“Piove sempre sul bagnato” di Giorgio Mascitelli

12 gennaio 2009
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[Giorgio Mascitelli, Piove sempre sul bagnato, Coniglio Editore, 2008]

di Sergio La Chiusa

Nei pressi della Stazione Centrale di Milano, un senzatetto riceve da uno sconosciuto due banconote da cinquecento euro, come segno d’ammirazione per la sua vita libera.
A partire da questo evento inatteso, il barbone comincia il suo vagabondaggio per la città per comprarsi un cappotto nuovo per l’inverno, convinto com’è di essere finalmente “ammesso al popolo delle compere”. Passando attraverso una serie di peripezie tragicomiche, ripetutamente respinto, intercettato e cacciato dai negozi e dai centri commerciali, imparerà invece che “in alcuni casi, contrariamente alle leggi implacabili del profitto, il denaro puzza per una sorta di proprietà transitiva” e persino l’evento miracoloso deve inscriversi all’interno delle norme che regolano le relazioni sociali.
Riceverà un posto letto in un dormitorio, pasti caldi, elemosine, ma tutti i suoi tentativi di essere “ammesso al popolo delle compere” si riveleranno fallimentari.

La sua libertà, in virtù della quale ha ricevuto in omaggio mille euro, è così illusoria che gli è negato persino il diritto di fare la spesa in un supermercato: nemmeno le cassiere s’arrischiano a cambiare le banconote a un tipo così poco raccomandabile, e non possono niente nemmeno gli atti di carità, come quello della signora che prende la spesa abbandonata alla cassa e gliela riporta in strada. Il barbone si sentirà anzi vittima di una vera e propria persecuzione quando scoprirà che il costoso Barbaresco scelto con tanta cura è stato sostituito con un volgare vino da quattro soldi, e sarà preso da una specie di furore metafisico: “il Rosatello regalato da Maria Francesca in luogo del Barbaresco da lui richiesto con regolari denari era un insulto di un mandante anonimo e collettivo di cui Maria Francesca nella sua compassionevole simpatia era solo l’esecutore inconsapevole”.

La sua massima aspirazione allora non sarà più comprarsi un utile cappotto per l’inverno, come aveva pensato in principio, ma concedersi le migliori bottiglie di vino, perché ogni uomo ha diritto a trattarsi da signore almeno una volta nella vita; ed è così che troverà una meta cui tendere, un’idea che, seppure totalmente irragionevole, può dare un senso e una direzione: raggiungere la rinomata cantina Bertini, un’enoteca di vini pregiati che si carica nella sua mente di significati simbolici e salvifici. Al punto che si convince che solo lì potrà cambiare il denaro, e quindi ottenere l’utile, il cappotto, passando per la via dilettevole del vino. La ricerca ostinata della cantina assume così il valore di una specie di personale ricerca del Graal. Ma nemmeno il Bertini, che gli offrirà il godimento supremo di una bottiglia di Barolo del millenovecentottantotto e di un raffinato calice da degustazione, accetterà in cambio i suoi denari.

Intorno al barbone gravitano una serie di personaggi minori che compendiano con i loro caratteri e le parti che si ritrovano a recitare le miserie della nostra società dei consumi. Tra questi, l’Altichieri, che non appena ottiene un nuovo incarico di lavoro, s’indebita e compra a rate una vettura nuova e costosissima: “era verde, con alettoni e luci superflue, e Altichieri gongolava tutto come un giovane padre che mostra l’erede appena nato al mondo intero”; e, ancora più significativi in quanto modelli di un conflitto sociale che paradossalmente sembra risolversi in una lotta tra poveri, il Remellini e il piacentino tracheotomizzato: uno impegnato nell’attività d’assistenza ai senzatetto presso la Stazione Centrale, e l’altro nelle ronde notturne nella stessa stazione, uno che sloggia gli scarti della società e l’altro che li soccorre, ed entrambi votati a una missione sociale che trova la sua sola ragione d’essere proprio nella presenza stessa del senzatetto, che per Remellini arriva addirittura ad assumere il valore simbolico del barbone con la B maiuscola, “il barbone che tiene su di sé il senso simbolico di tutti gli altri barboni”.

Mascitelli pone il suo sguardo critico sulle miserie prodotte dalla società dei consumi, ma nonostante metta in scena il risultato di una sconfitta collettiva, il tono della narrazione non è mai impietoso: persino i più meschini personaggi Mascitelliani sono osservati con l’indulgenza amara di chi in fondo sa di essere inevitabilmente parte della stessa commedia sociale; e così è come se da un lato ci mostrasse la mediocrità, il conformismo e le sue più pericolose derive, e dall’altro tenesse sempre in mente l’alibi sociale, il paesaggio entro cui tutti i personaggi sono costretti a ricavarsi il loro minimo spazio vitale: la società dei consumi, il potere invisibile della speculazione, i pescecani dell’economia e della finanza, la mancanza di un orizzonte di senso collettivo; e allora la lotta per una sopravvivenza dignitosa, la ricerca di un senso individuale, possono pure passare per l’acquisto di una vettura o per la degustazione di un vino nobile, un modo illusorio di sentirsi individui nella totale perdita di orizzonti comuni.

