A Gamba tesa: “Extraordinary facts relating to the vision of colors”

6 gennaio 2009
Pubblicato da

A proposito di “l’oro della camorra” di Rosaria Capacchione
di
Francesco Forlani

“Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell’inabilità a percepire i colori.(…)
Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d’onda.
Se, ad esempio, si mostra ad un daltonico un disegno con un triangolo rosso su uno sfondo verde questi non riesce a distinguere la figura.
Benché venga generalmente considerata una disabilità, in alcune situazioni il daltonismo può rivelarsi vantaggioso; un cacciatore daltonico, ad esempio, può riuscire a distinguere meglio una preda mimetizzata su uno sfondo caotico; analogamente, un soldato daltonico può evitare di essere ingannato dai camuffamenti che, al contrario, traggono in inganno persone che hanno una normale visione del colore.”
voce wikipedia

Ho un ricordo preciso, nitido, della telefonata ricevuta da Rosaria la sera in cui aveva finito di scrivere il primo capitolo del libro e aveva voglia di condividere con me quel momento. Nessuna eccitazione, euforia, nella sua voce, e man mano che procedeva nella lettura, le parole, il ritmo delle frasi, del respiro, in quella naturale punteggiatura che viene dai lunghi o brevissimi silenzi, sembravano tessere di un mosaico, ovvero pièces di un quadro generale andato distrutto e destinato al non sense, se non “ricostruito” in una narrazione. Pièces appunto di un teatro dell’assurdo.

A Napoli ho un amico che ogni qualvolta gli succeda qualcosa di strano, mi dice sornione: “una cosa senza senso”. Ammazzare una persona per errore o solo a scopo dimostrativo, torturarla pur sapendo che sta per morire, e allora vederla soffrire solo per te, perché tanto non ti sopravviverà né racconterà mai a nessuno della sua sofferenza. Avvelenare una terra, la stessa su cui lasci che crescano i tuoi figli, e crepino, come gli altri di morte orribile e violenta. Assistere a faide “senza senso”, e piegarsi alla volontà brutale di chi sembra tutto tranne che umano – ma sarebbe un errore cedere alla tentazione di considerare quell’inumano come estraneo alla propria umanità – sembra non potersi spiegare che attraverso le dimissioni della ragione.
Rosaria Capacchione invece, da quando ha cominciato a occuparsi di cronaca per il Mattino, a seguire ogni fase dei grandi processi e mutamenti del fenomeno della criminalità campana, della camorra, vuole farsene una ragione, convinta che esista un senso a tanto dolore.

Quando in piedi ascoltavo con lo stesso spaesamento di un testimone, la confessione della mia amica, un dettaglio mi aveva colpito all’inizio del racconto. E’ la descrizione delle calze di Pasquale Zagaria. Corto, in tutte le gradazioni del grigio. Sembra a prima vista un dettaglio poco importante, ma a ben pensarci è la cifra di tutto il libro quel gradazioni del grigio.
Ma noi gente del Sud si sa, al grigio siamo poco avvezzi, nemmeno attrezzati per un cielo grigio, figurarsi poi per il resto. A meno di non soffrire di “daltonismo” che come si diceva poco sopra è tutt’altro che un difetto in tempo di guerra. I colori mimetizzano infatti prede e predatori, cose e fatti, se chi ricerca non riesce a definire la linea di demarcazione, la border line tra una cosa e un’altra.

