L’invenzione di Palermo

13 gennaio 2009
Pubblicato da


di Giuseppe Rizzo

Un cattivo odore che non è pupù o monezza vuol dire che qualcuno è morto o sta per morire. Al funerale di mamma c’era puzza di elefanti morti, anche se non so che odore fanno gli elefanti quando muoiono. Ne ho odorato uno da vicino quando è venuto il circo alla Fiera, ma era vivo e mamma mi ha proibito di sparargli col mio lanciarazzi. Comunque. Faceva puzza lo stesso, pure da vivo. Papà non parlava da un anno. E aveva un odore strano.
La sera che sono venuti a darci le chiavi dell’appartamento di via Croci, il tizio col cappottone nero che parlava con papà faceva puzza di asini vecchi e gomma bruciata. Quando Maria ha raggiunto la mamma, invece, anche se aprivi bene il naso non riuscivi a sentire niente. Maria sapeva di gomito – l’ho leccata da piccola, quando è nata – e i gomiti non odorano. O almeno io non ho mai sentito dire a nessuno: «Puzzi come un gomito».
Questo pomeriggio, i Giardini Inglesi erano ammorbati da un tanfo di uova fritte col cioccolato. Se tiravi fuori la lingua per assaggiare sembrava di leccare il dado che mamma usava per fare la ministra. Lo so che le cose non si devono leccare – papà me lo ha detto un sacco di volte prima di smettere di parlare –, ma io lecco tutto. Anche i libri, che mi piacciono tantissimo. E anche le persone, che mi piacciono di meno.
Alla festa non ho leccato nessuno, anche se mi sarebbe piaciuto tirar fuori la lingua quando ho visto una mulatta con un culone da mongolfiera. Ma l’aria era davvero terribile. Tenevamo tutti le mani davanti la bocca, e parlavamo lo stretto necessario. Papà non parlava affatto. E accoglieva la gente che verso le sei del pomeriggio iniziava ad arrivare con dei sorrisi e dei cenni della testa. Come un vigile che avesse ingoiato il fischietto, li indirizzava con le braccia ai banchetti del rinfresco e a quelli dove servivano il vino. Tutti si chiedevano se per caso ci fosse in giro qualche cane morto, o se per caso i Giardini Inglesi nascondessero la tomba aperta di qualche balena, ma intanto già alle sette erano più di 600, tutti satolli di cibo e ubriachi. (Satolli è una parola bella assai, me l’ha insegnata mamma. Assieme prendevamo in giro il panzone di mio padre. Appena lo vedevamo alzarsi da tavola, annunciavamo: «Ecco il satollite più famoso del Villaggio Santa Rosalia»).
Alle 7 e mezzo, iniziò a ragliare sul palco il primo cantante. Papà aveva pensato proprio a tutto, ma l’idea dei cieli in bottiglia era stata mia. Non sapevo se sarebbero piaciuti a tutti, e non sapevo se sarebbero bastati, ma papà aveva detto che anche lui avrebbe pensato a qualcosa. Dopo i fatti della mamma, per un anno avevamo viaggiato in continuazione. (Io ho continuato a studiare con lui come maestro, e ho raccolto altri vermi per la mia collezione. Quest’anno a scienze secco tutti col mio progetto). I primi sei mesi avevamo girato l’Europa, poi eravamo tornati in Sicilia, ma non a Palermo. Avevo letto su National Geographic che le persone tante volte sono metereopratiche. O metereopatiche? O meterospastiche?
Comunque.
Il significato è che se hai le formiche nel sangue, tante volte è colpa del cielo. Perciò in tutti i posti dove siamo stati, ho costretto papà a salire in cima a qualche edificio o collina per raccogliere un po’ di cielo buono. Raccolte a volte mica tanto utili. Il cielo di Londra dopo una settimana l’ho dovuto buttare perché da celeste smorto è diventato grigio ratto. Faceva pena. Idem quello di Berlino: bianco sporco. Così così quello irlandese, verde come le campagne, e quello di Roma, rosso Papa.
