Lutto nel mondo del kebab

29 gennaio 2009
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[traduzione italiana: Lucca mon amour]

di Carole Boinet

L’informazione, che commuoverà molti, è passata inosservata. Il 22 gennaio 2009 è morto di cancro, a 87 anni, Mehmet Aygun. Chi? Nientemeno che il creatore del veneratissimo Doner Kebab. Questa è l’occasione per rendere omaggio a un’invenzione che è sciamata su tutto il pianeta.

Nel 1971, un turco immigrato in Germania dà una mano nel ristorante di suo zio, a Berlino. Gli viene allora l’illuminazione che cambierà le abitudini alimentari dei festaroli: mettere delle fettine di carne di montone nella pita, il pane rotondo tradizionale del Mediterraneo orientale. Vi si aggiungono pomodori, cipolle e la famosa salsa bianca, l’altra invenzione di un Mehmet Aygun decisamente ispirato.

Simbolo culinario dell’emigrazione turca in Germania, il Doner (il modo di cottura allo spiedo) Kebab (carne grigliata) è ormai un panino internazionalmente conosciuto e apprezzato tanto in Francia quanto negli Stati Uniti, dove passa per essere una specialità tedesca!

Il prezzo modico non è estraneo al successo fenomenale riscontrato dal kebab. Più economico di un menù Big Mac da McDonald’s (6 euro 20), il panino turco si compra a Parigi con 5 euro, secondo il sito kebab-frites.com che svela tutti i segreti della specialità. Però è nettamente più calorico dell’hamburger: sempre secondo kebab-frites.com, il kebab senza patatine fritte conta tra le 800 e le 900 calorie, l’hamburger 495.

Resta lo spinoso problema dell’igiene, che i fast-food come McDonald’s e Quick affrontano di petto. Il blog kebabgeneration.com identifica due criteri fondamentali per riconoscere il buon venditore di kebab: la pulizia del luogo e la freschezza degli alimenti e del pane, che non deve essere congelato.

I blog e siti consacrati al kekab pullulano in Rete. Nella sua rubrica Tour du monde, sempre kebab-frites.com racconta la storia di Kazem Ariaiwand, un immigrato iraniano che vende kebab in un camion dell’esercito statunitense sulle isole polari quasi desertiche (2.565 abitanti) di Svalbard, in Norvegia. Omaggio supremo: il kebab ha anche la sua canzone, “Mangedukebab“, interpretata da un certo Lil Maaz, che si proclama “rapper del panino greco”.

Oggi, giorno di sciopero, i manifestanti affamati dovranno avere un pensiero commosso per Mehmet Aygun.

 

[“L’information, qui va en émouvouir plus d’un, est passée inaperçue”. Ha commosso me, almeno. Addio Mehmet, solo oggi scopro della tua esistenza, ma mi hai nutrito per vent’anni, quando ero povero in canna e pur di mangiare ero costretto a subire le melanzane radioattive di Andrea Inglese. Mi hai salvato, ti devo tutto, grazie. Lucca, vergognati. a. r.]

 

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54 Responses to Lutto nel mondo del kebab

  1. tashtego il 29 gennaio 2009 alle 18:39

    la “salsa bianca” che sarebbe “invenzione di un Mehmet Aygun decisamente ispirato”, altrove si chiama tzaziki ed è composta principalmente di aglio, olio d’oliva, yogurth, cetriolo, eccetera.
    a meno che Mehmet Aygun non ne usasse un’altra di sua invenzione.
    ma ne dubito, perché in tutto il levante il kebab si fa con lo tzaziki, credo.

  2. Andrea Raos il 29 gennaio 2009 alle 18:49

    questione interessante. la salsa bianca di cui parla l’articolo, lo so per esperienza diretta del doner kebab parigino, ha un sapore del tutto diverso dallo tzaziki. dunque è lecito pensare che sia proprio stata inventata da mehmet, magari ispirandosi a qualche ricetta tradizionale. uhm.

  3. jan il 29 gennaio 2009 alle 19:20

    anche qui F. propende per il zaziki.

  4. bill (sì, proprio io) il 29 gennaio 2009 alle 19:21

    La salsa bianca non ha nulla a che vedere con lo tzatziki. Di cetrioli neanche l’ombra. Aglio ce n’è, ma credo sia una variante, la più diffusa è una salsa a base di yogurt diluito con ayran e erbe aromatiche.E la Pita Gyros greca è una ripresa del kebab. Tra l’altro i greci usano carne di maiale e non montone, visto che non sono musulmani. Tuttavia alle nostre ugole delicate i kebabbari offrono carne di vitello, credo, e qualcuno anche di pollo. Anzi alle vostre ugole, io in quanto abruzzese mangio agnelli castrati e montoni dalla tenera età di.
    E, per chiarezza, bisogna dire che Aygun ha inventato il Doner (spiedo rotante) e non il kebab (carne alla griglia), parola e ricetta già conosciute dal X secolo e diffuse in più o meno tutto il mondo arabo.