Come accade quando si cerca di capire, e combattere, la zona grigia in cui imprenditoria e camorra stilano una dopo l’altra le voci di un fatturato da fare invidia a una multinazionale.
Scrive Rosaria Capacchione:

A intaccare le certezze istintive dell’investigazione e del giudice che incrociano l’imprenditore camorrista sono le storie personali dei soggetti e l’equivocità di alcune condotte. le somme di denaro pagate periodicamente a esponenti dell’organizzazione camorristica in qualche caso hanno la natura di tangenti, in altri quella di contributi associativi e cioè il pagamento del costo dei vantaggi derivati dall’amicizia e dalla relazione d’affari con la camorra.
La voce di Rosaria Capacchione risuona di quella di uno dei suoi scrittori più amati, Leonardo Sciascia. Dello scrittore siciliano ha la stessa incrollabile, laica fede nella ragione. E nel cuore delle persone soprattutto se giudici in lotta con quegli stessi strumenti che hanno in dotazione. Il mondo del diritto sembra infatti almeno in un punto preciso negare ogni possibilità di demarcazione. Le gradazioni di grigio si moltiplicano all’infinito e il passaggio dal nero al bianco è tanto costoso e laborioso che pochi si avventurano fin lì.

Così commenta il Giudice Magi l’anomalia.

“Se è vero che le organizzazioni di stampo mafioso, rappresentano, soprattutto uno straordinario strumento di accumulazione economica e di alterazione delle regole di mercato, ci si poteva attendere un più elevato coinvolgimento di soggetti legati all’area economica del gruppo, reinvestitori, consulenti finanziari, imprenditori compiacenti. Le definizioni processuali hanno registrato , in questo versante, un limitato numero di affermazioni di responsabilità (specie nel settore della produzione e distribuzione del calcestruzzo) e numerose smentite alle ipotesi di accusa.”

(…) Credo che la ragione principale di tutto ciò sia da ricercarsi nel limitato impiego dello strumento rappresentato dalle indagini patrimoniali, a causa della loro estrema complessità che implica risorse, tempo a disposizione ed elevate professionalità da mettere in campo.”

Rosaria Capacchione sa quindi perfettamente che alla base delle minacce di morte che pesano su di lei c’è l’aver indicato agli inquirenti una o due piste importanti per bloccare patrimoni e flussi di denaro. La sola cosa che veramente irrita questa nuova tipologia di camorrista imprenditore è perdere soldi.
Continuando nella lettura della dichiarazione del giudice Magi ritroviamo un’altra parola chiave di questa inchiesta quando parla di “tracce narrative relative all’invasione del potere criminale”.

Tracce narrative

L’ oro della camorra sembra allora uno di quei vecchi pannelli che c’erano nelle metropolitane di Parigi, altro amore oltre a Sciascia di Rosaria Capacchione. A Operà dovrebbe essercene ancora uno. Una mappa della metropolitana con una lucina per ogni fermata. In modo da “far vedere” all’inesperto viaggiatore il tracciato del proprio percorso. Bastava premere un pulsantino corrispondente sulla consolle che riportava in ordine alfabetico tutte le stazioni, e come per magia si illuminava la strada. Volete sapere che succede dei beni immobiliari confiscati alla camorra e da quest’ultima recuperati “legalmente” alle vendite d’asta? Volete sapere quali e quanti gettoni servano per azionare la laverie automatique del riciclaggio del denaro sporco? Basta aprire il libro, capitolo, due, tre, quattro, ed ecco comparire come per magia la traccia.
Lucine colorate, appunto. Perché se è vero che il flusso di denaro avviene attraverso zone grigie, franche, banche, società finanziarie, cooperative, imprenditoria, e viaggia grazie al suo passaporto “grigio” dappertutto, i soldi, loro, un colore ce l’hanno.
C’è l’oro rosso, dei pomodori San Marzano.

Per ogni chilo prodotto e distrutto l’Aima distribuiva risarcimenti sufficienti a ripagare abbondantemente il raccolto. Se poi all’ammasso arrivavano solo frutta e ortaggi avariati, se nei centri di distruzione – gli scamazzi, come venivano chiamati – si portava solo un furgone di sassi ricoperti da uno strato di frutta e verdura, allora la ricchezza era assicurata”

Bisogna solo immaginarsela la scena per provare lo stesso dolore di chi quelle cose le vede.

