Ora pro Anobii: Graziano Graziani / Simona Vinci

13 febbraio 2009
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A proposito di Esperia, di Graziano Graziani, e Strada provinciale 3 di Simona Vinci.
effeffe su Anobii
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Perché non c’è un cazzo da fare, la scrittura di un libro, come il respiro, ha una misura precisa, è disciplina atletica più che arte della meditazione – questa appartiene a chi i libri li legge e non a chi li scrive.
E l’atletica contempla velocità, perduranza, agilità, ostacoli. In ogni caso comporta armonia di piedi e mente. Ecco perché l’arte del romanzo è podistica. Il romanziere come un atleta dovrà allora definire dal principio la gara che deciderà di correre. Duecento, quattrocento, ottocento fino agli ottomila metri.

Graziano Graziani mette su, con Esperia, un dispositivo narrativo complesso, in cui si articolano sprint, respiro, fatica, percezione del mondo. In genere chi corre non si guarda attorno, e la mascella del velocista è l’unica a tremare in terraferma. Eppure, un atleta trascina con sé ogni mondo possibile, ogni esperienza vissuta. Da come corre sai che cosa ha visto, cosa rende quella sua corsa unica, irripetibile. Così ogni volta che leggi un capitolo, che poi è una storia, una corsa contro il tempo in cui ogni incipit rimbomba nel lettore come un colpo di pistola dello start, è sempre diverso l’esito, mai la stessa ti sembra. La cartografia che tenta di disegnare Graziano sembra inafferrabile quanto l’oggetto che si vorrebbe decifrare: Esperia appunto, che è l’unica città – ma è un’isola, un territorio, un’idea?- che comporta l’uso della maiuscola. E già.

Nelle istruzioni per l’uso che l’autore offre in seconda di copertina viene indicata come scelta quella di non rendere i nomi delle città come “noms propres”, con la maiuscola appunto. Perché in tutto il libro, che è romanzo, raccolta di racconti, di poesie, guida e diario, allo stesso tempo quelli che mancano sono i nomi. Dei personaggi innanzitutto. Come gli atleti che portano sulla pettorina solo un numero, qui i protagonisti si identificano a una funzione, a una professione, l’archivista, il mistico, il collezionista, e appaiono solo a metà del libro, dopo che attraverso una complessa e riuscita operazione da travelling, Graziano ha tracciato segni e simboli di questa ignota terra: le lingue parlate, la metropolitana, il museo, l’insonnia, i centri commerciali. Che non sono, si badi bene, l’unico non luogo della modernità, il non luogo è il mondo, in tutte le sue sfaccettature, e non sai, alla fine, se è sempre stato così o qualcosa è accaduto, magari nemmeno tanto tempo fa perché le cose perdessero il loro nome e la parola diventasse un urlo disperato come di chi chiama, per nome, una persona cara, un luogo, una città.
Libro che risuona delle opere di grandi maestri, più Kafka che Calvino, più Boris Vian che Borges, in una corsa, o maratona, che nel momento stesso in cui è cominciata, è una gara già vinta.

Esperia, Graziano Graziani, Gaffi Editore in Roma – 2008

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Solo i maratoneti corrono appoggiandosi al bordo della strada, da cui si allontanano solo per superare l’avversario, per il sorpasso. Una forza centrifuga li spinge ai margini, un’energia a correre in un senso preciso. Resta il dubbio che il senso, la direzione presa facciano parte di un disegno, come raggiungere qualcosa, qualcuno, o allontanarsi, fuggire da questi.

“(lei) non sta scappando. Corre e basta.

Ci sono certi libri che sono pesanti come il respiro di un corridore di fondo – per quanto la sua corsa si dipani e viva di superficie – e senti la fatica, l’incertezza, di chi potrebbe non farcela, ad arrivare alla fine.
Il racconto è allora sospeso tra l’asfalto, pianeggiante, le sue linee tracciate verticali, e il resto che appare scivolamento in pendio, perdita di sé, perdita d’occhio. Perché se ciglio significa ciglia, la strada sarà per forza un occhio, una ferita. un taglio.
Non sono tanti i personaggi di questo romanzo che ti si incolla addosso dalla prima pagina come una canottiera sudata, un abito quasi dismesso. E ogni personaggio racchiude in sé non una, ma cento almeno esistenze possibili, per tratti riconducibili ai grandi fatti della storia – vedi la tragedia di Chernobyl – o alla vendita al ribasso dei sogni delle classi medie d’occidente.Il ciglio di una strada è una metafora di per sé potente. E se la strada è una provinciale capisci che su quel tipo di asfalto c’è tutta la storia di un paese. Così, semplicemente.

