Cox 18 is a space of hope.

2 febbraio 2009
Pubblicato da

questions questions 2008

di Alfredo Jaar
Il divario tra la cultura italiana e la situazione attuale è scioccante e aumenta di giorno in giorno.


Questo vuoto è causato da numerosi problemi strutturali, come l’assegnazione politica di posizioni culturali che vengono rimpiazzate da ogni nuovo governo. In queste circostanze la continuità e la profondità dell’impegno sono impossibili.

Un altro problema che non si riesce ad affrontare è la mancanza di musei d’arte contemporanea e di istituzioni simili, completamente dedicati alle arti visive e alla cultura. Se paragonati per esempio a quelli di Germania, Francia o Spagna, i numeri dell’Italia sono incredibilmente miseri. Questo è davvero drammatico e assurdo.

Ciò ha penalizzato enormemente la visibilità nel mondo degli artisti e degli intellettuali italiani, che sono costretti a emigrare.

Di fronte a un panorama talmente triste e desolato, gli artisti e gli intellettuali italiani sono stati costretti ad affrontare in prima persona questo impellente argomento. È una questione di pura sopravvivenza.

È così che sono nati luoghi come Cox 18. Creati da artisti e da intellettuali per artisti e intellettuali, sono gli spazi culturali più generosi delle città e hanno un ruolo fondamentale di cui non si fa carico nessun’altra istituzione. Sono spazi aperti, liberi, multidisciplinari e democratici. Cox 18 è un centro sociale storico che ospita anche la libreria Calusca e l’Archivio Primo Moroni. Cox 18 e altri spazi, come per esempio la Casa degli Artisti, hanno un’importanza vitale per la sopravvivenza della cultura italiana. Una cultura viva deve essere creatrice e Cox 18 crea cultura, la condivide con tutti i milanesi e gli italiani. La protegge. La accudisce con tenerezza. La cultura è la sua raison d’être.

Cox 18 è uno spazio di speranza.

Oggi si trova sotto l’assedio di un governo autenticamente fascista, che non capisce il termine cultura. Che non riconosce la cultura come elemento fondamentale della vita.

La mia opera artistica non esisterebbe senza Gramsci, Pasolini o Ungaretti. Quando ho creato il mio progetto pubblico Questions, Questions per le strade di Milano, stavo rendendo partecipi i milanesi delle mie paure in merito alla cultura italiana. L’attuale realtà di Cox 18 e di altri spazi simili sono una drammatica conferma di questi timori.

Milano si deve mobilitare per fermare questo crimine. Perché si tratta di un crimine vero e proprio, perpetrato davanti ai nostri occhi increduli. Ci sono già stati fin troppi delitti. Ora basta. La cultura italiana si merita di meglio.

Alfredo Jaar, 29 Gennaio 2009

(traduzione di Andrea Scarabelli)

Tag: , , , , ,

14 Responses to Cox 18 is a space of hope.

  1. isakis isos il 2 febbraio 2009 alle 15:09

    Il crimine peggiore è perpetrato dietro i nostri occhi, e li rende sempre meno increduli. E’ l’indotta assuefazione al degrado civile.

  2. gianluca g. il 3 febbraio 2009 alle 01:05

    la cultura italiana è sempre (per i più) appiattita. tutto il resto è infantile. la s-cultura italiana è populizzata e a tutti i costi televisiva. la con-cultura italiana è viziata dall’aria di un individualismo gruppale. la cultura italiana è castrata nella sperimentazione e sempre a tutti i costi politica. la cultura italiana è castrata da qualsivoglia concetto di Dio. la cultura dell’onirico praticamente sbeffeggiatta da vecchiotti critici accademici ipercorretti e zero creativi. la cultura italiana è inquinata dal maschilismo pratico e interessato. ecco perché tanti scrittori. nessuno legge. tutti scrivono. impuniti. chiari e basta. monotematici e mai dissociati. mancano scrittori che dedichino la vita solo alla scrittura. dico persone che moriranno di fame perché non gliene importa un fico secco del quotidiano. dico persone che costruiscono solo libri. manca la cultura perché ovunque tira acqua al suo mulino o al mulino di chi lo invita. l’arte è anarchia seppur perseguita con rigore e disciplina. la scrittura fa storcere il naso a chi crede di saperne di più……..

