Giuseppe Genna, il De Profundis dell’antieroe

16 gennaio 2009
Pubblicato da

[questo articolo è un seguito delle riflessioni di Mauro Baldrati fatte qui su NI in Paolo Giordano, la solitudine della letteratura maggiore]

di Mauro Baldrati

E’ un antieroe quello che ci guida in questa narrazione [il termine è dell’autore: narrazione è un procedimento aperto, in divenire, mentre il racconto (il romanzo) è conchiuso e definito]. Un antieroe disperso, disarticolato e disanimato che parte e riparte dall’estate “di ignavia e tremore del 2007”, l’estate “sfinita e irregolare del 2007”, l’estate “cristica e anoressica del 2007”, l’estate “scomposta e cadaverica del 2007”.

Sette mesi prima è morto suo padre, la notte di capodanno. Lo trova, il narratore Giuseppe Genna, la mattina del primo gennaio, già in rigor mortis, con un braccio stranamente alzato col pugno chiuso, lui che in vita fu un “comunista prussiano.” Sono pagine lynchiane, come vengono definite nella scheda editoriale del risvolto, una descrizione surreale delle pratiche funebri, dove non troviamo riferimenti affettivi evidenti, di amore, o di rancore, verso questa figura misteriosa, lontana: “Ti guardo, papà. Sei tu e non sei tu. Fisicamente sei tu, ma non ci sei.” E’ una lettera perduta al padre, quasi un padre di nessuno, come la lettera di Kafka era al padre di tutti.

Parte da qui la narrazione. Parte da un Edipo che sembra negato; non troviamo traccia, da questa partenza, delle rappresentazioni di cui si servono le letterature maggiori, o dominanti, che procedono per simbologie, che iniziano dal triangolo originario, padre, madre, figlio, da cui scaturisce il suo valore commerciale: le nevrosi individuale, non solidale. Sembra un Edipo mimetizzato, perché è disintegrato nel mondo, il territorio desertico in cui muove l’antieroe, muto, tormentato da un’orticaria incurabile, sbandato e depresso. La madre non c’è, il triangolo sembra senza lati, senza angoli, una forma scalena irriconoscibile; eppure esiste, ed esplode con una sorta di furore, a pag. 73, preceduto dall’avvertenza al lettore di saltare le 18 pagine successive, perché “tutto diventa noiosissimo”: 18 pagine burroughsiane, dove la Regina Madre-insetto (nel Pasto nudo c’è l’Ape Regina) partorisce uova bianchissime, crea formiche umane, la Regina Madre enorme, che “erutta orticaria di immagini”.

Lo ritroviamo a Berlino, dove l’antieroe è turista solo, triste, in contemplazione del busto della Regina Nefertiti: donna del mito perduto, inavvicinabile, incomprensibile. E nella storia d’amore impossibile, l’amore verso una donna che non lo ama e non lo amerà mai, la donna che non può avere: “la mia costante offerta è: consegnami il tuo dolore, fammi parte del tuo dolore. Il rifiuto è costante.”

Ci fu un tempo in cui l’antieroe fu un eroe errante: l’eroe milleriano, che viaggia per un mondo ugualmente popolato di maschere, ugualmente folle, la New York della Crocifissione in rosa, la Parigi del Tropico del cancro, ma che lui conquista col suo inesauribile vitalismo e il suo esuberante taurismo sessuale. E’ uno scrittore nato, il narratore Henry milleriano, uno scrittore senza scrupoli che ha lasciato tutto, un lavoro sicuro e ben pagato, per gettarsi nella povertà, nelle storie infinite di una vita che non cessa di stupirlo, di gratificarlo, nelle storie di donne da sedurre, che lui seduce, una dopo l’altra, e le ama, perché è con l’amore per la donna che si spinge avanti come un ariete e non ha paura del mondo né di se stesso.