Oltre ai fari delle macchine che incroci – il passeggiatore prudente è quello che cammina nel senso inverso delle macchine ma il vero camminatore vuole godersi il brivido di vedersi arrivare da dietro il passato correndo il rischio di farsi travolgere – c’è una musica. Simona Vinci ne indica due, alla fine, come a dirti che se non era quella la musica che ti ha accompagnato nella lettura, hai sbagliato playlist, e meglio allora ricominciare da capo.
Sono gli Unknown Prophets e l’immenso Nick Drake (Io in verità avevo pensato ai Canned Heat meno lirici, più nasali, impersonali.)

Perché la forza di questo romanzo è nella sua sospensione tra la neutralità dell’essere delle cose come sono e la violenza del loro essere altro, dalle prime pagine, per almeno cento e nelle finali. Come quando nella ricostruzione del fait divers, il diversamente fatto, di cronaca, scrive Simona Vinci:

“La foto di una giovane donna con due bambini scattata lungo un sentiero di montagna. ” Quando l’ha trovata, ha raccontato Roberto, “l’ha subito attaccata a quel pannello e quando le ho chiesto perché quell’immagine l’avesse colpita così tanto, lei mi ha risposto che quella donna poteva essere lei. Si, ha detto proprio così: potrei essere io”.

Milan Kundera è tra i pochi scrittori contemporanei ad aver formulato nell’essenza il “gioco” (la corsa) di un romanziere.
L’existence n’est pas ce qui s’est passé, l’existence est le champ des possibilités humaines, tout ce que l’homme peut devenir, tout ce dont il est capable. Les romanciers dessinent la carte de l’existence en découvrant telle ou telle possibilité humaine […]. Le romancier n’est ni historien ni prophète : il est explorateur de l’existence.”
Simona Vinci cartografa impietosamente il territorio delle possibilità umane dei suoi personaggi. E quando ti ritrovi quella carta tra le mani non puoi che dirti la stessa cosa della sua protagonista:
“Potrei essere io”.
“But this was the time of no reply. “

Strada provinciale tre. Simona Vinci, Einaudi 2007

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25 Responses to Ora pro Anobii: Graziano Graziani / Simona Vinci

  1. Iannozzi il 13 febbraio 2009 alle 23:23

    Per Simona Vinci: carta da macero. Simona Vinci imbratta i fogli e null’altro. Ed è critica fin troppo generosa.

  2. effeffe il 14 febbraio 2009 alle 00:18

    Simona Vinci imbratta i fogli e ne vengono fuori dei piccoli capolavori. Si figuri cosa succederebbe se si mettesse d’impegno!!!
    effeffe

  3. Morganthal il 14 febbraio 2009 alle 06:10

    La scrittura è (dovrebbe essere) arte e quindi disciplina. Tutti possono praticare atletica e meditazione, sono attività salutari, il respiro è fondamentale in entrambe, ma, che il risultato sia sempre arte…Così come, tutti possono praticare segni su un foglio, ma che il risultato sia sempre scrittura e addirittura arte, ce ne passa. Lei dimentica. non a caso, di elencare le qualità che deve avere una disciplina, perché è questa che viene sempre ignorata o data per scontata, troppi hanno voglia di infilare subito scarpette e correre… Simona Vinci, come tanti altri contemporanei scrittori italiani e non, appartiene a quella schiera di modesti persecutori d’intenti, che praticano l’effetto e non l’affetto. Per questo motivo i loro libri non valgono gran che. Sono convinto che in molti casi siano in buona fede, non se ne accorgono nemmeno, non ne conoscono la distinzione, ed ingannano se stessi e quella schiera di lettori, troppo smaniosa di elevarsi subito con meditazioni frettolose… Dia un’occhiata al capitolo “Un atletica affettiva” da “Il Teatro e il suo doppio” di Artaud.