    Da amante del kebab (doner e non) ci tenevo alla precisazione…

  5. lt il 29 gennaio 2009 alle 19:44

    ciao a tutti,
    il kebabbaro (?) sotto casa svela che la salsa bianca non è fatta con lo yogurt, ma con un pestato di semi di sesamo, che peraltro si usano anche per rendere un po’ più gustoso ciò che si cucina nel tajine…

  6. bill (sì, proprio io) il 29 gennaio 2009 alle 20:19

    Dimenticavo: il Gyros greco è preparato con una specie di pizzetta a volte fritta che si avvolge a cono e si farcisce; il doner kebab si prepara con pane arabo. E’ fantastico entrare in un locale e vedere le piccole pagnottelle che escono calde calde e il tizio ne prepara ancora impastando senza sosta….

  7. tashtego il 29 gennaio 2009 alle 22:29

    qui
    http://it.wikipedia.org/wiki/Kebab
    si dice che le salse usate per il kebab sono diverse.
    tra cui lo zaziki.
    è probabile che Mehmet Aygun abbia quindi inventato la sua.
    roma ormai è piena di kebabberie.

  8. isakis isos il 29 gennaio 2009 alle 23:27

    Il kebab ha benignamente invaso anche la più remota provincia bergamasca. La mia esperienza diretta dice che la salsa bianca non è (per lo più) lo zaziki, piuttosto la salsa a base di yogurt diluito con ayran e erbe aromatiche che dice bill.
    Interessante è poi constatare come il panino kebab si sia modellato alle esigenze del consumatore: squisito il kebab avvolto nella piadina romagnola (a 4 € anziché i classici 3,50 € del panino). Una sera ne ho mangiato uno nel centro di Firenze (al “Kebab Babilonia” per la cronaca) dove la piadina era modellata sulla farcitura come un origami. Il risultato: una mattonella perfettamente regolare che non si sapeva da dove cominciare a mordere.

  9. sergio pasquandrea il 30 gennaio 2009 alle 00:09

    Qui a Perugia, scendendo da Porta Sant’Angelo lungo corso Garibaldi, poi passando l’Arco Etrusco e risalendo via Ulisse Rocchi, e infine tagliando corso Vannucci fino a incrociare via Oberdan, si passa davanti ad almeno una decina di kebabberie, nel giro di un chilometro scarso.
    La mia preferita è libanese. Mangio spesso kebab o falafel davanti a un’immensa fotografia di un cedro del Libano, mente la TV trasmette programmi in arabo.
    Chissà che schifezze mangio. Buone, però.

  10. Annichilito Morgillo Annichilito il 30 gennaio 2009 alle 00:26

    Quanto la fate lunga per del cibo spazzatura da mangiare al volo per strada! Gustosissimo. Davvero. Anche quando ti intossica. Le migliori cacate della mia vita.

  11. isakis isos il 30 gennaio 2009 alle 00:56

    Per continuare e chiudere con le buone contaminazioni:

    a Solza, un paesino della bergamasca, si organizza ogni anno una piacevolissima serata (solitamente il 24/12) a base di polenta e kebab: riunisce le comunità indigena (in prevalenza cattolica) e musulmana, ed è – assicuro – di gran gusto.

  12. véronique vergé il 30 gennaio 2009 alle 08:26

    Ieri era giornata dello sciopero e per festeggiare mi sono cucinato fagioli con aglio e con carne e un buo bicchiere di Corbières. Non ho lavorato, ma non ho manifestato nella calle. Ho fatto una siesta.
    Per dire la verità non amo il kebab, troppo pesante. E quando sono in Italia e che voglio mangiare, trovo il mio piacere con pizza al taglio. E al volo nella strada preferisco una cialda al cioccolato e panna montata.
    Di più ho il naso e la bocca con baffi al ciocolato, mi fa sorridere.
    Di più non mi piace l’odore delle fritte, mi sembra che rimane sui capelli.
    Preferisco il profumo dei baci.

  13. maria v il 30 gennaio 2009 alle 08:28

    sergio, è vero :-)
    anch’io ho mangiato kebab, anzi falafel, solo quando ero a perugia :-)
    poveri in canna, come dice andrea, ogni giorno a far conti se costava di meno farsi un toast, ma il prosciutto crudo era proibitivo e mai da conad solo da quel supermarket con le buste gialle giù a sant’erminio di cui mi sfugge il nome :-)
    alla fine devo dire che conveniva preparare ogni giorno un passato con una zucchina, una carota, una patata e aspettare di abbuffarsi di lasagne e dolci con gli avanzi del catering, qualcuno riusciva a portar via anche vino e spumante :-) giuro che sono i più bei ricordi della mia vita…
    grandissima perugia, baciala per me!