Alle 9, papà è salito sul palco con una mano alla bocca. Giuro che ero pronto a scommettere tutta la mia collezione di vermi che di lì a cinque minuti avrebbe chiesto al presentatore col parrucchino se per favore poteva vomitargli in tasca. L’ultimo cantante che si era esibito lo aveva invitato sul palco a godersi un bell’applauso di ringraziamento. Ma mio padre non è tipo da applausi, e poi non parla. Anzi, non parlava. Non parlava, fino a quando non ha iniziato di nuovo a parlare.
Comunque.
È salito sul palco e ha sorpreso tutti quando ha aperto la bocca per dire: «Signori, vi ringrazio di essere venuti qui oggi. Voi sapete quanto ci tenevo. Volevo vedere tanta bella gente dopo che mi è successo… Volevo che foste tanti e siete venuti in parecchi. Ringrazio i giornali per aver fatto circolare la notizia della festa che volevo dare qui ai Giardini. Gli amici delle forze dell’ordine, qua, mi dicono che saremo un migliaio. Su via Libertà c’è la coda per entrare, e io sono davvero contento. Ma ho ancora una sorpresa per voi, amici, anzi due».
Totò fissa era arrivato dal villaggio Santa Rosalia con tutta la famiglia per godersi il banchetto. Pareva che non mangiavano da una settimana, e si stavano sfondando con la milza e la roba cotta, ma non mi dispiaceva vederli lì. Li conoscevo. Un anno prima del fatto della mamma, e della nuova casa di via Croci, ero andato a scuola con Teresa, la penultima figlia di Totò, l’unica bambina che conosco che sarebbe in grado di uccidere per un gelato. È intelligente, non sa di chi è la Venere di Botticelli, e forse non ha leccato mai un libro in vita sua, ma è intelligente. Quando papà ha iniziato a parlare, s’è avvicinata e mi ha detto:
«Ha una bella voce, però».
«Non parla da un anno», le ho risposto.
«E tutta questa vuccirìa?»
«L’hanno aiutato dei tizi. E poi c’ero io. L’idea degli arancini con la Nutella è mia. E anche quella dei cieli».
«Quali cieli?», mi ha chiesto.
Ho indicato mio padre, che nel frattempo aveva iniziato a tossire, innervosito da qualcosa che non riuscivo a capire.
«Dopo che l’ultimo cantante avrà finito di esibirsi, mi piacerebbe che accettaste due miei umili doni», stava dicendo.
La gente commentava con dei «No» e dei «Minchia, ancora» in ordine sparso. Cosa che mamma gli avrebbe tirato una gran timpulata a tutti, perché per prima cosa non si fanno mai smorfie davanti a un regalo, e per seconda parole come minchia, porcabuttana e merdazza non si dicono. Si possono usare solo in casa, e solo se si ha un marito fracassapalle, che è un’altra di quelle parole che non si possono dire in pubblico.
«Accanto alla fontana grande troverete un banchetto – stava dicendo mio padre – e due bellissime ragazze. Lasciate perdere le ragazze, non sono quelle il regalo».
Tutti stavano ridendo, ma tra la folla c’era anche chi si stava infastidendo. Era il tizio col cappottone nero che ci aveva dato le chiavi della nuova casa di via Croci poco dopo che eravamo ritornati a Palermo, e i tre tipi che avevano aiutato mio padre a organizzare la festa. Tutti e quattro serravano i pugni in tasca a ogni parola che usciva dalla bocca di papà.
«Se lo vorrete – continuava lui dal palco – prima che ve ne andiate, potete passare a ritirare due bei pacchettini. Uno è un pensierino di mio figlio, l’altro è un regalo mio. Ora però, godetevi quest’ultimo cantante. E non fate i timidi, è appena arrivato il passito. Perciò, signore, non siate tirchie, lasciatene un po’ anche ai vostri mariti».
Le risate accompagnarono la gente al banchetto col vino di Pantelleria. (Che tra parentesi ha un cielo blu-viola bellissimo, che pare che tutti i fulmini che ogni tanto colpiscono la Sicilia vengono da lì). Molti erano già ubriachi. Uno che portava ai piedi due scarpe sinistre mi aveva perseguitato tutto il tempo, cercando di convincermi d’essere un buon cristiano. A parte che i cristiani sono i fedeli di Gesù Cristo e non dicono bestemmie, e questo lo so perché mamma prima che se ne andasse mi ha dato alcune dritte sulla faccenda della religione, nel caso da grande volessi fare teologia, che è lo studio delle cose religiose. Ma poi so per certo che i cristiani non ruttano in continuazione come faceva questo qua.