  4. effeffe il 14 febbraio 2009 alle 09:22

    e dopo l’accanimento terapeutico ecco il nuovo “tube” per questa primavera: accanimento critico!
    effeffe
    Artaud? E chi è?

  5. effeffe il 14 febbraio 2009 alle 10:50

    apro parentesi.
    Finora , e parlo dei due commenti, nessuno che sia espresso sul libro ma entrambi “accaniti” (riconosco a Morganthal un altro spessore rispetto al primo commentatore) contro l’autrice.
    E infatti rispondo solo al secondo con un corollario. Nel caso in cui avesse letto il libro, Strada provinciale tre. Simona Vinci, Einaudi 2007, o almeno lo avesse sotto mano

    (corollario alla recensione)

    – nelle prime sessanta pagine SV assorda il lettore per ogni tre quarti di pagina, lo soffoca per poi aprirgli uno spiraglio con una voce, un dettaglio, un’immagine che lo fa respirare di nuovo, una boccata d’aria e parola. Pura.
    – nelle ambientazioni non c’è punto in cui la realtà si nasconda dietro alla verosimiglianza, e allora senti gli odori, e i fruscii dei rami toccati al passaggio (vd videoclip di Drake)
    – si usa il condizionale e la parola forse come contrappunto, linea di fuga continua rispetto al flusso temporale delle cose come stanno, dell’inopinabile presente
    – per le scene di sesso valga la regola seguente. Quando non ne deduci né ti chiedi se l’autore, l’autrice scopi da dio o meno, significa che la parola ce l’ha fatta ad andare oltre, ad essere parola che scopa o fa l’amore. ed è quello che accade quando SV lascia traspirare i suoi personaggi
    – l’impatto sociale della povertà che attraversa il romanzo rivela l’ossessione di SV – uno scrittore o ha un’ossessione o non è- che è quella di tutti gli inquilini del Condominio Occidente, ovvero della clochardizzazione che “potrebbe” capitare anche a te. Le scene del supermercato e della sagra sembrano uscite dalla potente mano di Dickens. Signori il tempo di Balzac è finito.
    – La pietas, il miracolo involontario, della generosità di angeli sconosciuti costituiscono il nucleo centrale della poetica di SV che si potrebbe definire dell’in Humain.
    – secondo la mia teoria della scatola nera, per cui in caso di distruzione di un’opera una sola pagina ne conserverebbe memoria – per la poesia un verso- la black box di strada provinciale tre è a pagina 122.

    effeffe

  6. Morganthal il 14 febbraio 2009 alle 11:33

    Lei mi sembra il dottor Tulp

    http://it.wikipedia.org/wiki/Lezione_di_anatomia_del_dottor_Tulp

    Dickens ? E chi è ?

    :)

  7. véronique vergé il 14 febbraio 2009 alle 11:45

    L’idea di scrivere un libro come un respiro mi piace, cosi un artista della corsa solitaria in piena mare, anche se parla nel post di un atleta dell’asfalto, o un atleto del mondo. Con piedi sulla terra dura della realtà, si alza, attraversa paesaggio mentale, apre un cielo di scrittura, un’aria che dà ali.
    Ma, caro effeffe, che diventa una “scrittrice” che soffre di asma o di respiro mozzo. Accenno a un’esperienza di scrittura di soffio corto; non posso terminare la corsa, si vede paesaggio bellissimo scomparire nella vista appannata.
    Il romanzo di Simona Vinci mi sembra originale, perché evoca una donna in corsa, in un mondo che muove, con incontri.

    E mi rammento un film che amo molto “Forrest Gump”, che si parla di una corsa tra il paesaggio americano.