  3. in pillole il 3 febbraio 2009 alle 11:19

    basta. è davvero privo di senso dire che la cultura in italia se l’è magnata la tv.
    siamo pieni di blog di gente che si lamenta.
    ma esattamente voi che idea avete della cultura?
    è qualcosa di cui parlare o è un discorso che si fa a prescindere dalla sua giustificazione statale-televisiva?
    perchè qui sembra che anche chi si lamenta della tv è perchè vorrebbe starci in tv e fare della tv di qualità.
    e anche questa parola, qualità, da dove arriva?
    siamo molto stanchi e molto invecchiati.
    date un’occhiata a quella cosa orribile promossa da esterni in risposta ai saggi convocati dalla moratti. è forse la cosa peggiore che mi sia capitato di leggere da molti anni a questa parte.
    qui è il problema. non nel fatto che esistano moratti e de corato e le tv di berlusconi, ma che oltre e al di là non si è ancora costruito nulla.
    e chi lo fa è incredibilmente retorico e conformista.

  4. isakis isos il 4 febbraio 2009 alle 00:22

    Il commento di gianluca g. mi sembra come minimo esagerato.
    *la s-cultura italiana è populizzata e a tutti i costi televisiva*: quando mai la cultura passa dalla televisione? Tutt’ al più la televisione può essere una vetrina; non è mai (stata), né può essere un media partecipabile. Ieri come oggi. Che oggi, poi, la vetrina della cultura, nella televisione, subisca la maggiore esposizione delle altre vetrine e vetrinette – (dis)informazione, porno-soft, basso intrattenimento, ecc – è un altro conto.
    Il problema è che “televisione” è una parola in bocca a molti (troppi) oggigiorno; oltre il luogo comune, essa funge davvero (questo è il rischio) da surrogato della realtà. Gli spazii della cultura sono altri, e non è affatto corretto dire che essi non esistono. Pur nella probabile inutilità del gesto, ci si dovrebbe autoeducare, oltre e dopo la pars destruens, al ruolo della pars costruens: ruolo tristemente atipico tra le abitudini degli italiani.

  5. gianluca g. il 4 febbraio 2009 alle 01:58

    anche io lo credo. ma televisivo è inteso non come televisione ma come stile abbastanza poco ‘altrove’ e molto fruibile. o anche come opposto a metavisivo, insomma tele-visione nel senso di mancanza di meta-visione come visione di sé e insomma pasolini è comunque passato e morto per la televisione, ma non dico la tv e dunque non dico l’apparecchio televisivo a flusso casual-puntuale che tra l’altro rivedo dopo quattro anni per aver argomenti in famiglia. e insomma, tele-visivo come contrapposto a meta-visivo intende aver capito la differenza tra una s-cultura monodimensionale e subito fruibile e statica e una meta-cultura che ci ponga responsabilmente, senza deleghe a partiti (tutti responsabili a manovrare comunque giornalisti), in una meta-cultura condivisibile e partecipativa. metafora può essere second life oppure un reading di poesie in cui riprendi con la telecamera il pubblico che ti ascolta e che poni nell’imbarazzo nel suo protagonismo attivo. assolutamente sono lontano dal luogo comune del televisivo come mezzo.
    il fatto che non sia stato compreso mi dà sollievo. non amo essere compreso subito, significherebbe non essere compreso affatto. magari mi si dia un’occhiataccia ai vari luoghi mediali da me sempre meno frequentati e sempre spesso calcati dai miei elettronimi, si vedano i vari personaggi elettrici, di cui non segnalo il dove per non scadere nell’inconscia promozione del me stesso che non esiste. ripeto, dunque, per confondere qualsivoglia idea circa il ruolo che può avere la cultura in italia. non vedo alcuna possibilità di cultura in italia, che non sia puro gioco fra pochi e, personalmente, gusto per il bello e modo per trascorrere il tempo finchè morti non ci separi dalla nostra catacombale immagine di cittadini. è un dato di fatto che la maggioranza diversamente colta se l’è imposta la maggioranza e che la minoranza, tenacemente aggruppata nell’ideologia contraria, vuole esserci ma non c’è. l’italia tutta non c’è. c’è stata. ci sarà. ma non c’è. ripeto e concludo: non il marchingegno televisivo che in altri paesi è all’altezza dell’intelligenza del popolo e che da noi è alla bassezza dell’orgoglio tutto italiano e maschista e che dovrebbe scacciare il vaticano nel vaticano tanto per iniziare e togliere fuori tutte le mafie e i baroni. i pochetti restati potrebbero forse riprendersi qualche terreno non appaltato e ricominciare. ma non so se un manipolo di giovani coi pantaloni scalati possano capire l’importanza della cultura in generale, prima di capire la cultura (che io reputo normale in un paese civile che ha dato i natali a leonardo e carmelo bene) particolare. non so, cominciamo a fare fuori d&g e i vari scimmiottamenti borghesotti cocainomani e le multe da 500euro per una canna e insomma la sottocultura fighettina dei ben vestiti con gli occhialoni da sub.
    @pillole e isakis isos: quindi non tv né destruens. spero abbiate compreso. altrimenti non so che dire, ora devo lasciarvi, scappo ad aiutare giuliano joyce nell’evento di FB.