Comunque.
«Gesù mica era fesso – mi ripeteva – Sulla tavola ci metteva per caso dell’acqua quando faceva le sue cene? No, ci metteva il vino. E quando il vino mancava, che faceva? Porcabuttana, trasformava l’acqua in vino! Che minchia di forza che doveva essere quel disgraziato».
Quando mio padre è sceso dal palco ero ancora con Teresa.
«Uhé, Teresì, come va? Giovannino le hai dato il regalo? Ai tuoi compagni lo puoi dare prima», ha detto lui.
L’ho odiato. Dopo che la mamma se ne era andata, non volevo che gli altri pronunciassero il mio nome. Era stata un’idea sua, pare. Anche se mio padre ci aveva messo lo zampino. Lei voleva un nome della Bibbia, e lui voleva che portassi quello di uno scrittore cazzuto – termine suo, perciò non conta come parolaccia mia. S’erano messi d’accordo su Giovannino, a metà strada tra l’apostolo dell’Apocalisse – che è una cosa sulla fine del mondo che però non ho ancora letto – e il Guareschi di Don Camillo – che a pensarci bene mi è andata di lusso perché avrebbero potuto chiamarmi anche Ernesto, come Hemingway, uno di cui papà parla tantissimo, o Dante, uno che deve averle fracassate parecchio se è vero che papà lo insegna a scuola per tre anni consecutivi.
Comunque.
Mio padre era parecchio distratto e non mi dava retta.
«Teresa non è più mia compagna – gli ho detto –. E poi com’è che ora parli?»
Mi ha guardato, mi ha accarezzato la testa, ed è andato dall’uomo col cappottone. Ero furioso. Teresa doveva essersene accorta, perché ha provato a sviare.
«Deve essere forte avere un papà professore», ha detto.
«Puoi leccare solo più libri», le ho risposto.
Il tizio col cappottone aveva afferrato per un braccio mio padre e lo stava trascinando via dalla folla.
«Allora, questo regalo?», ha insistito Teresa.
«Prenditelo da sola, è una bottiglia di vetro scura con la scritta Cielo di Vittoria/Arancio Forte, devo andare!».
Mio padre, l’uomo col cappottone e le tre scimmie che lo avevano aiutato con la festa si sono nascosti dietro l’angolo di una siepe che li copriva fino alla cucuzza. Stavano discutendo a gran voce ed era come se non considerassero il fatto che a una decina di metri c’era un migliaio di persone, perché ripetevano in continuazione minchia e porcabuttanazza e merda e altre maleparole che notoriamente non si possono dire in pubblico.
«T’abbiamo fatto fare il giro del mondo per svagarti. Il signore voleva andare a vedere l’Olanda? Il Belgio, la Russia, l’Austria, la Grecia? Ma perché non ci sei rimasto all’estero, e ti levavi una buona volta dai coglioni? E no, il signore a Palermo c’è nato e a Palermo vuole morirci. E va bene. Ritorna in questa minchia di fossa biologica della minchia e che fa, inizia a fracassare un’altra volta la minchia?»
«Hai già detto minchia tre volte in una frase», lo ha ripreso mio padre. Sembrava che rimproverasse me quando litigavo coi congiuntivi, una cosa difficile che so fare bene, ma non benissimo.
Una delle tre scimmie lo ha afferrato per il collo e ha detto: «Senti, scimunito, non fare lo spiritosone, che non c’è una minchia da ridere qui».
«A me lo dici?», ha chiesto mio padre.
«Oh mamma, ora ricomincia», ha detto un’altra delle tre scimmie.
«Io non ho cominciato niente, testa di minchia», ha detto mio padre.
«Calmo, stai calmo, che Nina e Mariuccia te le abbiamo pagate a peso d’oro. E lo sai che non è stata colpa di nessuno. Eppure siamo stati gentili con te e la tua famiglia», ha tagliato corto l’uomo col cappottone.
«La mia famiglia me l’avete scannata».
