E in più tutto il peso delle foglie mentre toccano terra.

26 gennaio 2009
Pubblicato da

di Maria Cerino

Il rumore della portiera dell’autobus è l’unico suono che riesce a distinguere tra quelli sgraffignati nel passato. Si regge ad un sedile per restare in piedi nella rinculata che fa il mezzo dopo una brusca frenata. Stringe anche una ciocca di capelli lunghi e neri mentre si tiene aggrappato alla spalliera, nel frenare e sbalzare un po’ indietro e poi tornare con la schiena e la testa avanti sente la passeggera urlare. Si sposta, non si scusa e scende.

I rumori del centro lo investono. Gli arrivano tutti insieme allo stomaco, come un calcio; anzi, lui che di calci ne ha presi e dati, non penserebbe proprio a un calcio perché in quel caso il dolore ha una superficie d’interesse mentre ora sente le vibrazioni attraversargli il corpo, rintronargli la testa. Con le orecchie turate che lo allontanano e un altro foro – un foro che sembra cercarsi con le mani ma che non riesce a cogliere a tatto – dissociato a ciò che vede.

Gabriele ha gli occhi verdi quando si mette sotto la luce del sole. Ed ha due gambe che si muovono leggere verso casa. Nei cinque minuti trascorsi ha già imparato a tenere di nuovo gli spazi, ad essere abbastanza lontano ma anche sufficientemente vicino ai corpi. La possibilità di sfiorarne uno, di sfiorarlo per caso, è l’unica ragione che lo ha portato a prendere il pullman invece che telefonare e accertarsi che qualcuno di sua vecchia conoscenza lo riaccompagnasse. Vuole passare in maniera fortuita su una storia, sgusciare tra un gesto banale, magari impigliarsi con la chiusura del braccialetto nei fili di lana dell’abito di una sconosciuta, trattenerla, aspettare che se ne accorga gli sorrida e cacciando il metallo dal vestito gli dica: – Non è nulla, mi capita spesso. Pur non essendo vero: la cortesia. E poi vederla allontanarsi mentre continua a stiracchiare il tessuto lì dove si è fatto un nodo, un tumore di lana. Una traccia di sé che l’accompagnerà per la giornata. Senza turbarne alcuna decisione. L’invadenza.

Ha quarantadue anni meno quindici, Gabriele. Se gli si chiedesse quando è nato risponderebbe: – Dipende, sono nato almeno tre o quattro volte. L’ultima un quarto d’ora fa salendo sulla linea H delle 13.30; sulla sua nascita ha riflettuto spesso, soprattutto dopo la condanna. Sente d’aver avuto una nuova vita in più occasioni e non intesa come potrebbe intenderla chiunque, cioè come un’ennesima possibilità per far bene e far male, ma piuttosto come il ritrovarsi improvvisamente in un luogo che esisteva prima di te ma che aspetta te per compiersi e compierti in un gioco di reciproca incoscienza. È nato quando finanche la madre di Gabriele sapeva nulla più del nome; è nato quando non capiva ancora di poter decidere la variazione di secondi per far di un’ombra un testimone; è nato quando gli hanno annunciato la parola condanna senza che la condanna avesse nella definizione qualcosa di diverso dalla parola come rumore; è nato quando pubblicamente è stato deciso che a casa sua si arrivasse con l’H e non più con il 57. A volte gli è sembrato un ragionamento astruso ma con il passare del tempo se ne è convinto. Anche adesso che si porta le mani in tasca e gli appare quasi necessario quel gesto per scoprirsi un chiunque che cammina all’ora di punta tra la gente. Un uomo che attende d’essere. La signora con la spesa gli si ferma accanto, posa il carico e si passa la mano sulla guancia. Pensa: – Chissà se immagina chi ha di fronte? Se un giorno, per caso, uno che doveva sparare Enrico avesse sparato Gennaro, suo marito (non sa quale sia il nome del marito della signora della spesa, ma non gli importa: sta sceneggiando), l’avrebbe capito che ha davanti, l’uomo che le sta controllando le banane, un assassino? Gabriele pensa, ha imparato a pensare in quei lunghi giorni in cui non aveva altro da fare. Altro oltre a controllarsi l’odore. Aveva fatto l’amore due ore prima che l’arrestassero, s’era trascinato dietro Filomena, non lavandosi per una settimana. Sapeva sempre meno di lei la sua pelle e sempre un po’ più di lui, la distanza. Aveva preso a lavarsi, quindi e inizialmente percepiva il tanfo benevolo che rilascia il corpo quando dopo un po’ di mancanza ritrova il desiderio e poi viene rimesso a digiuno. Come se chiamasse quel fisico che gli hanno tolto di dosso, come se Filomena potesse girarsi di schiena, nuda, di nuovo; per Gabriele solo. La signora delle banane ha un leggero sudore sulla fronte e Gabriele, sì Gabriele, da anni più alcun odore. Continua a camminare, il suo passo è impercettibilmente più veloce, solo che accusa i battiti alla gola: vorrebbe fermarsi ancora una volta, girarsi di spalle e vedere gli alberi che nascono dalla terra. In quindici anni le piantine diventano adulte, potrebbe così pensare di non aver perso niente di sé nel viaggio sul 57. Potrebbe tornare a casa, togliersi la giacca e baciare sulla testa Mena (la chiamerebbe così oggi perché se la immagina più grossa, con la caviglia doppia e il seno che stringe in un camice da lavoro). Ancora le mani in tasca: allunga l’indice, mette il pollice all’insù, mima la sua passata morte. Riprende l’urgenza del dover essere qualcosa, la continuità con la vita un passo avanti alla galera: una volta solo uccisore con in prestito il verdetto. Se dovessi sparare tu qualcuno saresti tanto stronzo da ammazzare per terzi? Questo vorrebbe chiedere al tipo che sta cercando di sbottonarsi il giubbino, stanco forse di sopportare il calore. Se devi vedere un uomo che muore è meglio guardarlo da assassino e non da testimone, gli risponderebbe l’estraneo che mal soffre il sole. Perché Gabriele si lascia seguire dalla colpa, con la colpa che non lo vede e cerca il responsabile. Prendimi, cazzo che aspetti?, si diceva – le diceva – di notte, ma la colpa cercava l’assassino e non la protesi dell’odio, l’ologramma della motivazione. Hanno scelto che morisse, Gabriele, e rinascesse, Gabriele, per una seconda volta senza che se ne rendesse conto. Voleva vederla, Filomena, non come vorrebbe vederla ora, Mena nella taglia senza la pausa né l’abbandono, ma Filomena che non-si-sa se aspetta il mio ritorno. Si metteva su un fianco, stringeva le palpebre come si fa da bambini quando si ha paura del mostro, del ladro, del buio, del dolore e il battito accelera e senti altri rumori, i rumori dei passi del mostro, del ladro nel buio, del dolore, i rumori abortiti dalle pareti dei sali e scendi del materasso e lo schienale che non si ferma e il battito che corre forte. Che si girasse Filomena e lo guardasse in faccia mentre riprendeva a fare l’amore, con un altro. Non vuole scoprirla, vuole vederla. In odore d’indignazione. Il respiro è quello di un uomo e si dice che uomo è, ora, sulla strada del ritorno.