  14. andrea inglese il 30 gennaio 2009 alle 08:45

    (Andrearà, bello il pezzo, ma mi chiedo se ci siano gli estremi per una querela per diffamazione….).

  15. maurobaldrati il 30 gennaio 2009 alle 09:05

    i kebab sono arrivati persino ad Alfonsine (RA), credo il luogo sul pianeta Terra più impermeabile alle influenze esterne alla cucina locale, composta da passatelli, cappelletti, carni e verdure alla griglia, patate al forno. Il Mc Donald, per dire, non si neanche cosa sia.

  16. véronique vergé il 30 gennaio 2009 alle 09:28

    Perché non preparare buone paste? è meno caro e megliore.
    Quando ho comminciato a lavorare, mangiavo spesso paste, pane con formaggio, pomodori soli, uovi. ma è vero potevo tornare a casa e preparare.
    Parigi è una città crudele, poco civilizzata, cara. E mi vergogno a pensare come accoglie il viaggiatore o la personna straniera che vuole trasferirsi.
    Ti rammenti Andrea la mensa della scuola media e le brutte paste chiamate (pâtes à la bolognaise)? Di più mancava un buon bicchier di vino per fare dimenticare il cattivo cibo.

  17. Annichilito Morgillo Annichilito il 30 gennaio 2009 alle 12:58

    Adesso vuoi vedere che le kebabberie – a degradare – tutti i centri storici delle città italiane sono migliori del McDonald’s? Il kebab te lo strafoghi una volta a settimana, se ti gira. Ti pulisci ogni anfratto della bocca con uno stuzzicadente. Ti senti tanto porco. Dentro. Fino a quando a casa non ti spazzoli i denti, c’hai sulle papille gustative il sapore di quella merda che aliti dovunque. Nulla può il chewingum. Se poi ci fumi sopra è finita.

    Non rinuncerei a questo rito per nessuna ragione al mondo. Troppo godurioso. Il rito. Il mondo invece è un grande cesso.

  18. Annichilito Morgillo Annichilito il 30 gennaio 2009 alle 12:59

    Oddio, ma si scrive stizzidadentI o stuzzicadentE? Ma chi se ne frega! A piace il singolare. Quindi?

  19. maria v il 30 gennaio 2009 alle 15:07

    di corsa come sempre, al volo, al volo @sergio pasq:
    mi sono ricordata
    il nome del supermercato è l’Hurrà! di perugia…mitico!

    @mauro baldrati
    sì sono arrivati pure a napoli, però lì non sono convenienti, il mac è merce di lusso, ci sono ottime pizzerie, di antica tradizione, in cui la margherita costa ancora 3 euro e la marinara 2,50, NON il trancio, la pizza intera, per cui, in alcuni posti per 5 euro ti siedi al tavolo e mangi pizza, bibita e crocchè

    il mac della stazione, assurdità, è poi uno dei più cari, io credo che i barboni vadano lì solo perché nelle pizzerie, altrove non li fanno entrare, di sicuro il mac non è a napoli il cibo più economico, non ho indagato a fondo per il kebab…

  20. véronique vergé il 30 gennaio 2009 alle 15:58

    Maria, e di più la pizza è deliziosa.
    Una pizza con te a Napoli!

  21. srmgzts il 30 gennaio 2009 alle 16:44
  22. giorgio fontana il 30 gennaio 2009 alle 17:07

    grazie.
    da parte di un altro cui il kebab ha spesso salvato la vita.

    g.

  23. manuel cohen il 30 gennaio 2009 alle 19:19

    il più buon Kebab di Roma si mangia a piazza dell’Arco di travertino( metro A). ottimo di sera dopo il cinema, assieme ai falafel o agli spiedini di carne di montone. per me un appuntamento obbligato

  24. maria v il 30 gennaio 2009 alle 22:11

    véronique lo sai però qual è il fatto?
    che un pincopallino italiano, poveraccio, può scegliere se mangiare pizza, kebab, mac chicken, etc
    un pincopallino poveraccio straniero non sempre.
    nessuna kebabberia sbatterà mai a nessuno la porta in faccia, nessun mcdonald’s, non così le pizzerie, NON così i locali della nostra cucina tradizionale che alcune città stanno cercando di tutelare, ragion per cui mi sembra l’ennesimo provvedimento razzista: come affamare gli immigrati appena arrivati, i barboni e tutti gli altri, come scacciarli dal centro storico. mi associo ad andrea raos: lucca, vergogna!

