Autismi 2 – Mio suocero (1a parte)

5 gennaio 2009
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 di Giacomo Sartori

Quando l’ho conosciuto mio suocero non mi ha fatto l’effetto di un terrorista. Aveva un completo blu scuro che gli stava molto bene, e un’elegante cravatta. Era molto tranquillo. Più che un terrorista, sembrava un signore molto distinto e sicuro della propria posizione sociale, un grosso dignitario di un paese socialista con gli zigomi alti e le guance sode. Facevo fatica a immaginarmi che avesse pianificato degli attentati, avesse trasportato degli esplosivi, avesse sparato a bruciapelo. Non sembrava il tipo che è stato condannato a morte. E invece era stato condannato a morte. Poi era riuscito a scamparla, ma la condanna era stata emessa.

I terroristi non hanno necessariamente scritto in faccia che sono terroristi, mi dicevo, mentre osservavo la pelle liscia e morbida del suo viso rasato da poco. Anzi, molti individui sembrano terroristi fatti e finiti, e invece sono mansueti come pecore imbottite di sedativi. Mio padre per esempio aveva ostentatamente rifiutato le regole democratiche, aveva fatto per tutta la vita l’apologia del fascismo, s’era sistematicamente defilato dai suoi doveri di padre, ma nei fatti aveva vissuto come un qualsiasi piccolo borghese. Lui che si era sempre atteggiato a terrorista non era affatto un terrorista, mentre mio suocero, che era un terrorista fatto e finito, o comunque lo era stato, e per questo era stato condannato a morte, sembrava un alto dignitario di un paese socialista, di quelli che sono partiti da una famiglia di contadini e sono arrivati ai vertici mondiali. Vatti a fidare delle apparenze.

Mio suocero non faceva caso alle persone che entravano e uscivano dalla sua stanza. Sembrava contento che venissero tutti a trovarlo, ma nello stesso tempo pareva preso da altre cose. Non parlava con nessuno. Nemmeno a me parlava, nonostante fossi suo genero. Da soli quattro giorni, ma pur sempre il genero. Aveva i capelli tirati all’indietro e molto in ordine. Si sarebbe quasi detto che non muovesse la testa per non correre il rischio di scombinarsi la pettinatura, come fanno certe signore con la messa in piega. A quanto pare era un terrorista che ci teneva ai capelli.

Anche a casa si era sempre comportato da terrorista, a stare ai racconti di mia moglie. Brandiva pistole e altre armi da fuoco, fracassava i mobili, minacciava le sue due figlie di ammazzarle di botte, minacciava di uccidersi, batteva la testa nel muro fino a cadere stecchito per terra. Aizzava contro la bambina che sarebbe poi diventata mia moglie il suo cane lupo. I terroristi ci se li immagina sempre durante le loro austere azioni terroriste, mentre la vita del terrorista ha un sacco di attese, un sacco di tempi morti: gran parte dei terroristi sono terroristi anche nella vita privata. Anzi, a stare ai resoconti di mia moglie è proprio nella vita privata che i terroristi sono più terroristi.

Nel bislungo e come fossilizzato appartamento con le vetrate che davano sulla litoranea molto trafficata c’era sempre più gente. E con mio grande imbarazzo tutti mi salutavano. Ero il marito di una delle figlie, quindi davano per scontato che conoscessi tutti, e che conoscessi la casa. Era la prima volta che mettevo il naso lì, ma tutti i parenti e gli amici di famiglia mi trattavano come se fossi un intimo di casa. Non cercavo di ricordare i nomi, erano troppi, e troppo simili tra di loro. Stringevo meccanicamente mani che non avevo mai stretto e fissavo occhi che non avevo mai incrociato.

