La dissipazione di Israele – Lettera aperta per gli ebrei italiani

21 gennaio 2009
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[Si riprende la lettera pubblicata dal manifesto il 18.01]

di Franco Lattes Fortini

Quello che segue è un testo scritto quasi 20 anni fa da Franco Fortini. «Il manifesto» lo pubblicò il 24 maggio del 1989. Rileggerlo fa una certa impressione. Perché i problemi e gli interrogativi che pone rimangono ancora oggi aperti e sostanzialmente immutati. Semmai «solo» aggravati.

Ogni giorno siamo informati della repressione israeliana contro la popolazione palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato, come vuole chi la guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle vite, alla cultura, le abitazioni, le piantagioni e la memoria di quel popolo e – nel medesimo tempo – distrugge o deforma l’onore di Israele. In uno spazio che è quello di una nostra regione, alle centinaia di uccisi, migliaia di feriti, decine di migliaia di imprigionati – e al quotidiano sfruttamento della forza-lavoro palestinese, settanta o centomila uomini – corrispondono decine di migliaia di giovani militari e coloni israeliani che per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con mogli, i figli e amici, dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare. Anzi saranno indotti a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome di qualche cinismo real-politico e di qualche delirio nazionale o mistico, diverso da quelli che hanno coperto di ossari e monumenti l’Europa solo perché è dispiegato nei luoghi della vita d’ogni giorno e con la manifesta complicità dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d’ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei loro e nostri profeti stanno scritte parole che non sta me ricordare.
Quell’assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle mani dei palestinesi le pietre cadessero e – come auspicano i “falchi” di Israele – fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della politica di distensione dell’Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte dell’opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un’altra parte, tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre.
Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina ideologica della sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello stato di Israele. E questo è anche l’esito di un ventennio di politica israeliana.
L’uso che questa ha fatto della diaspora ha rovesciato, almeno in Italia, i rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica, in confronto al 1967. Credevano di essere più protetti e sono più esposti alla diffidenza e alla ostilità.
Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana e ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più aiutato, quella distinzione, a mantenerla. Sono molti a saper distinguere e anch’io ero di quelli. Ma ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili tanto silenzio o non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli amici degli ebrei italiani? Coloro che ebrei o amici degli ebrei – pochi o molti, noti o oscuri, non importa – credono che la coscienza e la verità siano più importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza di quelle imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza, scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che nella notte l’Angelo non lo riconosca; o invece trovino la forza di rifiutare complicità a chi quotidianamente ne bagna la terra, che contro di lui grida. Né mentiscano a se stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno e giudicheranno.
E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato mi permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che lo faccio per rendere testimonianza della mia esistenza o del cognome di mi opadre e della sua discendenza da ebrei. Perché credo che il significato e il valore degli uomini stia in quello che essi fanno di sé medesimi a partire dal proprio codice genetico e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in destino. Mai come su questo punto – che rifiuta ogni «voce del sangue» e ogni valore al passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente; sé che partire da questi siano giudicati – credo di sentirmi lontano da un punto capitale dell’ebraismo o da quel che pare esserne manifestazione corrente.
In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati, amici degli ebrei e dell’ebraismo, scrivo queste parole a una estremità di sconforto e speranza perché sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l’indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo bene.
Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, come la Francia agì in Algeria, gli Stati uniti in Vietnam o l’Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli Americani quelli del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli ebrei, ben rima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri vasi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. Non rammento, quale sionista si era augurato che quella eccezionalità scomparisse e lo stato di Israele avesse, come ogni altro, i suoi ladri e le sue prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il suo Libro è da sempre anche il nostro, e così gli innumerevoli vivi e morti libri che ne sono discesi. E’ solo paradossale retorica dire che ogni bandiera israeliana da nuovi occupanti innalzata a ingiuria e trionfo sui tetti di un edificio da cui abbiano, con moneta o minaccia, sloggiato arabi o palestinesi della città vecchia di Gerusalemme, tocca alla interpretazione e alla vita di un verso di Dante o al senso di una cadenza di Brahms?
La distinzione fra ebraismo e stato d’Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall’assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno, quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.
Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana, Simone Weil ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria. Un poeta ha parlato del proscritto e del suo sguardo «che danna un popolo intero intorno ad un patibolo»: ecco, intorno ai ghetti di Gaza e Cisgiordania ogni giorno Israele rischia una condanna ben più grave di quelle dell’Onu, un processo che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé, se non vorrà ubriacarsi come già fece Babilonia.
La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazione palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c’è laggiù università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.
E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati dello Tsahal, un’altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi.
Parlino, dunque.

