certo insufficiente, perché la stessa informazione è un fatto fisico, anche se non materiale. E il pc non è in grado di progettare la sua esistenza e di interrogarsi sul suo senso, o sulla sua mancanza di senso, come facciamo lei e io.

    Alligator: “… cos’è lo spirito se non l’ammissione del trascendente?”.

    Lo spirito, nella storia del pensiero antico e moderno, è tante cose, una volta emancipatosi dalla sua originaria dimensione corporeistica. Il concetto di spirito non implica il concetto di trascendenza. Trascendenza, nel senso forte del termine, implica la radicale alterità di qualcosa rispetto a qualcos’altro. Un filosofo radicalmente ateo come Sartre, sulla scorta dei suoi predecessori in campo fenomenologico ed esistenzialistico, definisce, ad esempio, la trascendenza come propria dell’ego, in quanto in grado di progettare sé stesso e di essere per altri. Un filosofo come Hegel riduce l’intera realtà alla vita dialettica dello spirito: in Hegel (come del resto in tutto l’idealismo di derivazione hegeliana) si afferma un radicale monismo spiritualistico, in cui non c’è trascendenza alcuna, perché lo spirito è immanente nella natura e nella storia, che sono semplicemente espressioni del suo dialettico strutturarsi. In un filosofo come Bergson lo spirito emerge naturalmente all’interno dell’evoluzione, intesa come dinamica creatrice sempre attiva nella natura e nella storia. Sono nozioni storico-filosofiche piuttosto banali, una volta che ci si emancipi dal provincialismo italico funestato dalle decretali, e in ultima analisi da una dimensione unicamente polemica, e si guardi invece alle cose per come esse sono. L’idea del dio puro spirito trascendente è solo una delle filosofie spiritualistiche esistite nella vicenda storica dell’Occidente antico e moderno. Lo spiritualismo, poi, non è la via principale, né l’unica, per cui si affermano posizioni teistiche. Tre rapidi esempi: il feroce apologista tardo-antico Tertulliano concepiva Dio (trascendente) come un corpo infinito, non come uno spirito. Una nozione del tutto simile viene affermata da Thomas Hobbes, la cui filosofia si configura come un corporeismo: per Hobbes Dio va concepito come un corpo (cioè come un’entità estesa) di dimensioni infinite (sono per altro i concetti, metafisici, che influiranno sull’idea newtoniana di spazio e tempo assoluti). Infine, nell’illuminismo, un personaggio come Denis Diderot esprime una posizione filosofica peculiare, sulla scorta di Spinoza: per Diderot dio è la natura intesa come materia, con le sue leggi deterministiche e meccaniche e con la sua topologia newtoniana. Il caso di Spinoza, poi, è ancora diverso: in Spinoza il pensiero (spirito) e la materia (estensione) sono due delle infinite facce (attributi) della stessa medaglia, della sostanza che è Dio o la Natura (intesa non nel nostro senso, ma nel senso scolastico di fondamento originario, nativo, dell’essere). Per Spinoza stesso, l’ordine e la connessione delle idee (modi della sostanza che sono processi di pensiero, o spirituali che dir si voglia) coincide con l’ordine e la connessione delle cose (modi della sostanza come entità corporeamente definite). Dunque, filosofi che il pensiero cristiano più ortodosso e chiuso ha bollato come atei e fatalisti (è il caso di Spinoza e di Diderot, ma l’elenco è lungo), esprimono, sulla base del loro razionalismo geometrizzante, meccanicistico (e nel caso di Diderot, francamente materialistico), una teoria in cui si nega non l’esistenza di Dio (che anzi, nella sua assoluta evidenza coincide con la totalità dell’esistente nel suo ordine necessario) ma l’esistenza del mondo: di fatto, il razionalismo “materialista” moderno, nella sua forma estrema (spinozismo e derivati), non è un ateismo (dottrina dell’inesistenza di dio) ma un acosmismo (dottrina dell’inesistenza del mondo).

    Alligator: “…e chi l’ha detto che la metafisica serve alla scienza?”

    Questa è veramente grossa. L’antimetafisica del programma logicistico proprio del razionalismo contemporaneo, espresso fra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso da Bertrand Russell, dal Wittgenstein del “Tractatus logico-philosophicus” e dal positivismo logico di Otto Neurath, di Moritz Schlick e di Rudolf Carnap, viene rigettata da Karl Popper nella “Logica della scoperta scientifica” e implicitamente dallo stesso Wittgenstein nella seconda fase del suo pensiero. Popper si oppose all’induttivismo che caratterizzava i positivisti logici (induttivismo che poi, guarda caso, fu formalizzato dalla logica di Aristotele). Confutato l’induttivismo, Popper identificò un criterio di demarcazione epistemologico fra scienza e non scienza (il criterio di falsificabilità -in ted. Faelschungmoeglichkeit, ovvero “possibilità di dimostrarsi falso”-, per cui una teoria scientifica può essere falsificata, cioè smentita, a partire dalle sue previsioni sugli esiti degli esperimenti). Il criterio di falsificabilità fonda un metodo scientifico basato su congetture e confutazioni, e accentra la definizione di scienza sul contesto della prova, che è rigidamente stabilito dal metodo. Sul piano del contesto della scoperta, le metafisiche, cioè tutte le teorie soggettive sempre di principio pseudo-verificabili, hanno la possibilità di influire sulle idee che conducono a una scoperta o che la ostacolano. Ad esempio, l’idea che la realtà sia costituita da corpuscoli materiali, omeomerie o atomi, tipica di Anassagora, di Leucippo e Democrito, è una metafisica, in origine, visto che nessuno, ai tempi di Leucippo e Democrito, di Epicuro e di Lucrezio, era in grado di controllarla sperimentalmente. Ai tempi di Bohr, di Plank, di Rutherford, di Einstein, l’atomismo diventa teoria scientifica. Un esempio ulteriore, proposto da Whatkins, è il modo in cui Paracelso scoprì che l’anemia è una malattia in cui è presente una carenza di ferro: il ragionamento di Paracelso, basato sulla magia e sull’astrologia, è l’esempio di come una teoria metafisica possa essere la madre cattiva (cioè incontrollabile) di una teoria buona (cioè controllabile e confermata dall’esperimento). Alcune metafisiche (ad esempio, ai giorni nostri, i principi bioetici affermati dal Vaticano) sono ostili alla scienza; altre metafisiche (ad esempio, ai giorni nostri, certe dottrine dell’estropia, che influiscono sulle scienze dell’informazione e sulla cibernetica) favoriscono lo sviluppo della scienza. Inoltre, afferma Popper, il contesto della scoperta scientifica è talmente libero, che qualsiasi circostanza può influenzarlo: dalla caduta di una mela, al sogno di un serpente che si morde la coda, all’idea che nei poemi epici antichi è descritta una verità storica (ultimo caso: certe discutibili teorie del giornalista sardo Sergio Frau, che hanno condotto ad ampliare le conoscenze archeologiche sulla civiltà talaiotico-nuragica).
    Questi sono fatti della storia della scienza. I fatti, ovviamente, si possono negare, se si parte da un pregiudizio metafisico ostile alla ricostruzione obbiettiva della storia della scienza…

    Relativamente ad Aristotele, questi non va confuso con gli aristotelici medievali (senza i quali, per altro, noi oggi non avremmo la logica booleana, alla base dei nostri computer). Chi legga le opere scientifiche di Aristotele (specialmente quelle relative alla zoologia) vi reperirà una serie di scoperte (ad esempio l’osservazione della riproduzione vivipara di certe specie di squali) che dovranno attendere i sub dell’era tecnologica, per essere confermate in pieno. Aristotele non ha mai detto che sull’eliocentrismo si dovesse giurare in eterno. Il problema sorge quando un sapere sclerotizzato viene consegnato in mano a un’oligarchia fautrice di ogni forma di autoritarismo intellettuale e fisico.

    Relativamente alla domanda su cosa sia la verità, il gioco di Cristo e di Pilato non si confà a nessuno di noi due, non abbiamo abbastanza e dignità etica e storica per recitare certe parti. Per quanto attiene alla domanda su cosa si intenda per identità, basterà consultare il Devoto-Oli.

    Relativamente alla filosofia che si insegna nelle scuole e nelle università, vorrei ricordarle la reazione che ci fu, a livello di docenti, quando Letizia Moratti pretese di cancellare Darwin e il Big Bang dai programmi scolastici, per far piacere alla Chiesa cattolica… Per altri aspetti, la filosofia italiana non ha assimilato per niente la scienza e il suo peso culturale: basta leggersi ciò che dicono della scienza (o meglio, della “tecnica”) Vattimo, Severino, il Roberto Esposito che qualcun altro ha citato qui, per capire quanto molti dei nostri pensatori siano tristemente ciechi di fronte al valore di una conoscenza aperta e controllabile.

    Per quanto riguarda ciò che avviene nelle culture anglosassoni, il caso di Bertrand Russell espulso dagli USA per le denunce bigotte di una certa signora Anne Kaye, o certa paccottiglia antievoluzionistica e iperfanatica che ci viene da oltreoceano, credo che bastino a chiarire la situazione. Mi sembra che l’idea di un intelligent design non sia nata qui in Europa, né qui nel continente neolatino, slavo o germanico… o forse mi sbaglio?

    E in definitiva… da quale terminologia dovremmo uscire? Da quella della storia delle religioni (ierofania)? Da quella dell’antropologia culturale (oralità e mito)? Da quella della filosofia? o della scienza? Mi sembra che sia lei, con le sue opposizioni-associazioni automatiche (materialismo-ateismo-bene, spiritualismo-teismo-trascendenza-male) a rimaner ancorato a terminologie oppositive datate e a etichette ipersemplificatorie, in sé del tutto insufficienti a rendere conto della complessità dei problemi.

    A proposito, anche lei ha scritto darwin in minuscolo, stavolta, ma non mi sembra il caso di trarne deduzioni su un suo presunto rigurgito spiritualista-antievoluzionista…

  35. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 12:48

    Aristotele non ha mai detto che sull’eliocentrismo si dovesse giurare in eterno.

    Erratum corrige: sul geocentrismo, ovviamente.

  36. Tino S. Fila il 4 gennaio 2009 alle 13:12

    Grazie D.V. per questi interessanti, anche sul piano espositivo, excursus. Come dice Magda, si potrebbero aprire, ad ogni passaggio, infiniti varchi di discussione.

    Però, permettimi: se tenti di convincere di “qualcosa” il tuo interlocutore, stai sprecando tempo: per lui, questa è tutta robbba lisceale. Gli anglosassoni, invece…

  37. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 13:30

    @ Gina:

    mi spiace se il mio articolo ha assunto un tono elitario, non era questa l’intenzione. Bello il suo intervento su Isabelle Stengers, il cui importante contributo non è prescindibile, in un discorso come questo, a patto che nella convivenza fra i saperi e gli orientamenti si cerchi di superare la semplice giustapposizione (l’ “e… e…”) per instaurare un rapporto di ‘propterea quod…’, e strutturare una relazione di concausalità fra le diverse componenti della stratigrafia della conoscenza.