In “Piove sempre sul bagnato” il vuoto di una Milano sempre più cinica è riempito solo dalla presenza pervasiva della pubblicità degli estintori Matador che s’introduce in ogni scorcio visivo, copre ogni spazio libero, s’intromette in ogni intervallo di tempo senza incontrare alcuna resistenza, perché ormai l’immaginario è così colonizzato che la sua prepotenza risulta persino naturale, mai messa in discussione, e così compare con cadenza regolare e con effetto via via sempre più comico: sui tabelloni luminosi della stazione, sui giornali, sui cartelloni, sui monitor dei computer, sugli schermi dei cellulari, sui volantini distribuiti dagli studenti per strada, sui tram: “aprì gli occhi e vide passare un lungo tram bianco con un’immensa scritta “Estintori Matador: solo il fuoco della passione può resistergli” e si vedeva la foto di due negri che giocavano a spruzzarsi addosso il contenuto dell’estintore e sullo sfondo le periferie in fiamme”. Una specie di motivo conduttore che cuce le scene e in un certo senso il tessuto sociale in cui si collocano i personaggi. Fino alla scena parossistica del “Matador Day” in cui per tutta Milano sfilano ragazze in minigonna con gli estintori in mano.
La mutazione antropologica immaginata da Bianciardi negli anni del miracolo economico, con il protagonista de “La vita agra” che, messi da parte i suoi ideali e i suoi sogni rivoluzionari, aspira solo all’acquisto di un apparecchio televisivo a rate per rilassarsi prima dell’annullamento nel sonno, in “Piove sempre sul bagnato” è ormai alle spalle, cosa compiuta, e ci si muove in uno scenario ormai disastrato.
Organizzando il suo omaggio al Joseph Roth della “Leggenda del Santo Bevitore”, Mascitelli ha composto una parabola ironica e amara sulle miserie del nostro tempo.

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11 Responses to “Piove sempre sul bagnato” di Giorgio Mascitelli

  1. sergio garufi il 12 gennaio 2009 alle 12:51

    Sembra un libro interessante, questo di Mascitelli, la recensione ne invoglia l’acquito. In effetti il denaro non è l’unico metro di misura, c’entra molto anche il prestigio sociale di chi lo possiede, come insegnano le molte truffe perpetrate da ciarlatani col look da gentiluomini. In futuro il contante come forma di pagamento sarà sempre più visto come sospetto, sostituito dalle asettiche carte ci credito, che rendono meno doloroso ed evidente il distacco dai nostri averi, e questo a ribadire quanto un uomo valga più per il credito che gli viene concesso più che per quello di cui dispone. A Milano poi ci sono mestieri molto ambiti eppure sottopagati, soprattutto nel mondo della pubblicità, proprio perché il prestigio sociale che ne deriva si pensa che bilanci il sacrificio di una retribuzione miserevole. Un aneddoto curioso: in Spagna il biglietto da 500 euro è chiamato popolarmente Bin Laden, perché non si vede mai in giro :-)

  2. Annichilito Morgillo Annichilito il 12 gennaio 2009 alle 13:53

    Barbone o non barbone i 500 euro non te li accettano così facilmente. Anche perché il bancomat non li rilascia. Devi chiederli espressamente in banca.

  3. andrea inglese il 12 gennaio 2009 alle 14:03

    a sergio
    te lo consiglio davvero, vai sul sicuro. Mascitelli è anche un ottimo romanziere (ricordo “L’arte della capriola” Manni 1999), ma nel racconto lungo dà veramente il meglio di sè. Il libro è moooolto divertente, scritto in una lingua “giubilatoria”, come direbbero i francesi.

  4. andrea il 12 gennaio 2009 alle 14:47

    sembra parecchio interessante, bella la recensione.

  5. Annichilito Morgillo Annichilito il 13 gennaio 2009 alle 09:47

    Poche storie. Qualcuno dica a quel povero senzatetto che i soldi deve farseli cambiare in banca. Possibile che il cassiere dell’Esselunga non gliel’abbia detto? Neanche il direttore di reparto? Io non ci credo!

    E se invece le banconote fossero false? Forse la ggènte starebbe proteggendo il senzatetto…

    IL MISTERO S’INFITTISCE

  6. lorenzo galbiati il 14 gennaio 2009 alle 09:27

    Ottima recensione del La Chiusa.

    PS Di Bianciardi è meglio il Lavoro culturale de La vita agra… o no?

    PPS Mascitelli, esistono davvero gli estintori Matador?

  7. Valter Binaghi il 14 gennaio 2009 alle 11:34

    Trovo anch’io molto invogliante la recensione, e oltretutto ricordo di aver apprezzato diversi interventi di Mascitelli su Nazione Indiana.

  8. giorgio mascitelli il 14 gennaio 2009 alle 14:15

    Lorenzo,
    Gli estintori Matador non esistono, almeno che io sappia

  9. lorenzo galbiati il 14 gennaio 2009 alle 14:34

    Giorgio, dovrebbero esistere allora!
    Proponi il nome a una marca di estintori, a me sembra fantastico!

  10. sergio garufi il 15 gennaio 2009 alle 00:39

    pensavo che il nome “matador” fosse una deliberata distorsione della marca di estintori “meteor”, nota soprattutto per la martellante pubblicità fatta nei maggiori stadi di calcio…

  11. max rizzante il 15 gennaio 2009 alle 12:08

    Leggete assolutamente Mascitelli! Un matador del idioma!



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