Ora l’eroe milleriano è morto. Il mondo è un cimitero, un ammasso di macerie. Non c’è più nulla e nessuno da conquistare. Si aspetta che la razza umana si tolga di mezzo, che la natura si rigeneri. Le letterature maggiori, coi loro individualismi egoisti, che pretendono grandi spazi, che chiedono eternità, e sottomissione, che costruiscono le loro metafore di incomunicabilità, di battaglie rifiutate o perdute, sembrano ignorate.

Questo libro potrebbe avere i requisiti per portare avanti un percorso narrativo minore, secondo la riflessione di Deleuze e Guattari, dal prodigioso Kafka, per una letteratura minore: “l’aggettivo minore non qualifica più certe letterature ma le condizioni rivoluzionarie di ogni letteratura all’interno di quell’altra letteratura che prende il nome di grande (o stabilita)”?

Può suonare quella “musichetta” di cui parlava Céline, uno degli scrittori minori più completi e più coraggiosi secondo i due autori (l’altro è ovviamente “la macchina di scrittura totale” Kafka)?

Può portare avanti un flusso di intensità linguistica che oppone la propria condizione di oppresso all’oppressione dell’individualismo egoista che tutto vuole controllare oppure sterilizzare, e fa dello scrittore minore “il nomade, l’immigrato e lo zingaro della propria lingua”?

Sarebbe interessante, a questo proposito, leggere Italia De Profundis al contrario, cioè secondo un montaggio inverso rispetto a quello scelto dal suo autore.

Il capitolo finale, il racconto con alcuni esiti esilaranti e paradossali di una vacanza in un girone infernale, affollato di presenze diaboliche quale può esserlo un villaggio turistico-tutto-compreso governato da animatori-demoni, è il vero inizio, e non la conclusione. L’antieroe Giuseppe Genna si aggira per le bolge osservando, ascoltando, il trionfo dell’antiumanità, o dell’umanità negata, calpestata. Sono tutti abbronzati come gamberi giganti, mentre lui è “privo di muscolatura, pallido come la tintura verde vomito che i tipi mediterranei come me acquisiscono nel corso dell’inverno”. Non vuole avere un approccio snob però, cioè difensivo, come Foster Wallace, che ha scritto un racconto analogo su una crociera; l’antieroe Giuseppe Genna si sente parte di questa antiumanità, ma ne è la parte emarginata, e va alla deriva. L’eroe Henry ci avrebbe raccontato la stessa antiumanità, ma subito avrebbe iniziato a conquistare le donne, e le “stronze milanesi” gli sarebbero cadute tra le braccia, smarrite, impazzite dall’eroe errante che vuole una sola cosa: fondere la letteratura con la vita e col sesso. Ma quei tempi sono finiti. Nulla è più conquistabile. Le presenze diaboliche si sono prese il mondo. Non resta che la fuga, immediata, precipitosa, e il desiderio di bruciare tutto, per sempre (desiderio che si realizza per un incendio doloso che brucia davvero il villaggio).

E da qui, procedendo a ritroso, il narratore Giuseppe Genna inizia il suo viaggio apparentemente senza meta, passando per le “storie di merda”, una autoflagellazione intellettuale per mezzo di una lettera che se stesso si è spedito vent’anni prima, un episodio angosciante di eutanasia, una scena sadomaso con tre drag queen, una caduta nel pozzo nero dell’eroina. E una lunga pièce teatrale, la partecipazione al festival di Venezia come giurato (esperienza realmente vissuta anche dall’autore Giuseppe Genna). Fino al vero finale, le 18 pagine lisergiche noiosissime dove la lingua esplode, seguite dal ritrovamento del cadavere del padre. Finale che segna un’inversione delle regole delle letterature maggiori: non da Edipo partono le nevrosi e le condanne, ma dalle nevrosi, dalle solitudini che ci hanno accompagnato per tutta la narrazione vi è il tentativo di smembrare il triangolo scaleno, la Regina-madre insetto, il padre di nessuno, i pezzi che vengono smontati e scagliati lontano.

