Vivi a Berlino (Life in Berlin)

27 gennaio 2009
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Quest’anno i miei morti voglio ricordarli così. Con un canto messianico yiddish intonato a Berlino dai Klezmatics di New York, i più grandi reinventori della musica klezmer. Il cantante dalla incredibile voce bianca, Lorin Sklamberg, è gay. Joshua Nelson che ha collaborato al disco “Brother Moses smote the Waters” improntato sui comuni tratti libertari della musica tradizionale di ebrei dell’est e neri d’America (ossia ex-schiavi), è il nipote di Mahalia Jackson, cantante (e cantore) di “kosher-gospel”. Qui interviene inserendo una sua interpretazione di “Ani Mamin”, il canto paraliturgico che dice “io credo che il messia verrà”, spesso intonato dai chassidim mentre andavano verso le camere a gas. hj

Shnirele perele gilderne fan
meshiakh ben dovid zizst oybn on
halt a bekher in der rekhter hant
makht a brockhe afn gantsn land.
Oi, omeyn veomen dos iz vor
meshiekh vet kumen hayntiks yor.
Vet er kumen tsu forn
veln zayn gute yorn
vet er kumen tsu raytn
veln zayn gute tsaytn
vet er kumen tsu geyn
veln ale mensh in Eretz Yisroyl aynshteyn.

Nastrini, perlini, bandiera d’oro,
Il messia, figlio di Davide, vi è seduto in mezzo,
regge un calice nella mano destra,
offre una benedizione a tutta la terra.
Amen e amen: questa è la verità,
il messia quest’anno arriverà-

Verrà con un carro,
saranno anni buoni.
Verrà a cavallo,
saranno tempi buoni.
Verrà a piedi,
tutti gli uomini entreranno nella terra promessa.

(la traslitterazione del testo in yiddish è fatta secondo l’uso anglosassone).

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36 Responses to Vivi a Berlino (Life in Berlin)

  1. gianni biondillo il 27 gennaio 2009 alle 11:43

    splendido.

  2. véronique vergé il 27 gennaio 2009 alle 12:16

    Bellissimo! E nella scia della stella rossa di Orsola.
    Si vede il cuore vivo della memoria.
    Una grande emozione da leggere e da ascoltarare,
    e un silenzio dentro noi
    come una preghiera.

  3. sparz il 27 gennaio 2009 alle 12:41

    straordinario.

  4. niky lismo il 27 gennaio 2009 alle 12:47

    Helena mi perdonerà se esprimo un lieve dissenso per una sua precisazione (“il cantante… è gay”) che suona francamente gratuita e un po’ acida. Detto questo, da tutt’altro angolo visuale ma altrettanto intensa e forse ancor più libera e creativa va ricordata la reinterpretazione/reinvenzione che del klezmer opera il gruppo Masada facente capo a John Zorn (su youtube una serie di buoni video).

  5. franco buffoni il 27 gennaio 2009 alle 13:13

    eh sì Helena, nelle camere a gas ci sono finiti anche tanti omosessuali in quanto omosessuali: parenti miei.

  6. CATALIN il 27 gennaio 2009 alle 13:16

    Nel giorno della memoria una riflessione merita l’ iniziativa del comune di lucca che ha vietato ristoranti “riconducibili a altre etnie oltre a quella italiana” nel centro storico.

    http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/lucca-etnico/lucca-etnico/lucca-etnico.html?rss

    Immaginiamo se questa direttiva venisse adottata a venezia, nel centralissimo ghetto ebraico, e dovesse chiuedre qualche ristorante Kasher.

    Merita anche una riflessione un tilo apparso non molto tempo fa sul giornale di proprietà del fratello del vostro presidente del consiglio: “Cosiì i rom vendono i bamibini”
    Sostituite alla parola rom la parola ebrei ebuona giornata della memoria a tutti…

  7. helena il 27 gennaio 2009 alle 13:38

    Niky Lismo, la precisazione non voleva essere gratuita né tantomeno acida. Alludeva, come ha capito Franco, alla persecuzione degli omosessuali. E poi voleva segnalare che questo gruppo si dedica al rinnovamento della tradizione musicale (ma pure spirituale) legata a un certo ebraismo con uno spirito ben diverso da ciò che accettato dalle ortodossie delle diverse religioni. Forse, per rendere meno equivoco che non si tratta di un pettegolezzo, avrei dovuto scrivere “gay dichiarato” o qualcosa di questo tipo. Pensavo si capisse.