    @ Magda.

    L’istanza di strutturare il discorso in modo che sia comprensivo delle più diverse culture umane è veramente fondamentale. Se non sono riuscito a renderlo “universale” come avrei voluto, ciò è dovuto a ragioni di spazio, e di specializzazione del sottoscritto in un ambito definito di studi. Non posseggo, ad esempio, nozioni di sanscritistica o di sinologia sufficientemente profonde da trattare con piena cognizione di causa gli aspetti più sottili delle maggiori civiltà asiatiche: ho cercato di attingere alle cognizioni che avevo a disposizione, che sono, per forza di cose, limitate. Ma voglio sottolineare che, quando mi riferivo a determinate figure della religiosità e del mito vedico e hinduistico, o a certi aspetti della religiosità mediterranea pre-cristiana, l’intenzione era appunto quella di “universalizzare” il discorso.

    Bella anche la sua osservazione sulla presenza di “un significante altro, che abbiamo la necessità di “…circoscrivere onde evitare di ricadere nell’idolatria ultracorporea virante al fanatismo magico-fenomenico tipico del dominio superstizioso”.

    In effetti, il dominio della superstizione e l’idolatria dilagano in quest’epoca: sono quelli che Carl Sagan definiva i demoni dell’era contemporanea.

    Il tipo di orientamento che cerco (molto modestamente) di suggerire, è in effetti un orientamento razionalista, nel senso più letterale e insieme più ampio del termine. Un razionalismo che, per altro, non dovrebbe essere moderato: due caratteri di radicalità lo contraddistinguono: in primo luogo, un’idea radicale di unità e trasversalità del metodo scientifico; in secondo luogo un’idea radicale sulla necessità di ogni forma di filosofia di fare i conti con la scienza. In una civiltà come la nostra, in cui la scienza, come sapere controllabile, è fondamento e modello di una politica controllabile (imperativo spesso eluso nella pratica), e in cui la tecnica, frutto della scienza, permette di mantenere in vita quasi sette miliardi di persone, affermazioni antiscientistiche dovrebbero essere considerate, nella sostanza, inammissibili. A prima vista queste due affermazioni, se confrontate col tono e col tema dell’articolo, sembrano in stridente contraddizione con quanto detto finora. In realtà ne sono il fondamento. L’affermazione per cui una filosofia che non ascolta la scienza è una filosofia morta, si sposa col fatto che la totalità degli orientamenti scientifici va ascoltata (e qui appare davvero cruciale il discorso filosofico di Isabelle Stengers, che non ho citato nell’articolo, poiché la linea argomentativa mi ha condotto altrove). In altre parole, se è scienza il modello standard, è scienza anche la teoria dei miti astronomici di Hertha von Dechend e Giorgio de Santillana; se è scienza l’equazione di Schroedinger, sono scienza a pieno titolo anche la “Preface to Plato” di Heric Havelock, o gli studi di Ong e Zumthor sull’oralità e la vocalità; se è scienza il problema dei tre corpi, è scienza anche l’antropologia culturale di Tilor; ed è altresì scienza l’analisi dell’uso del linguaggio delle metafisiche, secondo i metodi della Cambridge-Oxford philosophy, che per verità nell’articolo lascia solo una debole traccia di sottofondo, nel tentativo di analisi coerente dell’uso di termini filosofici come “infinità” e “onnipotenza”. E sulla scorta di quanto, su diverse linee, in diversi tempi, seguendo diversi sviluppi, scrivono, da materialisti storici, Rodolfo Mondolfo ed Ernst Bloch, le categorie antropologico-culturali sono espressione di quella fame di “forma” che la “materia” esprime nel suo grembo.

    Quindi più che un laicismo moderato, appare necessario un razionalismo radicale, fondato su un approccio inclusivo delle acquisizioni delle scienza nella sua integralità, senza pregiudiziali.

    Una volta stabilito, sulla base di questo razionalismo radicale, dove un ragionamento coerente e fondato viene a condurci, in un procedimento, quasi confuciano, di “rettificazione dei nomi” e dei concetti, allora i “fronti di lotta” si ridefiniscono. In questo senso allora affermavo che non è più importante stabilire che nome si dia al principio di fondo della propria visione delle cose: in un contesto simile, il teista da un lato, e il matematico impertinente dall’altro, sono pienamente ‘iusti hostes’.

  38. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 13:35

    @ S. Fila Tino:

    hai ragione, ma io non tento di convincere specificamente Alligator, sto cercando di informare tutti quanti, chiarendo il nodo di una serie di obiezioni equivoche e non fondate…

  39. soldato blu il 4 gennaio 2009 alle 14:07

    Il nucleo di questa discussione mi pare stia andando a coincidere con un’analoga discussione portata avanti negli anni ’50 da due scienziati che io ammiro da sempre: Carl Gustav Jung e Wolfgang Pauli.
    Il nodo era rappresentato dalle varie forme di legame tra energia [materia], tempo e psiche.

    Non ho alcuna possibilità di verifica, ma dall’introduzione di Pauli alla sua opera “Psiche e natura” mi sembra di poter capire che quello che che portò a una rottura tra i due – rottura sanata solo qualche mese prima della morte di Pauli nel ’58 – fosse una diversa valutazione della validità del secondo principio della termodinamica rispetto alla psiche e quindi al pensiero.

    Un modo di affrontare e chiarire il termine “trascendenza” estremamente
    interessante.

    A quanto mi è dato di intuire, Daniele Ventre, in ulteriori interventi, potrebbe anche chiarire questo nodo del “secondo principio della termodinamica”, messo oggi in forse, almeno nella sua formulazione classica, per esempio da Stuart Kauffman in “Esplorazioni evolutive”.

    Chiedendo scusa della confusione.

    Ma è proprio quando si è confusi che si aspettano chiarimenti dagli altri.
    I quali però, spesso, non possono che prendere atto di un’impossibilità di risposta a causa dell’incomprensibilità del quesito.
    Se così fosse. Come non detto.

  40. Alligator il 4 gennaio 2009 alle 14:13

    @ventre
    “Noi non siamo tutta materia perché già la struttura di un qualunque organismo vivente TRASCENDE i semplici costituenti biochimici di cui è costituita”: come appunto si affermava più sopra.
    hai quest’attitudine alla citazione di cataste di autori, non so a quale scopo se non per una sottile intenzione terroristica (il web vuole concisione, per esempio, non lezioni ex-cathedra), se tu stesso affermi la trascendenza, cioè lo spirito, cioè il sovra-materiale, cioè dio.

    @soldato blu
    chi è la ragazza?
    davvero davvero ti piace serafini?
    cioè davvero davvero ti piace quella roba?

  41. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 14:57

    Il web vuole ignoranza?

    Nella storia del pensiero, trascendenza NON equivale necessariamente a spirito; Dio NON equivale necessariamente al sovra-materiale; il sovra-materiale NON equivale necessariamente allo spirito; trascendenza NON equivale necessariamente a sovra-materiale.

    Avrei potuto esprimermi in questi termini, dopo di che qualcun altro mi avrebbe accusato di fare affermazioni prive di testimonianze.

    Tu stesso mi hai chiesto: chi ha detto che la metafisica serve alla scienza. Io per risponderti, ti ho risposto chi l’ha detto e in che contesto storico.

    Non puoi sollecitare con virulenza una risposta, e poi accusare di intenzioni terroristiche chi questa risposta te la fornisce.

  42. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 14:59

    O forse le citazioni le possiamo fare solo noi e quelli che ci sono simpatici, mentre se le fa qualcuno che non condivide il nostro modo di vedere strombazza sapienza o fa terrorismo?

  43. Tino S. Fila il 4 gennaio 2009 alle 15:14

    Ma lascialo perdere, D. V.: una volta dietro quel nick c’era un seminatore di dubbi, ed era un piacere leggerlo, sempre, anche dissentendo dalle sue posizioni, che avevano almeno il pregio della problematicità; adesso procede per frasi fatte, sempre le stesse, in un rituale ecolalico dal quale è bandita ogni forma di argomentazione che non sia il ciclico ripetersi di formulette: come il profeta e l’apostolo di una chiesa più paranoide, oltranzista e integralista di tutte quelle che disce di voler combattere. Amen.

  44. Alligator il 4 gennaio 2009 alle 15:21

    @ventre
    quello che tu chiami sovra-materia, come la cultura e il linguaggio (visto che usi la paroletta magica – ignoranza – ti rammento che le culture animali sono profonde e numerosissime), è solo il prodotto di un’incessante elaborazione biochimica dei dati sensoriali e la loro comunicazione codificata attraverso altri processi, sempre biochimici.
    la cultura animale-umana fa parte a pieno titolo del pacchetto di risposte adattative che un insieme di individui apparteneti alla stessa specie, evolve a fronte delle condizioni ambientali in cui si trova a vivere/sopravvivere: niente di trascendente.
    se tu poi affermi che “trascendente” non equivale a sovra materiale, potrei chiederti (ma per pigrizia & istinto di auto-conservazione non lo faccio) cosa significa per te la parola “trascendente”.
    se la metafisica è servita in passato per approdare al metodo scientifico – l’unica forma di acquisizione di “conoscenza” (attenzione: non di “verità”, la verità non esiste se non per il linguaggio…) – oggi è un peso inaccettabile, in quanto impegna una quantità di buoni cervelli in questioni prive di senso: non solo: nella stessa parola “meta-fisica” si acquatta il trascendente e quindi, se vogliamo, la religione, il prete, il disegno intelligente (eventualmente lo chiamerei, se esistesse, “disegno criminale).
    pre-ferisco dunque togliere il pre-fisso “meta” e lasciare solo la parola “fisica” (intesa globalmente come “la scienza”).
    appartenere alla materia non significa solo essere una cosa sola con essa, significa essere il prodotto del mondo che consideriamo oggetto di conoscenza: il cervello umano è un risultato evolutivo e la sua attività è circoscritta alle circostanze ambientali all’interno delle quali si è evoluto: come dire che non solo il pensiero è materia, ma è materia adattata…
    anche la metafisica faceva parte del pacchetto e, in un mondo popolato di sovra-naturale, a suo modo funzionava: oggi non è così.
    basta, sono stanco.
    e comunque, al di là del tuo discorso, grazie per la dedizione, la qualità e l’impegno che hai profuso nel post e nei commenti.

  45. Alligator il 4 gennaio 2009 alle 15:22

    ah, e grazie per non avermi insultato.