  25. helena il 30 gennaio 2009 alle 22:18

    Se volete complicarvi la vita sulla questione del kebab, vi segnalo
    questo

    http://en.wikipedia.org/wiki/D%C3%B6ner_kebab_in_the_world

    (la salsa di sesamo – tahine- o quella di ceci appartiene più alla variante mediorientale, ossia allo shwarma. Per quel che ne so io)

  26. maria v il 30 gennaio 2009 alle 22:23

    anzi mi correggo: italia vergogna: aprite le porte!
    impariamo l’accoglienza dagli stranieri!

  27. véronique vergé il 31 gennaio 2009 alle 09:49

    Maria, non avevo capito la faccenda. Questo mi accade spesso, sono goffa, perché non conosco bene la società italiana.
    Non mi piace il gusto del kebab, è una questione di gusto culinario.

    Un abbraccio

  28. tashtego il 31 gennaio 2009 alle 11:28

    Cucina tradizionale?
    Mi domando se esista.
    Nella mia vita ho visto andare in disuso cibi e modi di preparazione che un tempo mi erano parsi pilastri inamovibili del nutrirsi, oltre che basici capisaldi del gusto.
    Oggi dalle tavole di Roma sembrano scomparsi o in via di sparizione:
    gli spaghetti col ragù
    la pasta all’amatriciana
    lo stracchino
    lo sfilatino
    le melanzane alla parmigiana
    la sogliola alla mugnaia
    le triglie al cartoccio
    la cotoletta alla milanese
    il supplì al telefono
    abbacchio scotta dito
    l’omelette
    e tutte le grevi specialità romanesche, di cui davvero non sento la mancanza.
    Sono solo esempi basati su semplici sensazioni.
    Ma trovare questi cibi è diventato difficile, quasi nessuno li prepara più.
    Solo trent’anni fa erano la base dei menù, più o meno andanti, di ogni trattoria, o quasi.

  29. bill (sì, proprio io) il 31 gennaio 2009 alle 11:50

    Ammazza tash, ma quante ne sai?? Ahò!!!

  30. Alcor il 31 gennaio 2009 alle 12:55

    Minestra di pane fagioli e erbe di campo.
    Fagioli e cotiche.
    Pan cotto.
    Frico con patate.
    Verza con costicine

    E kebab.

  31. maria v il 31 gennaio 2009 alle 14:42

    ragazzi, anche le mie sono solo sensazioni, neanch’io ci capisco gran che di questa Italia, però, tranne il supplì al telefono che non so proprio cosa sia, mi pare che tutto il resto, soprattutto l’elenco di alcor, sia il pezzo forte di ogni agriturismo, mi guardo intorno e vedo che oggi il finto povero, antico, tradizionale mi pare sia di moda e a prezzi salatissimi.

    di pari passo, vedo, quanto a fast-food, che qui vanno di moda le camionette con la porchetta per il sabato sera (sull’appia caserta -santa maria capua vetere ho perso il conto di quante ne hanno aperte, una dopo l’altra, in fila indiana sul ciglio stradale, in netta maggioranza queste e qualcuna di quelle vecchie, resistenti, che mi fanno nausea al solo pensiero, e non assaggerò, quelle davvero, mai e poi mai, neanche morta :-)…che vendono il muso e piede di porco :-((

    vanno molto anche le sagre, la domenica partono autobus stracolmi per comuni isolatissimi trasformati per l’occasione in enormi, esclusive, ricercatissime tendopoli per il calendario del maialino, del tartufo, del fungo porcino, pettole e fagioli, sanguinaccio, sasiccia e friarielli….

    insomma, intorno non vedo segnali di crisi della cucina tipica, non sarà la piadina, il saltimbocca, la torta al testo, il kebab, l’hot dog… feriali a far crollare la sacra ristorazione. così la vedo io.

    dopo questa carrellata, che fa venire veramente la nausea, se dovessi scegliere… tornerei alla mia carota- patata- zucchina :-)
    buon appetito

  32. gianni biondillo il 31 gennaio 2009 alle 15:05

    ‘o pere e ‘o musso! Mmmm… che buono!!!

    (tash, ma tu dove vai a mangiare a Roma? io quella roba che elenchi la trovo sempre)

  33. Alcor il 31 gennaio 2009 alle 15:16

    e il lampredotto, tipico cibo da strada, se non si è avversi al quinto quarto,
    e il panino con la milza

    Anch’io li trovo senza difficoltà, e non negli agriturismi, nei loro luoghi natii.
    Sono d’accordo con maria v.

  34. Andrea Raos il 31 gennaio 2009 alle 19:40

    “DI-SCO-RZO! DI-SCO-RZO! DI-SCO-RZO!”