  8. chi il 27 gennaio 2009 alle 13:57

    si capiva.
    “Amen e amen: questa è la verità”

  9. sergio garufi il 27 gennaio 2009 alle 14:02

    “nelle camere a gas ci sono finiti anche tanti omosessuali”

    e pure una moltitudine di zingari, pare 500.000, ma per questi derelitti (derelitti allora e derelitti ancora oggi) manco un accenno, non dico un giorno della memoria ma almeno un’ora, o un minuto di silenzio, in questa alluvione di articoli di giornale, ricordi personali, film da oscar, programmi televisivi, commemorazioni delle più alte cariche…

  10. niky lismo il 27 gennaio 2009 alle 14:40

    Non per polemica ma per il gusto della discussione:
    non si capiva.
    Era una frase oggettivamente antipatica.
    A prescindere dalle intenzioni.
    Ora è più chiara per tutti.

  11. Irene il 27 gennaio 2009 alle 14:52

    nelle camere a gas sono finiti ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici e non di ogni tipo, soprattutto diversi, quei diversi che fanno tanta paura anche oggi a troppe persone. credo che lo spirito di questa giornata, il senso che ognuno di noi vuole dargli, sia il ricordo complessivo di TUTTI, ma proprio TUTTI quelli che non ci sono più, senza alcuna distinzione. e penso questo sia il senso del bellissimo post di Helena.

  12. helena il 27 gennaio 2009 alle 15:21

    Esattamente. I Klezmatics fanno infatti una variante sul testo tradizionale. Anzicché “tutti gli ebrei entreranno nella terra promessa” cantano “ale menshn”, tutti gli esseri umani. Per chi conosce il tedesco, sa che valore ha la parola “Mensch/Menschen”. In yiddish ancor di più. Per dire che uno è una bella persona si dice semplicemente “a mensh”.

  13. helena il 27 gennaio 2009 alle 15:29

    @ sergio, io quando mi capita di parlare pubblicamente in questa “ricorrenza”,ho sempre nominato il porrajmos, lo sterminio degli zingari. E l’ho ricordato anche in un racconto pubblicato pure qui.

  14. lucia cossu il 27 gennaio 2009 alle 15:36

    che struggimento, grazie grazie Helena che sempre fai ridiventare le persone persone. Un lied di Mahler per tutti i perduti al mondo che possano essere diversi liberamente diversi.
    http://it.youtube.com/watch?v=Md-JfajEtzM

    appena ho una decente traduzione italiana la aggiungo, intanto in inglese
    I am lost to the world
    with which I used to waste so much time,
    It has heard nothing from me for so long
    that it may very well believe that I am dead!

    It is of no consequence to me
    Whether it thinks me dead;
    I cannot deny it,
    for I really am dead to the world.

    I am dead to the world’s tumult,
    And I rest in a quiet realm!
    I live alone in my heaven,
    In my love and in my song!

  15. gianni biondillo il 27 gennaio 2009 alle 17:34

    Be’, ma Sergio lo sa, così come sa che ne parlo io in “Metropoli per principianti”, così come ne abbiamo parlato nell’appello del “triangolo nero”, etc. etc. ma in generale ricordarcelo non fa mai male…

  16. […] un canto yiddish per Nazione Indiana a firma Helena Janeczek, che davvero vi invito ad ascoltare e a leggerne il […]

  17. helena il 27 gennaio 2009 alle 20:46

    Lucia, mi hai colpita e affondata. Io – se non suona irriverente- mi sono strafatta di questo Lied, esattamente in questa intepretazione… E’ qualcosa di veramente pericolosissimo, se lo ascolti che stai male vorresti davvero semplicemente andar perso al mondo.

  18. sparz il 27 gennaio 2009 alle 22:11

    bellissimo Lied, grazie Lucia, ecco le ultime tragiche parole:
    Ich leb’ allein in meinem Himmel,
    In meinem Lieben, in meinem Lied!

  19. gianluca g. il 28 gennaio 2009 alle 00:21

    che la memoria diventi meme…

  20. manuel cohen il 28 gennaio 2009 alle 10:11

    Grazie Helena, di cuore. Shalom-Salam a tutti.

  21. Darien il 28 gennaio 2009 alle 10:27

    Penso che il sottolineare “gay” era inteso che si faceva per ricordare gli omosessuali tedeschi, i primi a subire il genocidio, i campi, il massacro.

