Di quand’ero poeta (e non lo sapevo)

11 febbraio 2009
Pubblicato da

di Roberto Bugliani

L’opzione

Il poster
d’un clown bislacco alla parete
era il tuo doppio
fidato e silente con la lacrima
aggrappata al ciglio che rifiutava
di scivolare giù per l’abbrivo della guancia
mal rasata preferendo
la penombra truffaldina degli occhi
all’ingloriosa agonia sulla stoffa
della giacca o tra le fessure
impietose del parquet.

*

Ulteriori proponimenti

Sì, qui vi dico – e ve lo giuro: mollo tutto
al suo destino barloccio, pianto in asso
l’avveduto scalpiccio dei doveri, lascio
le albe alle loro smorfie di ventriloqui tristi
e scevro di rimorsi salto il fosso, mi disfaccio
a cuor leggero di ricordi
fasulli come rimpianti, prendo il largo
senza scorta di crucci né sirene
nostalgiche a sera, quando il vento
liquefa i colori e agita l’insegna
del discount.

*

IV
In Cronache con paesaggio l’elemento prevalente era lo stupore della possibilità d’una cronaca, ancora, grazie alla parola frammentata che la istituiva. Qui invece lo sconcerto dell’essere si volge in fastidio episodico e il dettato si rivela inadeguato a istituire alcunché che non partecipi dell’insufficienza del frammento.

Con fastidio, come se l’alba
s’allungasse molesta all’orizzonte
osserva il pastoso liquame del cielo
colare pallido sui rami
contorti e secchi, impudichi quasi
del pesco spaccato dal gelo, che per cupi
aerei orditi si allungano come in un quadro
d’artista nordico, prigioniero dell’incubo.
E con disappunto pensa che dovrà
abbatterlo prima che se ne occupi il vento
impietoso da queste parti, dove la luce
stilla sbieca e grama a dilavare il rischiumo
di case aggrappate alla collina.

*

V

non voglio che di me la Storia dica: Quello
che il suo paese ha mandato a puttane, per cui
la guerra, costi/ricavi, sarebbe non una, bensì la
soluzione, il bene nazionale, profitto/perdita,
lo impone, prestigio e interessi
fatti salvi, dominio e controllo
dell’area e del globo assicurati per
il secolo a venire
, e in nome della
libertà – che a casa sua è una statua – adunò
attorno a sé generali ed esperti militari, poi
in nome della democrazia la marionetta parlò
con la voce del debito estero e del pericolo giallo

*

Nel guardaroba
(Il tesoretto del poeta)

Come a fine stagione si ripongono gli abiti che più non servono nell’armadio in attesa del prossimo anno, così il poeta mette da parte nel guardaroba della memoria stringhe di parole, sintagmi, emistichi e frammenti di versi destinati a lavori a venire, perché è un peccato buttar via supporti e protesi foniche che attendono solo un incastro semantico per poter funzionare. Nell’architettura della nuova prassi scrittoria il poeta non disdegna di far ricorso a vestigia di insediamenti precedenti. Arte del levare è la poesia, ma essa è anche arte del risparmio. La poesia non conosce spreco, perché la poesia non è gesto gratuito. E parsimonioso il poeta rammenda gli avanzi tesaurizzati con il filo d’una sintassi un po’ sbalestrinata.

dopo un paio di sigarette fumate alla disperata
e un pugno di parole abbandonate alla deriva
l’alba lo aspettava col carillon dell’insonnia

per quanto espulsi i lembi d’una terra siccitosa e dura
a picco riarsa sul mare dal territorio già orbato delle
antiche fattezze, terrazze di pietre e olivi dai tronchi contorti

ma rileggendoli non trovò che muage scalamá e cambi
epocali, carogne di gabbiani sugli scogli, o nel migliore dei casi
nanetti sui pilastri ai cancelli e araucarie spaesate nei giardini

con le fauci spalancate vegetali. Solo per un caso sfugge
all’agguato del paesaggio (che comunque non ha fretta
e paziente lo attende, la trappola allestita) e non vorrebbe

lui no, che diamine! ma è costretto a prendere atto
del finisterre e con l’aiuto del calendario misurare
il nome spaesato della ligusticità

[Le poesie sono tratte dal recente volume Di quand’ero poeta (e non lo sapevo)]

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27 Responses to Di quand’ero poeta (e non lo sapevo)

  1. funiculì funiculà il 11 febbraio 2009 alle 17:30

    non una scoperta, perché avevo già letto di suo. e sempre con notevole interesse. questo bel libro ne è una ulteriore conferma. quella di una voce poetica “autentica”. complimenti.