    Fu er Bufera, cor suo vocione possente, a propone ‘sta variazione ai continui cori “Ba-cio! Ba-cio!” che periodicamente se levavano da la sala der banchetto del ristorante “Ar Talamo de Poppea – tutto a la bbrace” in via Appia Fregnacelli.

    Erano già quattro ore e tre quarti che stavamo a magna’ senza fermasse mai.

    Avevamo cominciato co’ un misto de salumi: prosciutto, prosciuttella, salame, salamella, lonza, coppa, sarsiccette de cinghiale; poi verdure grigliate, carciofini sott’ojo, facioli cor tonno, ciglieggine de mozzarella de bbufala, bruschette all’ajo cor pommodoro o senza, carciofoli a la ggiudìa, funghi trifolati, melanzane a la parmiggiana, invortini co la mortadella, pommodori cor riso, vitello tonnato, insalata russa, insalata de pollo, insalata de mare, sutè de cozze e de vongole, sarmone allesso e affumicato, baccalà fritto, carciofi fritti, broccoletti fritti, fiori de zucchina fritti, olive ascolane fritte, patate fritte, supplì de riso fritti, zampone co’ le lenticchie, cotechino coi ceci, porpette ar sugo e in bianco, trippa in umido e frittata de cipolle.

    Doppo l’antipasto, amo attaccato co’ li primi. Tutti assaggini però. Nun più de un tre etti a testa. Magnassimo agnolotti co’ panna funghi piselli e peperoni, pappardelle ar sugo de lepre, rigatoni co’ la pajata, maccheroni cor sugo de coda, vermicelli a la carbonara, bucatini a la matriciana, fusilli a la puttanesca, timballo ar forno, spaghetti cozze pecorino e pepe, linguine a lo scojo, risotto a la pescatora, fettuccine ajo oio e funghi porcini. Poi, tanto pe’ arifasse la bocca, una scodellaccia de pasta e facioli co’lo cotiche de maiale.

    De carne ce portorno pollo arosto, tacchino ripieno, conijo a la cacciatora, capretto ar forno, abbacchio ar forno, abbacchio a scottadito, costarelle d’abbacchio, arosto de vitello, sarsicce a la brace, lombate de maiale, coratella coi carciofi. Poi, prima der pesce, co’ un tocco de classe e de origginalità, ce portorno ‘na specie de sorbetto ar limone. E poi daje co’ orate, spigole, trote, pesce spada, grijate miste, fritti misti. Poi arrivarono i formaggi: auricchio, caciocavallo, burrata de Minturno, caciotte varie, ricotta ar sale, provolone dorce, provolone piccante, mozzarella de Teracina. Pe’ contorno, patate ar forno, insalate, facioli, ramoracce, broccoli, piselli co’ a pancetta, fave lesse, cicoria ripassata in padella, spinaci all’agro, e via cantando…

    Er tutto affogato da vino bbianco dei Castelli e vino rosso de Orvieto, comme se piovesse.

    Insomma ‘na cosa giusta, discreta, fine, senza esaggera’.

  35. sergio pasquandrea il 31 gennaio 2009 alle 20:32

    Sparita la cucina regionale? Mah…
    Io torno nel mio paesino del tavoliere e ci trovo torcinelli alla brace, cecatelli col ragù di carne mista, orecchiette messe a seccare sui taglieri davanti alle porte delle case al pianterreno, zuppetta di pane raffermo brodo e scamorza fusa (a Natale), spezzatino d’agnello con i cardi lessati (a Pasqua), pupurati (alla festa dei Morti), catalogne e cicorie (queste le mangiavo a casa della mia nonna buonanima), pizzefritte, panzetta ripiena di uovo e uvetta, scarole con il mosto cotto, melanzane sott’olio, lintorci, sanguinaccio (no, questo non lo fanno più perché il sangue di maiale non si può più vendere), pastiera napoletana, l’olio che fanno dalle mie parti e che invecchiando diventa piccante da bruciare la lingua, le pricoche, i lampascioni, le ciambrachelle con la menta, le zampe di rana, gli involtini che lì chiamano “braciole”, il timballo, le pannocchie di mais lessate, e se non fosse che sono astemio potrei parlare anche del vino.