    Però effettivamente, c’è un silenzio sulle altre vittime. E a me questo fa davvero paura.

    Due righe

    Il 27 Gennaio scorre tra revisionisti, vittime che fanno ancora rabbrividire se siete ancora umani, parate politiche, ipocriti che non conta di cosa si parla basta che si parla nella tivu nazionale, interviste da rigido palinsesto televisivo, ( ok, avete sofferto ma noi dobbiamo stare dentro i 30 secondi ). La giornata della memoria, quel momento di silenzio offre un momento per ricordare. Ma avrei sperato, anche per criticare. Non se ne parla. Tra chi ha perso una buona occasione per stare zitto ( vedi chiesa cattolica e satelliti ) e chi ha finalmente un occasione per parlare dopo essere stato zitto per troppo tempo, pochi ricordano davvero di cosa stiamo parlando, e pochi riescono a trovare il nesso. Tra una barzelletta di alto governo e gente dalla memoria wikipediana, il 28 è un giorno nuovo. La nostra parte l’abbiamo già fatto, adesso lasciateci in pace.

    Colpisce, più delle parole, il silenzio di certe parti politici, di certi schieramenti religiosi, di certi chi-che-siano che non sono lontano da noi. Spesso sono quelli che abbiamo delegato, e se davvero ci rappresentassero ci sarebbe da avere paura. Ma il rischio, molto cinicamente, non corre.

    La prossima volta non cominceranno con noi, dice il saggio ebreo. Troppo rumore, troppi problemi. Ma finiranno con noi.

    Se la giornata della memoria ha una funzione, per quello che mi riguarda, è quella di raccogliere gli altri 364 giorni della memoria . Non è un giorno in cui lavarsi le mani, come vedo fare tanti in fila. Oltre alla memoria mi sarebbe piaciuto che fosse anche un giorno di riflessione.

    Si potrebbe riflettere, per esempio, sul perché in una giornata come questa la parola rom ricorre pochissimo. Eppure è l’altra non-nazione sterminata con la stessa determinazione dalle belve. Così come gli omosessuali, gli comunisti, musulmani, i Testimoni di Geova, i Pentecostali. Hanno sofferto gli stessi identici crimini, sono gli stessi identici morti. Nel preambolo della legge non c’è ne traccia. Infatti, La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
    Il rumore di quelli che mancano è assordante, inconcepibile. Non tanto nella legge, se sappiamo come funziona il parlamento, quando nelle pronunce del così detto mondo civile.

    La prossima volta non cominceranno con noi, con gli altri. Gli altri sono i rom, i comunisti, gli omosessuali, extracomunitari, islamici. Perché se la crescita dell’antisemitismo è come minimo allarmante, allora i dati contro i rom e gli extracomunitari sono da apocalisse. Eppure la giornata della memoria deve fare anche da diga al ripetersi della stessa tragedia in altri paesi, altri tempi e contro altre etnie. La storia si potrebbe anche ripetere, ma mai nelle stesse modalità, questo lo sappiamo. Non si può ricordare senza capire che il nesso tra la giornata della memoria è la protesta di Massa è evidente, massacrante e non ammette ambiguità. I tedeschi hanno sostenuto più volte di non aver saputo se non dopo, di non aver capito, di non aver visto. Ma noi sappiamo, capiamo e possiamo vedere.

    Se vogliamo davvero ricordare degnamente, dobbiamo pagare dazio e riflettere.

  22. franco buffoni il 28 gennaio 2009 alle 12:29

    Sottoscrivo parola per parola il commento di Darien.

  23. sergio garufi il 28 gennaio 2009 alle 13:11

    Ovviamente la mia lamentela non era rivolta a Helena o Gianni o a qualcuno in particolare, ma voleva solo evidenziare questa immane e incontestabile sproporzione nel ricordo ufficiale delle vittime, come se gli ebrei ne detenessero il monopolio. A questo si aggiunge il fatto che fra le vittime della follia nazista oggi gli ebrei hanno una patria e godono di una rispettabilità che agli zingari è ancora negata, forse perché loro, più di tutti gli altri, incarnano la diversità inassimilabile. Poi c’è un episodio che mostra come la distinzione fra le vittime esista effettivamente, a iniziare dai discendenti delle vittime stesse, e questo è un argomento che smonta la tesi secondo cui quando si parla del genocidio degli ebrei si intende, pur tacendo, anche quello dei sinti-rom e degli omosessuali. Parlo del monumento all’Olocausto di Berlino, quello di Peter Eisemann, che in fase di progettazione provocò un acceso dibattito pubblico fra intellettuali e scrittori in Germania a proposito del fatto che la componente ebraica della Fondazione che volle il monumento si oppose a che questo venisse dedicato a tutte le vittime dei lager, zingari inclusi. Alla fine vinse questa posizione e oggi ai rom e ai gay si è deciso di costruire due piccoli monumenti, uno che verrà fatto nel parco del Tiergarten e l’altro presso la porta di Brandeburgo.