Gli uomini lo tenevano fermo, ma era più scatenato di quando la notte i diavoli gli ballavano sul petto – non dormiva e non faceva chiudere occhio neanche a me, poi per giustificarsi tirava fuori questa fesseria dei diavoli.
«Stai calmo, Berto, te le abbiamo fatte passare tutte da quando c’è stato l’incidente. Ma tu lo sai che noi non siamo la Croce Rossa, vero? Nina è morta, c’è stato uno sbaglio, purtroppo c’è andata pure la creatura di mezzo, ma il signore ha voluto così», ha detto l’uomo col cappottone.
«Tre caricatori interi di mitra li trovi uno sbaglio? Che minchia andavate cercando al Villaggio, non lo sapete che i vermi come voi hanno le ville nella Conca? Come si fa a scambiare la macchina di una povera crista con quella di un pezzo di merda come voi? Calò, mi fai lanzare per quanto mi fai schifo», ha risposto mio padre.
«Senti, tu lo sai che le cose potevano andare peggio. Per quella tua fesseria di volere andare in questura dopo l’incidente, s’era quasi deciso di togliervi di mezzo tutti. Tu lo sai che poteva finire tutto a schifìo, no? Altro che scuole private per Giovannino, e appartamenti in via Croci! Non ti abbiamo capito quando sei venuto a dirci che la vecchia casa al Villaggio Santa Rosalia dove abitavi era piena degli occhi di tua moglie e di tua figlia? Non ti abbiamo subito trovato un bel posto a due passi dal centro? E che cosa ti abbiamo chiesto in cambio? Una cosa grande, sì, ma no impossibile. Fatti un’altra vita, dimenticati di quello che è successo. Dispiace a tutti, ma è andata così. Ora tu devi finirla di rompere i coglioni. Cos’è sta minchiata del regalo? Non t’è bastata la festa ai Giardini? Non t’è bastato che ci hai messo in una posizione difficile pure col sindaco? Che minchia vai cercando, ancora? Cos’è questa sorpresa del regalo».
«È una cosa da poco. Un pensierino di mio figlio. Nell’ultimo anno s’è messo in testa di raccogliere e catalogare pezzi di cielo dei posti dove siamo stati. Magari è una questione di cielo, dice, se Palermo a volte fa così schifo. Una fesseria, cose da bambini».
E minchia, però. Non aveva iniziato a parlare da più di mezz’ora, che già mi piaceva di più quando faceva il muto.
«E l’altro regalino, quello tuo?», ha chiesto di nuovo l’uomo col cappottone.
Mio padre sembrava cercare le parole dal fondo di una qualche borsa che non usava da anni. Poi ha detto: «Oh, quello, una cosa da niente, ho insegnato storia e italiano per anni in una scuola schifosa del Villaggio. Sono un collezionista di fallimenti, voglio vedere se gli altri riescono ad acchiappare qualcos’altro».
«Collezionista di fallimenti – ha riso una delle scimmie allentando la presa su mio padre–. Zù Calò, lasciamo perdere, questo qua è figlio della Babbìa di sicuro».
«E va bene, Bertì, per questa volta passa anche il regalo. Ma è l’ultima volta. La prossima minchiata che combini, guardati bene perché ti mando a chiacchierare col Creatore. Ci siamo intesi?».
Mio padre ha fatto sì con la testa. Quando lo hanno lasciato da solo, sono corso da lui.
«Tutto a posto?», ho chiesto.
Mi ha fatto cenno di stare zitto e di guardare davanti a me. L’ultimo cantante aveva appena finito di vociare sul palco e la gente si accalcava al banchetto dei regali.
«Cosa c’è nell’altro pacco?», ho chiesto.
Ma mio padre aveva perso di nuovo la parola. Al primo che ha aperto il suo regalo, sono andato a vedere. La gente quando vedeva il mio non sapeva bene cosa fare. Certi aprivano le bottiglie coi cieli dentro, meravigliosi cieli ghiacciati di San Pietroburgo, neri di Cipro, lividi di Istanbul, e ci guardavano dentro. Certi altri agitavano la bottiglia come se ci vedessero delle bollicine. Alcuni se le portavano alle orecchie per ascoltare chissà che cosa. Il tizio che aveva aperto per primo il regalo di mio padre aveva una faccia diversa da quella di tutti questi altri. Avrei dato cinque dita a scelta di piedi e mani per sapere che odore stava sentendo lui. Quando ho visto che dentro il pacco c’era una pistola, e un bigliettino che diceva che c’era solo un colpo per ogni arma, ho pensato alle farfalle bruciate da mio cugino Raimondo al Villaggio Santa Rosalia.