“Racconta il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone:
Ogni centro Aima, in rapporto alla produzione (mi riferisco ovviamente ai fittizi conferimenti), doveva corrispondere una somma che oscillava dai 50 ai 200 milioni (di lire,ndr) all’organizzazione dei casalesi. ”

C’è l’oro bianco di una imprenditoria, quella camorristica che non rinuncia affatto alla sua vocazione “contadina”. Latte clandestino, di bufala naturalmente, non controllato, di “produzione non tutelata” e rivenduto come se, con i margini di guadagno che è possibile immaginare pensando al costo, di una mozzarella di bufala Dop.

Man mano che si procede nella lettura del libro non ti prende lo sgomento, il senso di impotenza, che altre opere e penso soprattutto a Gomorra di Roberto Saviano, possono provocare, quanto una sensazione di consapevolezza, di comprensione crescente delle dinamiche che regolano non solo quel mondo lì, ma anche il tuo, e con quella consapevolezza ti senti più attrezzato, e quasi pensi che sia possibile la rivolta, una rivincita della tua terra, al punto da non capire perché per l’autrice, sia troppo tardi. Come quando in un’intervista per fresco di stampa alla mia domanda, come raccontare un assedio? Rosaria Capacchione aveva replicato:
Come un vecchio fortino del Far West. Meglio, come la presa di Troia, vista dalla parte di Ettore, però. Credo che sia rimasto pochissimo tempo. Quando smetteranno di sparare, vorrà dire che hanno vinto. E manca poco.

Ho già parlato in altre occasioni dell’importanza della voce per uno scrittore. Una voce non è soltanto il timbro, l’impronta di un autore ma soprattutto lo stile che devi ritrovare nell’opera che stai leggendo. la voce di Rosaria è discreta, mai roboante, “a levare” più che “ad aggiungere” come certi musicisti jazz che hanno il mestiere senza avere mai cercato la professione. Uno stile austero, perché la cosa fondamentale è dire come stanno le cose, ma soprattutto dove si deve cercare il senso di esse. Così l’ironia mai telefonata di certi passaggi come quando nella ricostruzione di una vicenda legata alla latitanza in Francia di Sandokan, da una intercettazione telefonica si scopre la sensibilità musicale del terribile capo clan.


“e chiede l’ultimo cd di Umberto Tozzi – è l’anno di Nell’aria c’è, evidentemente introvabile in Costa Azzurra”

Ho come l’impressione che Rosaria Capacchione abbia scritto un manuale di cui sentiva in tutti questi anni la mancanza. Un memoire cui potere attingere informazioni dal passato per capire il futuro. L’appendice, del libro, con l’indice dei nomi, le schede dei beni sequestrati, le sentenze, per un totale di oltre sessanta pagine, completa il progetto facendone uno strumento imprescindibile per ogni giovane cronista pronto a lanciarsi come lei, vent’anni or sono, nella battaglia. Con l’augurio che un giorno queste carte siano tracce narrative del solo passato. Senza più futuro.

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21 Responses to A Gamba tesa: “Extraordinary facts relating to the vision of colors”

  1. véronique vergé il 6 gennaio 2009 alle 08:21

    L’oro della camorra, leggero.
    Effeffe ha una manera acuta di tradurre la voce di Rosaria Caspacchione.
    Immagino un po’ la musica, tra silenzio e giusta ironia, l’incisione intelligente.
    Grigio della criminalità e rosso sangue.
    Sempre paragoni che fanno il quadro dell’analisi.

    Grazie per l’invito da leggere.

  2. Bianca Madeccia il 6 gennaio 2009 alle 12:11

    Preziosissimo Francesco, che qui stabilisce una analogia tra il daltonismo, disturbo relativo al vedere i colori, e quindi l’impossibilità di cogliere per intero la visione di un fenomeno, o di recepirlo solo in parte, o in maniera distorta, e la percettività alterata che regola la conoscenza o la semplice visione dei fenomeni camorristici.

  3. Daniele Ventre il 6 gennaio 2009 alle 12:20

    Che triste nazione la nostra, dove un branco di criminali può pronunciare una fatwa impunemente, perchè i vertici dello stato glielo permettono.