  2. sparz il 11 febbraio 2009 alle 22:51

    molto belle, anche a me piacciono molto, e specialmente Nel guardaroba.

  3. andrea ponso il 12 febbraio 2009 alle 00:49

    direi che sono veramente brutte. Mi spiace ma forse non meritano nemmeno un commento critico giustificativo: si spiegano da sé… e fortuna che sono “di quand’era poeta”…

  4. funiculì funiculà il 12 febbraio 2009 alle 01:41

    più che un commento critico dovresti lasciare l’indicazione di un manuale, tipo “come fare la poesia bella (!) in quattro lezioni”. non credo ti sarà difficile pescare da una qualsiasi bibliografia a tale proposito…

  5. andrea ponso il 12 febbraio 2009 alle 11:48

    …in effetti non sarebbe difficile, appunto. Ma qui il problema non è il “bello”: qui di poetichese ne troviamo anche troppo… anche se sono convinto che i manuali e la retorica siano necessari, se si ha poi la forza di superarli attraversandoli… lo si dimentica sempre che per risorgere, anche in letteratura, occorre aver vissuto…

  6. funiculì funiculà il 12 febbraio 2009 alle 13:48

    l’uso del termine “poetichese” è l’equivalente di un coito con una vagina di pezza, o, mutato l’utente, con un pisello di gomma: nell’uno come nell’altro caso, spingi spingi, ma tanto la vp che il pg non vengono mai. l’orgasmo è un optional. è una pratica molto diffusa, in verità; in rete, poi, siamo a livelli di inflazione, non c’è un post dove nel colonnino dei commenti non compaia la parolina magica. di solito se ne servono: 1) coloro che non hanno un cazzo da dire; 2) coloro che vogliono rimancare a tutti i costi la distanza abissale tra quello che si legge (nel migliore dei casi: una merda) e la loro proposta poetica (nel peggiore dei casi: vera poesia: l’unica possibile). mai, però, che uno solo, *uno*, provi a spiegarci cosa intende con quell’aggettivo/sostantivo.

    tu che sei uno studioso, perché non ci rendi edotti sul significato? sarebbe veramente cosa buona e giusta, spiegando cos’è il poetichese, colmare la lacuna, e la sofferenza (anche in termini erotico-esistenziali), di chi continua a chiedersi: “ma cosa sarà mai, cosa mi sono perso, finora, nella vita?”.

  7. andrea ponso il 12 febbraio 2009 alle 16:35

    …ammetto che “poetichese” è una brutta parola, veramente brutta per la nostra lingua ma è un’etichetta utile per capire alcune cose… il poetichese, almeno nella nostra tradizione, è da un lato l’idea che per scrivere poesia basta usare immagini di un certo tipo e andare a capo, è appoggiarsi ad una tradizione come unico piedistallo per l’erezione (visto l’esempio precedente) della propria performance poetica – ed è anche il suo completo opposto, vale a dire lavorare sull’opposizione a tale codice letterario già codificato… entrambe le posizioni non fanno che alimentare, a mio modesto parere, il sistema immunitario vigente… il mio non è un discorso denigratorio: è quasi sempre stato così. Introiezione di piccole dosi di “non poetichese” all’interno di un sistema pienamente poetico (ma anche su questa parola i problemi di definizione sarebbero, per fortuna, infiniti) come rimedio omeopatico che non fa altro che rinforzare il sistema stesso. Soluzioni, non lo so, io penso al lavoro di Zanzotto: corpo a corpo vivo con la tradizione, rapporto di amore/odio, grande capacità anche artigianale che viene superata ma non messa da parte in maniera acritica… in questo senso “Il galateo in bosco” è il vero e proprio laboratorio della tradizione italiana. Mi scuso come al solito se mi sono intromesso e se il mio giudizio era sommario ma anche questi testi, da lettore, sembrano sommari…

  8. luigisocci il 12 febbraio 2009 alle 16:41

    -Parlare male di questi testi è come sparare sulla croce rossa (SIMILITUDINE BANALE)