  46. funiculì funiculà il 4 gennaio 2009 alle 16:01

    metafisica (metà fisica?)?
    fisica?
    trascendenza?
    materia adattata?

    un bikini amaranto vi seppellirà

    http://it.youtube.com/watch?v=Sj1G25kA01w&feature=PlayList&p=57CA26F6FC442165&playnext=1&index=50

  47. GiusCo il 4 gennaio 2009 alle 16:10

    Su questa sono con l’alligatore. Come accennato nel topic sopra, secondo una prospettiva “emergente” lo spirito non sussiste, trattandosi semplicemente di manifestazione complessa generata da moltitudine di componenti semplici non direttamente interagenti. Come vedere una mano superiore nelle belle forme di uno stormo di uccelli, insomma. O come pensare che la coscienza sia qualcosa di piu’ che una “emergenza” della moltitudine neuronale. Tutto da dimostrare. Il che significa: puo’ essere ma non possiamo ancora dirlo, ne’ tantomeno accalorarci in proposito.

    Quello che dopo anni e anni di letture e discussioni su questi argomenti viene a nausea, e’ che la storia delle idee viene ancora considerata in un’ottica “narrativa” (e dunque al fondo mistica) invece che “scientifica”, motivo per cui le sciocchezze sesquipedali ipotizzate in passato, mano mano superate dall’avanzare del metodo e degli strumenti teorico-dimostrativi di scienza, vengono ancora prese a modello ontologico ed epistemologico.

    Si tratta di favole. Anzi, di fabule. Se abolissimo tutto cio’ che e’ stato detto e scritto prima del 1900, almeno dal punto di vista fondativo -tenendo invece le lezioni morali e di esperienza sociale- non perderemmo nulla. Guadagneremmo in chiarezza, sia di obiettivo che di giudizio, facendo volentieri a meno di tanti pastrocchi fideistici, ideologici e in ogni caso falsificatori della realta’ misurata (su quella ancora misurabile, avremo opinioni differenti in attesa di una qualche prova).

  48. Alligator il 4 gennaio 2009 alle 16:58

    “Se abolissimo tutto cio’ che e’ stato detto e scritto prima del 1900, almeno dal punto di vista fondativo -tenendo invece le lezioni morali e di esperienza sociale- non perderemmo nulla. Guadagneremmo in chiarezza, sia di obiettivo che di giudizio, facendo volentieri a meno di tanti pastrocchi fideistici, ideologici e in ogni caso falsificatori della realta’ misurata…”
    sottoscrivo.

  49. franz krauspenhaar il 4 gennaio 2009 alle 17:48

    Sono felice per Tash. Ora ha un nick che gli calza a pennello. Cinghiale.:-)

  50. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 17:56

    Se abolissimo tutto ciò che è stato detto e scritto prima del 1900, in letteratura dovremmo abolire: il poema di Gilgamesh, la Bibbia, l’Iliade, l’Odissea, il Mahabharata, il Ramayana, Archiloco, Alceo, Saffo, Anacreonte, le opere dei tre grandi tragici greci, Aristofane, Menandro, Plauto, Terenzio, Lucrezio, Virgilio, Orazio, Ovidio, Lucano, Petronio, Apuleio, S.Agostino, il Corano, il Talmud, i Carmina Burana, il Samadeva, i poeti provenzali, Cavalcanti, Dante, Petrarca, Chaucer, Juan Manuel, Boccaccio, Poliziano, l’Ariosto, il Tasso, Rabelais, Racine, Corneille, Moliere, Shakespeare, Cervantes, Lope de Vega, Calderon de la Barca, Milton, Donne, Goldoni, Parini, Alfieri, Pope, Goethe, Schiller, Hoelderlin, Novalis, Foscolo, Byron, Leopardi, Scott, Manzoni, Balzac, Turgenev e altri per brevità omessi. In base allo stesso precetto, fra le cazzate sesquipedali stigmatizzate dall’ineffabile GiusCo, rientrano: Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, Parmenide, Zenone di Elea, Melisso, Pitagora, Anassagora, Democrito, Socrate, Platone, Aristotele, Zenone di Cizico, Epicuro, Eudosso, Ipparco, Archimede, Eratostene, Aristarco di Samotracia, e in India i Veda, le Upanishad, le otto correnti filosofiche bramaniche principali, fra cui il Nyaya che per primo parla di sapere controllabile e di falsificabilità, il Buddha, Cristo (che con i cristiani ci ha spesso poco a che fare), Confucio, Lao Tse, S. Agostino e tutta la patristica, tutta la scolastica fino a Occam che formulò per primo il principio di inerzia, Averroè, Avicenna, Avicebron, e poi ancora Nicolò Cusano, Marsilio Ficino, Leonardo da Vinci, Machiavelli, Copernico, Keplero, Galileo, Newton, Campanella, Bruno, Telesio, Cartesio, Leibniz, Spinoza, Hobbes, Locke, Voltaire, Rousseau, Diderot, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Schopenhauer, Kierkegaard, Marx, Engels, e Nietszche che finisce nel ‘900 ma al secolo breve non appartiene del tutto, più altri trascurabili personaggi della stessa fatta.

    Poi, potremmo considerare come maestri minori alcuni pensatori e scrittori del periodo compreso fra il 1914 e il 1948 (ma solo quelli che ci piacciono almeno un po’, eh), e bearci della grandeur contemporanea, che specialmente in Italia tocca i vertici. Bell’affare, davvero!

    Prego, per non averla insultata, caro Alligator: peccato lei non l’abbia evitato, di insultarmi, quando mi ha praticamente dato del terrorista.

    P.s.

    Caro GiusCo, io non ho mai parlato di mano superiore e di intervento divino: mi sembra di averlo detto a chiare lettere più volte che intelligent design e altre sciocchezze simili sono da rifiutare. Mi sembra di averlo chiarito in toto che l’universo va concepito come una struttura autonoma e autoorganizzantesi. L’avrebbe capito chiunque avesse letto quello che ho scritto. Capisco che quello che scrivo può benissimo non essere considerato rilevante: in tal caso però, non ci si prende nemmeno la briga di contestarlo per amor di polemica, proferendo a conclusione il bell’aforisma che lei e Alligator sottoscrivete insieme. Quanto poi all’obbiezione che io tratterei il tutto come dossografia narrativa, non mi prendo nemmeno la briga di contestarla, come affermazione.

  51. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 18:01

    A prop. (A Propp.)

    Bella la Canzone della bambina portoghese.

    Al momento preferisco questa, però, specialmente la parte finale…

    http://www.youtube.com/watch?v=aznmbLLacfY

  52. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 18:16

    @ Tino (nel senso di S. Fila)

    Mi sa che hai ragione :(

  53. Daniele Ventre il 4 gennaio 2009 alle 18:36

    @ Soldato Blu

    Le idee di Stuart Kaufmann sui sistemi complessi lontani dall’equilibrio, nonché sulla ricerca di una sorta di “quarta legge della termodinamica” a integrazione del secondo principio sono interessanti. Tuttavia un ragionamento più economico sembra venire da J. M Rubì e da J. M. G Villar. Cenni possono essere trovati qui:

    http://arxiv.org/abs/condmat/0110614

    L’idea di fondo è che il secondo principio della termodinamica, formulato per i sistemi in equilibrio come modelli semplificati dei fenomeni reali, sia solo un caso particolare di un più ampio quadro, che descrive i sistemi naturali reali non in equilibrio, in cui il caos e l’ordine derivanti dall’azione della seconda legge non sono eguali dovunque. L’universo non è isotopico, ma evolve in maniera discontinua, casuale, e ciò determina la presenza di ampie regioni di ordine accanto ad ampie regioni di caos.

  54. soldato blu il 4 gennaio 2009 alle 19:26

    Davvero davvero desidero ringraziare Daniele Ventre.
    E davvero davvero desidero condividere con Guccini e con lui “Cirano”.

  55. gina il 4 gennaio 2009 alle 19:30

    cazzo che figa l’inquisizione, che in netto anticipo sui tempi ha arrostito l’equivalente orale, inossocarneo, della biblioteca di alessandria !
    (grande lezione morale e di esperienza sociale che elimina la lezione morale e l’esperienza sociale così come i chili superflui tipo danone vitasnella, l’acqua che elimina l’Acqua: nel Vero senso della guerra, dell’acqua)

    prima dell’intermezzo musicale rilancio dal fondo il trittico stengers haraway rorthy su withehead. magari c’è un disumano che coglie :)

    http://www.youtube.com/watch?v=u_4ulPVJYgE

    – CANTI DI MAREMMA E D’ANARCHIA –
    – CATERINA BUENO –

    La “Leggera” era il treno che dalla fine dell’800 in avanti trasportava i lavoratori stagionali in Maremma.
    L’appellativo era frutto della verve ironica e sarcastica tipica dell’umorismo toscano.
    Derivava infatti dalla mancanza di bagaglio dei passeggeri del convoglio,disoccupati e braccianti,i quali portavano con se’ una misera sporta,”un soldo di cicca in tasca e un tozzo di pane in tre”.
    Spesso costoro improvvisavano estemporanee compagnie corali per racimolare con una colletta i soldi del biglietto.
    Ma la loro povertà,paradossalmente, coincideva con la libertà d’espressione,poichè chi non ha nulla da perdere,non teme il rigore dell’autorità costituita.
    Cosi’ il ritmo cadenzato della locomotiva sui binari scandiva i canti satirici,anti-clericali,libertari che preannunziavano la rivolta sociale del secolo entrante ed il presagio della migrazione di massa in America.
    Il brano che fa’ da filo conduttore alla sequenza di stornelli fu raccolto,in maniera del tutto fortuita,a Scarperia nel lontano 1964 dalla viva voce di un vecchio cantastorie cieco,che si faceva accompagnare alle feste di paese da un bambino.
    Purtroppo di “miracoli” del genere ne sono accaduti davvero pochi,sicchè il ricco patrimonio musicale della tradizione popolare,tramandato esclusivamente per via mnemonica ed orale,è andato in gran parte irrimediabilmente perduto con il trascorrere degli anni.

  56. Alanina il 4 gennaio 2009 alle 22:06

    si, non so, credo sia la terminologia, il modo di procedere del discorso, che mi lascia perplessa.

    cosa si vuole dire, alla fin fine?
    che gli scienziati sono guidati nel formulare teorie anche dalla propria disposizione emotiva, dalla propria cultura, da una serie di fattori non strettamente logici e tecnologici?
    ma bastava la storia di kekulè, che la notte si sognò un serpente che si mordeva la coda, e la mattina capì la struttura ad anello del benzene.
    (va notato però che il benzene esiste, e ha effettivamente la struttura ad anello).

    che ci sono molte cose che la scienza non sa?
    troppo ovvio per starlo anche a ripetere.

    e le cose che la scienza (ancora) non sa, le vogliamo chiamare trascendenti?
    chiamiamole trascendenti (anche se l’espressione mi parrebbe un po’ retrò) purchè poi non se ne concluda che esiste un trascendente inconoscibile mediante la scienza, perchè questa sarebbe veramente wild speculation. Anche più wild che dire che attraverso la scienza conosceremo sicuramente, prima o poi, tutto.