  4. niky lismo il 6 gennaio 2009 alle 13:30

    Signor Ventre, la sua configurazione è equivoca. Non è affatto che i cittadini si dibattano tra i due estremi della malavita da un lato e della politica collusa dall’altro. E’ invece che i cittadini stessi producono e alimentano quella “zona grigia” che è blandamente, inconsapevolmente, talvolta anche “scusabilmente” collusa con l’una e con l’altra. Messa diversamente, come lei suggerisce, ne usciamo quasi tutti vittime innocenti: e non è così.

  5. lucia cossu il 6 gennaio 2009 alle 13:38

    modesta proposta: chiediamo a effeffe di farci una versione ridotta di questo articolo per darla come volantino in giro ognuno nella propria città.

  6. Natàlia Castaldi il 6 gennaio 2009 alle 14:11

    mi associo alla proposta di Lucia Cossu.

  7. lucia cossu il 6 gennaio 2009 alle 14:27

    felice della tua disponibilità Natàlia. Mi faccio mandare da Francesco il testo e lo giro a chiunque voglia associarsi. Questa è la mia mail per chiunque fosse interessato cossu2002@libero.it

  8. funiculì funiculà il 6 gennaio 2009 alle 15:05

    essere conterraneo di persone come Rosaria e come Roberto è l’unico “orgoglio di appartenenza” che potrei mai concedermi nella mia esistenza. e, per quanto piccolo e insignificante possa essere, io ne sono fiero.

  9. Natàlia Castaldi il 6 gennaio 2009 alle 15:26

    castaldi@babelfault.com
    questa è la mia Lucia, grazie.

  10. Capitan Feendoos il 6 gennaio 2009 alle 15:27

    Sono contento di aver condiviso con te la sensazione di rigore, di razionalismo e, in fondo, anche di sguardo ottimista che resta alla fine del saggio. Qualità dell’autrice, che le infonde nelle pagine, e che pone L’oro della camorra molto più in alto rispetto a chi scrive cercando l’effetto sul lettore.

  11. carmine vitale il 6 gennaio 2009 alle 17:08

    è una immensa estensione degli occhi attraverso la quale rosaria squarcia, dal grigio passando tra buatte di pummarola finendo in fiumi maleodoranti di denaro denaro, il sipario
    è una vista dall’alto lieve e dolorosa come aquila che scorge il diradarsi di praterie e su tutto il sole assetato
    è sistema circondario vicinato che cresce evoluzione malriuscita di primate verso natura morta il prevale dell’apparire sull’essereessere
    è l’assenza e l’ombra di un mondo che ci vive ci circonda
    un olimpo senza dei
    un assedio
    che rosaria combatte
    e vince

    c.

  12. carmine vitale il 6 gennaio 2009 alle 17:10

    prevalere

    associatemi
    doarki@libero.it

  13. stalker il 6 gennaio 2009 alle 17:53

    libro secco, rigoroso, che ho apprezzato più di molti altri, senza nessun autocompiacimento, quasi come se l’autrice si fosse messa da parte per meglio farci mettere a fuoco.
    porge la nuda realtà, documentatissima.
    “Una calzini è un calzino”.
    grande cronista.
    sentendo la sua voce e le sue parole, intervistata a fahrenheit, oserei anche grande donna.

  14. viola il 6 gennaio 2009 alle 18:49

    quando sono rientrata dopo vari anni in queste mie terre, ho avuto un pugno allo stomaco per il degrado *umano* che tocchi con mano; poi impari a cercare di sopravivvere senza arrenderti, ma capisco l’amico di Forlani che parla di “cose senza senso”. Senza senso, appunto, laddove c’è una comunità umana, mentre invece qui avverti netta la sensazione di una corsa da lemming che avvelenano i figli per un pugno di dollari e scusate – ma è così – per il cianidrico gusto, antichissimo e corrosivo, del solo, puro, “potere” V.