Mi sembrava di capirlo, mentre osservavo la sua faccia ostentatamente impassibile. Mi sembrava di capire perché nella seconda metà della sua esistenza aveva sentito la necessità di cucirsi addosso quella maschera di alto-borghese. Mi dicevo che i veri terroristi devono necessariamente nascondersi sotto una parvenza di normalità, ne va della loro sopravvivenza. Avrei voluto chiedergli come vedeva il rapporto tra terrorismo e normalità, se pensava anche lui che in certe condizioni gli estremi finiscono per toccarsi. Ma era evidente che non mi avrebbe dato corda: non aveva abbastanza confidenza. Forse se lo avessi incontrato una decina di anni prima mi avrebbe risposto, mi dicevo. Forse al primo marito glielo aveva detto, cosa c’è in comune tra l’essere un terrorista e la corazza borghese che aveva indossato. A me non diceva niente.

C’eravamo visti per la prima volta quattro giorni prima. In dieci anni che stavo con sua figlia assieme non ci eravamo mai incontrati, ma al matrimonio era venuto. Era salito apposta dalla riviera del sud con la consorte, avevano preso un albergo non troppo lontano da casa nostra. Mi era sembrato affabile e alla mano, per quello che avevo potuto capire. Ma non l’avevo osservato più di tanto, perché durante il pranzo di nozze era seduto all’altro capo della tavolata. Dalla mia parte c’era mia madre, che vociferava che al giorno d’oggi il matrimonio non è molto grave, perché se dio vuole c’è il divorzio. Il divorzio è la più bella invenzione degli ultimi duemila anni, la più sana, diceva. Parlava in italiano, ma tutti sembravano capire. Anche perché ripeteva ogni frase gridando via-via più forte. Dopodichè riprendeva una sua altra farneticazione riguardo alle mogli che stirano le camice dei mariti, con ampi gesti però che facevano piuttosto pensare a degli amplessi. Queste e altre inopportune pazzie che mi impedivano di rilassarmi e tanto meno di osservare mio suocero. E comunque quel giorno non ero molto lucido, perchè avevo mal di testa. Secondo mia moglie avevo mal di testa perché mi sposavo contro voglia. Io invece le avevo detto che avevo mal di testa perché avevo mal di testa, senza nessuna ragione particolare.

Verso la metà della mattinata una signora molto anziana ma ancora fiera della propria mummificata femminilità mi chiese dove avrebbe potuto trovare un bicchiere di acqua. Io indicai vagamente la direzione di quella che supponevo potesse essere la cucina. Mi sentivo un impostore. Mi ero dipinto sulla faccia un’espressione adatta alla circostanza, recitavo. Stringevo mani, baciavo guance, dicevo frasi. Incameravo condoglianze per un dolore che non provavo, che non potevo materialmente provare. Fingevo. Per questo mi guardavo intorno come chi teme di essere scoperto. Per questo mi sudavano le mani. Avevo paura di venire smascherato.

Ci eravamo sposati per non separarci. Ero io che le avevo fatto la proposta. Lei all’inizio non voleva saperne. Una settimana dopo il matrimonio sarei ripartito con un’altra venticinquenne, mi diceva. Non sapevo nemmeno io cosa volevo, non l’avevo mai saputo, mi diceva, con oscillamenti della testa di commiserazione. Le proponevo quella cosa solo perché ero ridotto molto male, e non sapevo dove sbattere la testa, mi diceva. Avevo intenzione di vivere alle sue spalle, diceva. Poi invece aveva accettato. E anzi ci aveva preso gusto, si era buttata anima e corpo nei preparativi. Telefonava a destra e a sinistra e prendeva le decisioni che si devono prendere quando si organizza un matrimonio, era contenta. Non era il suo primo matrimonio, ma era come se fosse il primo. E quindi anch’io ero contento. Dopo molti mesi ci sorridevamo, andavamo a mangiare al ristorante senza che nessuno dei due si alzasse di scatto e scomparisse nel nulla. E adesso eravamo sposati. E senza che nessuno lo avesse programmato ci trovavamo a casa dei suoi.