  6. isakis isos il 4 febbraio 2009 alle 08:14

    è?!

    ovvero non ho mica capito.

  7. melpunk il 4 febbraio 2009 alle 12:26

    Si fa spesso confusione quando si usa la parola cultura. Una cosa è quella dei libri, della pittura del cinema. e un’altra è quella della cultura intesa come intero corpus (abitudini, tendenze comportamentali, riti, pensiero diffuso, credenze), insomma il concetto di cultura in senso antropologico. se usiamo questi termini dobbiamo distinguere le due dimensioni (ovviamente una confluisce nell’altra). Allora possiamo dire che l’Italia è un paese caratterizzato da deculturalizzazione in senso antropologico, ovvero sta perdendo tutti i riferimenti della propria cultura. questo fenomeno è messo in evidenza da pasolini già molti anni fa, e da giuseppe genna oggi, anche con il suo ultimi libro. l’italia è la nazione all’avanguardia nel processo di deculturalizzazione legato all’evoluzione del sistema capitalistico e del suo impatto sui tessuti culturali. Siamo l’avanguardia europea del sistema americano, che non propone una cultura ma un sistema di produzione e di consumo

  8. melpunk il 4 febbraio 2009 alle 12:27

    Isakis
    la cultura intesa nel senso in cui ne parlo io passa ovunque, anche attraverso la televisione. se ti chiarisci il concetto di cultura puoi analizzare il tutto in modo più chiaro

  9. gianluca g. il 4 febbraio 2009 alle 14:32

    grazie isakis, ci contavo. non mi va d’essere ca(r)pito. ciò mi fa sentire autonomo e sempre più straniero. che non è un male in questa piccola piccola meraviglia tricolore :)

  10. isakis isos il 4 febbraio 2009 alle 16:08

    Io sono dell’idea che antropologicamente l’italiano sia, nel profondo, sempre lo stesso. Non credo alla favola che vuole che l’italia sia *la nazione all’avanguardia nel processo di deculturalizzazione legato all’evoluzione del sistema capitalistico e del suo impatto sui tessuti culturali. […] l’avanguardia europea del sistema americano, che non propone una cultura ma un sistema di produzione e di consumo*. Siamo piuttosto (sfortunatamente?) una provincia che arranca, sempre. In tema di diritti sociali, per es. Di eguaglianza, rispetto e solidarietà (e non mi riferisco a telethon, ma a quella spicciola, quotidiana, sostituita vieppiù dall’omertà e l’omissione).
    Se gli aspetti sociali del nostro paese li vogliamo chiamare “cultura in senso antropologico” va bene, allora ci stiamo sculturalizzando. Per molti versi infatti facciamo passi indietro (vedi gli ideali di resistenza, sui cui è sorta la costituzione, che paiono essere piacevolmente calpestati dai nostri rappresentanti). Ma il problema più grosso, io credo, è che questa nostra cultura sociale, più che annihilirsi, rimane ferma. E’ una questione di punti di vista, di relativismo. Più che sculturalizzarci stiamo perdendo diversi treni (non mi vengono metafore migliori, sono di fretta).

    Gianluca g., poi, credevo si riferisse alla cultura comunemente intesa. Lì credo ci si sbagli. Basta vedere il livello di partecipazione a iniziative come i vari festival della letteratura, filosofia, diritto, economia, ecc. Il fatto è che la minoranza (che è sempre minoranza, anche negli stati che ci paiono più felici) che partecipa alla cultura (che è cultura proprio perché partecipata), non è per niente rappresentata, né valorizzata. Né a livello politico, né a livello mediatico. La maggioranza invece, che negli ultimi anni è a mio avviso degenerata preoccupantemente, trova nei media un pericoloso specchio, che ne aumenta la forza bruta. Insomma, il compito dei media, dei canali di comunicazione, dovrebbe essere pedagogico, educativo. Esso invece scade progressivamente, sempre più, nella ripetizione degli stessi schemi, nel compiacere la massa anziché dirozzarla, nell’indignare quella minoranza senza voce.
    Questo è ciò che volevo dire con il mio primo commento: *Il crimine peggiore è perpetrato dietro i loro occhi, e li rende sempre meno increduli. E’ l’indotta assuefazione al degrado civile.*