  36. sergio pasquandrea il 31 gennaio 2009 alle 20:43

    GLOSSARIO
    torcinelli = involtini piccanti ripieni di interiora tritate e tenuti fermi da budella attorcigliate;
    cecatelli = pasta corta fatta a mano;
    ragù di carne mista = nella fattispecie, vitello maiale salsicce e quando è stagione anche agnello;
    pupurati = grosse ciambelle di color marrone scuro, che una volta venivano fatte con il mosto cotto, oggi con il cacao;
    catalogne = verdura simile alla cicoria;
    pizzefritte = altrimenti dette calzoni o panzerotti, solo che da me si fanno in padella, non al forno;
    panzetta = la parte di carne subito sopra le costole, aperta a tasca e riempita con uovo, prezzemolo e uva passa, poi ricucita (fa parte delle carni miste usate per il ragù);
    scarole = dolci composti da strisce di pasta modellate a spirale, con una forma simile a cespi di lattuga, cosparsi di miele o di mosto cotto;
    lintorci = pasta fatta a mano, simile agli spaghetti alla chitarra (ma più grossi, e a sezione quadrata), viene ottenuta passando sulla pasta stesa uno speciale matterello di bronzo scanalato;
    sanguinaccio = crema dolce a base di sangue di maiale;
    pricoche = varietà di pesche (in italiano: percoche?, o sbaglio?);
    lampascioni = bulbi selvatici simili alle cipolle, dal sapore amarissimo, mangiati lessi o in insalata;
    ciambrachelle = chiocciole;
    braciole = involtini composti da una fettina di maiale ripiena di un impasto del quale ignoro la composizione; mia madre le chiudeva con micidiali stuzzicadenti che rischiavano sempre di infilzarti il palato o le gengive.

  37. sergio pasquandrea il 31 gennaio 2009 alle 20:49

    E vi lascio con quella che da me si chiama “sav’zòch” (Salicornia Fruticosa).
    Ottima sott’olio.

  38. maria v il 31 gennaio 2009 alle 22:24

    ;-))))noooo, i matrimoni cafoni me li ero dimenticati ;-)))
    tashtego hai aperto una voragine….

    ragazzi, mi fate troppo scompisciare, vi noleggerei ogni sabato sera ;-)))

    biondì, tanta stima, ma non mi convince, neanche fegatini, trippa, cervelletti, budellette varie ;-)
    alcor, anche tu, ;-) lo sai che ti voglio bene, ma posa la milza ;-))

    concluderei questa lavanda gastrica, come dicono qui, con un “panino con porchetta, funghetti, melenzane, wurstel, salsiccia sotto sugna, patatine fritte, maionese e check up ;-)

    a TUTTI, allora, ognuno a modo suo, come più la preferisce…buona avvelenata
    ;-)
    http://it.youtube.com/watch?v=FmhqxNqrlX4

  39. maria v il 1 febbraio 2009 alle 08:09

    ancora proposito di tradizioni, (sempreverdi) tanto per non abbandonarvi proprio di domenica:
    -a camigliano, pastorano, giano vetusto, mi pare pure a sant’andrea del pizzone…si fa il papero “‘mbuttunato”= papero imbottito
    -a pignataro maggiore e altrove: pizza figliata
    -a casale di carinola: calascione, tagliolini fatti in casa con brodo di faraona, guanti( denti anche chiacchiere e bugie), soprattutto adesso che è periodo carnevalesco, poi ci sono le castagnole…
    non parliamo della festa di san paolo, patrono di casale di carinola, dove la gente ha usanza fare una processione sulla montagna di san paolo e dare inizio ai banchetti con nocelle, lupini e vino casalese (di carinola, da non confondere con di principe), per cui si sale marciando e si scende ruzzolando …
    -morale della favola: le tradizioni non finiscono mai!

  40. Alcor il 1 febbraio 2009 alle 10:29

    pane spalmato di strutto al pepe (questo però è esotico)

  41. isakis isos il 1 febbraio 2009 alle 12:06

    E la cassöla co’ la pulénta fres-cia?!

  42. gianni biondillo il 1 febbraio 2009 alle 12:33

    Sergio: quando mi inviti a mangiare da te?

    Maria: non amo neppure io i fegatelli, ma la trippa mi fa impazzire.

    Isakis: la cassöla co’ la pulénta fres-cia è pura metafisica.

    Mia moglie ha testè infornato un “totano di cas’e’pepe”. Il profumo che gira per casa mi sta inebriando.

  43. véronique vergé il 1 febbraio 2009 alle 18:11

    Che meraviglia!

    Mancano i dolci…
    I dolci siciliani mi fanno sognare…

    Menu catalan

    Tomates, anchois, oeufs, persil, un filet d’huile d’olive
    Tougnol (pain à l’anis)
    haricots mijotés et gigot
    ou le cassoulet ( mais préparé à la maison)
    crème catalane ou gâteau aux amandes

    Vins de Corbières
    à la fin blanquette de Limoux avec la spécialité
    gâteaux au poivre ou nougats.

    menu bordelais
    salade aux gésiers ail e huile d’olive
    ou huitres du bassin

    Sole avec pommes de terre persillées

    fromage des Pyrénées
    ou gâteau au chocolat et aux pignes
    (pignes: spécialité du bassin d’Arcachon)

    Vins de Bordeaux (St Emilion il mio preferito)
    digestif à la prune

    E tant d’autres…

    Ho ancora nella mia bocca la memoria
    della cucina materna.