Il migliore amico di mio suocero si aggirava per la casa con le mani dietro la schiena. Ogni tanto entrava nella stanza con le persiane abbassate dove si trovava il suo fedele amico, e poi usciva scuotendo la testa: riprendeva a trascinarsi per la casa con le mani in tasca e mordendosi le labbra dall’interno. Era evidente che non aveva intenzione di parlare con nessuno. Anche lui era stato un terrorista, anche lui era stato condannato a morte. Lanciava in avanti le gambe con dispetto, come fanno le persone che sono stizzite ma che per qualche ragione preferiscono tenersela dentro. O anche si sedeva su una poltrona con i gomiti appoggiati alle ginocchia, e si stringeva la testa tra le mani.

Mio suocero non sembrava essere a disagio, sdraiato vestito di tutto punto sul letto. Pareva considerare normale il fatto di essere morto. Per certi versi appariva sollevato: almeno aveva finito gli incessanti litigi con la moglie, almeno tutte le grane erano finite. Ma era chiaro che per lui il decesso era qualcosa di serio, che va affrontato con una estrema dignità. Anche la morte faceva parte della maschera che copriva l’anima da terrorista. Era tutto preso nella rappresentazione della morte, di una morte dignitosa e rispettabile. Per questo aveva appuntato sul petto lo stemmino della legione l’onore, per questo sembrava esibirlo con l’impettita fierezza degli anziani ex-combattenti. Era morto, e in più era tutto preso dal suo ruolo di cadavere dignitoso e rispettabile, e quindi non potevamo parlare. Potevamo al massimo comunicare nel pensiero, ammesso che dentro di lui ci fosse ancora un pensiero. Per parlare nel senso stretto del termine era però troppo tardi.

Il giorno dopo il matrimonio eravamo usciti a cena. La donna che adesso era mia moglie, i suoi attempati genitori, ora miei suoceri, e io. Per dieci anni non c’eravamo mai incontrati, ma adesso ero il marito, quindi cenavamo assieme. Mangiavamo assieme come persone che non si conoscono e che non hanno niente da dirsi, ma senza imbarazzo apparente. Fino agli zingari. Non so come il discorso era caduto sugli zingari, e mio suocero sosteneva che la vera soluzione era espellerli tutti dal territorio nazionale. Mia moglie era insorta, aveva detto che erano molto meglio di molti connazionali che hanno una villa con piscina e un’alta opinione di loro stessi. Mi domandavo se si sarebbe alzata e si sarebbe affrettata verso l’uscita, come faceva con me. Se così fosse stato, avrei dovuto seguirla, o restare con i suoceri? Era più indicato porre l’accento sul mio ruolo di marito o su quello di genero? Era un dilemma che mi si poneva per la prima volta. Era invece seguito un silenzio nel quale la comunicazione era affidata ai tintinnii delle forchette. Poi mio suocero mi aveva domandato che lavoro facevo, e io avevo risposto che in quel momento non avevo un lavoro. Facendo un mulinello con la mano, come chi vuol far capire che ha molte possibilità, e deve solo decidersi a scegliere.

C’era un’atmosfera artificiale, in quel poco rarefatto appartamento affacciato sul traffico balneare nel quale mi trovavo per la prima volta. Non ero solo io che fingevo, anche gli altri fingevano. Sotto al dolore e al raccoglimento di circostanza appariva la deferenza alle regole sociali, la preoccupazione di dosare le parole e i gesti, di mostrarsi nella giusta luce. Nelle addolorate occhiate che circolavano si leggevano la soddisfazione di agire come si deve agire e l’amor proprio. Gli uomini erano vestiti di scuro e molto eleganti, e anche le donne erano imbalsamate nella loro eleganza. Molte avevano i capelli ossigenati: non avevo mai visto così tante donne che fingevano di essere bionde tutte assieme.