Quanta gente gli passa accanto, tanta gente che neanche potrebbe, se volesse, mettersi in fila l’uno dietro l’altro, in fila per uno e guardarlo in volto. Eppure gli hanno tolto le chiavi di casa perché a quella gente, a tutta quella gente che vede appannarsi intorno poteva sottrarre un giorno, un mese, un anno, un incontro. Ma quanto peso ha un’esistenza se di quell’esistenza non si sa nulla di più di ciò che è stata e di ciò che è in un secondo? Se ti risparmiassi il peggio e ti fermassi nel tempo da vittima con tutti gli altri – compreso me – che ti piangono e ti amano e ti piangeranno e ti ameranno, escluso me troppo impegnato ad espiare la colpa? Come avete potuto pesare i miei giorni, ipotecandoli per i giorni senza ritorno di un cristo morto che forse neppure sarebbe vissuto più di un altro giorno? Le ore degli assassini hanno un’altra misura rispetto alle ore del morto ma lo sanno gli assassini solo e non di certo il morto. A chi ammazza dovrebbero concedere il peso del proprio vivere non sottrarre il non essere degli altri. Un delitto non dovrebbe coinvolgere più di due persone, neppure io c’entro niente, né io né la mia pistola che abbiamo un mandante. Tutto dovrebbe consumarsi in quell’unico odio, in quell’unico amore senza alcuna intromissione. Se gli altri evitassero pure di guardare non rinuncerebbero alla consolazione della vita, non baratterebbero l’equilibrio per la sicurezza. Se tutti gli altri non sparassero non ci sarebbe giudice; se tutti gli altri sparassero non ci sarebbe giudice uguale. C’è di nuovo la signora con la spesa, sembra mi segua con le sue banane. Di Filomena mi ricordo l’odore, potrebbe essere la signora con la spesa. Grassa con i capelli fermati in una coda. E nessun uomo le ha dormito accanto e nessuno l’ha girata di schiena, Filomena appartiene all’estraneo che le passa accanto con le dita messe a pistola e non se ne rende conto. Potrei spararle, spararle tra la folla ma non si può sparare ad una folla. E io non posso trovare Filomena.

Si pizzica sotto il tessuto dei pantaloni la pelle ma nel tempo speso al niente
si tagliava le unghie e la punizione è ancora una volta leggera, inconsistente.

Tag: , , ,

2 Responses to E in più tutto il peso delle foglie mentre toccano terra.

  1. andrea il 26 gennaio 2009 alle 09:09

    un bel racconto.

  2. véronique vergé il 26 gennaio 2009 alle 09:10

    Un racconto sotto il sole strano della libertà. Ma una libertà da cui risalisce il giorno d’amore passato. La città è piena di rumore, di un linguggio incomprensibile come nelle giornate d’estate, quando la gioia delle voci si alzano verso il cielo blu e che non riconosco le voci, perché sei strappato da un mondo all’altro.
    Il profumo della donna è rimasta; il corpo ha il ricordo, ma non la vita.

    E’ mi è piaciuto “Gabrile ha gli occhi verdi quando si mette sotto il sole”
    Anch’io la luce verde attraversa i miei occhi nel raggio del sole, questo sole di nascita.



indiani