    PS Come Maria, non amo la trippa.
    Grazie per l’elenco poetico della cucina italiana

  44. tashtego il 1 febbraio 2009 alle 18:55

    io parlavo di quella roba andante, di quei menu de trattoria con luci fioche per risparmiare corrente, che avevano sempre nella lista metti la piccatina al limone.
    non si trattava certo, a pensarci bene, di cucina tradizional-regionale, ma di una sorta di infima dotazione standard, di qualcosa che non mancava mai.
    eccetera.
    mai amato mangiare fuori, ma neanche cucinare a casa.
    l’ideale sarebbe per me una flebo con sostanze nutritive mentre guardo la tv.
    l’incubo tratteggiato nel commento di raos è di mano raosiana?
    il romanesco vi è perfetto.
    se non è suo allora di chi è?
    il lampredotto è il cucciolo della lampreda?

  45. manuel cohen il 1 febbraio 2009 alle 20:43

    Tash: ripeto quanto dice Biondillo: ma tu a Roma dove vai a mangiare? le pietanze che elenchi si trovano. se poi non le trovi ti posso fornire un elenco: Betto e Mery, da Luzzi, da Paolino….

  46. Andrea Raos il 1 febbraio 2009 alle 22:30

    solo dopo aver postato quel menù-incubo mi sono reso conto che rischiavo di fare la figura del ladro di colpi di genio altrui. la domanda di tash me lo conferma. non sia mai, ecco la fonte:

    http://www.xlater.net/campana1.htm

  47. Alcor il 1 febbraio 2009 alle 22:37

    mi ero incuriosita anch’io e lo avevo trovato cercando er Bufera. bravo, decisamente.
    ti sei impigrito, tash.

  48. tashtego il 2 febbraio 2009 alle 08:33

    va bene, manuel.
    sul resto avrò sbagliato sensazioni.
    ma dimmi dove trovi più la cotoletta alla milanese.
    a roma, voglio dire.

  49. bill (sì, proprio io) il 2 febbraio 2009 alle 10:35

    Il lampredotto è trippa. A firenze si mangia nel panino per strada.

    A Roma sarebbe inutile cercare la cotoletta. Bisognerebbe mangiare pajata, coda, carciofi, coratella…
    … o le quaglie al Quagliaro!!!

  50. maria v il 2 febbraio 2009 alle 13:20

    @ tashtego che scrive: mai amato mangiare fuori, ma neanche cucinare a casa.
    l’ideale sarebbe per me una flebo con sostanze nutritive mentre guardo la tv.

    vorrei dire che mi sento “quasi” affine: io mi farei asportare tutto il triangolo delle bermuda: ovaie, stomaco e retto, lo diceva anche Artaud: “legatemi pure, ma non c’è nulla di più inutile di un organo!”, (l’unica obiezione che posso muovergli è che, non essendo donna, subiva in misura minore l’opposta dittatura di questa misteriosa faccenda dell’orologio biologico, ma questo è un altro discorso). tornando a noi, con poca riflessione, mi accorgo di come tu abbia espresso in maniera lapidaria anche il desiderio “quasi” affine di un tossicodipendente, il pasto nudo che sostituisce schiavitù con schiavitù…c’è una via d’uscita a tutto questo? no, perché quando arrivi a queste conclusioni la domanda successiva è: c’è forse qualche motivo per cui non si dovrebbe staccare la flebo e spegnere il tvcolor?
    siccome oggi sono prorpio di umor tetro, spuntato insieme alla sensazione di aver praticato cannibalismo, ho pensato bene di affliggervi/ci tutti con questo passo- chi non volesse guastarsi l’appetito non legga, in fondo la mia natura più genuina è quella di guastafeste: Ora tutto è stato divorato, come a Natale e Pasqua, un uomo viene al mondo, un uomo viene impiccato e tutti si abbuffano e si ubriacano per la gioia…è una celebrazione della miseria che tutti conoscevamo già, ancor prima che si offrisse al mondo con la fregola di essere macellata. Ad essere celebrato è sempre soltanto l’orrore che infonde negli uomini una fame cosmica, una nascita, un matrimonio, un cadavere[…]

    L’anima in fondo è una fame, una sete bestiale e quella strana sensazione che ha Karli quando ficca il suo piselletto dentro Herta.
    L’anima è qaundo vedi uno che sta morendo e ti viene da ridere

    (Werner Schwab, Sovrappeso)

  51. véronique vergé il 2 febbraio 2009 alle 13:47

    Maria, sei vicina.
    Anch’io vorrei non avere corpo,
    tutto che fa male,
    non avere stomaco, ovaie, vagina
    utero,
    Quando sono entrata nell’adolescenzia
    ho capito che la mia libertà era smarrita
    ormai il dolore.