  15. viky il 6 gennaio 2009 alle 21:08

    bellissima recensione. Mi è piaciuta molto l’idea della guida, della luce, una metafora della ragione che pone ordine nel caos, che ha bisogno di dare un senso a tanto “dolore”. Avevo già intenzione di acquistare il libro, leggendo questo pezzo mi è venuta voglia di correre in libreria…
    grazie Francesco!

  16. Salvatore D'Angelo il 7 gennaio 2009 alle 12:03

    Complimenti a effeffe per la maniera originale di presentare il libro di Rosaria Capacchione, che ho già letto e apprezzato, assieme e quello di Raffaele Sardo e di Gianni Solino. Tre diversi modi, di osservare/riflettere/riferire sullo stesso orrore. Il libro della Capacchione è quello più denso di fatti, quello che dà l’idea di cosa sia accaduto e stia accadendo nel sottomondo criminale e nel riverbero nella/sulla nostra devastata realtà. Da lettore, se un “difetto” posso trovare, lo individuerei nei continui lunghi inserti “giudiziari”, che rallentano la narrazione. Ma ne comprendo perfettamente la necessità e , tutto sommato, preferisco la lucidità del racconto dei fatti, alla “fluidità” estetica.
    Vorrei comunque presentarlo alla Casa delle Arti di Succivo, per un ciclo che riguarda il “fenomeno” criminale: oltre il suo anche La BESTIA di Raffaele Sardo, I Ragazzi della terra di Nessuno di Gianni Solino e il celeberrimo Gomorra di Saviano.

    Si, Niky Lismo non ha torto, non siamo tutti vittime innocenti…”pero, ad occhi aperti non so se mi assolvo”, come dice una canzone del Banco del Mutuo Soccorso

    Saldan

  17. raffaello magi il 7 gennaio 2009 alle 21:57

    E’ proprio così, il grande merito di Rosaria sta nel suo vissuto, nella forza della ragione, nella capacità di selezionare i fatti e farli percepire per ciò che sono, senza cedere al sensazionalismo perchè i fatti parlano da soli e coinvolgono tutti noi. Mi rimprovera spesso per l’uso di improprie virgolette – nelle mie narrazioni giudiziarie – e dunque non ne metto.. . Saluto . Lello Magi

  18. franco arminio il 8 gennaio 2009 alle 07:02

    caro francesco leggendo il tuo testo pensavo alla regione in cui vivo e al fatto che ci vivono tanti scrittori, tanti testimoni acuti, pensavo che sarebbe ora di marciare su napoli e chiedere la testa dei politici corrotti che ancora dominano la scena.
    armin

  19. effeffe il 8 gennaio 2009 alle 09:15

    sai Franco il fatto che ci vivono giornalisti (come Rosaria) e giudici (come Magi qui intervenuto e che ringrazio), o di associazioni di volontariato, testate giornalistiche, sale concerti mi tranquillizza di più. Quando sono con Rosaria so che nulla le fa più piacere dl conversare su temi come gli amori di Simenon o degli oscuri viaggi di un Olandese (Belga) volante. La letteratura deve essere anche il bacino da cui quelli che sono in prima linea possano attingere altro dal fango e dalla merda delle trincee. Ad Aversa per tantissimi anni operava un jazz club, il lennie Tristano, che ti assicuro ha lavorato sulla coscienza dei giovani con risultati che pochi educatori o mediatori sociali potevano ottenere,Franco, una tua poesia d’amore è più efficace ti assicuro di mille pamphlet o manifesti. Il cuore di un poeta vale molto di più della testa di un politico.
    effeffe

  20. effeffe il 8 gennaio 2009 alle 09:19

    @ Magi
    L’espressione “tracce narrative” è quella canonica delle inchieste o è una delle espressioni che si usano. Io la trovo di una lucidità assoluta.
    effeffe

  21. véronique vergé il 8 gennaio 2009 alle 17:29

    “Il cuore di un poeta vale molto di più della testa di un politico”

    Bellissima parola e cosi vera in nostro mondo.



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