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28 Responses to La dissipazione di Israele – Lettera aperta per gli ebrei italiani

  1. gianluca g. il 21 gennaio 2009 alle 14:29

    #ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina,#
    e tutti i ragazzi di palestina impiccati perché si amano?
    parlino dunque, quelli che si rifugiano altrove, e ci dicano se è meglio essere torturati dalla propria famiglia o se uccisi dal nemico che il proprio popolo combatte.
    ma se si riuscisse ad assumere su di sé la responsabilità del nazismo omofobico palestinese?

  2. macondo il 21 gennaio 2009 alle 14:34

    Parole “profetiche” potrebbero apparire oggi quelle di Fortini. Ma non è così. Derivano da una analisi lucida (e anche sofferta, viste le sue origini familiari) della situazione. Di allora come oggi, perché nulla è cambiato, a livello di oppressione di un popolo. Diversi sono solo i nomi dei leaders politici e dei generali. Già dai “Cani del Sinai” Fortini si era “guadagnato” il risentimento, se non l’odio (specialmente quello della Fiamma dai capelli rossi di allora), della comunità ebraica italiana. Che mai gli perdonò la sua infedeltà. Ma ciò faceva parte della dinamica politica cui si era esposto, e politicamente Fortini la accettò.

  3. diego il 21 gennaio 2009 alle 14:58

    Ciclicamente questa lettera ritorna. Qui su NI fu già postata una volta da Andrea Raos ( https://www.nazioneindiana.com/2005/09/21/lettera-agli-ebrei-italiani/ ). Personalmente ho invitato, ogni volta che questa lettera faceva la sua comparsa o veniva citata, alla lettura integrale de I Cani del Sinai (la cui ristampa Quodlibet contiene anche la lettera), e di Extrema Ratio dove Fortini, nella sezione “Un Luogo Sacro”, ritorna sulle considerazioni espresse nella lettera mentre si trova a Gerusalemme.
    Sono venti anni che si pubblica questa lettera, e sembra quasi che si sia ottenuto l’effetto opposto, almeno nella comunità ebraica italiana (senza parlare di quella di Roma…)
    Caro Domenico, io ti conosco come curatore e traduttore di Schimdt, uno della mia personalissima “top ten”; una volta sono anche venuto a bussare, in un cortile di S. Angelo in Formis, per vedere com’era fatta un’impresa tanto coraggiosa da pubblicare Schmidt in questo paese. Ma non ti trovai.
    Ora vedo che questi “problemi e interrogativi” ti interessano, ne sono contento. Non poteva essere altrimenti.
    Eppure qui non si è mai messo in discussione niente, c’è stato tutto il tempo per pensare e riflettere sulle parole del Lattes – doppio cognome che si usa citare solo in occasione di questo scritto, proprio per suscitare “meraviglia” (la retorica collaudata del “self-hating jew”). Eppure questo paese si ritrova con Fiamma Nirenstein vicepresidente alla commissione esteri della camera.
    Non è tempo per riflessioni e riconciliazioni, per dialoghi immaginari con l’informazione. Bisogna semplicemente fare una scelta, e boicottare non solo i prodotti israeliani ma chi, da qui, propone informazione che è menzogna. Perchè questo paese vanta i peggiori servizi televisivi in materia, la peggiore connivenza. E l'”equidistanza” o il dialogo con chi si autoassolve “equidistante” è un crimine contro l’umanità. E contro l’ebraismo stesso.
    Con stima, diego

  4. gianluca g. il 21 gennaio 2009 alle 15:15

    posso farvi una domanda (ve lo giuro, è l’ultima e poi veramente basta), il massacro che fanno gli israeliani dovrebbe spingerci a boicottare i prodotti di israele, cosa che mi era già stata proprosta.
    ma per impedire che ulteriori massacri avvengono ai danni degli omosessuali palestinesi, cosa contate di fare?
    mi piacerebbe avere un risposta, visto che né qui né nel post di galbiati, nessuno sembra porsi il problema.
    posso capire perché? pensando a niki vendola o a vladimir luxuria, non posso non chiedermi come mai nessuna battaglia venga fatta contro i palestinesi ‘omofobici’.