  8. Iannozzi il 14 febbraio 2009 alle 13:16

    Non si è messa ancora d’impegno: mi pare evidente.
    Da “Come prima delle madri” a quest’ultimo “Strada provinciale”, la Vinci sta dimostrando soltanto di essere una incapace.
    Il commento di Morganthal è il più sincero e finemente critico.
    Aggiungo io che la scrittura di Simona Vinci, oggi come oggi, tenta invano di raggiungere un carattere letterario. Tuttavia per quanto si sforzi, o per limitatezza sua o per l’uzzolo di stare dietro a canoni pseudo-modaioli, alla fine i lettori si trovano a dover fare i conti con una scrittura contraffatta dove a dominare è sempre e solo la ragione, mentre il sentimento è anestetizzato. Ne consegue che Simona Vinci più che scrivere dà sfogo a un esercizio stilistico, con tutte le limitazioni che il poco talento le impone.
    Le storie di Simona Vinci mancano d’un reale pathos: non coinvolgono. Affronta argomenti troppo grandi per la sua penna: ovvio che poi vada incontro a flop madornali.

    P.S: Effe, dovrebbe averlo capito che prima attacco con una provocazione ma non priva di verità. Dopo, se ritengo sia il caso, spiego.
    Questo il mio spessore senza concessioni.

  9. Iannozzi il 14 febbraio 2009 alle 13:20

    A me il Signor Effer ricorda Rawdon Crawley, mirabile personaggio dalla penna di William Makepeace Thackeray. :-)

    La Vinci dovrebbe rileggerselo Thackeray, almeno per “La fiera delle vanità”: forse imparerebbe qualche cosa.

  10. francesco forlani il 14 febbraio 2009 alle 16:04

    caro Morganthal
    la citazione che hai fatto ha due meriti:
    una è quella di aver sollevato il velo di un vero capolavoro
    due di averci fatto esclamare (a me e a Franz diretti a Vercelli per la Pollockiana) ohibò!

    effeffe

  11. soldato blu il 14 febbraio 2009 alle 16:56

    Saluto Franz e Effeffe.

    Sappiano che la mia invidia
    li segue, ognuno di loro
    per essere in compagnia
    dell’altro.

  12. Morganthal il 14 febbraio 2009 alle 18:18

    Poffarbacco! Rembrandt, un vero sconosciuto…siete il primo, più Tulpe

    Luper del secondo

  13. Morganthal il 14 febbraio 2009 alle 18:19

    a me non fa embeddare…

    seguiva ciò

    http://www.youtube.com/watch?v=nhpZJINplNY

  14. Iannozzi il 14 febbraio 2009 alle 20:39

    Soldato Blu, se non avessi argomentato ti saresti lamentato.
    Tu ti lamenti sempre. Che barba, che noia.

  15. francesco forlani il 14 febbraio 2009 alle 20:49

    Rispondo solo a Morganthal.
    Mi piacciono queste superpositions, le preferisco alle supposizioni del primo commento. Domani cerco di editare il tuo commento in modo da avere la schermata. adesso devo preparare una bella cena a colei che sta per arrivare.
    mi assento per qualche ora. fate i bravi. :-)
    effeffe

  16. francesco forlani il 14 febbraio 2009 alle 20:50

    e a Soldato Blu e Vero che mancano pochi giorni ormai al rivedersi
    effeffe
    ps
    Veronique, la protagonista del libro della Vinci si chiama Vera. Probabilmente è stato tradotto in francese.

  17. soldato blu il 14 febbraio 2009 alle 21:04

    @Iannozzi,

    lo so che mi vuoi bene, io mi lamento sempre perchè gli altri non mi amano quanto mi ami tu.

  18. illico il 14 febbraio 2009 alle 23:58

    la vinci è una mediocre. peccato che qui lo sostenga soltanto iannozzi, che è di gran lunga più mediocre di lei.

  19. funiculì funiculà il 15 febbraio 2009 alle 01:29

    *celebroleso*? o *celebrolesso*? questo è il problema

    *’fanculo è una grossa presa per il culo*
    ah sì? azz! e chi se lo avrebbe mai creso!

    scusate: è qui che state *celebr*-ando ciàrls dàrvuin?
    ah sì? bene, allora è tempo di mettere le cose in chiaro:

    http://www.youtube.com/watch?v=FxQ2pUEdwoc&feature=related

  20. véronique vergé il 15 febbraio 2009 alle 18:10

    Per effeffe,

    Allora sono partita per una bella corsa… Sono partita per leggere Strada provinciale…

    A presto.

    véronique

  21. francesco forlani il 15 febbraio 2009 alle 18:35

    queste sì che sono belle notizie! però non dimenticarti di Graziano Graziani, che è autore assolutamente da leggere.
    effeffe