    -Parlare male di
    questi testi è come
    sparare sulla
    croce rossa
    (VERSIFICAZIONE CHE VA A CAPO A CASO)

    -Male parlare di questi testi è come sulla rossa croce sparare
    (ANTICIPAZIONE DELL’AGGETTIVO PER ALZARE IL TONO)

    -silente parlar male (scalpiccìo)
    di questi scevri versi siccitosi
    è impietoso come stillare,
    sbieco e gramo il rischiumo
    a dilavare la croce rossa
    (POETESE)

    eccetera

  9. funiculì funiculà il 12 febbraio 2009 alle 17:48

    che piacere il confronto
    con
    p(o)eti e p(o)etardi tal-
    fatti

    chel giuà, mon diè!

    che sai sempre dove
    trovarli,
    poi, alla bisogna.
    appena un sodale, o
    un so-tale,
    mostra i suoi testi-
    colini
    in blog o in carta

    e allora li riconosci,
    anche
    da lontano. dai gridolini
    di giubilo e di
    osanna!!!
    con cui si danno voce

    mentre svangano vp e
    pg ama-
    tori-
    ali

  10. andrea ponso il 12 febbraio 2009 alle 18:30

    …va bene, se la mettete così in caciara è anche divertente, però non ne ho proprio voglia… magari un’altra volta (chi ha mai parlato di testi miei? chi ha mai voluto o cercato il confronto? ma dai, divertiamoci in altri modi, no…) ciao simpaticoni…

  11. domenico pinto il 12 febbraio 2009 alle 18:51

    Sicché Ponso è un poeta. Che non si diverte ai motti di Funiculì. Perdonerà la domanda, ma non poteva essere più sereno, meno aspro, e argomentare, invece di entrare a quel modo? Ne avrebbe giovato la discussione, e nessuno avrebbe dovuto sbattere la porta.

  12. luigisocci il 12 febbraio 2009 alle 19:58

    a me sembra che nel terzo intervento del ponso e un po’ (a modo mio) anche nel mio non manchino “argomentazioni” critiche, per chi abbia voglia di comprenderle, almeno. assolutamente assenti invece le argomentazioni a favore, se non vogliamo considerare tali l'”a me mi piace” e gli aggettivi automatici di cortesia come “bel” e “autentico”.
    ma la cortesia “formale” e la maleducazione “di fondo” sono spesso indissolubilmente legati.

  13. andrea ponso il 12 febbraio 2009 alle 20:49

    caro domenico pinto, non importa che io sia o meno un poeta: qui sono un lettore (e ho citato i miei versi solo perché qualcuno parlava, se non sbaglio, di poveri poeti in cerca di fama o cose del genere…). Il mio tono non era maleducato ma solamente critico… non mi pare, infatti, di avere offeso nessuno. Inoltre, in questi casi, sono abituato a criticare i versi e non le persone… se poi uno se la prende personalmente è altra cosa. Ho cercato anche di argomentare, mi pare, anche se certo non con un saggio critico. Ma qui il problema mi pare un’altro: se facevo critiche puntuali venivo deriso come il professorino di turno, se non li faccio esprimo solo giudizi acritici e “di parte”… insomma, forse l’unico modo che qui vale è dire che “è bello”. Io di solito sono abituato ad esprimere i miei giudizi, parziali quanto si vuole, e magari anche del tutto errati, per carità… e a firmarli con nome e cognome vero. Certo, non è un atto eroico questo, anzi, mi sembra il caso più normale e piano… ma non sempre, evidentemente, è così. E mi scuso davvero, ancora, se il tono sembrava offensivo: era netto, forse troppo, e all’inizio male argomentato, ma non certo denigratorio.