Altri intanto stavano aprendo i loro pacchi. C’era un silenzio che se lo leccavi sembrava di ruggine, amaro e acido assieme. Tutti si guardavano intontiti, e secondo me anche un po’ impauriti. A dire la verità, molti sembrava proprio che se la stessero facendo addosso. Dopo un po’, uno con un vestito a righe ha alzato la pistola verso una donna e le ha sparato in testa da 30 centimetri appena. Doveva essere la moglie, perché una bambina è corsa da lei e ha iniziato a frignare mammamammamamma. Mi sono stretto a mio padre, quando ho iniziato a sentire altri spari.
«Ora inizia la festa», ha detto lui, e poi mi ha trascinato su un albero un po’ distante dal palco su cui aveva montato una scaletta di corda. Dopo che mi ha sistemato davanti a sé, l’ha tirata su e mi ha detto: «Vediamo quanti se ne ammazzano prima di beccare il piccione grosso».
Sapevo che si stava riferendo all’uomo col cappottone nero. Le tre scimmie che erano con lui lo proteggevano e gridavano alla gente di non fare fesserie. Ma quelli sembravano nati per spararsi addosso. E pareva che non avevano aspettato altro di avere una pistola per farlo. Il tizio col cappottone s’era tirato su il bavero fino a coprirsi le orecchie. Io stramaledivo il fatto di non avere con me il mio lanciarazzi. Da lassù l’avrei centrato pure con la sinistra.
«È lui che s’è portato via mamma, no?», ho chiesto a mio padre.
Non mi ha neanche guardato. Con due dita mi ha afferrato il mento e mi ha rigirato verso la gente che giù si stava scannando come al macello di cavalli. C’era pure chi aveva finito i colpi e usava la pistola per piantare i nasi degli altri nelle loro teste. Molti correvano senza sapere bene dove andare, sbattendosi come all’autoscontro e maledicendosi a vicenda. Quando sono intervenuti pure i poliziotti, i Giardini Inglesi finirono a scatafascio.
L’uomo col cappottone cercava qualcosa nella folla, ma faceva fatica ad alzare la testa perché doveva stare attento a chi pestava coi piedi. Sapevo che stava cercando mio padre. Apparentemente nessuno si curava di lui, se non per chiedergli aiuto. È riuscito ad arrivare al cancello, senza che neanche un colpo lo sfiorasse.
«Com’era quella cosa su Palermo che ti raccontava sempre mamma?», mi ha detto mio padre.
La storia dell’invenzione di Palermo era un discorso che mamma mi faceva sempre dopo che aveva fatto a pugni con l’idea di papà di andarsene per sempre dall’isola. Era la sua fissa, ma era come un chiodo piantato nella sabbia: non reggeva. Faceva pressappoco così:
«All’inizio era il nulla. C’è stata la creazione del mondo e tutto l’ambaradan dei sette giorni, ma il lunedì successivo Dio già s’annoiava. Creò qualche babau per farsi agitare la sottana, ma si stufò pure di quello. Alla ricerca di qualcosa che non lo annoiasse con la sua perfezione, inventò Palermo e ci rinchiuse i palermitani: ancora si diverte, anche se non si capacita di cosa sia andato così storto».
La cosa aveva una sua logica. Avrei voluta raccontarla anche ai giudici che si son portati via pure papà. Lui prima di finire al Grand Hotel dell’Ucciardone – doppia matrimoniale con un cornuto che ha rubato un sacco di macchine e sbarre alla finestrella – ha provato a spiegargli che non voleva che le persone si facessero male ai Giardini, che i colpi erano tutti a salve, che si era trattato solo di uno scherzo. Loro hanno pensato, mica tanto.
L’aria dentro il carcere sa di coccodrilli tristi. Fuori di coccodrilli e basta. La notte faccio un sacco di brutti sogni.