Un limite – che sembrerebbe strutturale ma superabile – rallenta il flusso narrativo, lo devia in alcuni punti. Nel capitolo iniziale del villaggio turistico “tutte le donne” leggono Gomorra di Roberto Saviano. Segue la nota: “Se Roberto sapesse dove finisce il suo libro, dopo quello che gli è costato…” Qua e là emergono battute che sembrano sfuggite di mano all’autore: “posto di merda” ecc. Sembra cioè commettere lo stesso errore di Foster Wallace: atteggiamenti difensivi, che possono produrre un esito snob, oppure moralista, come in questo caso. E in una delle “storie di merda” vediamo il narratore Giuseppe Genna in ginocchio impegnato in un rapporto orale multiplo alle drag queen, che lo chiamano “puttana” e “puttanella nata”; segue episodio masochista di fustigazione. Racconto hard, sesso eccentrico, ma perché “storia di merda”, come l’autodistruzione dell’eroina, o l’autoflagellazione della lettera? La classificazione contiene in sé un giudizio morale. Proprio alla fine del capitolo sull’eroina, un racconto di grande potenza per i personaggi, le atmosfere, i dialoghi, troviamo questa conclusione: “Le droghe non hanno nulla a che vedere con l’espansione della coscienza. E’ una trappola, che i teorici delle sostanze psicotrope hanno propagandato con gioiosa assenza di capacità critica”, mentre “è nella disintossicazione l’espansione della coscienza.” La reazione difensiva produce una chiosa tecnicamente sbagliata: “i teorici” distinguevano nettamente tra sostanze stupefacenti, come l’eroina, l’alcol, gli psicofarmaci, e le psicotrope, che avevano anche tradizioni rituali, come i funghi. Una spiegazione/giudizio che sembra voler assolvere, o riscattare, il racconto stesso.

Norman Mailer diceva che il punto di forza maggiore del Pasto Nudo è l’assenza di sentimentalismo. La letteratura minore è flusso romanzesco che scorre libero e pulito, e se vi è sconfitta, che sia sconfitta; se vi è fuga, che sia fuga; se vi è masochismo, che sia masochismo.

Tutto il resto – i giudizi, le condanne – è spleen.

Giuseppe Genna, Italia de profundis, Minimum fax 2008

31reLjvxuDL._SL500_AA300_

Tag: , , ,

24 Responses to Giuseppe Genna, il De Profundis dell’antieroe

  1. véronique vergé il 16 gennaio 2009 alle 08:56

    Ho molto apprezzato l’analisi di Mauro Baldrati con i paragoni con Henry Miller: mostrare come il personnagio in margine ha evoluto nella letteratura, in una visione più desolante, senza la linea di poesia o di sublimazione.

  2. andrea il 16 gennaio 2009 alle 09:59

    Osservazioni interessanti. Da quel che ho capito leggendo recensioni qui e là, è un libro abbastanza complesso questo di Giuseppe Genna. Ognuno ci vede un po’ quello che gli pare.

  3. Alessandro Ansuini il 16 gennaio 2009 alle 16:02

    presto o tardi dovrò rubarlo o farmelo rubare in libreria questo libro. mi incuriosisce.

  4. bimodale il 16 gennaio 2009 alle 16:49

    pag.57: una marea di merda ricopre l’Italia.
    mi piace, più oltre, in quella stessa pagina, la critica agli autori neoborghesi. più avanti constata l’alto uso di psicofarmaci che si fa in italia. ho scoperto genna e l’ho amato da subito, come ho amato aldo busi e borroughs e p.k. dick. amo leggere cose non televisive, le uniche che vanno, le storielle rassicuranti lineari e realiste (?) le storielle televisive pulite alla portata della massa rotocalcata nel qualunquismo ipocrita dell’italietta monca ostile al nuovo. amante del gregge: per cui non si lascia mai la strada vecchia per quella nuova e non si legge qualcosa di uno che non conosco. :)

  5. niky lismo il 16 gennaio 2009 alle 17:17

    Mi scuso con Baldrati per non riuscire a levarmi questo dubbio: che intenda prospettare la letteratura minore come buona letteratura sol perché minore. Presumo che non sia ciò che vuole intendere, anche perché se ne potrebbe derivare il corollario di una letteratura maggiore che è cattiva letteratura solo in quanto maggiore. A mia discolpa confesso di non aver letto (colpevolmente) né Deleuze & Guattari né Genna. Ma, potendo, rimedierò.