    Può darsi che la conoscenza scientifica sia destinata ad arrivare ad un termine, per ragioni contingenti (domani salta la terra con tutti noi sopra e fine del progresso della scienza) o per ragioni strutturali, che però in questo momento non siamo assolutamente in grado di formulare.
    E che comunque non riguardano noi qui e adesso, che l’eventuale fine di questa conoscenza scientifica non la vediamo neanche col cannocchiale. Hai voglia a pedalare.

    E vogliamo chiamare metafisico tutto quello che non rientra nella nostra fisica attuale (anche se il termine metafisico, oltre che retrò, mi sembra anche, come dire, compromesso)?
    Chiamiamolo così, ma non è difficile speculare che quello che è metafisico per noi adesso, magari non sarà un giorno più metafisico di quanto non fosse l’idea di un telefono per Giulo Cesare.

    La mente è più di suoi componenti cellulari?
    Indubbiamente, tuttavia anche un cristallo di neve è più che acqua, e l’acqua è più dei suoi atomi di idrogeno e ossigeno. Tuttavia, c’è chi studia gli atomi di idrogeno e ossigeno, chi studia l’acqua, e chi studia i cristalli di neve, e anche chi studia le valanghe, e si dicono un sacco di cose tra loro.

    (A Magda, che ha a cuore il maltrattamento delle scienze minori, dico solo che ogni volta che penso che i farmaci omeopatici sono detassabili, mi sento venire meno).

    Non sono ben certa fino a che punto si dicano cose diverse, e fino a che punto sia solo questione di parole. Devo ammettere però che un certo tipo di linguaggio filosofico tende a sembrarmi piuttosto obsoleto.

    Popper, però, ne diceva tante, e tra le tante diceva, tipo: la scienza è l’unica attività umana in cui è possibile dimostrare un progresso.

    Spero di non sembrare polemica, perchè non sarebbe il mio intento.

  57. macondo il 4 gennaio 2009 alle 23:51

    Nemmeno io vorrei sembrare polemico, ma dopo kelulè, vorrei proporre il mio kelulà (premessa: le rotture delle rivoluzioni scientitiche provocano delle crisi nelle teorie e nelle anime): “Ebbene, la cosa più interessante in queste crisi filosofiche di uomini di scienza, è che filosoficamente sono sempre orientate in un unico e medesimo senso: riprendono, rimodernandoli, vecchi temi empiristi o formalisti, ossia idealisti: hanno perciò sempre come avversario il materialismo” (alias L. Althusser, “Lenin e la filosofia”).

  58. domenico pinto il 5 gennaio 2009 alle 00:52

    Macondo, tu che nell’altra stanza ti cospargi il capo di cenere per una consonantuccia sbagliata, non vedi come qui spariscono millenni di civiltà della parola? :-)

    Per cortesia, gentili logoclasti, quando potete, date un colpo di spugna anche alle scempiaggini contemporanee, così ci portiamo avanti col lavoro.

  59. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 01:22

    @ Alanina. Non mi pare di aver detto cose molto diverse dalle sue. Fra l’altro al sogno di Kekulé ho pure alluso.

    Buona logoclastia.

  60. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 01:26

    Fra l’altro, quello che certo marxismo ha combinato, ad onta di Marx, contro la scienza, quando si è sostenuto il neo-lamarkismo, o si è detto che la relatività e i quanti sono teorie cosmopolite borghesi (salvo poi usarle per la bomba atomica) indurrebbe a ridimensionare l’importanza di persone come Louis Althusser.

  61. macondo il 5 gennaio 2009 alle 01:32

    Historia magistra vitae (Cicerone)
    All’inizio era il Logos (Genesi)
    La scrittura alfabetica è in sé e per sé la più intelligente (Hegel)
    Viva il fonologocentrismo! (alla faccia di Derrida, che tanto era secondonovecentesco)
    Va bene così?

  62. macondo il 5 gennaio 2009 alle 01:36

    … era per pinto, non per ventre mano-veloce…

  63. domenico pinto il 5 gennaio 2009 alle 01:38

    Semmai historia magistra unica (come è stato detto), vista la piega, anzi il plissé.
    P.s.
    Solo la prima parte del mio precedente commento era riferita a te, Macondo piè veloce :-)

  64. macondo il 5 gennaio 2009 alle 01:39

    @ daniele
    sorry, ma io non c’ero ai tempi del neo-lamarckismo

  65. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 01:50

    Althusser però c’era.

  66. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 02:07

    Per quanto andasse a braccetto con Jacques Monod…

  67. GiusCo il 5 gennaio 2009 alle 02:23

    Butta agli affabulatori in cerchio un po’ di pietre dure e guardali sganasciarcisi a danno delle corone. Un po’ di ultrapsichismo, qualche reduce del ’68 e una brava insegnante di periferia a completare le code di paglia accese in contemporanea. Che cattivoni questi scientisti, privi di marginalita’, ironia e senso del tragico. Sogni d’oro a voi.

  68. gina il 5 gennaio 2009 alle 06:51

    prendo atto dell’autocombustione che “scientificamente” s-piega i roghi inquisitivi:).

    La mancanza di “humor della verità”, del resto, è tipica dei feticisti delle mappe, che si sottraggono tanto al dialetto quanto all’incontro con l’oncotopo

    “non voglio tanto discutere il feticismo delle merci quanto piuttosto un altro tipo di reificazione, ad esso obliquamente correlata, che traduce la vitalità materiale e contingente di esseri umani e non umani in mappe della vita stessa, e poi scambia la mappa e le sue entità reificate per il mondo non letterale. Mi interessa il feticismo di mondi senza tropi, di mondi letterali, di geni intesi come entità autoteliche. Le mappe geografiche sono incarnazioni di pratiche storiche sfaccettate che intercorrono tra specifici umani e non umani. Queste pratiche costituiscono mondi spazio-temporali; cioè, le mappe sono allo stesso tempo strumenti e significanti della spazializzazione. Le mappe geografiche possono essere feticci, nel senso di apparire non tropiche, rappresentazioni non metaforiche, più o meno accurate, di preesistenti proprietà “reali” di un mondo, in paziente attesa di essere rilevate. In realtà le mappe sono modelli di mondi fabbricati per e attraverso specifiche pratiche di intervento e particolari stili di vita.
    In greco, tròpos significa piega, svolta o deviazione; i tropi segnano la qualità non letterale dell’essere e del linguaggio. Le metafore sono tropi, ma ci sono molte altre pieghe nel linguaggio e nei mondi. I modelli tecnoscientifici, concettuali e fisici, sono fondamentalmente più interessanti delle metafore. In quanto strumenti costruiti per essere utilizzati, abitati e vissuti, sono tropi e possono diventare feticci in termini economici, scientifici e psicoanalitici. Curiosamente, i feticci – che di per sé sono “sostituti”, cioè una specie di tropi – producono un particolare “errore”: offuscano la loro natura sostanzialmente tropica e quella del mondo. I feticci letteralizzano, inducendo a un elementare errore materiale e cognitivo, perché fanno sembrare le cose chiare e sotto controllo. La tecnica e la scienza sembrano fondate sull’accuratezza, l’assenza di pregiudizio, la buona fede, e sul tempo e denaro necessari per portare a termine il lavoro, invece che sulle pratiche materiali e semiotiche di figurazione, e dunque di costruzione di alcuni mondi piuttosto che altri. Le mappe-feticcio sembrano riferirsi alle cose in sé; quelle che invece non si trasformano in feticcio indicano cartografie di lotta o meglio, cartografie di pratiche non-innocenti, che non sempre si traducono in lotta”.

    Più che di marginali fabulazioni di puô dunque ancora con haraway parlare di diffrazioni
    “Fin dai tempi, ormai miticí, passati alla storia come gli anni della Rivoluzione scientifica, la modesta testimone racconta storie su configurazioni immaginarie chiamate Nuovo ordine mondiale, Inc., e Secondo millennio cristiano. Ho imparato presto che l’immaginario e il reale si configurano nel fatto concreto; prendo dunque assai seriamente l’attuale e figurale in quanto elementi costitutivi delle realtà vissute, materiali e semiotiche. Avendo imparato a leggere e scrivere sulle narrative della storia di salvezza cristiana e del progresso tecnoscientifico, non sono un’eretica, un’infedele, o un’ebrea, ma una donna segnata e in-formata da questi e altri saperi appresi alla nascita e con l’educazione. Sono cresciuta disintegrata, al centro e contemporaneamente ai margini del potere e dei discorsi egemonici incarnatí nella mia eredità europea e nordamericana. Quindi non dimentico come l’antisemitismo e la misoginia si siano intensificati in Europa durante il Rinascimento e la prima Rivoluzione scientifica, come il razzismo e il colonialismo siano germogliati in quella propensione al viaggio tipica dell’Illuminismo cosmopolita, e come l’aggravarsi della povertà di miliardi di uomini e donne si radichi obiettivamente nelle libertà transnazionali del capitalismo e della tecnoscienza. Tuttavia non dimentico i sogni, il puntuale conseguimento di libertà contingenti, i saperi situati, e il sollievo della sofferenza che sono parte integrante di quest’ibrido, triplo retaggio storico. Rimango figlia della Rivoluzione scientifica, dell’Illuminismo e della tecnoscienza. La mia modesta testimone non potrà mai essere semplicemente un soggetto antagonista; sarà piuttosto un essere sospettoso, coinvolto, istruito, spaventato e fiducioso. La mia testimone modesta, o testimone modesto che sia, cerca dunque di apprendere e praticare quella consapevolezza differenziale e quei saperi incrociati più adeguati al funzionamento del mondo, a cominciare da quello tecnoscientifico”.

  69. soldato blu il 5 gennaio 2009 alle 07:39

    Io, come giocatore più debole di questa importante partita, me ne ritorno in panchina.

    A fare il segnapunti.

    E, se mai i logoclasti avessero perso la nozione di quale sia il punto al quale si è arrivati, segno:

    *

    “In altre parole, se è scienza il modello standard, è scienza anche la teoria dei miti astronomici di Hertha von Dechend e Giorgio de Santillana; se è scienza l’equazione di Schroedinger, sono scienza a pieno titolo anche la “Preface to Plato” di Heric Havelock, o gli studi di Ong e Zumthor sull’oralità e la vocalità; se è scienza il problema dei tre corpi, è scienza anche l’antropologia culturale di Tilor; ed è altresì scienza l’analisi dell’uso del linguaggio delle metafisiche, secondo i metodi della Cambridge-Oxford philosophy, che per verità nell’articolo lascia solo una debole traccia di sottofondo, nel tentativo di analisi coerente dell’uso di termini filosofici come “infinità” e “onnipotenza”. E sulla scorta di quanto, su diverse linee, in diversi tempi, seguendo diversi sviluppi, scrivono, da materialisti storici, Rodolfo Mondolfo ed Ernst Bloch, le categorie antropologico-culturali sono espressione di quella fame di “forma” che la “materia” esprime nel suo grembo.