  24. helena il 28 gennaio 2009 alle 13:26

    La questione è spinosa e per certi aspetti più complessa di quanto appare. Prima di tutto è evidente che oggi l’odio contro gli zingari e assai più forte che quello contro gli ebrei (anche se un 12% di antisemiti dichiarati in Italia non mi pare poi così poco). Anche l’omofobia è recrudescente. Detto questo, sono convinta che una volta che rimonta l’onda del odio contro diversi, prima o poi li investe tutti e che non servono assessori leghisti che piangono lacrime purtroppo nemmeno di coccodrillo nel giorno della memoria, visto che per quella risma superficialmente siamo diventati gente che lavora, che ha contribuito a formare i “valori dell’occidente” (la infinitamente mistificatoria tradizione giudaico-cristiana), che in casa propria mazzola i musulmani così di brutto come loro si sognerebbero di fare, praticamente bianchi.
    La riabilitazione del vescovo negazionista non è un bel segnale, in effetti. La restaurazione che la chiesa sta mettendo in atto, per essere tale, agisce ed agirà a trecentosessanta grado, fottendosene di tutto. (scusate, ma devo andare…facciamo stile sceneggiato: continua….)

  25. chi il 28 gennaio 2009 alle 13:38

    io penso che quando si cominciano a tracciare le righe, sia col gesso, che col filo spinato, che con i pannelli di cemento, prima o poi si finisce tutti nel recinto e “la prossima volta non cominceranno con noi” è agghiacciante quanto “la prossima volta ricominceranno con noi”. non c’è differenza. mi piacerebbe davvero, in maniera naive, che ogni giorno tenesse la memoria di uomini che hanno sterminato altri uomini. senza altre qualifiche. e questo.

  26. sergio garufi il 28 gennaio 2009 alle 13:46

    @helena
    “un 12% di antisemiti dichiarati in Italia non mi pare poi così poco”

    io credo che se si facesse un sondaggio simile in Italia sugli zingari sfioreremmo il plebiscito.

  27. sergio garufi il 28 gennaio 2009 alle 14:23

    riflettevo ora sul fatto che non esiste una parola per definire l’odio per gli zingari, l’equivalente per intenderci dell’antisemitismo, e questo mi pare molto significativo, un dato in più da aggiungersi a quella sperequazione di cui parlavo prima (poi magari esiste, ma la conoscono giusto 4 accademici della crusca, per cui…). quando in una lingua manca una parola per definire un fenomeno vuol dire che quel fenomeno non è sentito come un problema, anzi non esiste neppure. l’avversione agli zingari è un sentimento diffuso e normale, non è disdicevole, non è un marchio infamante come quella per gli ebrei.

  28. niky lismo il 28 gennaio 2009 alle 15:44

    Nello schema pseudosemplificato del pensiero unico, un quantitativo d’odio sociale va generato e mantenuto acceso verso chi (individui o gruppi), deviando da esso, compromette il raggiungimento di un modello meccanico di “felicità sociale” (modello che è poi una blanda evoluzione dell’imperiale “panem et circenses”). Quattro spiccioli in tasca, un suv a rate e una marea di canali televisivi compendiano l’idea di realizzazione personale propugnata dai laudatores dell’attuale come migliore dei mondi possibili. Chi non ci arriva è per sua colpa, è fannullone o incapace. A tanto appagamento interiore va accoppiato il senso di sicurezza: strade ordinate, niente furti, stupri solo di tipo matrimoniale. Nemico del benessere collettivo è dunque chi devia da un ordine che è un “modello” di ordine, da una realizzazione che è una “idea” di realizzazione, e perciò da un pensiero che è uno “standard” di pensiero. I gruppi devianti (tradizionalmente individuati come tali dal potere, hard o soft che sia) sono dunque responsabili di ciò che nella migliore delle società non funziona, dei suoi effetti collaterali e della mancata felicità dei suoi membri. Odiandoli si assume una felicità accessibile, a basso costo. Odiandoli, soprattutto, quei modelli e quel pensiero si alimentano di se stessi, e l’assetto sociale esistente non postula alternative, resta il migliore perché è l’unico immaginabile. Se ciò che si produce (e che arricchisce) sono suv e reality, necessariamente la felicità deve consistere in questo: chi prospetta una felicità fatta di cose diverse, propaga infelicità e mina gli arricchimenti. Va odiato per il bene di tutti.