  6. tashtego il 16 gennaio 2009 alle 18:55

    @bi-modale
    bisognerebbe essere comunque cauti nel parlare di “massa rotocalcata nel qualunquismo ipocrita dell’italietta monca ostile al nuovo. amante del gregge”.
    perché le parole:
    massa
    rotocalcata
    qualunquismo
    ipocrita
    italietta
    nuovo
    gregge
    sono come dire, un po’ massificate e rotocalcate e qualunquiste e ipocrite
    e italianette e vecchie eccetera.
    con relativo effetto boomerang per chi, volendo dichiararsi a tutti i costi “distinto” e “non comune”, finisce per darsi esattamente per andante e comune.

    è solo un parere pro veritate.
    non richiesto, lo so.

  7. girolamo il 16 gennaio 2009 alle 20:13

    @ Niki lismo
    Deleuze e Guattari intendevano, per “letteratura minore”, una letteratura la cui lingua, all’interno di una lingua (poniamo quella italiana) fa vibrare note difformi dalla lingua media, abituale, “maggiore”. Che spiazza, o sorprende. Il modello attraverso cui hanno espresso questo concetto è Kafka.

    @ Baldrati
    Complimenti: qua la mano.

  8. bimodale il 16 gennaio 2009 alle 20:45

    tash-tego, io non dichiaro nulla. scrivo e basta. poi penso. probabile coda di paglia. tra l’altro fossi non comune e distinto, non sarei qui in italia a parlare di cose vecchie oppure m’avrebbero già ‘massificato’ o fatto fuori. che io sappia, la genialità in italia è soffocata in tutti modi.
    ultima cosa: magari se permettessi i commenti al tuo blog sarebbe meno ipocrita da parte tua dare pareri anche non richiesti.
    quindi tranquillo tash, sono un idiota banalotto e comunissimo, un italiano insomma.
    :)

  9. giuseppe genna il 16 gennaio 2009 alle 20:54

    Desidero ringraziare Mauro Baldrati, per l’intercettazioni di alcune cose che ritenevo fondamentali per me e me medesimo, come, per esempio, lo sguardo obliquo che guarda al contrario il montaggio e l’intercettazione (su di cui ogni giudizio estetico è legittimo) del pezzo burroughsiano che per me (solo per me, non voglio essere cogente verso nessuna lettura!) è il perno del libro. Accolgo anche le critiche, che mi sembrano giustificate e mi fanno meditare, se non in due casi. La dizione “Storie di merda” non è moralistica, perlomeno non lo è nelle intenzioni: voleva essere un omaggio a Dick, a “Vita di un artista di merda” – non si tratta di storie di merda perché di mezzo c’è l’eroina, ma perché la scoria di letame è l'”io”, per me. Questo conduce alla riflessione molto interessante sulle droghe. Io lì tento quest’operazione, che non mi pare moralistica: oppongo, a una vulgata “sciamanica moderna e occidentale”, alla Leary per intenderci, una visione desunta dai percorsi ascetici che vanno dal Vedanta ai vari tipi di Zen e Buddhismo, alle pratiche sufi – intendendo cioè affermare che non è appoggiandosi a un “supporto” che si sperimenta l’allargamento di coscienza e asserendo la possibilità invece che sia l’estrema attenzione a veicolare l’autoconsapevolezza che permette di sfondare i limiti dell'”io”. Questa tesi, ovviamente, non è mia. Escludo qualunque tipo di giudizio moralistico sulle droghe – è tra tossicodipendenti o ex tali che annovero, e ne sono fiero, alcune tra le mie più profonde amicizie. Inoltre lì dentro c’è del vissuto personale effettivo, e dunque anche il tentativo di descrivere, rispetto alle pratiche di trascendimento dell'”io”, una differenza sperimentata. Invece credo che sia molto vero che ci siano scivolate, momenti in cui mi sono fatto prendere la mano, che mettono a rischio l’impianto di identificazione tra me e il letame della storia, che è anche letame linguistico, qui e ora, sempre secondo me: a meno che non si tenti esattamente quanto auspicato dai Dioscuri francesi, che è un riferimento che mi onora tantissimo e del quale, davvero, sono grato e imbarazzato.