  5. diego il 21 gennaio 2009 alle 15:23

    >ma per impedire che ulteriori massacri avvengono ai danni degli omosessuali palestinesi, cosa contate di fare?

    Cominciando a fornire dati e fonti sui massacri ai danni degli omosessuali palestinesi. Ne hai? Sarebbe un buon inizio.
    Anche se onestamente mi sfugge la pertinenza.

  6. domenico pinto il 21 gennaio 2009 alle 15:29

    Caro Diego, non ricordavo la precedente pubblicazione di Raos. Vero è che la lettera ritorna come una cometa, anche questo dovrebbe dirci qualcosa (sembra si viva uno scacco perpetuo, se non fosse per l’andamento demografico dei territori e di Israele, che forse potrebbe sovvertire la situazione, o farla precipitare definitivamente). Mi sembra a questo punto interessante, per i commentatori più attivi, riconsiderare i propri doppioni e i giudizi espressi tre anni fa.

    Sul boicottaggio, molto si è discusso. C’è chi ritiene che sarebbe opportuno stringere invece più legami, rafforzare il dialogo con chi dall’interno di Israele esprime il proprio dissenso. E’ un pensiero che condivido, e spero che NI ospiti presto contributi dal ‘fronte interno’. Alcuni di noi si stanno muovendo anche in questa direzione. Per ora, però, io esercito una delle possibilità di cui dispongo, cerco di orientare le mie scelte di consumo.

  7. macondo il 21 gennaio 2009 alle 15:32

    Vedi, Gianluca, e a titolo personale, posso dirti che quando un popolo è oppresso, esiliato, costretto in uno spazio carcerario, io mi mobilito per il diritto alla sua libertà. Questa mi pare l’urgenza dettata dalle contingenze attuali. Quando sarà libero e sovrano, allora, perché la lotta politica al suo interno non sarà terminata, ma comincerà in quel momento, potrò mobilitarmi per quella parte laica e tollerante i cui principi condivido.

  8. gianluca g. il 21 gennaio 2009 alle 15:53

    ricopioincollo: (ma sarebbe bene che tu andassi oltre il riduzionismo polimaterialistico tuo e degli altri tuoi compagni, per quanto compagno lo sia anche io)

    “Israele”, secondo l’autorevole editorialista del “Corriere della Sera”, Paolo Mieli, che invoca un maggiore appoggio da parte dei gay italiani verso questo stato, “è l’unico Paese in tutto il Medio Oriente che non ha leggi contro la sodomia né prevede norme tipo ‘offese contro la religione’ o ‘condotta immorale’ usate di solito per perseguitare i gay, le lesbiche e le persone transessuali”. Inoltre, Israele “accoglie i gay palestinesi che fuggono dalla persecuzione omofoba nei territori occupati” (12/5/2003, http://www.gaynews.it/view.php?ID=24674 ).

    copioincollo 2:

    Alcuni mesi fa Hassam (nome di protezione), 19 anni, fu trovato dal fratello maggiore in un giardino nei pressi di Gaza, mentre baciava un altro ragazzo. Tornato a casa, fu violentemente picchiato da tutta la famiglia e minacciato di morte. Due giorni dopo fu prelevato dalla polizia e sbattuto in prigione. I suoi carcerieri lo chiusero in una angusta stanza piena di liquami, e il ragazzo fu torturato con colli di bottiglie di vetro.
    Hassam riuscì a fuggire ed entrare come clandestino in Israele, dove l’omosessualità non è un reato.