  29. lucia cossu il 28 gennaio 2009 alle 19:54

    Leggendo i vari commenti mi veniva in mente che a me musicista con una possibilità nel passato di vivere invece di matematica è stata molto utile la sana complessità del vero pensiero scientifico che sento tanto raffinata in Antonio Sparzani. Mi viene in mente che una delle cose che in fisica e in matematica (e non solo) ci si chiede sempre è quale sia il campo di esistenza di una certa regola e c’è un’abitudine laicamente precisa di applicare qualità e pensieri chiedendosi se lo si stia facendo senza forzature non dimostrate. In qualche modo (leggetevi l’ultimo post sugli insiemi di Antonio Sparzani) abitua a dare l’importanza alle cose nel loro contesto e non fuori e secondo me anche a dubitare delle proprie deduzioni pensando sempre che possano essere frutto di proprie semplificazioni. Voglio dire che delle volte si usano proprietà transitive per situazioni in cui questa proprietà proprio non vale e non si sente la pecca. Potrebbe aiutare a renderci non “tolleranti” (concetto che trovo orrido perché presuppone un fastidio e quindi un “sopportare” e quindi anche u giudizio) ma (come altrove avevo già detto) indifferenti alle differenze, di quella indifferenza che crea libertà per gli latri perché semplicemente non è pertinente con me se il mio vicino ama gli uomini o le donne e me ne interesso solo se vuole sedurre il mio uomo.
    @ helena
    quel Lied è da farsi e affondarci ed è uno di quelli che non ho fatto in tempo a cantare in pubblico (ma mi sono prenotata per la prossima vita, fosse pure da formica!). Mahler per me è uno dei pochi che può cantare l’indicibile riportandolo umano e vivente.
    Ti mando un altro modo di essere perduti al mondo ma tanto meno fondo e invece pigro e dolce http://it.youtube.com/watch?v=umxD_5vfh_U

  30. soldato blu il 28 gennaio 2009 alle 21:23

    Congiugere il sublime del comunicare col dolore che viene comunicato è vetta che pochi artisti hanno raggiunto.
    Che poi il cogliere la diversità come fonte di gioia sia la premessa perchè
    l’arte diventi maestra di vita, anche questo è un accenno alla necessità di una conquista di sensibilità che sola può renderci uomini.

    Ringrazio Helena per il suo post che “mostra”, e i commentatori che nei loro commenti dimostrano che questa è la loro strada.

  31. stalker il 28 gennaio 2009 alle 21:58

    vivi a berlino
    o ovunque
    ovunque tu viva
    ti sia data la possibilità di vivere
    e non di sopravvivere
    o nasconderti come animale braccato

  32. stalker il 28 gennaio 2009 alle 22:02

    bello l’inreccio e la con-fusione di lingue, idiomi, suoni, odori
    e tanto altro

  33. stalker il 28 gennaio 2009 alle 22:03

    *intreccio

  34. helena il 29 gennaio 2009 alle 18:40

    Scusate, ho promesso seconde puntate che non ho fatto in tempo di far arrivare. E non ci riesco nemmeno adesso che sono in giro fino a sabato. E che dire “torno subito” e poi sparire, pareva brutto.