  14. funiculì funiculà il 12 febbraio 2009 alle 21:37

    è ben strano che uno che – parole più o meno testuali – “ai lapsus e ai fraintendimenti dà sempre il benvenuto” (e tu lo immagini aperto a tutto ciò che non si ferma alla pura apparenza, al colpo d’occhio in sorvolo, col sorrisino compiaciuto sulle labbra che uccide l’intelligenza, fosse anche di un testo) poi si perda nella parafrasi sarcastica da poeta “fatto” e nella presa per il culo (“sparare sulla croce rossa / sulla rossa croce sparare”) di ciò che non rientra nei suoi “programmi” estetici, nelle coordinate del “canone” di cui si sente parte o al quale è stato iscritto.

    ed è ben strano, ancora, che chi scrive quartine indimenticabili come questa

    “da questo buco
    ho visto i testimoni per esempio
    di geova le donne delle scale
    il messo iettatorio
    dell’amministratore condominiale”

    o questa

    “souvenir deprivato
    di neve e di memoria
    a un palmo in linea d’aria
    di distanza illusoria”

    possa dirsi a pieno titolo “poeta” (“alternativo”, tra l’altro), mentre chi scrive

    “Sì, qui vi dico – e ve lo giuro: mollo tutto
    al suo destino barloccio, pianto in asso
    l’avveduto scalpiccio dei doveri, lascio
    le albe alle loro smorfie di ventriloqui tristi
    e scevro di rimorsi salto il fosso, mi disfaccio
    a cuor leggero di ricordi
    fasulli come rimpianti, prendo il largo
    senza scorta di crucci né sirene
    nostalgiche a sera, quando il vento
    liquefa i colori e agita l’insegna
    del discount.”

    debba essere dallo stesso deriso. e con la giustificazione, abbastanza puerile, che chi legge debba essere tenuto a decrittare le “argomentazioni critiche” (sic!) contenute nel suo sfottò irridente…

    ma mi facci il piacere, la prego.

    ***

    “Io di solito sono abituato ad esprimere i miei giudizi, parziali quanto si vuole, e magari anche del tutto errati, per carità… e a firmarli con nome e cognome vero.”

    io, invece, non ho espresso nessun giudizio critico – me ne guardo bene, non è il mio mestiere: ho solo detto di aver già letto testi dell’autore e che il libro da cui sono tratti questi (libro che ho sotto mano) mi è piaciuto.

    e, in ogni caso, nemmeno tu hai espresso un qualsivoglia giudizio critico, che, come ben sai, riguarda unicamente il testo e “non” contiene mai (quel “non” è parte integrante dell’etica che accompagna il lavoro critico) indicazioni all’autore sull’attività che gli sarebbe più congeniale (anche se le indicazioni vengono sfumate dall’uso retorico della formulazione).

    Uno che scrive:

    “direi che sono veramente brutte. Mi spiace ma forse non meritano nemmeno un commento critico giustificativo: si spiegano da sé… e fortuna che sono “di quand’era poeta”…”

    non sta parlando di testi, sta solo dicendo all’autore, e in modi finemente volgari, che la poesia non fa per lui.

    e nessuno, per quel che mi riguarda, merita il trattamento che si riserva al primo sandrobbondi di passaggio, visto che l’autore, qui, è di ben altra tempra e in ciò che scrive avrà riversato “qualcosa” che, ci piacciano o meno i suoi versi, siano più o meno riusciti, va comunque rispettato.

    sul “nome e cognome vero”, poi: la redazione conosce quello di tutti coloro che usano un nick abituale; se ciò non ti basta, la tua “allusione” lascia il tempo che trova:

    mi chiamo Giovanni Funi, per gli amici “Nanni”,

    se vuoi ci aggiungo anche l’indirizzo, il numero di telefono e il codice fiscale.

    ma ciò non cambierebbe di una virgola la questione: il commento n.3 e quello n. 8 sono due “cadute di tono” (è un eufemismo) di fronte alle quali i “mi piace, è bello”, “non mi piace, è brutto”, sono pagine continiane da additare ad esempi di critica militante.

    ad maiora

  15. luigisocci il 13 febbraio 2009 alle 00:03

    mai definito poeta, lo giuro, nè tantomeno alternativo. il massimo che mi sia concesso è stato casomai versificatore o, al massimo, poeta-agente di commercio. ma ti dirò, rileggendomi in quelle due quartine (la prima delle quali ha 5 versi), mi sono ripiaciuto. mi chiamo luigisocci, per gli amici “lo scorreggione che usa falli di gomma per penetrare vagine poket” e credo che il “muscolo” critico sia in italia, oggi, talmente atrofizzato, che qualunque tentativo, anche estemporaneo e occasionale, di rimetterlo in uso sia un toccasana. meglio cadere di tono che darselo a tutti i costi.