    Quindi più che un laicismo moderato, appare necessario un razionalismo radicale, fondato su un approccio inclusivo delle acquisizioni delle scienza nella sua integralità, senza pregiudiziali.

    Una volta stabilito, sulla base di questo razionalismo radicale, dove un ragionamento coerente e fondato viene a condurci, in un procedimento, quasi confuciano, di “rettificazione dei nomi” e dei concetti, allora i “fronti di lotta” si ridefiniscono. In questo senso allora affermavo che non è più importante stabilire che nome si dia al principio di fondo della propria visione delle cose: in un contesto simile, il teista da un lato, e il matematico impertinente dall’altro, sono pienamente ‘iusti hostes’.”

    Daniele Ventre.

    *

    “rilancio dal fondo il trittico stengers haraway rorthy su withehead”

    Gina.

  70. Alligator il 5 gennaio 2009 alle 08:25

    Aggiungerei che, se sono scienza i meta-mesoni di Brady allora è scienza l’Orizzontale di Rye e i suoi discepoli, e allora non potrò non considerare scienza l’isomorfismo retrattile dei Primi Sufei che del resto anticipano, come sottolinea il Bottazzi Smith, la visione moderna dell’incostanza omega.
    Non voglio andare oltre, perché penso che, tra logo-pedisti, ci siamo capiti (con l’eccezione di Gina, ovviamente, che io per esempio non l’ho capita in quell’esergo deciso, “cazzo che figa…”, che poi vira deciso nell’anarchico cantato…).
    Nella prosa di Ventre c’è come un sapore del Luminamenti di un tempo: l’ultra-liceo.

  71. domenico pinto il 5 gennaio 2009 alle 08:59

    @ Alligator

    Sei superficiale, in tutta questa discussione, e se il correttivo alle diverse boutade che hai infilato sono i banchi di scuola, ben venga l’ultra-liceo.

  72. magda il 5 gennaio 2009 alle 11:25

    Tash, hai rotto veramente con queste tue manie di inferiorità, guarda che esistono semplicemente persone che ne sanno di più in qualità e in quantità.
    Non può che essere così nel caso di Ventre come nel caso di centiania di altri giovani ricercatori che quotidianamente spendono tempo in ciò che li appassiona. Poi rompi tanto i cocomeri e vai a farti pubblicare da mondadori una cosa che la scienza aspettava come contributo fondamentale ……va beh che tutti scrivono tutto….persino Paola Barale ha parlato della ricerca. quella del look e dei ….

  73. magda il 5 gennaio 2009 alle 11:51

    Sulle questioni dell’energia psichica…..vi inviterei a cogliere nelle virate di Spinoza una costruzione di tutto rispetto che coniuga mirabilmente un approccio razionalista con la metafisica del suo tempo. In Jung colgo invece un link sull’alterità intesa come scarto tra reale e simbolico che origina la sacralità iconica e l’esigenza di condensazione psicologica che in questo processo si racchiude.
    Poi vorrei chiedere, a chi si immerge così a fondo nelle questioni, se non ha mai fatto esperienza attraverso il proprio corpo, di culture altre, se con l’impatto della semplicità nobilmente animale di culture primitive, non ha mai sentito l’eccessiva sovrastutturazione delle nostre forme di sapere, e se non ha mai avvertito l’esigenza in qualche modo di disfarsene o di renderle più maneggevoli.
    una furiosa vertigine dell’ignoranza primordiale……e capire l’importanza, non teorica, ma percettiva, tattile, visiva, pneumatica, di mettersi a nudo e svestirsi di ciò che in fondo non ha condotto a nulla di buono.

  74. alligator il 5 gennaio 2009 alle 12:10

    @domenico pinto
    io sono superficiale SEMPRE, domenico: non solo in questa discussione.
    rifiuto il concetto stesso di “profondità”, trovandolo appunto freudian-spiritualista.
    la parola profondità ha senso solo se riferita all’inoltrarsi in corpi fisici come l’acqua, la terra, eccetera: il mito della “profondità di pensiero” o di “emozione” (piuttosto che parlare di complessità o di intensità…), è essenzialmente spiritualista.
    non esiste la profondità, esiste piuttosto la complessità e più spesso, la confusione, il casino, l’incertezza, che obbligano a cautela, ripensamento, dubbio, che ingenerano emozione e dunque danno l’impressione di qualcosa di non facilmente raggiungibile…
    non ho propensione per queste modalità tradizional-umanistiche di percepire e valutare le attitudini e le l’attività della mente umana, con i relativi prodotti…

    @magda
    non so a quali manie di inferità ti riferisci, francamente.

  75. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 13:01

    Ciò che è profondo, è complesso, ciò che è complesso, è profondo. Non esiste complessità di superficie, nemmeno sulla superficie di un fluido in moto browniano.

    P.s.

    Bellissimo il commento messo da Gina. Anche se forse Gina non se n’è accorta, collima molto con quello che ho cercato di dire.

    P. p. s.

    Chi confonde l’antropologia culturale e la storia delle religioni con le cretinate della pseudo-scienza e le mette sullo stesso piano, si (s)qualifica da solo.

  76. alligator il 5 gennaio 2009 alle 13:19

    @domenico
    aggiungo di essere più interessato allo sviluppo “orizzontale” di un tema – vale a dire al sistema di relazioni che istituisce con le più svariate discipline – piuttosto che allo sviluppo verticale dello stesso tema, cioè in profondità.
    sono convinto che la contemporaeità in cui siamo immersi stia di fatto rovesciando le discipline come guanti, contaminandole le une con le altre, fino alla de-legittimazione e all’annullamento di alcune di esse.
    tra le candidate alla decadenza vedo tutte le attività speculative la cui esistenza era giustificata da un deficit di “conoscenza scientifica” nel settore (un certo tipo di filosofia – come quella cui fa riferimento il post di ventre – e la psico-analisi, per esempio…) in un momento in cui questo deficit è in fase di rimonta, per cui tendono a saltare le premesse, i presupposti su cui si basavano tomi di speculazioni precedenti.
    metti l’effetto che può fare la ricerca di Hauser (chiedo scusa per aver citato un autore…) e di fatto sta facendo, sull’Etica e la bio-Etica…

    poi c’è una questione di visione mia personale, forse arbitraria, cui sono approdato dopo sessant’anni di esistenza e frequentazione dell’umano: sono convinto che in noi sapiens non ci sia nulla che sia definibile come “profondo”, ma piuttosto come “complesso”, nel senso di difficile da modellizzare ed esperire.
    così come sono convinto che la parte di noi che può definirsi individuale sia davvero esigua e che sia di origine biochimica, cioè genetica: le nostre idee, i nostri gusti, sono quasi totalmente tipologici, cioè fanno parte di pacchetti che riceviamo nel corso della vita, dai quali ci scostiamo di molto poco: quindi anche qui l’orizzontale prevale sul verticale, sulla “profondità”.
    quindi se mi dai del superficiale, direi che cogli nel segno.
    direi che dimostri perspicacia da un lato.
    e, dall’altro, un certo grado di quella cosa che chiamerei, da perfetto alligatore, il velo dell’Illusione Umanistica (IU) e dei suoi “valori” (metti il mito della “profondità”, fatto di parole vuote e sempre le stesse, sempre sguazzanti nella medesima ambiguità…) cui ci forma la cultura catto-repressivo-scolastico-borghese, dove ci immergiamo fin da piccoli e che richiede un certo sforzo per essere negata, rifiutata, calpestata…

    p.s.: queste considerazioni meritano rispetto al pari delle vostre: ridurre tutto all’alligatore è troppo comodo.

  77. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 14:01

    Per eventuali nuovi interventori, a chiarimento di quello che c’è nell’articolo, senza rispondere direttamente ad alcuno, faccio una cosa oscena, mi cito addosso:

    “Da un punto di vista strettamente ontologico, il conflitto fra la modernità e la sua scienza da un lato, e la concezione di Dio propria dei cleri storicamente determinati dall’altro, insorge non tanto dall’intrinseca insufficienza cognitiva e pragmatica del mito stesso; nemmeno la volontà di potenza dei vertici delle gerarchie ecclesiastiche basta a spiegarla in toto. La colpa storica delle gerarchie religiose, nella contemporaneità, è frutto dell’intersezione fra la volontà di potenza che le anima e le asservisce, e l’inadeguatezza rispetto al cambiamento culturale. È dunque una colpa tanto più grave, nella misura in cui si ingenera dal misconoscimento dello spirito del messaggio dei fondatori, e dall’idolatria della lettera.

    […]

    Una volta che ha perso contatto col mito originario che consacra l’universo e la coscienza dell’uomo in una grande narrazione cosmico-storica che li vede coessenziali, ogni singola casta sacerdotale storicamente determinata non vede altro che la propria, particolaristica, lettera morta, impressa sul suo proprio, particolaristico, libro sacro, ingiallito dalla forza corrosiva della storia.

    Questo per chi si fosse distratto un attimo.

  78. soldato blu il 5 gennaio 2009 alle 14:10

    Un dono per Tashego [non riesco a considerarlo sotto quel nuovo e brutto aspetto].

    *

    Questa specie di intellettuale è laico in modo risentito, perché considera la religione “della scienza” o “dell’umanità” non meno ingannevoli della religione del buon tempo antico. Il suo pensiero tende alla concezione di Nietzsche come mero prolungamento della teologia e di entrambe come forme della “più antica menzogna”. L’atteggiamento di un intellettuale del genere nei confronti della filosofia “scientifica” o “linguistica” è sintetizzato dalla battuta di Nietzsche: ”Temo che non saremo in grado di liberarci di Dio, sino a che crederemo nella grammatica.”
    Questa frattura fra due specie di intellettuale si è acuita nel corso di questo secolo.

    Si tratta della frattura delineata in modo impreciso dalla contrapposizione di Snow fra “cultura scientifica” e la “cultura letteraria”

    Si tratta della differenza tra l’intellettuale che crede che qualcosa come “l’applicazione del metodo scientifico” sia la migliore garanzia della libertà umana, e l’intellettuale che, con Foucault e Heidegger, considera questa nozione di “metodo scientifico” la maschera dietro la quale sono in agguato la crudeltà e la disperazione dell’epoca del nichilismo.
    Insorge quando i filosofi analitici osservano che Carnap emigrò mentre Heidegger aderì al partito nazista, o che Russell a differenza di Sartre si oppose tempestivamente allo stalinismo, o che Rawls condivide la comune speranza civile nella funzione della legge mentre Foucault nega a essa ogni valore. Fornisce una spiegazione del perché Kripke e Kuhn e Rawls lavorano tutti in qualche modo dalla stessa parte della barricata, anche se il loro interessi difficilmente coincidono, mentre Heidegger e Foucault e Derida lavorano dall’altra, anche se discutono argomenti notevolmente diversi.
    Questa si potrebbe considerare una frattura *politica*, perché entrambe le parti ritengono di perseguire gli interessi dell’intera *polis*, come leader che debbono notificare ai concittadini i pericoli del tempo presente.