  35. helena il 31 gennaio 2009 alle 19:09

    Provo a riprendere il discorso, come promesso.
    Ci sono, a mio giudizio, in questo discorso che è assai complesso, vari livelli.
    -Il primo riguarda quel che è più urgente adesso. Dato che oggi l’odio contro gli zingari è diffusissimo e per nulla disdicevole, sarebbe importante non solo per dovere di memoria e amore di verità, strappare il loro sterminio ad opera dei “cattivi” per antonomasia dall’oblio.
    (parlo soprattutto del porrajmos, perché – come giustamente emerge anche qui dentro – è la rimozione più clamorosa per dimensioni e la più “comoda” allo stato delle cose).
    – Il secondo – ad esso collegato- riguarda più in genere il problema se una giornata della memoria dedicata alla shoah, non rischi di appiattire e semplificare la percezione di quel che il nazismo è stato e dei crimini che ha commesso al solo sterminio degli ebrei. Ma celebrando una giornata unica per tutte le vittime del nazifascismo (e dove ci si ferma: ai lager? i deportati ai lavori forzati, no? i disabili soggetti ad eutanasia, si?), si corre il rischio opposto. Si corre inoltre il rischio che sfumi quella che viene definità l’unicità della shoah, il suo grado di metodicità, accannimento, insesorabilità. E anche che sfugga la questione millenaria del rapporto fra l’Europa cristiana e gli ebrei culminata con Hitler, qualcosa che infatti è già abbontantemente mistificato nei richiami alla supposta identità “giudaico-cristiana”. Questo nella discussione che ricorda Sergio era uno degli argomenti più seri di una delle parti (o sarebbe meglio dire: di una parte di una parte). Insomma ci sarà stata anche la pressione in difesa del proprio “particulare” da parte di certo establishment ebraico, ma è riduttivo ricodurre tutto il dibattito solo a un atteggiamento simil-lobbistico.
    – infatti è bene ricordare che in un passato non remoto che sembra in questo momento l’epoca dei dinosauri, se esisteva un qualche monumento era rigorosamente intitolato indistintamente – appunto- “alle vittime del nazifascismo”. Persino al museo di Auschwitz (che si trova nelle ex caserme di Auschwitz I, non sull’immenso territorio del campo di sterminio di Birkenau) mancava un luogo dedicato agli ebrei sterminati. Ed è utile ricordare l’accoglienza fredda riservata qui in Italia a “Se questo è un uomo” di Primo Levi.
    -D’altra parte che commemorare la Shoah serva a dimenticare non solo il porrajmos, ma anche tutto quello che “non doveva ripetersi mai più” e che invece si è ripetuto: in Cambogia e in Ruanda, per esempio (o gli armeni prima).
    – Poi c’è il problema del rapporto fra storia e memoria che dev’essere dialettico, ma dove mentre prima si vedeva solo la prima nella sua “oggettivita” ora talvolta si rischia il contrario, ossia che la memoria (o le memorie) vada a sostituirsi all’esigenza di conoscere e indagare la complessità storica. Ossia che la memoria – e quella della shoah prima di tutto – trasmetta una matrice di confrontarsi col nazismo che sia in fondo mitica, archetipica, antistorica, cosa rischiosa e dannosa per tutti, inclusi coloro che il “giorno della memoria” vuole commemorare.
    – infine se ho detto che un 12% di antisemiti “confessi” in Italia non mi sembrano pochi, il mio commento partiva proprio dall’assunto che – a differenza del grido “gli sporchi zingari Hitler faceva bene a farli fuori tutti”- oggi è ancora socialmente disdicevole pronunciarsi contro gli ebrei. Io non faccio parte degli ebrei paranoici e so bene che oggi quelli che rischiano di più sono altri (nell’ordine – azzardo: zingari, musulmani, rumeni, albanesi, neri), ma papa Ratzinger che semplicemente se ne fotte che fra i lefebriani riaccolti nel seno della sua chiesa rezionaria ci sia un negazionista, non è un buon segno. Molto peggio di tante svastiche = stelle di davide o bandiere israeliani bruciate in manifestazione (delle due per me è peggio la prima della seconda). Insomma qui si è partiti con lo sdoganamento e questi viaggiano con l’onda lunga.
    Detto questo, che fare? Battersi senz’altro perché venga ricordato soprattutto il porrajmos e la storia di discriminazioni e demonizzazioni, e persecuzioni che a condotto a quello sterminio. E che non è stata né elaborata né interrotta. Questo pure nel giorno della memoria. Esigere poi che nelle scuole vengano ricordati tutti i gruppi uccisi nei lager nazisti.
    E farlo fuori dal ricordo istituzionalizzato ogni volta che se ne presenta l’occasione: quando emerge l’omofobia, quando alcuni cristiani hanno tutti i diritti mentre altri appartengono a “sette”, quando occorre. Ossia sempre. E ovviamente non lasciar passare nessuna forma di razzismo, anche se non ha avuto un proprio orrendo precedente ai tempi di Hitler.

  36. Valerio Bongiorno il 16 marzo 2009 alle 17:44

    grazie meraviglia
    più vita per tutti
    Valerio

    “veln ale mensh in Eretz Yisroyl aynshteyn”



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