    Il cibo, lo riconosco è schiavitù delle donne
    e si vorebbe mangiare il cielo, il vento,
    il mare.

    Un abbraccio a te, Maria.

  52. tashtego il 2 febbraio 2009 alle 16:43

    @maria
    Temo di essere stato fra-inteso.
    Amo mangiare cose buone et “sane”, ma non amo cucinare, né uscire a cercare cibo.
    Il risultato è una lotta inesausta con me stesso, la mia pigrizia, la mia ineducazione domestica.
    Solo l’esistenza dei carciofi e dei fagioli così detti “ciavattoni” mi spinge talvolta a sbattermi in cucina, dove invece di solito butto un uovo in un tegamino, verdura nel vapore, carne nel micro-onde, affetto pane, stappo bottiglia di vino, senza dimenticare il mio pezzo forte: petto di pollo alla piastra.
    Il ristorante poi è letteralmente un’atrocità: si aspetta tantissimo, di solito c’è un rumore infernale, si mangiano cose costose e pretenziose e unte, che finiscono per piacerti solo perché ti hanno preventivamente affamato con l’attesa.
    Amo solo le taverne greche con pergolato, che puoi presentarti a mezzanotte e loro sono lì disponibili, ti cucinano quello che vuoi, gentili, tutti gli altri tavoli sono vuoti, si chiacchiera a bassa voce, peccato che il vino greco faccia così schifo…
    Il peggio del peggio nelle trattorie/pizzerie/ristoranti/taberne sono le TAVOLATE, dove tutti urlano et ridono, le facce lucide, rosse, annientando la conversazione altrui.
    A fronte di questo mondo edule et relazionale, pre-ferisco la solitudine televisiva, che almeno cambi canale, al “parlare con la gente” pre-ferisco una serata al pc e persino leggere un libro, anche se quest’ultima attività cerco di rimandarla a quando sarò a letto.
    Poche le persone che ai miei occhi sono più interessanti della tv.
    E comunque.
    Tv e flebo, certo.
    Abolizione dell’intestino, d’accordo.
    Cicatrizzazione dell’ano, ok.
    Castrazione chimica, senz’altro.
    Abolizione dei succhi gastrici.
    Eccetera.
    Sono d’accordo su tutto.
    Facciamolo.

  53. maria v il 2 febbraio 2009 alle 17:48

    ;-))) rido, rido…perché la mia naturale disposizone a travisare legge l’ultima frase come tentativo di seduzione. direi “quasi”…riuscito ;-)))
    ok tash da oggi in poi non ti chiedo più niente, ho intuito che sei pericoloso ;-)))

  54. max il 3 febbraio 2009 alle 20:59

    Sono di Lucca e posso dire che i giornali hanno detto un mucchio di c*****e, solo per fare i titoloni. Dovete venire a Lucca per capire. Prima di tutto la città storica è racchiusa in una anello di mura intatto di 4 km di circonferenza. Tutta la città è perfettamente conservata. I nostri avi ci hanno lasciato un gioiello e sta a noi “difenderlo”. Nel centro storico, quindi, un cittadino residente non può nemmeno mettere la parabolica sul tetto! Non solo non possono aprire Mc Donald’s e nuovi kebab (sono quattro a distanza di 300 mt l’uno dall’altro), ma nemmeno i sexi shop o le rivendite di articoli da mare (ma non ho visto crociate e accuse di razzismo per vibratori e tavole da surf). Siamo al ridicolo! Lo sanno quelli che hanno inscenato la protesta del kebab che quelli che hanno aperto nel nostro centro storico (e che nessuno ormai toccherà e continueranno a lavorare) sono una MULTINAZIONALE TEDESCA DEL KEBAB del tutto uguale a Mc Donald’s? Danno posti di lavoro? I posti di lavoro a Lucca lì da il turismo e chi viene qui vuol vedere e vivere la cultura della nostra città e non mangiare ciò che può benissimo trovare sotto casa sua (senza fare tanti chilometri). Il nostro centro storico è intatto e megnifico e noi lo vogliamo così. Chi vuol mangiare etnico ha altri 185 km quadrati dove possono aprire ristoranti di ogni schefezza! ma non dentro i 4 km delle mura urbane. Grande e coraggioso sindaco Favilla! continua così, la tua città è con te.



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