    Anziché alimentare queste controversie, tuttavia, intendo proporre che si conservi la tolleranza pragmatica il più a lungo possibile; che ciascuno consideri gli altri onesti colleghi, magari un po’ fuorviati, che stanno facendo del loro meglio per portare della luce a tempi bui. […]

    RICHARD RORTY, Metodo, scienza sociale e speranza sociale, in “Conseguenze del pragmatismo” pagg. 226-227, Feltrinelli 1986.

  79. gina il 5 gennaio 2009 alle 14:35

    daniele ventre
    accipicchiolina che sbadata: sarà che il prossimo mestruo mi annebbia già il cervello:). così, del tutto inavvertita-mente, sarebbe quindi interessante sapere cosa non collima.

  80. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 14:45

    Nulla non collima.

  81. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 14:47

    Anche se Rorty non mi piace tantissimo.

  82. gina il 5 gennaio 2009 alle 14:53

    c’è un anche se di troppo:)

  83. alligator il 5 gennaio 2009 alle 14:59

    Difficile qui farsi capire.
    Inutile, probabilmente, cercare di riuscirci.
    Non credo che la scienza possa giungere ad alcun tipo di “conoscenza oggettiva”, vale a dire di Verità, ma solo ad imperfetti e continuamente ri-discutibili modelli di ciò che ci sarebbe “là fuori”, se ne ammettiamo l’esistenza fuori di noi.
    Non sono adepto di alcuna religione scientifica, né di alcun scientismo.
    Semplicemente credo che la “conoscenza” del mondo – con tutti i limiti citati, più altri non citati – sia esclusivo appannaggio della traiettoria della scienza, mentre alla filosofia non restano che le glosse di un processo dal quale è nei fatti esclusa (auto-esclusa?) da almeno due secoli, se non tre.
    Quindi l’accusa – che sia o no di Rorty non mi cale – di scientismo fideistico, non solo è ingiusta, ma è filosoficamente inutile e sbagliata.
    Credere che non esista conoscenza al di fuori della scienza (posizione certamente non nuova) non significa credere nell’infallibilità della scienza, ma esclusivamente nella sua con-divisibilità e verificabilità, oltre naturalmente ad apprezzarne i vantaggi materiali nelle ricadute tecnologiche.
    Detto questo, c’è Darwin e qui il discorso si fa lungo e complicato.
    La maggior parte delle persone che conosco, degli autori che leggo, non ha assimilato Darwin se non superficialmente, nel senso che la loro visione delle cose e dell’umano, della vita, dell’identità, della conoscenza, dell’etica, della sessualità, dell’arte, del pensiero, della conoscenza, della religione, eccetera, non ne è stata sostanzialmente scalfita.
    Quella darwiniana è una rivoluzione lenta, che combatte la sua battaglia, suo malgrado, contro religione e filosofia, eccetera, e che si può dire cominci adesso.
    Tirare le somme dell’essere pesci-evoluti-sulla-terraferma, per esempio, significa dirsi chiaro e tondo che non esistono le “origini” dell’umano, ma solo, eventualmente, le origini della vita ed esclusivamente come problema scientifico.
    L’umano non è mai “cominciato”, non esiste un prima arcaico e primitivo e un dopo, noi, classici e perfetti.
    Non esiste la “mente umana”, ma solo la forma umana delle mente, che viene PRIMA, MOLTO PRIMA del sapiens.
    Stesso discorso per la “natura umana” sulla quale ottimi cervelli hanno perso molto tempo, non volendo ammettere l’evidenza: il problema della natura umana è il problema dei primati, che è il problema dei mammiferi, che è il problema, dei rettili, che è il problema dei pesci, eccetera: tutto ciò che siamo era già scritto molto tempo prima: noi siamo solo un accezione del vivente che ha fatto della mente la sua arma adattativa principale.
    Ma i virus, per esempio, se la cavano molto meglio di noi…
    In quanto al sapiens, esiste una poltiglia confusa fatta di numerosi tentativi abortiti, di specie che distruggono altre specie affini, di incominciamenti evolutivi ancestrali, di dimensioni temporali non-immaginabili, di paradigmi tecnologici e culturali molto diversi tra loro abrogati molte volte, di sradicamenti di culture e civiltà, eccetera: tutto nell’ambito del continuum del vivente e tutto come prodotto di questo e dei processi chimici del mondo.
    Cheppalle, ancora con Heidegger.
    Basta.

  84. Alcor il 5 gennaio 2009 alle 15:39

    Va bene, tash, siamo pesci, trovo affascinante conoscere la storia di quando noi pesci inventammo gli dei e di tutti i modi in cui li inventammo e cosa ne derivò e ancora ne deriva.
    E ringrazio sentitamente Ventre per questa prima puntata.
    (E torna al tuo vecchio nick, che questo è orribile, tra l’altro una via di mezzo nella scala evolutiva, né carne né pesce e condannato a restare sempre uguale a se stesso o a estinguersi, un sentiero interrotto nella marcia del pesce verso l’uomo)

  85. funiculì funiculà il 5 gennaio 2009 alle 15:57

    un *sentiero interrotto*? ma all’ora aid&gher centra davero!!!

  86. macondo il 5 gennaio 2009 alle 16:44

    … non dimentichiamo che il cervello umano, quello sapiens, è solo una crosticina sul cervello rettile…

  87. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 17:36

    Chiarisco per i passanti quello che ho effettivamente cercato di dire.

    So benissimo che la scienza non attinge a conoscenze oggettive, ma formula comunque teorie verosimili, in grado di risolvere quantomeno i problemi nascenti dall’incontro fra le attese del ricercatore e la realtà. Il ricercatore aggiusta man mano il tiro secondo un ideale regolativo positivo di verità e di autoconsistenza logica. L’approssimazione è indefinita, il cammino della scienza segue linee imprevedibili, è spesso costellato da scoperte serendipiche, ma la sostanza dei fatti rimane quella. L’ideale regolativo di verità e il conseguente fallibilismo non discendono dalle stelle, ma dagli universali semiologici dell’argomentare.

    Quanto all’evoluzione, ribadisco che essa va darwinianamente intesa come (da incontinente mi ricito addosso), “un cammino … irto di errori e di drammi, di vicoli ciechi, di deviazioni e di scoperte casuali, di svantaggi e opportunità nascenti da dinamiche accidentali”, frase dove “errori” e “drammi”, “svantaggi” e “opportunità” vanno intesi nel loro senso volgare e non come termini tecnici. Insomma, ho detto che l’evoluzione è un processo casuale di adattamento, in cui le creature, col loro pool genetico, propongono, e in cui l’ambiente, coi suoi mutamenti (ora lenti ora improvvisi) casuali, dispone. Che è poi la sostanza del pensiero (neo-)darwiniano. Ho anche aggiunto che “teorie pseudoscientifiche come l’intelligent design, suonano obbrobriose”.

    Quanto ad Heidegger, il fatto che abbia aderito per opportunismo accademico al partito nazista non sminuisce il suo valore come scopritore di strumenti concettuali, semmai il suo valore come essere umano, dal punto di vista della propria coerenza con la propria filosofia. E sostanzialmente, resta vero il concetto che un essere cosciente si interroga sul senso del proprio essere. Per quel che ne sappiamo con certezza, sul pianeta Terra, terzo del sistema solare, solo la specie Homo sapiens e alcuni dei suoi antenati e cugini evolutivi rispondono a questo identikit di esseri coscienti. Certo, negli anni settanta John Lilly raccolse prove controverse che anche i delfini tursiopi hanno capacità di linguaggio articolato e di coscienza, ma il problema è che i suoi esperimenti non vennero confermati. Quasi sicuramente esistono altri esseri coscienti nel resto dell’universo, anche se non ne abbiamo prova assolutamente certa. Ma in ogni caso, tutto ciò che si può ipotizzare su delfini e omini verdi non cambia molto il concetto di fondo, credo…

  88. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 17:43

    E nemmeno l’ipotetica presenza di manisfestazioni di “religiosità naturalistica” fra gli scimpanzé bonobo, che danzano e assumono comportamenti euforici in presenza di luoghi suggestivi come fonti, anfratti o cascate, cambia il discorso, semmai lo arricchisce.

  89. soldato blu il 5 gennaio 2009 alle 19:10

    Mi spiace che Tashtego non abbia apprezzato il mio dono, l’ha scartato dalla parte sbagliata e ha pensato che fosse contro di lui: una mela avvelenata.
    Non era così.

    Piuttosto mi pare pesante l’uso che Tash fa dell'”evoluzione”. Quasi fosse l’arma vincente contro tutto quello che non è “soltanto misura”. Dandone però una versione immiserita che ne limita la centralità.

    Il concetto di organismo evolutivo, autonomo e riproduttivo, in grado di produrre lavoro, sembra infatti possa essere applicato non soltanto ai pesci [o magari alle cellule procariote o eucariote] nella ricerca di un “fondamento” per ciò che siamo, per dove andiamo, per cosa vogliamo.

    Ma – tanto per contrastare questa specie di “riduzionismo biologico armato di evoluzionismo” – anche alla biosfera. Fino ad arrivare all’universo – agli universi – mettendo problemi che non si limitano a cercare di sapere dove sono finite le nostre branchie.

  90. Daniele Ventre il 5 gennaio 2009 alle 19:17

    Infatti. Ne è un esempio la teoria dell’evoluzione cosmologica di Lee Smolin, che citava di sguincio.

  91. Pensieri Oziosi il 5 gennaio 2009 alle 23:07

    Non mi ricordo più: di chi è l’aforisma secondo il quale l’epistemologia è utile alla scienza quanto l’ornitologia agli uccelli?

  92. Daniele Ventre il 6 gennaio 2009 alle 01:50

    Carucce le dispense

  93. soldato blu il 6 gennaio 2009 alle 07:45

    Purtroppo non sono stato tempestivo a rispondere, quando Tash chiedeva in quale modo la “metafisica” sia servita alla scienza.

    Un libro che è stato già citato: Wolfgang Pauli, Psiche e Natura, comprende una parte intitolata “L’influsso delle immagini archetipiche sulla formazione delle teorie scientifiche di Keplero”.
    Pare che la struttura su cui Keplero ha pensato di basare il suo sistema eliocentrico, non sia altro che la Trinità.

    Un commento di Pauli: “L’atteggiamento razionalista adottato dagli scienziati a partire dal diciottesimo secolo ha poi fatto sì che i processi di fondo che accompagnano lo sviluppo delle scienze della natura, pur essendo come sempre presenti e pur esercitando un’influenza determinante, restassero pressoché inosservati, ovvero relegati nell’inconscio.”