Adesso dovevo avere molta pazienza, perché sua figlia non aveva affatto un carattere facile, mi aveva detto il mio nuovo suocero prima di salire sul taxi che li avrebbe portati all’albergo, dopo la cena. Per niente facile, aveva ribadito, con una faccia che esprimeva un autentico spavento. Parlava a un volume normale, e senza affatto tirarsi in disparte, ma pur sempre in modo che sentissi solo io. Quelle sue frasi minacciose lanciate con scaltra destrezza nel frastuono della metropoli in modo che potessi sentirle solo io erano delle dichiarazioni da consumato terrorista di destra, mi pareva. Avrei voluto ribattergli che vivevamo assieme da dieci anni, e quindi le occasioni per conoscersi a fondo non erano certo mancate. E se avevamo deciso di sposarci voleva dire che ci andava bene così. Ma mi sembrava evidente che il mio parere non gli interessava.

Verso la fine della mattinata nel corridoio dell’appartamento dei miei suoceri spuntò una fila di persone, capitanata da un signore con i baffi pendenti sui lati e con una bandiera francese che gli attraversava di sbieco il pancione. Sgusciavano uno per uno nella stanza lasciando passare chi ne stava uscendo, come se avessero preparato nei dettagli la coreografia. Il primo era il sindaco della cittadina, e quelli che lo seguivano in fila indiana erano i vari consiglieri comunale, sentii bisbigliare da qualcuno. Un consigliere piuttosto giovane con i capelli lunghi remava su una carrozzella a rotelle. A quanto pare mio suocero faceva parte del consiglio comunale, e quindi venivano a dargli l’estremo saluto. Da terrorista si era convertito alle regole democratiche, si era trasformato in un rispettato consigliere del centrodestra. A differenza di mio padre lui si era convertito.

Il mattino dopo ancora quelli che erano adesso i miei suoceri erano ripartiti per il sud, dove si erano stabiliti dopo il periodo del terrorismo coloniale. E io mi ero ritrovato solo con quella che era e sarebbe rimasta mia moglie. Era stato un disastro fin dall’inizio. Non c’era più nessuna traccia della gioia del periodo dei preparativi. Nemmeno il più piccolo indizio. Era come se il palloncino di felicità che si era andato ingrossando nelle ultime settimane fosse esploso. Al posto della contentezza erano ritornate le recriminazioni astiose, al posto dei sorrisi gli sguardi in cagnesco. Lei aveva preso quindici giorni di ferie, ma né io né lei avevamo voglia di fare alcunché. Ci alzavamo molto tardi, ci salutavamo appena.

All’inizio della settimana successiva avremmo dovuto partire per un giro di una settimana in Marocco, che nel trasporto prematrimoniale avevamo presagito come un felice di viaggio di nozze. Ma era chiaro che né io né lei avevamo voglia di andare in Marocco, e che anzi la prospettiva ci spaventava. Quindi non ne parlavamo, non facevamo nessun preparativo. Ognuno di noi constatava che il nostro tardivo matrimonio non apportava niente di nuovo: eravamo infelici come prima. In termini di felicità non cambiava niente che fossimo sposati o meno. Anzi, era peggio, perché adesso c’era di mezzo quel legame formale che le rispettive esperienze familiari ci portavano a considerare il suggello del fallimento affettivo.

All’inizio del pomeriggio mentre uscivo dalla stanza di mio suocero mi si avvicinò un signore con la testa infossata nel collo e le braccia lunghe. Pensai che si sbagliasse di persona, invece puntava proprio verso di me. La sua faccia ammaccata per certi versi mi diceva qualcosa, ma non mi ricordavo se davvero l’avevo già vista da qualche parte. Era il marito della sorella di mia moglie, ci eravamo già presentati, sputò fuori la faccia da pugile, accorgendosi che stentavo a inquadrarla. Poi per un lungo momento mi fissò con le sopracciglia sollevate, come sfidandomi a ribattere qualcosa. Per qualche motivo sembrava sempre più furente. Complimenti per essere entrato in una famiglia ricca al momento giusto, aggiunse, constatando che avevo la faccia tosta di non dire niente. Si riferiva all’eredità. Ma non l’ho capito subito: sul momento vedevo solo l’astio feroce, che da un momento all’altro avrebbe potuto trasformarsi in allenata aggressione fisica. Era impossibile non vederlo. Voltò i tacchi, e si mise a parlare con un militare in divisa.