  10. sergio garufi il 16 gennaio 2009 alle 23:53

    A me piace la scrittura di Baldrati, è sempre chiara e profonda. Alcune annotazioni mi hanno colpito, come quando dice: “è una lettera perduta al padre, quasi un padre di nessuno, come la lettera di Kafka era al padre di tutti.” Forse l’unica cosa che non mi è piaciuta è il finale, “tutto il resto – i giudizi, le condanne – è spleen”. Quel “tutto il resto è…”, declinato in vari modi, mi pare molto abusato, un po’ troppo facile e tranchant, anche se riconosco che si tratta di una formula che trovi nelle pagine di molti ottimi autori (Cèline e Cioran, per es.). Se la scrittura di Baldrati in questo post mi appare chiara e profonda, quella di Genna nello spazio dei commenti mi sembra invece fumosa e inutilmente contorta [“lo sguardo obliquo che guarda al contrario il montaggio e l’intercettazione (su di cui ogni giudizio estetico è legittimo) del pezzo burroughsiano che per me (solo per me, non voglio essere cogente verso nessuna lettura!) è il perno del libro”].

  11. mauro baldrati il 17 gennaio 2009 alle 01:53

    Ringrazio tutti per i commenti, Girolamo per la precisazione, breve e chiarissima. Saluto Giuseppe Genna, che ringrazio per la puntualizzazione sulle “storie di merda”, che fa chiarezza sul reale significato di questo concetto/titolo; e noto – benché non avessi dubbi in proposito – che conosci bene le riflessioni e le prese di posizione dell’epoca sulle droghe; e capisco che la distinzione che veniva fatta sulle droghe stupefacenti e psicotrope tu la ignori forse di proposito, attribuendo al concetto di “supporto” quello di un elemento indistinto, estraneo a noi stessi, di qualunque sostanza si tratti, supporto che veniva usato per allargare la coscienza, mentre costituisce un surrogato che finisce per obnubliarla. E’ accettabile, come visione “purista” della coscienza stessa, come meditazione trascendentale addirittura; però tutto questo secondo me non emerge dal finale del capitolo che ho citato. Diciamo che forse quelle poche righe sono state scritte in maniera non chiara. Comunque il tuo è un libro molto coraggioso, e importante.

    Sergio, accetto la critica sulla frase finale. La tua è una ottimizzazione che mi è molto utile.

    Buona notte.

  12. federico pevere il 17 gennaio 2009 alle 03:42

    l’unica (ed infinita) qualità di questo libro è rendere lo schifo (genna e le sue azioni) piacevole, interessante, quasi desiderabile, come inchinarsi di fronte al letame perchè sottomessi eppure sentirsi puri. tutto il resto è trascurabile, ma questo è impagabile e necessario.

  13. sergio garufi il 17 gennaio 2009 alle 09:28

    Ora mi viene in mente che anche Borges e Paul Valéry usano quella formula (“Tutto il resto è letteratura”) alla fine di loro testi, dev’essere un marchio di fabbrica delle scritture che mi piacciono :-)