  94. gina il 6 gennaio 2009 alle 10:20

    Magari invece tash sta divenendo pesce. e l’alligatore è semplicemente un luogo di trans-ito (sempre meglio dello scoglio con sirenetto edipizzato:)
    nella calza della befana transpecifica, per i trans-idiomatici performativi in grado di situar la lieta novella nel tempo spazio luogo di riferimento: Follow the chicken and find the world:)

    Chicken for Shock and Awe: War on Words
    by Donna Haraway

    Part I. Chicken
    Chicken is no coward. Indeed, this warrior bird has plied his trade as a fighting cock around the world since the earliest days such fowl consented to work for people, somewhere in south and
    southeast Asia.

    Anxious if brave, Chicken Little has long worried that the sky is falling. He has a good vantage point from which to assess this matter; for Chicken, right along with his over-reaching companion, Homo sapiens, has been witness and participant in all the big events of Civilization.
    Chicken labored on the Egyptian pyramids, when barley-pinching Pharaohs got the world’s first mass egg industry going to feed the avians’ co-conscripted human workers. Much later—a bit after the Egyptians replaced their barley exchange system with proper coins, thus acting like the progressive capitalists their exchange partners always seem to want in that part of the world—Julius Caesar brought the Pax Romana, along with the “ancient English” chicken breed, the Dorking, to Britain. Chicken Little knows all about the shock and awe of History, and he is a master at tracking the routes of Globalizations, old and new.

    Technoscience is no stranger either. Add to that, Chicken knows a lot about Biodiversity and Cultural Diversity, whether one thinks about the startling variety
    of chicken-kind for the 5000 years of their domestic arrangements with humanity, or considers the “improved breeds” accompanying capitalist class formations from the nineteenth century to now.
    No county fair is complete without its gorgeous “purebred” chickens, who know a lot about the history of eugenics. It is hard to sort out shock from awe in chicken-land. Whether the firmament takes a calamitous tumble or not, Chicken holds up a good half of the sky.
    In 2004 C.E., Chicken Little donned his spurs once more and enter the war on words thrust on him by Current Events. Ever a gender bender, Chicken joined the GLBT Brigade and outdid himself as a postcolonial, transnational, pissed-off spent hen and mad feminist. Chicken admitted
    that s/he was inspired by the all (human) girl underground fight clubs that s/he found out about on http://www.extremechickfights.com. Ignoring the sexism of “chick”—extreme or not—and the porn industry and pedophilic scene that vilifies the name of chicken, our Bird raptured those fighting
    girls right out of History and into his trannie sf world, fit to confront the Eagles of War and the Captains of Industry. S/he felt this rapturous power because s/he recalled not just the exploits of Cousin Phoenix, but also the years when s/he was a figure of Jesus Resurrected, promising the faithful that they would rise from the ashes of History’s barbecues.
    Barbecue. An unkind reminder of where Chicken Little had best concentrate her attention.

    For, at the end of a millennium, in 2000, 10 billion chickens were slaughtered in the U.S. alone. Worldwide, 5 billion hens—75% in cramped, multi-occupancy quarters called battery cages—were
    laying eggs, with Chinese flocks leading the way, followed by those in the United States and Europe. Thai chicken exports topped $1.5 billion in value in an industry supplying Japanese and EU markets and employing hundreds of thousands of Thai citizens. World chicken production was 65.6 million tons, and the whole operation was growing at 4% per year. Captains of Industry, indeed. Chicken could conclude that her/his major vocation seems to be breakfast and dinner while the
    world burns.

    Contrary to the views of her pesky friends in the transnational animal rights movement, our Opportunistic Bird is not against surrendering a pound of flesh in exchange for pecking rights in the naturalcultural contractual arrangements that domesticated both bipedal hominids and winged gallinaceous avians. But there’s something seriously foul in current versions of multi-species global contract theory.

    One way to tell the trouble—one detail among myriads—is that a 3-year study in Tulsa, Oklahoma—a center of factory chickenproduction—showed that half the water supply was dangerously polluted by poultry waste. Go ahead, microwave sponges in your kitchens as often as
    the clean food cops advise; inventive bacteria will outwit you with their fowl alliances.

    Well, one more detail. Manipulated genetically since the 1950s to rapidly grow mega breasts, chickens given a choice choose food laced with pain killers. “Unsustainable growth rates” are supposed to be about dot-com fantasies and inflationary stock markets. In Chicken’s world,
    however, that term designates the daily immolation of forced maturation and disproportionate tissue development that produces tasty (enough) young birds unable to walk, flap their wings, or even
    stand up. Muscles linked in evolutionary history and religious symbolism to flight, sexual display, and transcendence instead pump iron for transnational growth industries. Not satisfied, some agribusiness scientists look to post genomics research for even more buffed white meat.

    The first farm animals to be permanently confined indoors and made to labor in automated systems based on Technoscience’s finest genetic technologies, feed-conversion efficiency research, and miracle drugs (not pain killers, but antibiotics and hormones), Chicken might be excused for
    being unimpressed by the McDonald Corporation’s grudging agreement in 2000 to require that its suppliers give 50% more space per bird destined to be Chicken McNuggets and Eggs McMuffin.
    Still, McDonald’s was the first corporation in the world to admit that pain and suffering are concepts familiar to under-rated bird brains. Chicken’s ingratitude is no wonder, when no humane slaughter law in the U.S. or Canada to this day applies to chickens.

    In 1999 the E.U. did manage to ban battery cages—beginning in 2012. That should allow for a smooth transition. Perhaps more sensitized to ever-ready holocaust analogies, the Germans
    will make those cages illegal in 2007. In the market-besotted U.S., Chicken’s hope seems to be in designer eggs for the omega-3 fatty acid-conscious and free-range certified organic chickens for the
    conscience-stricken and pure of diet. The up-to-the-minute ethically fastidious might procure their chicken fix like the citizens in Margaret Atwood’s sf novel, Oryx and Crake (2003). There, chicken
    knobs—tasty organs without organisms, especially without annoying heads that register pain and perhaps have ideas about what constitutes a proper domestic bird’s life—are on the menu.

    Genetically engineered muscles-without-animals illustrate exactly what Sarah Franklin means by designer ethics, which aim to bypass cultural struggle with just-in-time, “high technology” breakthroughs. Design away the controversy, and all those free-range anarchists will have to go
    home. But remember, Chicken squawks even when his head has been cut off.
    The law cannot be counted on. After all, even human laborers in the chicken industry are super-exploited. Thinking of battery cages for laying hens reminds Chicken Little how many illegal
    immigrants, ununionized women and men, people of color, and former prisoners process chickens in Georgia, Arkansas, and Ohio. It’s no wonder that at least one U.S. soldier who tortured Iraqi
    prisoners was a chicken processor in her civilian life.

    Part II. Sick
    It’s enough to make a sensitive Bird sick, as much from the virus of transnational politics as from the other kind. An avian flu outbreak in seven Asian nations shocked the world in the winter
    of 2004. Luckily, only a few humans died, unlike the tens of millions who succumbed in 1918-19.

    But before the 2004 fears abated, about 20 million chickens were prophylactically slaughtered in Thailand alone. Global TV news showed unprotected human workers stuffing innumerable birds
    into sacks, tossing them undead into mass graves, and sprinkling on lime. In Thailand, 99% of chicken operations are, in Global Speak, “small” (fewer than 1000 birds, since it takes more than
    80,000 to be “large”) and could not afford biosecurity—for people or birds. Newscasters waxed eloquent about a threatened transnational industry, but spoke nary a word about farmers’ and chickens’ lives. Meanwhile, Indonesian government spokespeople in 2003 denied any avian flu in those salubrious quarters, even while Indonesian veterinary associations argued that millions of birds showed signs of avian flu as early as October.

    Perhaps the Bangkok Post on 27 January 2004 got the war of worlds, words, and images right with a cartoon showing migratory birds from the north dropping bombs—bird shit full of avian flu strain H5N1—on the geobody of the Thai nation.

    This postcolonial joke on trans-border bioterrorism is a nice reversal of U.S. and European fears of immigrants of all species from the global south, After all, prototypes for technoscientific,
    export-oriented, epidemic friendly chicken industries were big on the Peace Corps agenda (a theme picked up later by GATT), right along with artificial milk for infants. Proud progenitor of such meaty progress, the U.S. had high hopes for winning the Cold War in Asia with standardized broilers and layers carrying democratic values.

    In Eugene Burdick and William J. Lederer’s 1958 novel, The Ugly American, set in a fictional southeast Asian nation called Sarkan, Iowa chicken farmer and agricultural teacher Tom Knox was about the only decent U.S. guy. Neither Knox nor subsequent Development Experts seem to have cared much for the varied chicken-human livelihoods thriving for a long time throughout Asia.

    Chicken Little is, of course, no virgin to debates about political orders. The darling of savants’ disputes about the nature of mind and instincts, the “philosopher’s chick” was a staple of nineteenth-century learned idioms. Famous experiments in comparative psychology gave the world the term “pecking order” in the 1920s. Chicken Little remembers that this research by the Norwegian Thorleif Schjelderup-Ebbe, a serious lover and student of chickens, described complex social arrangements worthy of fowl, not the wooden dominance hierarchies in biopolitics that
    gained such a hold on cultural imaginations. Behavioral sciences of both human and non-human varieties continue to find anything but dominance and subordination hard to think about. Chicken knows that getting better accounts of animal doings, with each other and with humans, can play an
    important role in reclaiming livable politics.

    Laying hens and fertile eggs dominate Chicken Little’s closing thoughts. Perversely, s/he finds there the stuff of freedom projects and renewed awe. The British animation film Chicken Run (2000) stars 1950s Yorkshire hens facing a life of forced toil. The appearance of Rocky, the Rhode Island Red, catalyzes a liberation drama that gives no comfort either to “deep animal rights” imaginations of a time before co-species domestication nor to millennial free traders in chicken
    flesh. Pecking hens have other biopolitical tricks tucked under their wings. Chicken Little returns in the end to the egg—fertile eggs in school biology labs that once gave millions of young hominids the privilege to see the shocking beauty of the developing chick embryo, with its dynamic architectural intricacies. These cracked-open eggs did not offer an
    innocent beauty, but they also gave no warrant to colonial or postcolonial arrogances about Development. They can renew the meaning of awe in a world in which laying hens know more about the alliances it will take to survive and flourish in multi-species, multi-cultural, multi-ordered
    associations than do all the secondary Bushes in Florida and Washington. Follow the chicken and find the world.
    The sky has not fallen, not yet.