  16. andrea ponso il 13 febbraio 2009 alle 00:48

    Se l’autore è “di ben altra tempra” io non lo so: da questi testi io deduco quello che ho scritto, sono pochi testi e magari è solo perché non mi piacciono, ma il mio parere (allora, va bene, tiriamo via la parolina “giudizio”) rimane. Un critico dovrebbe parlare dei testi, ma se un critico appunto “critica” aspramente, come forse ho fatto io, i testi che ha davanti le conclusioni poi le prende logicamente anche chi gli ha scritti: naturalmente può mandare a quel paese il critico, oppure cercare di capire se c’è un briciolo di ragione nel giudizio, ecc. Bisogna anche avere l’umiltà di fare questo, umiltà che il critico comunque possiede nel momento in cui legge i testi… (umiltà non è una parola che cade dall’alto, è per me orizzontale). Le mie forse sono anche provocazioni, e mi spiace che il bersaglio sia in questo caso il poeta pubblicato (ma non può essere altrimenti, almeno in questo frangente): sono provocazioni che “evocano” barlumi di critica vera (per carità non la mia in questi luoghi), quella che putroppo, come ricordava Socci, latita, è un muscolo in disuso… può essere scritto tutto e il contrario di tutto, l’estetizzazione diffusa lo permette… e intanto la pletora continua, siamo tutti bravini, tutti nella media (mi ci metto dentro anch’io, naturalmente) e non si cava un ragno dal buco… guai a chi dice è poesia, oppure non è poesia! perché tutto, naturalmente lo può essere… bah, io lotto con il poetichese soprattutto nella mia scrittura (per quanto insignificante possa essere) e quindi provo anche a farlo con quella su cui poso l’occhio… notte!

  17. soldato blu il 13 febbraio 2009 alle 08:21

    Non so, spesso mi astengo dal commento perché una sensazione, buona o cattiva, non mi permette il salto a un giudizio, positivo o negativo.
    E’ certo però che non mi baserei, per un giudizio su una poesia e un poeta, sul confronto tra le sensazioni, provocate da questa poesia e da questo poeta, con le sensazioni provocate dalla poesia di un poeta grande.

    *

    Sospesa nella febbre……………………. sfuocata nella febbre
    …….quella brughiera che mai non trassi abbastanza
    Nei vuoti di memoria………………………..nelle spinte e nei flussi
    …….della memoria,………….quasi danza –
    ……..quasi sfocata, brughiera da brughiera, / in febbre
    E nel chimico buio sto pensando volgere
    l’abile vomero…..indirizzare il talento della ruota

    *

    Sì, qui vi dico – e ve lo giuro: mollo tutto
    al suo destino barloccio, pianto in asso
    l’avveduto scalpiccio dei doveri, lascio
    le albe alle loro smorfie di ventriloqui tristi
    e scevro di rimorsi salto il fosso, mi disfaccio
    a cuor leggero di ricordi
    fasulli come rimpianti, prendo il largo
    senza scorta di crucci né sirene
    nostalgiche a sera, quando il vento
    liquefa i colori e agita l’insegna
    del discount.

  18. Alcor il 13 febbraio 2009 alle 10:21

    mozione d’ordine – io me la sono data da sola e quel paio di volte che ho fatto eccezione mi sono pentita – chiudete i commenti sotto i post di poesia e narrativa: finiscono per essere una pedana per la scherma
    Se lo si fa sotto un post di idee non si offende e ferisce nessuno, si dibatte sulle reciproche opinioni, ma se lo si fa sotto il post di un autore si rischia di spargere zucchero o di ferire, o di fare entrambe le cose.
    I thread sotto i testi sono quasi sempre deprimenti.