    ho sbagliato a dire massacro. volevo mettere in evidenza il fatto che i palestinesi non è che siano proprio così amanti dei diritti civili. non lo so se sia peggio uccisione di un palestinese da parte di un istraeliano o l’uccisione di palestinese da parte di un palestinese. è la forma mentis del palestinese che non mi convince e mi trattiene dal difenderlo a spada tratta, a considerarlo una vittima. la pertinenza ti sfugge semplicemente perché qui il dogma predomina, mi sembra. quindi non mi sembra che ci sia bisogno di fornire dati e fonti. la pertinenza? non saprei: forse sei troppo quadrato? o forse l’omosessualità non è inquadrabile nell’economia materialista?
    p.s.
    grazie comunque, non m’aspettavo d’essere preso in considerazione… dopo un bel po’ di commenti, avevo perso la speranza. ma d’altronde se entrassi in chiesa e cominciassi a dire: forse non esiste solo dio, forse non esiste solo la bibbia, prenderebbero in considerazione il mio punto di vista. lo stesso succede qui: paraocchi, dati e fonti, punto di vista ortodosso, fedeli alla linea. lo sai? sono diventato agnostico per colpa dei preti e ora sto diventando di destra per colpa della sinistra.
    guarda, volevo solo testare la plasticità del vostro pensiero dicotomico-unicheggiante. totalmente assente.
    non t’affannare a dimostrarmi real-razionalmente che ho torto, sarebbe come sparare sulla croce rossa.
    anche se il non rispondere sarebbe più eloquente.
    io spero che in futuro si riesca a capire che siamo tutti esseri umani e tutti con il diritto di vivere.
    però, se non cominciano i popoli cosiddetti civili ad andare oltre il proprio limitato punto di vista, come si può pretendere che lo facciano popoli meno tecnologici?
    se io fumo, non posso dire a mio figlio di non farlo.
    scusa se la risposta non è adeguatamente matematica e maschil-razional-comunista.
    ragiono come se fossi già oltre questa limitata vita.
    :)

  9. gianluca g. il 21 gennaio 2009 alle 15:57

    @macondo: quindi se fosse libero, il popolo palestinese abolirebbe la pena di morte per gli omosessuali? il problema dei gay c’è sempre stato. semplicemente: la maggioranza eterno non lo sente come problema. preferisco che si dica quello che si pensa: a me dei froci non me ne frega niente. altrimenti un popolo ‘libero’ come quello italiano avrebbe già contestato il papa nazingher.
    :)

  10. gianluca g. il 21 gennaio 2009 alle 16:00

    sì diego, l’articolo è vecchio, uno dei tanti.

  11. domenico pinto il 21 gennaio 2009 alle 16:16

    @gianluca,
    ha già detto bene il razionalcomunista Macondo. Ti invito a rimanere sul tema, che non è l’allargamento dello spazio di libertà dei gay in Palestina. Se poi le comete non ti piacciono, ne sono desolato.

  12. diego il 21 gennaio 2009 alle 16:35

    Paolo Mieli “autorevole”? ;)

    >C’è chi ritiene che sarebbe opportuno stringere invece più legami, rafforzare il dialogo con chi dall’interno di Israele esprime il proprio dissenso.

    Domenico, quei pochissimi qui che possono ricordarsi di me lo fanno in virtù di una mia proposta che, in occasione della Fiera del Libro dell’anno passato, pubblicaste su NI per andare oltre il boicottaggio (e l’anti-boicottaggio). Era appunto il tentativo di approfittare di quella circostanza per “rafforzare il dialogo con chi dall’interno di Israele esprime il proprio dissenso” e pubblicizzare in Italia un dissenso praticamente oscurato da gente “autorevole” come, appunto, Paolo Mieli. E’ stato fallimentare. A parte due (due) componenti di NI, il resto si è dileguato. Tra gli altri, posso fare solo il nome di Galbiati come persona effettivamente interessata a portare avanti la cosa. Rileggere oggi, sulla stessa piattaforma e solo dopo lo spettacolo della violenza (laddove un milione e mezzo di persone chiuse in gabbia in condizione di sopravvivenza, non di vita, non è riuscito a determinare l’urgenza dell’azione per tutto il lungo periodo precedente) che esiste una volontà da parte di “alcuni di voi” di muoversi nella direzione dell’apertura verso il dissenso interno ad Israele può farmi piacere,
    ma non può non farmi nascere il sospetto di voler cavalcare la solita onda emotiva passata la quale si ritorna equidistanti con tutti i se e i ma del caso.