  95. effeffe il 6 gennaio 2009 alle 10:27

    solo ora leggo tutto tutto d’un fiato. Appassionante da parte di persone appassionate un thread d’union piuttosto che di scazzeggiamento come (hèlas) accade spesso nelle nostre stanze indiane. certo che vengono le vertigini in certi passaggi ( vd Gombrowicz Witold,Corso di filosofia in sei ore e un quarto) e ripensi al grande incompreso Tommasiello (Kuhn) e alle sue immediate scuperte. oppure all’ultimo straordinario hacker de lo penzero (Ian hacking e la storia dei viaggiatori folli). Su una sola voce (vd orizzontale) dissento da tash e da mimmo pinto vd daniele. Con tash quando non coglie la bellezza lacrimosa e ineffabile del couchedrillo (e concordo anch’io con il ritorno al tash che non cambierei mai non dico con due ma anche tre, quattro cento cummentaturi) e con la caduta gucciniana. pur avendolo amato il Guccini come i pullover del suo cugino stilista, se proprio si voleva, nella crociata-parola, orizzontare lo penzero musicale avrei preferito una cosa così. più all’altezza della musica suonata fin qui. più alte le note.
    http://vids.myspace.com/index.cfm?fuseaction=vids.individual&videoid=48026363
    besos a todos ma sopratuto à todas
    effeffe
    ps
    mitica isabelle stengers…

  96. gina il 6 gennaio 2009 alle 12:04

    follow the chicken and find the world si è perso o è in moderazione?

  97. Daniele Ventre il 6 gennaio 2009 alle 12:15

    The world and the chicken: two theoretical forms.

  98. gina il 6 gennaio 2009 alle 12:20

    dai che era figa come calza dell’avio transbefana

  99. soldato blu il 6 gennaio 2009 alle 12:21

    Non bisogna lasciare ma solo Effeffe, quando porta contributi che paiono macigni rotolanti sulla nostra piccolezza. Se continua a crescere in questo modo, dobbiamo aspettare una prossima evoluzione per aver le giuste articolazioni nel collo per poterlo guardare in faccia.

    E allora:

    http://it.youtube.com/watch?v=hGG-dwMNPi8

    tenendo conto che sono appena più di due minuti di un’opera che ne dura 30’33”, con contributi in sette lingue e che ha richiesto quattro anni di lavoro per la sua composizione.

  100. soldato blu il 6 gennaio 2009 alle 12:41

    Se non sbaglio, non risulta da nessuna parte l’indicazione del musicista.

    Si tratta di Tibor Szemzo, slovacco.
    L’opera: Tractatus (1991-95): “The text and piano fragments are taken from
    *Tractatus Logico-Philosophicus” and “Vermischte Bemerkungen”

  101. Alanina il 6 gennaio 2009 alle 13:11

    Logoclasta è carino e me lo accatto volentieri.

    Però al principio era il logos non è genesi, è vangelo di giovanni, echcz.

    Se me lo spostate in continuazione, come lo rompo?

  102. gina il 6 gennaio 2009 alle 13:39

    magari invece tash sta divenendo pesce e l’alligatore è solo un vorace luogo di transito (va a gusti, imho è di sicuro meglio dello scoglio con sirenetto edipizzato).
    Del resto, nella calza di una befana aviotranspecifica si può anche seguir la gallina e trovare il mondo
    (così ingombra meno se salta fuori l’extended pippone…..fumatevelo alla mia salute:)

  103. macondo il 6 gennaio 2009 alle 15:06

    besos para tod@s… ecchcz

  104. magda il 6 gennaio 2009 alle 17:17

    Invece io viro:
    esistono due modi di speculare:
    o ripercorrere la teoresi e farsi affascinare da pensieri già formulati e condividerne i passaggi producendo magari l’ermenetica della teoresi…..i libri sui libri…..
    o ispirandosi direttamente dal vissuto e ripartire ognivolta da un punto zero di teorizzazione. Partire dall’incanto filosofico produce filosofi, partire dai libri produci critici.
    Non è la stessa cosa.
    La vita filosofante è pertanto aperta a tutti, purchè i tutti abbiano predisposizione alla metacognizione.

  105. macondo il 6 gennaio 2009 alle 21:35

    E’ troppo di moda, fa figo oggi dire: “Che paese di merda”. Io invece più conosco il mondo, più apprezzo gli italiani. Abbiamo una cultura millenaria sotto il cui peso abbiamo imparato a essere ironici, scanzonati, tolleranti, ad arrangiarci, a sorridere comprensivamente dove altri si straccerebbero le vesti. E siamo, in fondo, dei buoni, abbiamo, cioè, un cuore (anche se talvolta, per pudore, lo nascondiamo). Provate a dire a un tassista di un qualsiasi paese latinoamericano “sono italiano”. Vi sorriderà con complicità, e si metterà a snocciolare la formazione della nazionale italiana. Provate a dirgli invece: “sono nordamericano”. Minimo vi farà scendere dal taxi o vi farà pagare il doppio la corsa. (La nazionalità alternativa è modificabile ad libitum, of course, come la nazionalità del taxista). Questo vuol dire che nel mondo non siamo visti come nemici. Invece in Italia ci guardiamo in cagnesco. E nessun ecumenismo, per carità. Sono mooolto di parte, e intollerante verso chi, dall’alto, di questo paese ha fatto e cerca sempre di fare “un paese di merda”.

  106. macondo il 6 gennaio 2009 alle 21:38

    Che sbaglio di merda, il mio. Pardon, ho sbagliato 3d…

  107. Alcor il 7 gennaio 2009 alle 02:27

    Pensavo che questa balla degli italiani brava gente non avesse più mercato.

  108. soldato blu il 7 gennaio 2009 alle 09:23

    Ritornato al lavoro, trovo gli auguri di un editore, con questa frase che, forse, poteva essere un’indicazione per questa discussione:

    Sogliono per metafora applicarsi i vocabuli della scienza alle cose incapaci di sapere; onde diciamo la natura essere ingegnosa, che l’alte quercie contemplano il cielo, e delle fere si dice che alla voce della lira di Orfeo stavano intese e maravigliate, e de’ prati ed alberi si dice che si raccordano delle loro artificiose opere nella primavera»

    Vedi alla voce “Sapienza” in: Emanuele Tesauro, Vocabulario italiano, 2008.

  109. maria v il 8 gennaio 2009 alle 08:42

    ragazzi, grazie, bella discussione
    non ho forze a sufficienza per contribuire
    (il natale mi provoca depressione post-partum, dev’essere un disturbo del nome ;-)
    ma ci tenevo a offrire anch’io una strenna, in particolare a gina (la mia preferita) vorrei dedicarle… semplicemente dio :-)

    http://it.youtube.com/watch?v=sL0CmiKIOgU

  110. soldato blu il 8 gennaio 2009 alle 13:17

    Non posso fare a meno, all’interno di questa discussione, che segnalare un libro uscito da poco e che, se anche l’ho appena iniziato, mi pare molto bello:

    EDWARD O. WILSON, La creazione, un appello per salvare la vita sulla terra. Adelphi 2008.

    Il libro si apre con un primo capitolo intitolato: “Lettera a un pastore della chiesa battista”, e mette bene in evidenza come la scelta di “non discutere” possa essere, non soltanto sbagliata politicamente, ma anche pericolosa per i destini dell’umanità.

    Quello che mi ha spinto a prendere le distanze da Dawkins – e non certo da Odifreddi – è proprio un certo tono di supponenza scientifica che, per esempio, manca in Wilson.

  111. Daniele Ventre il 8 gennaio 2009 alle 16:26

    Dawkins, come zelota della scienza (tale si autodefinisce), è per me una sorta di implicita conferma.

    Io posso affermare che una legge fisica fondamentale descritta da un’ipotetica M-teoria (o da una teoria quantistica della gravità) determina tutti i fenomeni riscontrabili in natura; oppure posso predicare che ogni cosa che accade è volontà di dio. Alla base di entrambe le posizioni c’è uno schematismo epistemico comune, estrinsecabile nell’affermazione per cui l’esistente in ogni sua manifestazione è riconducibile a un fondamento autoconsistente. Entrambi gli atteggiamenti portano significazione di un rapporto, di una percezione, di un aspetto, nonché di un modo di rendere intersoggettiva questa percezione e questo rapporto. Chi parla di volontà di dio (o di assenza di un dio riconoscibile come tale), inscrive le esperienze umane, sul piano esistenziale, in un messaggio veicolatore di forza pragmatica (il “perché proprio io?” del Giacobbe di turno); l’intersoggettività pragmatica che ne deriva è condivisione e ‘comunione’ (niente a che fare con l’eucaristia, beninteso). Chi parla di grande unificazione (o di superforza), instaura fra gli eventi, sul piano esistentivo, una connessione esplicativa di natura ipotetica (a determinate condizioni si ottengono determinati riscontri -lo “hypotheses non fingo” essendo un altro discorso); l’intersoggettività conoscitiva che ne risulta è obbiettività e controllo. Dawkins rappresenta semplicemente uno degli esiti prevedibili nell’ambito di una simile ‘diglossia’ epistemica: un monismo dei linguaggi e delle dinamiche cognitive, che coincide con l’assolutizzazione della scienza. Tale atteggiamento è certo possibile, ma in pratica si pone, rispetto alla realtà storica dell’uomo, come un habitus mentale deprivato di contenuto informativo, poiché unilateralizza (in peggio) e appiattisce l’effetto di un fenomeno culturale, snatura la stessa forza esplicativa della scienza, trasformando la scienza stessa in mito e rito, esprime l’idea che in una comunità umana non possa darsi altra condivisione e comunione che il sottostare tutti alle stesse, onnipervasive, dinamiche di controllo. L’altra possibilità, ovviamente, è negare ogni validità al reale potere esplicativo delle ipotesi scientifiche, declassandole a bruta tecnicità; da questo tipo di ‘orientatio’ (tipico dell’integralismo religioso) discende, di necessità, l’idea che in una comunità umana non possa costituirsi altra forma di approccio al reale che la pressione del consenso determinata dall’esercizio della forza pragmatica. L’uomo della religiosità integralista è certo un servo dell’idolo; l’uomo del monismo scientistico ‘à la’ Dawkins è d’altro canto un suddito del controllo.

  112. gina il 8 gennaio 2009 alle 19:39

    (maria:!!!!!!! obrigada e……. apri le casse:)
    http://www.youtube.com/watch?v=nFF8bubMc40

  113. maria v il 8 gennaio 2009 alle 23:57

    OT, ma non ho mail privata, siate pazienti, vi prego

    gina gina gina…ti bacio e rilancio :-) ginaaaaaa devi ascoltare questa superfiga pazzesca (appena scoperta grazie a luigi su absolute)
    questa favolosa”Quing”-madonna che mi ha appena catapultata fuori dal letargo, te la dedico così tutta anatomica :-) calza a pennello ;-) con tutta…
    Testa, Cuore, Culo :-)))

    Kopf, Herz, Arsch

    http://it.youtube.com/watch?v=86H_uoKJf4E

  114. gina il 9 gennaio 2009 alle 07:29

    que vivan le mad(am)nes(s:) con la coda!



indiani