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22 Responses to L’invenzione di Palermo

  1. véronique vergé il 13 gennaio 2009 alle 12:10

    Ho molto amato il racconto. Primo la fantasia di un bambino nella meraviglia dei cieli in bottiglie: luminosa idea. Si accaturano i colori in fuga delle città del mondo. Si indovina l’immagine della libertà blu fuori il carcere, blu di Palerma immutabile, blu senza speranza. Quale libro puo rendere prigionieri i cieli della terra?
    Dietro altro storia di violenza, di morte, di puzzo, di vendetta.
    Allora il cielo blu delle bottiglie lascia scappare il suo veleno.

  2. macondo il 13 gennaio 2009 alle 12:14

    L’ho odorato. Ho accostato il naso allo schermo e l’ho odorato. Sapeva di buono, come di sciacchetrà. E mi s’è stappato anche il naso, con quell’odore.

  3. Ludeangeli il 13 gennaio 2009 alle 15:57

    casa mia invece sa di polvere umida e scarti di tabacco, credo.

  4. Matteo Porri il 13 gennaio 2009 alle 17:27

    Per caso mi imbatto in questo racconto. Mi attira il titolo (meraviglioso), e due tre immagini dell’incipit (una coltellata). Vado avanti, distrattamente, al computer non riesco mai a leggere. Lo finisco. Ho l’amaro in bocca. Il sale negli occhi. Lo rileggo. Non lo faccio mai – e poche volte, del resto, ce n’è di bisogno. E’ il regalo più bello che uno scrittore possa fare a una città, e l’idea (di perdizione) più forte che una città possa regalare ai suoi scrittori. A memoria, mi vien in mente una frase di Benjamin che voglio regalare all’autore di questo bel pezzo: “Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in una città come ci si smarrisce in una foresta è una cosa tutta da imparare”.

  5. schillo il 13 gennaio 2009 alle 17:50

    racconto meraviglioso e inquietante, grottesco e fiabesco… come palermo.

  6. stalker il 13 gennaio 2009 alle 18:52

    da siciliana “adottiva”, legata a questa terra da odio e amore, a volte curandomi con un sano distacco dalle cose, per meglio poterle mettere a fuoco, ho trovato questo racconto ipnotico, ci sono sprofondata dentro, ubriaca di odori e sapori.

    farsa e crudeltà di una terra di “tragediaturi” e gente “posata”.

    è vero, qualcosa quel giorno deve essere andato veramente storto :)

    complimenti all’autore

  7. Gianni Malcelati il 13 gennaio 2009 alle 19:36

    Disarmante. Faccio i complimenti anch’io all’autore. Anzi, voglio regalarle anch’io qualcosa. Starebbe bene come parafulmine a questo suo racconto: “La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c′è più né sole né luna, c′è la verità” (Leonardo Sciascia)

  8. oloàp/accòral il 14 gennaio 2009 alle 00:27

    Eccezionale. Ho assaporato gli odori della Città. In questo pezzo Palermo è una arancina ad orologeria, è surreale, sconnessa, madre di figli non convenzionali.
    Davvero una gran bella storia. Rotonda, ipnotica, avvolgente.
    Quasi quasi domani mattina affaccio dal balcone e imbottiglio un paio di bocce di cielo palermitano. Probabilmente questa annata non è tra le più generose, ma non dispero, magari col tempo migliora.
    Ah! dimenticavo Rizzo, posso riportare nelle etichette il tuo racconto? Anche il nome non è male “L’invenzione di Palermo/2009”

  9. sergio garufi il 14 gennaio 2009 alle 00:48

    Molto bello il racconto, bravo Rizzo.