La notizia della morte del padre si era abbattuta su quella che da quattro giorni era mia moglie come una mazzata. Era come se il fatto che si fossero frequentati così poco aggravasse le cose, rendesse il distacco ancora più doloroso. Il malessere dei giorni precedenti acquistava il suo vero senso, mi sembrava: in qualche modo avevamo presentito quello che sarebbe successo. Invece di partire per il Marocco dovevamo partire per la riviera del sud, la nostra vera meta era quella.

Adesso sapevo dove era la cucina. La grande cucina era l’unico posto dove potevo tirare il respiro, e dove non rischiavo di imbattermi in cognati appassionati di pugilato, mi ero reso conto. Per darmi un contegno, ma anche solo per passare il tempo, lavavo le stoviglie. Lavavo montagne di tazze e di bicchieri e piatti, che a quanto pare nessun altro pensava di lavare. A me è sempre piaciuto lavare i piatti. Modestia a parte penso di essere un ottimo lavatore di piatti, molto valido sia sul piano della velocità che su quello della qualità del lavaggio, ma attento anche al risparmio energetico. Ero contento di poter rifugiarmi in quell’attività nella quale mi sentivo perfettamente a mio agio. Sotto il lavandino c’erano dei guanti di gomma, ma io non li mettevo, perché i piatti mi piace lavarli con le mani nude, sentendo le scivolosità dello sporco e l’attrito inconfondibile della ceramica pulita.

(continua)

Immagine: Gerhard Richter, “Beerdigung” [Funerale], in Baader-Meinhof, 1988, cm 200 x 320, olio su tela, The Museum of Modern Art, New York.

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4 Responses to Autismi 2 – Mio suocero (1a parte)

  1. véronique vergé il 5 gennaio 2009 alle 12:10

    Un racconto spietato che fa vivere l’universo inferno della famiglia.
    Il narratore è portato dalla vicende, senza vera scelta, un po’ come nella vita, si accetta le cose, perché niente da sperare.
    E’ troppo tardi per rivedere l’orrizzonte dietro.
    C’è un’ impressione amara nella scrittura, un sentimento di sconfitta.
    La voilenza bruccia nel segerto della casa chiusa: ” nella vita privata i terroristi sono più terroristi.”
    Parola essenziale per sentire il testo nella sua dolore, brutalità.
    Amo il contrasto tra la scrittura a distanza, perfetta e la brutalità suggerita.

    Grazie.

  2. zang il 5 gennaio 2009 alle 18:43

    A me (invece) par quasi di sentire il riso dell’autore mentre scrive.

  3. diego il 7 gennaio 2009 alle 00:37

    Il primo libro di Sartori mi ha trovato una sera mentre mi aggiravo inquieto tra le bancarelle di un rumoroso mercatino campano. Come sempre accade. Bastano le prime due pagine, l’odore che ti rimane addosso lo sporco sotto le unghie, a non lasciare dubbi. Sartori è, vivaddio, uno scrittore. Tritolo è uno dei migliori libri italiani che mi sia capitato di leggere da perecchio parecchio tempo…
    Colleziono con trepidazione gli Autismi.

  4. véronique vergé il 7 gennaio 2009 alle 10:29

    Consiglio anche Sacrificio ( l’ultimo: crudele e con giovinezza smarrita)
    e il magnifico Anatonomia della battiglia che ausculta il vincolo tra padre e figlio.



indiani