  19. Alcor il 13 febbraio 2009 alle 10:22

    ma se i commenti restano aperti l’autore deve armarsi di pazienza e coraggio, prendendo esempio dal prode Arminio

  20. roberto bugliani il 13 febbraio 2009 alle 21:11

    Ringrazio tutti coloro che hanno letto, e quelli che hanno voluto lasciare il loro commento a questi testi. Anche i neo-fortiniani che dissentono dalla mia leggerezza “poetichese”. Perché si impara un po’, sempre e comunque.
    @ alcor,
    per questa ragione, trovo i commenti tutti importanti. L’autore scrive per esporsi, per sottoporsi al giudizio, per ascoltare la voce del lettore. Se no, è meglio che alzi i glutei (il termine è in poetichese, noblesse oblige) dalla sedia e vada a farsi una sana passeggiata.
    all’impareggiabile funiculì funicolà, un grazie speciale

  21. franz krauspenhaar il 14 febbraio 2009 alle 02:02

    Ha ragione Bugliani. I commenti sono qui anche per imparare, e se c’è onestà intellettuale (come mi pare ci sia nel caso di Ponso e Socci – con tutte le lacune “da blog” e le “tirate via” insite nei loro interventi), deve andare bene per forza. A me queste cose di Bugliani piacciono e anche molto, per esempio; poetichese più “citato” che veramente utilizzato, a mio avviso, un certo grado di autoironia che per me non stona davvero mai. E dunque? Niente, si esprimono pareri, si lanciano da parte di qualcuno che non gradisce anche sassate. Si colpisce l’autore? Inevitabilmente, non facciamo finta che non sia così. E dunque (ancora): avanti, i blog sono anche questo, ed è anche il loro bello. Ed è sempre bene – come ha rilevato Ponso – che ci si metta il nome, che qui è la faccia.

  22. franz krauspenhaar il 14 febbraio 2009 alle 02:06

    “I commenti sono qui anche per imparare” è una frase di un surrealismo hard che commuoverebbe Magritte in punto di morte:-) (Comunque s’è capito, spero, cosa volevo dire.)

  23. Diamante il 24 febbraio 2009 alle 14:27

    D’accordo, mi spiace, con Luigi Socci e Andrea Ponso. Nè dignità estetica, nè acutezza cognitiva. Non piaciute.

  24. Diamante il 25 febbraio 2009 alle 09:57

    Va bene, dato che non basta un commento asciutto per essere approvato dai moderatori, spiegherò meglio perchè, a mio avviso, non stiamo parlando di poesia. Spero che l’autore non la prenda a male, e che la mia sincerità e passione vengano apprezzate a onta della mia crudezza. Copio e incollo, ma senza l’a capo, il primo brano, L’OPZIONE:

    Il poster d’un clown bislacco alla parete era il tuo doppio fidato e silente con la lacrima aggrappata al ciglio che rifiutava di scivolare giù per l’abbrivo della guancia mal rasata preferendo la penombra truffaldina degli occhi all’ingloriosa agonia sulla stoffa della giacca o tra le fessure
    impietose del parquet.

    Mancano solo le virgole, per ottenere un brano in prosa costellato d’immagini un po’ straniate (neanche troppo), la qual cosa non sarebbe originale ma avrebbe pur sempre una ragion d’essere. Il secondo brano, ULTERIORI PROPONIMENTI:

    Sì, qui vi dico – e ve lo giuro: mollo tutto al suo destino barloccio, pianto in asso l’avveduto scalpiccio dei doveri, lascio le albe alle loro smorfie di ventriloqui tristi e scevro di rimorsi salto il fosso, mi disfaccio a cuor leggero di ricordi fasulli come rimpianti, prendo il largo senza scorta di crucci né sirene nostalgiche a sera, quando il vento liquefa i colori e agita l’insegna del discount.