  10. soldato blu il 14 gennaio 2009 alle 08:24

    « Questa è macchina contro le nostre mura innalzata,
    e spierà le case, e sulla città graverà:
    un inganno v’è certo. Non vi fidate, Troiani.
    Sia ciò che vuole, temo i Dànai, e piú quand’offrono doni. »

    (Commento di Laocoonte di fronte ai Troiani; Publio Virgilio Marone, Eneide, libro II, versi 46-49. Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti)

    Proprio la scrittura, così “disarmante” – come dice Malcelati – e fintamente “popolare”, mi ha fatto sospettare, dietro il bel racconto di Giuseppe Rizzo, la presenza di mitologie altre.
    Se poi si tratta soltanto di mie suggestioni, la cosa non fa che sottolineare ancora di più la preziosità di questo scritto.

  11. franz krauspenhaar il 14 gennaio 2009 alle 10:20

    Raffinatissimo e con un titolo smagliante. Bravi Rizzo e Gianni.

  12. Giuseppe Rizzo il 14 gennaio 2009 alle 11:07

    Grazie a tutti per le magnifiche rose.

    @ oloàp/paolo. Certo che puoi usare il nome per le etichette. A patto che mi mandi qualche cassetta del vostro buon vino e un soffio di passito di Pantelleria.

    @ Soldato Blu. Le tue parole, ogni volta, sono precise e vere. Come tutte le illusioni. Mi fanno un gran bene.

  13. plessus il 14 gennaio 2009 alle 11:14

    Mi accodo ai complimenti ed elogi.
    Mi piace soprattutto che ad ogni paragrafo la lettura riserva una piccola sorpresa, un elemento nuovo, un cambio di rotta nell’andamento delle cose.
    Suggestioni non solo tue, soldato blu.

  14. Giuseppe Rizzo il 14 gennaio 2009 alle 11:21

    *Pardon: è uscito illusioni. Ma doveva essere suggestioni. Doveva?

  15. bimodale il 14 gennaio 2009 alle 12:56

    è lineare, comprensibile, chiaro e rassicurante. è pre-scritto bene. io non sono uno scrittore, da lettore però preferisco testi meno standardizzati. ma ripeto, non tenete conto di questo commento, non sono uno scrittore, solo che c’è uno stile ‘nazione indiana’, realista, televisivo, vabbene così. non è brutto, si può essere integrati o apocalittici, no? :)

  16. emmeti il 14 gennaio 2009 alle 19:11

    l’ho letto due volte di seguito. Disarmente…come il racconto che avevi scritto tempo fa….”la bianca di sant’elisabetta”…..in genere non arrivo mai alla fine dei libri che leggo…voglio “inventarmelo io un finale”….solo raramente corro per leggere “il finale”…. bravo…. complimenti….

  17. mirella mascellino il 14 gennaio 2009 alle 23:22

    Caro giuseppe, che bello risentirti con questo racconto forte, intenso, amaro, ma autentico. Poi vivendo quaggiù e sperimentando spesso i cieli di Palermo e di Sicilia, conforta leggere la tua gran bella storia. Ogni giorno si resiste e attraverso la scrittura si resiste ancora meglio! Grazie per l’emozione .

  18. MariaCristina Gioia il 15 gennaio 2009 alle 10:46

    una ben costruita architettura narrativa! di quelle che ti sorprendono quando, dopo averle viste da vicino, ad un tratto alzi gli occhi e zoomando indietro vedi tutto chiaro come non lo avevi mai visto. Così comprendi il ruolo di ogni singolo dettaglio.
    Da residente a Palermo intravedo la nostalgia di chi c’ha vissuto e ne è rimasto intriso di quell’aria pur non avendola conservata in una bottiglia…
    Poeticamente scabrosa e illuminante la fantasia dell’autore che sa far rotolare il lettore tra il fango e la polvere di stelle…Un racconto d’amore..Forse come per i figli deformi oi padri malati, non si può fare a meno di amare Palermo nonostante Palermo.

