A Gamba Tesa: do you remember Eternit?

7 febbraio 2009
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Tutto è cominciato con quest’articolo. In passato mi avevano raccontato storie terribili, di paesi distrutti dal vento messaggero di morte e di polveri. E dove bastava abitare da una parte del fiume piuttosto che dall’altra per crepare nel peggiore dei modi. Nella maggior parte dei processi è stata pronunciata la sentenza , tutti colpevoli nessun responsabile. Ho trovato poi questo video documentario su questo blog. Ringrazio il suo autore e vi invito a leggere la sua nota.
effeffe

“Tutti sapevano e nessuno ha parlato. Lo sapevano i sindacati. Lo sapeva la direzione dell’azienda. Lo sapeva l’assessorato alla sanità. Lo sapevano tutti, e non gli operai che c’erano dentro. E così ci hanno condannato a morte, a menomazioni, ma non solamente noi che lavoravamo all’interno della fabbrica. Perché le fabbriche non sono state costruite sotto una campana di vetro” – Silvestro Capelli in Arrakis

ARRAKIS
Arrakis è un documentario poetico di tributo ai luoghi e alle vittime del progresso industriale italiano.
Vedute di fabbriche abbandonate fanno da sfondo ad una voce trasformata dalla malattia.
E’ la voce di Silvestro Capelli, un ex-operaio della storica Breda Fucine di Sesto San Giovanni.
E’ la particolare voce di un laringectomizzato.
Silvestro nel 1996 ha subito un intervento di laringectomia totale per estirpare un tumore causato dall’amianto inalato durante gli anni del lavoro in fabbrica.
Come molte altre persone da anni combatte una battaglia sociale e legale.
Da una parte ci sono semplici cittadini, dall’altra ci sono le istituzioni, l’Inail, i sindacati, i dirigenti d’azienda, i partiti politici.

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8 Responses to A Gamba Tesa: do you remember Eternit?

  1. daniele il 7 febbraio 2009 alle 16:01

    ciao francesco,
    grazie intanto di avermi avvisato su fb. ma abitando, da poco per fortuna, sotto un tetto di eternit sfasciato e quindi pericoloso (pare), ho salvaguardato i miei nervi pigiando il tasto stop, magari lo torno a vedere quando ho risolto la questione eh, che ora è ineludibilmente una martellata sullo scroto.

  2. carmine vitale il 7 febbraio 2009 alle 16:24

    Armi di distrazione di massa

    Tutti sanno ma nessuno ne parla
    La formula magica è racchiusa qui
    Teoria e pratica della distrazione
    Il prezzo è il dolore
    Degli altri

    Dai mille morti di gaza si è volati agli ennesimi aiuti alla grande mamma meccanica subito puntellata dagli enunciati dei sindacati (ma di chi?) a sostegno perché il lavoro si perde
    E la vita no?
    La sera si trasmettono divieti per legge per evitare emulazioni di ingrossamento mammario mentre un operaio vola giù dall’impalcatura e la sua famiglia inizia il calvario del riconoscimento di una morte per giusta causa
    Sul medio oriente si oscura il cielo
    Sui morti giuridici delle strade di mosca solo notizie via mail con una preghiera inascoltata di diffusione
    Si riabilitano vescovi nazisti
    Pedofili
    Carnefici
    Parla attraverso il verbo di dio l’umile servitore della vigna del signore
    Di amianto non si muore
    Intanto decollano aerei falliti
    I furbetti diventano onorevoli rappresentanti di una res pubblica privata
    si arroga il potere di dare vita o morte
    come ai gladiatori
    si dimentica
    si costruisce una seconda realtà
    si vive quella
    le parole sono anestetizzate
    narcotizzanti
    filtrate da messaggi di rinascita di decollo
    manca l’assetto di volo
    si ergono barriere più dure delle mura che sono state abbattute a prezzo di morte
    ci sono gli omicidi
    la mafia
    saviano
    l’amianto
    il grande fratello
    c’è la vita che muore
    lo sanno tutti
    distratti da nuove inventate paure di sicurezza
    il distogliere dal pensiero reale
    il creare dolore
    da contrapporre al dolore
    delle campane di vetro
    c.

  3. maria v il 7 febbraio 2009 alle 20:00

    rabbrividisco davanti a questo video come davanti alle parole di altro ex-operaio che ho ascoltato dire:
    “la storia dell’amianto è una delle storie più sporche della nostra repubblica: non solo ci condannarono a morte durante la costruzione , ma anche durante la demolizione, quando passò il decreto di abolizione, secondo voi a chi toccò tornare sul luogo del delitto, liquidare la faccenda con una pulizia di facciata, smantellando il veleno ancora una volta a mani NUDE?”

  4. Andrea Di Nardo il 7 febbraio 2009 alle 20:04

    Io ringrazio te Francesco per la pubblicazione di Arrakis su Nazione Indiana.
    perchè mi piace e trovo stimolante questo luogo di informazione.
    Recentemente ero capitato di nuovo da voi per un articolo sul lebbrosario di gioia.
    Scrivete cose molto interessanti.
    bravi!
    e a presto,
    andrea

  5. emilia santoro il 7 febbraio 2009 alle 23:17

    Rabbia dolorosa. Anche qui da noi 10.000tonnellate di amianto. Hanno utilizzato cave e strade e ogni buco possibile. Persino abbandonato accanto al policlinico. L’amianto, la morte invisibile… e tangibile. E che nessuno chiuda la porta… per favore… tanto c’è il vento…

  6. véronique vergé il 8 febbraio 2009 alle 17:42

    Ascoltare-la voce fa un graffio-vedo la cicatrice-senza vedere-
    sento una fil spinato-attraverso gola-un’esplosione di dolore-
    una fabbrica di morte-di cancro-di male lavorato-in silenzio-

    Non dimenticare.

  7. giovanni hanninen il 13 febbraio 2009 alle 13:52

    vi consiglio anche la visione di questo reportage di emanuele cremaschi, giovane fotogiornalista milanese, sul quartiere popolare denominato “white”:

    http://emanuelecremaschi.com/content/popup/ws/index.html

  8. francesco forlani il 16 febbraio 2009 alle 01:41

    grazie giovanni
    sto preparando altri due post su questa terribile vicenda
    effeffe



indiani