  13. Andrea Raos il 21 gennaio 2009 alle 16:57

    a Diego

    “le parole del Lattes – doppio cognome che si usa citare solo in occasione di questo scritto, proprio per suscitare “meraviglia” (la retorica collaudata del “self-hating jew”)”

    “si usa citare” non è esatto, è lui che (a mia conoscenza) solo in quest’occasione scelse di firmarsi così. Del resto Fortini di ‘retoriche collaudate’ se ne intendeva. E’ solo un dettaglio, ovviamente.

  14. lorenzo galbiati il 21 gennaio 2009 alle 19:35

    @Domenico
    riprendo anch’io quanto di tuo ha quotato Diego:

    “Sul boicottaggio, molto si è discusso. C’è chi ritiene che sarebbe opportuno stringere invece più legami, rafforzare il dialogo con chi dall’interno di Israele esprime il proprio dissenso. E’ un pensiero che condivido, e spero che NI ospiti presto contributi dal ‘fronte interno’. Alcuni di noi si stanno muovendo anche in questa direzione. Per ora, però, io esercito una delle possibilità di cui dispongo, cerco di orientare le mie scelte di consumo.”

    Per chiederti il motivo di quell’ “invece”: boicottare commercialmente i prodotti israeliani e chiedere il boicottaggio accademico e diplomatico significa RAFFORZARE i nostri rapporti con chi esprime dissenso all’interno di Israele, dato che è proprio il “fronte interno” a chiederci sanzioni e boicottaggio!

  15. gianluca g. il 21 gennaio 2009 alle 20:06

    vabbè Pinto, non vuoi comprendere cosa intendo dire, tu e gli altri.
    abbandono il campo indiano definitivamente.
    è stato un piacere ‘confrontarsi’ con voi.

  16. soldato blu il 21 gennaio 2009 alle 20:21

    Gianluca resta!

  17. manuel cohen il 21 gennaio 2009 alle 21:01

    Caro Gianluca , resta, per favore

  18. itzik il 21 gennaio 2009 alle 23:45

    “ora sto diventando di destra per colpa della sinistra”

    Non farlo! Aspetta e vedrai che a destra ci finiscono quelli che tu credi ti ci vogliano far spostare a te. Scommettiamo? I neocon erano tutta gente di sinistra, che spinta dalla fede nell’ideologia sono stati pronti a qualsiasi cosa pur di vincere. Persino a diventare di destra.

    Tu, resta a sinistra.

  19. itzik il 21 gennaio 2009 alle 23:52

    A proposito di boicottaggi. Non ho potuto non notare, e me ne compiaccio, l’adesione di NI alla determinatissima campagna per il boicottaggio della recente Fiera del Libro di Francoforte, con ospite d’onore la Turchia. La partecipazione di NI alla mobilitazione pacifista internazionale per i Kurdi e contro la negazione dell’Olocausto armeno ha rappresentato un plus ed un arricchimento per della lotta contro la sporca coscienza dell’occidente.

  20. itzik il 22 gennaio 2009 alle 00:03

    credevo di aver visto due commenti interessanti, ed ora non li trovo più. Peccato. Che mi sia sbagliato?

  21. franz krauspenhaar il 22 gennaio 2009 alle 00:30

    Sono molto contento che Andrea Raos abbia ripubblicato questa lettera di Fortini.

    Grazie.

  22. gianluca g. il 22 gennaio 2009 alle 01:53

    franco, soldato blu, manuel, grazie. chiedo scusa a tutti per la mia infantile presa di posizione paranoica e fuoriluogo. mi sono comportato ancora una volta da perfetto cretino, o da buffone, come probabilmente potrebbe dirmi il caro franz, che saluto:)
    e ovviamente continuerò ad esserci,
    anarchico… ma a sinistra. sempre!
    :)

  23. lorenzo galbiati il 22 gennaio 2009 alle 03:02

    A proposito di anarchici di sinistra,

    Thank You, Dear Anarchists
    Written by Michael Warschawski, Alternative Information Center (AIC)
    Monday, 19 January 2009

    Everyone has a breaking point. Last Thursday, the Israeli military slaughtered 73 people, of whom 24 were children. This black Thursday was my breaking point. I left the office of the Alternative Information Center and went home, to sleep. To escape from the sensation of helplessness, from the stench of pollution that clung to me, to all of us. I told members of the Coalition against the War that I would not come to the demonstration planned for Saturday evening in Jaffa, and they freed me from the tasks I had taken upon myself for this demonstration.