  19. maria rosaria il 15 gennaio 2009 alle 13:19

    ciao peppe
    sei eccezionale come l’idea dei cieli in bottiglia….
    maria rosaria

  20. Filippo Frag il 16 gennaio 2009 alle 21:01

    Giuseppe io da parte mia non ti ho mai voluto leccare, anche se sono sicuro che sapresti di amici lontani e ricordi vicini. Complimenti bel racconto. Un caloroso saluto dal tuo cielo di nuvole e sole!!

  21. special il 16 gennaio 2009 alle 23:11

    Sai quali sono i miei pensieri ogni volta che leggo un tuo racconto….
    m-e-r-a-v-i–g-l-i-o-s-o……..
    ricomincio da capo….e ci risentiamo

  22. Enzo Fragapane il 30 gennaio 2009 alle 04:59

    Anche a Palermo ci sono le stelle e il silenzio!
    Una raffica di proiettili corrode lamiera dell’auto di mamma:oggi l’aria del Villaggio sa di vernice ossidata e nel cielo di Palermo i lampi sembrano schegge da flex.Il sangue le rende putrida la pelle.Molti anni fa, quand’ero più piccolo, non riuscivo a scorgere il cielo: appena inclinavo la testa all’indietro, i miei occhi si facevano un giro di giostra e mi ritrovavo con i ciottoli ficcati in culo.Comunque, non è importante se il culo mi facesse male o mi comparissero ematomi come le melenzane che mamma friggeva con le panelle;il fatto è che quand’ero carusu la pelle di mia madre, dove appoggiavo le guance quand’ero…era l’unico cielo che conoscessi:era un cielo che sapeva di latte, ma d’un colore insolito…di tutti i colori, arcobaleno, di tutti i colori del cielo!
    Mio padre da quando l’hanno privato della sua Beatrice, intollerante verso le parolazze in pubblico, non schiude più le labbra.Non è che non parla, però, solo che…lo fa col cervello.E dice solo due proposizioni(di quelle che spiega a scuola) nitide, secche e risolute:”Amore mio, perdonami se non ho il coraggio di denunciare sti figli arrusa…” e “Un jornu o l’antru l’ammazzu tutti, phuh figghi i buttana”.Lo fa col cervello per non tradire uno dei comandamenti di mamma!Io intanto sono cresciuto, ora posso alzare gli occhi al cielo: potrei anche bestemmiare, mi trattengo, mamma m’ha detto che non si fa, non riesco a non pensarci!
    Però ho scelto, ora che posso, di guardare il cielo dovunque vada!E per non dimenticarli, li conservo dentro bottigliette di gazzosa: me le regala u cuscinu Stivè, quello del bar(una parola ‘nglisi?).Ma tutti i cieli del mondo, non saranno mai il cielo del corpo di mamma!Sono ancora bambino, ma nel cervello anch’io ho una delle frasi di papà:” PPhù figghi i buttana…un jornu o l’antru l’ammazzu tutti!Ma non lo dico mai in pubblico!
    Di colpo apro gli occhi, vedo mamma in una vecchia foto: è inginocchiata, a mani giunte, sotto un immenso e leggero cielo sereno.
    Non ammazzerò mai nessuno, mamma m’ha insegnato il perdono e la bellezza.
    Mi alzo dal letto, lecco un libro, esco di casa. All’angolo, davanti al bar chiuso, ci sono due casse di bottiglie vuote; ne afferro un paio, arrivo al campetto di calcio:infilo l’occhio nell’imboccatura…ci sono le stelle e il silenzio.Ma non ditelo a nessuno che anche a Palermo c’è un angolo dove si vede il silenzio e si senton le stelle.
    Enzo Fragapane



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