    Qui le virgole ci sono, le immagini sono meno ardite che nel brano precedente ma compaiono più assonanze e mezze rime, e insomma abbiamo (avremmo) di nuovo una prosa in qualche modo originale, benché di un’originalità che non porta da nessuna parte. E dove avrebbe da portarci?, mi chiederete forse, se avrò l’onore della positiva moderazione. Rispondo: a un senso che sta oltre una certa quotidiana banalità. Per me, poesia vera è costruzione di senso. Il poeta edifica senso per sè e per la collettività, tiene in qualche modo un diario spirituale per l’umanità, è medico dell’umano nel senso metafisico del termine. E sono profondamente convinto che l’arte, l’arte vera, sia e sia stata indispensabile alla sopravvivenza dell’umano come e più della scienza. L’uomo ha bisogno di fabulare, di raccontare e di creare. Se crea verità (la quale sta nella bellezza, ma pure in una bruttezza esteticamente “bella”, se mi spiego: penso a Bernhard, tanto per citarne uno), l’uomo starà meglio, perchè sarà più prossimo a se stesso. Ma se crea menzogna (e quel che non è vera poesia e vera arte è menzogna), l’uomo starà male, perchè s’allontanerà dalla verità, ovvero dal se stesso di cui è da sempre (dalla famigerata Caduta) in cerca.
    Dunque l’uomo non ha bisogno del “chiacchiericcio”, della gerede, della parola inflazionata, della galleria del vento del pettegolezzo, dell’autoreferenzialità che non prova (o non riesce) a spingersi oltre una comunicazione puntuale di stati d’animo personali e circostanziali, nonché circostanziati. Non si scrive tanto per, si scrive sotto la pressione d’un’urgenza ontologica, la quale chiama a sè necessariamente un’urgenza de-ontologica. Scrivo perchè ho qualcosa da dire, non perchè so scrivere. E benché non a tutti possa venire in mente che “il vento liquefà i colori”, oppure che una lacrima preferisca la “penombra degli occhi” a “l’ingloriosa agonia sulla stoffa della giacca”, ciò non autorizza a metterlo su carta pretendendo di fare poesia. Già nel 1872-1874 Rimbaud inventava, con le ILLUMINAZIONI, una prosa “altra”, apparentemente gratuita, in cui gli oggetti e i concetti più lontani erano accostati con fulminea subitaneità. Ma in quel caso (a parte l’altezza somma del risultato estetico), la grandezza consisteva nell’esplorazione di nuovo senso, in una novità che ancora oggi, a distanza di 140 anni, è tale. Oggi, anno 2009, abbiamo bisogno di nuove idee, o di tacere, in attesa d’una più vera ispirazione. Come cantava Celan, “Tu giaci sporgendoti fuori/sopra di te,/in fuori, sopra di te,/ giace il tuo destino”.
    Occorre sporgersi, non stare alla finestra, i gomiti sul davanzale dell’ovvio, gli occhi puntati su di un paesaggio che tutti (dico tutti) possono vedere.
    Spero d’essermi spiegato a sufficienza.
    Un cordiale saluto.

  25. Massimo Vaj il 26 febbraio 2009 alle 07:22

    Non essendo io un poeta che stravede per la poesia, posso azzardarmi a darle una definizione senza che la descrizione sia di parte.

    La poesia nasce da una fonte silenziosa e sconosciuta, dalla quale anche noi proveniamo. Questo non conoscere dimora in noi come fosse un vuoto da colmare, e quando proviamo a farlo con quelli che pensiamo essere i nostri migliori pensieri, diamo a quei pensieri il nome di poesia. Non importa se siano meditazioni profonde o sdolcinature banali, perché a noi, quel riempire il vuoto col vuoto, pare sempre una creazione di verità che ci dispone all’esaltazione di ciò che ci manca.

  26. Diamante il 26 febbraio 2009 alle 09:01

    Caro Massimo, a me importa eccome se i nostri migliori pensieri siano “meditazioni profonde” o “sdolcinature banali”. Al ristorante, preferisci mangiare un piatto prelibato oppure pesce guasto?
    Ancora: non è vero, a mio avviso, che la poesia “pare sempre una creazione di verità che ci dispone all’esaltazione di ciò che ci manca.” La poesia pare (a me, sia chiaro: qui scatterebbe il discorso sull’infinita soggettività del giudizio in arte) quel che è: poesia appunto, o molto più spesso una menzogna estetica (e quindi anche etica), come ho spiegato nel post precedente.

  27. Massimo Vaj il 26 febbraio 2009 alle 20:30

    Il mio “non importa” sta a significare che non è mia intenzione perdermi nell’analisi soggettiva di uno scritto particolare, perché in questo contesto si sarebbe trattato di traslare un senso che deve restare confinato nel generale. È ovvio che a chiunque debba interessare la qualità, ma a me premeva sottolineare che anche una poesiola ridicola ha significato più di qualcosa per chi l’ha scritta, e che l’autore gli ha attribuito un senso per lui abbastanza importante da convincersi che sarebbe valsa la pena di comporla. A nessuno deve essere concesso di giudicare una poesia oltre i propri canoni personali, se non fosse così la poesia sarebbe mutilata della propria libertà di essere significativa, persino dell’idiozia che non si accorge di esporre. Ciao Diamante



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