    The next day, the stench subsided somewhat and I accompanied, as planned, the aid convoy organized by Physicians for Human Rights-Israel to Gaza. The next day I went to Jaffa, and for the first time in 40 years I had the opportunity to demonstrate as a protestor and not as someone responsible for the event. It was, as expected, a smaller demonstration than the one on 3 January—3,000 women and men, perhaps a few less. Smaller and much more radical—it was evident that the protesters were full of rage and shame about the crimes committed in our names and in the name of the Jewish people.

    Freed from any task, I had to choose beside whom I would march through the empty and dark streets of Jaffa. I choose the bloc of the anarchists. Despite the huge age difference, only next to them could I feel a compatibility between the horrors of the situation and the slogans and shouts, which took no prisoners. Only the anarchists knew to express a clear and sharp break with the criminal state, from its actions and the accepted public discourse. The anarchists leave no room for the stinking glue that holds each one of us to the tribal collective to stick to them. The divorce with the collective they issued in past years in Bil’in and Na’alin, with the tear gas and beatings they endured, in injuries from shootings and increasing violence on the part of the military and police toward them.

    I learned one or two things from the anarchists, the most important of which is that only through actions—and not statements and articles, is it possible to give validity to sayings such as “not in our name” and “our hands did not spill this blood.” Moreover, they provided us with a lesson in Jewish-Arab and Israeli-Palestinian partnership, a true partnership grounded in resistance and not opinions and joint declarations. At the demonstration in Jaffa it was possible to feel this partnership, and it is no coincidence that during the march the number of Arabs who joined this bloc grew and grew.

    The Anarchists against the Wall are truly a special type of anarchists, who are not silenced by political correctness, and are prepared to express their solidarity with the Palestinian people in unconventional ways for those who define themselves as atheists: during the demonstration, one of these young heathens began shouting “Allahu Aqbar”, which shook the quiet Yeffet Street. I could not halt my outburst of laughter.

  24. manuel cohen il 22 gennaio 2009 alle 14:55

    @ Gianluca g. : mi pare di aver letto qualche articolo molto interessante sulla questione da te ‘lanciata’ e non raccolta sulla rivista ‘aut’ o su ‘Pride’. Stasera guarderò tra le mie carte. nel caso ti lascio i titoli su questo post. ciao :-)

  25. franz krauspenhaar il 22 gennaio 2009 alle 21:37

    e.c.: la lettera è stata postata da Domenico Pinto, non da Raos, che però l’aveva postata in un primo tempo anni fa. Mi scuso con gli amici indiani, ho fatto che quel che si dice in termini calcistici “l’autogol dell’ex”.:-)

  26. diego il 23 gennaio 2009 alle 17:11

    Una bella lettera di Bifo.

  27. macondo il 23 gennaio 2009 alle 22:44

    Anche Bifo (e se succede anche a lui, il sintomo è preoccupante), ricordando le parole del suo allievo senegalese Claude, si chiede perché si continui a ricordare solo il genocidio degli ebrei, e non quello assieme agli altri, e cita quello dei rom, quello dei pellerossa (gli indios del Nordamerica), quello dei palestinesi. E con lui molti altri, che affermano l’Olocausto degli ebrei essere stato per numero di vittime il più grande della storia. Non è così. Quando l’America venne conquistata, la regione meridionale contava, secondo gli esperti, 100 milioni di abitanti. Dopo un pugno di decenni di conquista, gli abitanti originari erano diventati 10 milioni. Gli altri, fatti fuori, direttamente o indirettamente (lavoro micidiale nelle miniere, epidemie portate dai colonizzatori ecc.). Non si tratta di contrapporre freddamente cifre a cifre, ma solo di far notare la forza della rimozione, dell’interdetto, dell’oblio cominciati con la corona spagnola e continuati a tutt’oggi.



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