  14. cristiano prakash il 17 gennaio 2009 alle 17:02

    scrivo poche righe ben sapendo di non avere alcuna capacità di critico.
    questo libro l’ho trovato davvero necessario- nel senso che sarebbe necessario leggerlo- in molti punti. vado a memoria: il padre, il medium, l’incontro con lynch e tutta la mostra del cinema, il cane morente del finale; un pò meno il resto. lo sforzo di genna mi sembra lo sforzo tutto occidentale di trascendere, che, come sa molto bene anche lui, non richiede sforzo: al limite disciplina.
    e poi mi è sembrato uno sforzo spasmodico, che ritengo lecito per uno scrittore, di scrivere qualcosa di non già scritto, nei termini di “uno stile nuovo alla genna”.
    quel che più mi impressiona è, ancora, uno sforzo: ho la sensazione che viva un rapporto molto doloroso con la scrittura, seppur necessario alla sua esistenza. non ho mai letto nulla di quest’autore- molto dotato a mio avviso, ma che manca ancora di una sua via, che non sia solo cerebrale o intelligente, ma che scaturisca, non so come dire, “dall’amore”- che non risulti intrisa di fatica.
    credo insomma sia molto dotato, molto votato – come lui mi vengono in mente busi e moresco e qualche amico non scrittore- alla letteratura come paradigma di vita.
    un invito a baldrati a proseguire con questi interessanti articoli.
    cristiano

  15. Annichilito Morgillo Annichilito il 17 gennaio 2009 alle 18:12

    Giuseppe Genna, Ella non si rilassa mai, neanche fra amici? La sua merda è forse profumata!

  16. franz krauspenhaar il 18 gennaio 2009 alle 21:00

    Un libro che mi interessa leggere per varie ragioni. Da quel che ho letto in giro deve avere dei momenti di grande forza.

  17. franz krauspenhaar il 18 gennaio 2009 alle 21:01

    Una domanda facile facile Morgillo: ma tu non ti rilassi mai?

  18. gianni biondillo il 19 gennaio 2009 alle 17:56

    Sergio,
    e non dimentichiamoci il fondamentale “tutto il resto è noiaaaa”
    ;-)

  19. no/made il 19 gennaio 2009 alle 20:15

    un libro che l’ italia si merita!

  20. Iannozzi il 19 gennaio 2009 alle 22:19

    Un libro senza né capo né coda: un copia taglia & incolla. In pratica: un pasticcio.

  21. Valter Binaghi il 20 gennaio 2009 alle 23:18

    Un libro che ho recensito altrove, ponendo qualche qualche riserva critica all’autore (alla cultura di Genna più che alla sua scrittura, per intenderci), ma di fronte al quale posso solo manifestare ammirazione.
    Nessuno scrittore italiano come Genna mi attraversa da parte a parte, dandomi la conferma della potenza conoscitiva della letteratura, quando è poesia e non arredamento.

  22. girolamo il 20 gennaio 2009 alle 23:33

    Bel commento, Valter. Soprattutto perché non solo non lo hai copiato da un altro blog, ma hai anche letto il libro. Della tua recensione avevo apprezzato questo passaggio, in particolare: La sua è scrittura sciamanica, di chi racconta essenzialmente sè stesso non per autoidolatria narcisistica ma perchè in sè stesso partorisce, incarna, crocifigge e resuscita il senso stesso di un divenire che sfugge alla formula e si dipana nella purezza di un canto per il quale la distinzione tra poesia e prosa risulta ormai inutile e ininfluente.

  23. Iannozzi il 21 gennaio 2009 alle 17:49

    E’ un brutto libro, un po’ Medium e un po’ articoli e spezzoni: un pasticcio, tutto qui. Che volete che si dica d’altro?

    Ah, sì, non si capisce un’emerita acca di dove voglia andare a parare Genna: conferma, ennesima oramai, che Genna non sa scrivere, che per il mainstream non è portato. E non sono il solo a pensarlo, chissà come mai.

  24. mamù il 26 febbraio 2009 alle 20:16

    poche righe per aggiungermi al coro di chi dice e pensa che questo sia un libro necessario. l’avrei letto d’un fiato se solo avessi avuto il tempo a disposizione. una scrittura potente, una struttura forte. è come se fossi riuscita a sentire l’autore che scrivendo si sia liberato da tutti i mali, vomitandoli. dire che è l’immagine della nostra cara italietta è riduttivo.



indiani