  11. manuel cohen il 4 febbraio 2009 alle 19:51

    Roma: Macro è un immenso padiglione espositivo voluto da Veltroni per i’ grandi eventi ‘ dell’arte contemporanea…è stato creato lo spazio e la struttura per rappresentare l’arte contemporanea in una città di quattro milioni e mezzo di abitanti; in realtà è uno spazio per la rappresentazione(e la rapresentanza) dell’arte che si fa, ma non c’è un luogo o qualcuno che censisca il fare arte oggi a roma. Per questo ci si affida a qualche gallerista privato… In altre città italiane(Milano,Bologna, alcune province marchigiane, ad esempio)il compito di censire e portare avanti l’arte contemporanea è affidato(fortunatamente)alle Accademie di belle arti,intorno a cui si muovono e agiscono a vario titolo e grado gli artisti…E’ solo un esempio, altri potrebbero essere,, sempre nella capitale: la casa del Jazz, la Casa delle letterature… luoghi per eventi ‘macroscopici’, poco inclini a registrare l’underground culturale’: è facile presentare un libro pubblicato da Mondadori, più impegnativo andare a vedere cosa fa l’editoria specializzata o di settore(ricerca, poesia, narrativa)presente sul territorio… Voglio dire che la cultura viene registrata e fa appeal solo se si configura come evento: i 3000 astanti che hanno assistito di recente a un festival di poesia nella capitale (festival durante il quale si è definitivamente laureato a ‘grande poeta’ il Ministro Sandro Bondi,con somma pace di tanti poeti laureati presenti)non devono trarre in inganno,l’aspetto di mondanità insito in una manifestazione siffatta, fa sì che centinaia di persone si muovano per curiosità e per appetito ( i buffet non mancano mai, come pure i flash e le riprese televisive)… Lo stesso potrei dire, dei vari Festivals ,Readings, Saloni e fiere delle vanità del libro: la calca alla presenza di certi autori considerati alla stessa stregua di certe Stars televisive la dice lunga sullo stato della cultura di establishment… questo è un fatto…Altro fatto poi, che la ‘cultura’ ,questo grande Molock-contenitore, mostra nel nostro paese gli stigmi di uno spaesamento (con venature spatriate e spiritate, ergo,negative) e di una deterritorializzazione (e qui, spero, assieme alla sua fragilità strutturale, pure il suo dato di affrancamento positivo, di apertura’ meticcia’,’ dell’essere tra le lingue’)…Spaesamento che la allontana dalla vita del paese reale confinandola in un giardino di Armida ,in un ghetto, da dove si esce solo ad orari prestabiliti. Le urla di dolore di una cultura trattata come una Cassandra inascoltata (che aveva,hainoi ultraveduto l’indirizzo dell scempio) vengono nella migliore delle ipotesi tollerate, quando non propriamente ascoltate. Occorreva la voce delle Sirene per spaccare le tempie a chi non voleva ascoltarla: hanno fornito 64 milioni di persone di ampie cuffiette per ascoltare più comprensibili accattivanti melodie: e forza italia….

  12. isakis isos il 4 febbraio 2009 alle 20:29

    Sono d’accordo, ma mi pare che tu esageri un poco.
    *la cultura viene registrata e fa appeal solo se si configura come evento*: non è detto. Io sono convinto che la qualità, se tale, qualche sporadico caso a parte, viene premiata. E se pure non fa appeal, non è detto che sia una male. Anzi, proprio il pensare all’appeal come al traguardo del lavoro artistico, non è il massimo dell’igiene intellettuale.
    E coi festival, ecc: io non sarei così estremo. Come se migliaia di persone si accalcassero solo per un buffet. Molti dei festival letterari e paraletterari sono poi a pagamento (vedi il caso di Mantova). A un festival del diritto, o dell’economia, non si trovano certo gli intellettuali idolatrati come stars televisive, eppure sono affollatissimi anch’essi.
    Per il resto, di casi tristi ce ne sono, che Sandro Bondi venga celebrato come “poeta” è cosa che fa rabbrividire anche il mio frigorifero.

  13. in pillole il 4 febbraio 2009 alle 23:00

    ragazzi
    siamo in cinque su questo tread e non ci siamo ancora messi d’accordo su un termine..
    questa è la cultura.
    oggi frammenti di discorso individuali che aspirano all’universalità.
    così è più facile disperderci.

  14. tashtego il 7 febbraio 2009 alle 10:03

    cultura è ciò che si trasmette e si cumula e si con-divide – nella specie umana come in altre specie – e che ci consente un continuo cambiamento di stato, sia fisico, cioè delle condizioni materiali della nostra vita, sia mentale, cioè della materia mente.
    non sempre questo cambiamento è migliorativo.
    può andare come definizione?



indiani