  22. véronique vergé il 15 febbraio 2009 alle 18:45

    Si, sono partita per una bella corsa che mi fa venire tra poco in Italia.
    Spero fare una tappa per ascoltare il tuo splendido Autoreverse, che già manco la serata di Milano domani…

  23. francesco forlani il 15 febbraio 2009 alle 23:36

    cara Verò, mi spiace che non sarai dei nostri però chissà.
    effeffe

  24. francesco forlani il 15 febbraio 2009 alle 23:46

    Graziano e Simona spero non me ne vorranno se in coda ai commenti faccio un piccolo omaggio a un autore importante che venticinquenne, in queste ore, quasi un secolo fa, moriva in seguito a un agguato fascista. Ho letto questo testo, in occasione dell’iniziativa, innamorati della cultura. Come un tempo le antiche dittature chiudevano i giornali, proibivano libri , musiche, teatro, che fossero considerati avversi ai regimi, ancora più vigliaccamente ai nostri giorni, si massacrano le arti per leccare il culo alla economia di regime.
    grazie
    effeffe

    Innamorati della cultura: text for a context per oggi al teatro Gobetti 9:54am
    Proemio

    lettera di Piero Gobetti a Oliviero Prunas papà di Pasquale fondatore di Sud, pochi giorni prima dell’agguato.Due giorni fa il 12 febbraio del 1922,fa uscire il primo numero della rivista “La Rivoluzione Liberale, domani esule a Parigi nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926, muore in seguito alle ferite riportate dall’aggressione fascista. Non aveva nemmeno venticinque anni.

    caro prunas
    la ringrazio della sua lettera affettuosa. non le posso scrivere a lungo. mi affretto soltanto a darle questa dolce notizia:sono completamente soppresso. ho avuto una nota prefettizia per cui :”in considerazione dell’attività nettamente antinazionale del dott. gobetti lo si diffida a cessare da qualsiasi attività”. lei può immaginare le conseguenze di questo nuovo arbitrio. per ora accolga i miei più affettuosi saluti

    (tono grave come da telegramma quasi impersonale, mistico)
    caro Prunas
    la ringrazio della sua lettera affettuosa. non le posso scrivere a lungo.

    (recitato hip-hop)

    Attingere in tale fede la capacità e la forza di rinnovarsi ad ogni istante, render la vita come umanità che si svolge e si supera, debolezza che si vince senza arrestarsi mai, concretezza in cui ogni umile atto acquista la sua santità, la sua cosacrazione, perché è atto nostro: ecco la gioia e il significato dell’essere, la divinità del tempo, che è progresso in cui muore l’ostacolo!

    (urlato il dolce sommesso soppresso)
    Mii affretto soltanto a darle questa dolce notizia:sono completamente soppresso.

    recitato hip hop

    Questa potenza vivificatrice dello spirito è soffocata negli uomini dalle degeneri abitudini, cristallizzazioni in cui tutto l’ardore si perde, pigrizia bestiale per cui si potrà fuggire la fatica, la lotta, ma ottenendo una pace, una quiete estenuante, in cui echeggia solo più il ritmo snervante e monotono delle occupazioni di tutti i giorni.
    Bisogna che noi creiamo una conquista nuova, e poiché conquistare non è che allargare i propri limiti, bisogna che noi […] arriviamo a vedere in ogni fatto, in ogni conseguenza, una parte della nostra anima stessa.

    (tono grave, scandito forte)
    non le posso scrivere a lungo.

    Mii affretto soltanto

    sono completamente soppresso.

    abolito, annullato, cancellato, eliminato, abrogato, cassato
    liquidato,ucciso, ammazzato, assassinato, giustiziato, massacrato, sterminato

    Mi affretto soltanto

    soppresso
    spaccato spezzato
    mietuto falciato
    affettato, tagliuzzato, sminuzzato, tritato, triturato
    reciso, amputato, mutilato
    ferito graffiato
    corto accorciato
    inciso intagliato
    ridotto, condensato, compendiato
    tolto, cancellato, eliminato, soppresso
    incrociato intersecato

    (tono attoriale, fascista)
    Ho avuto una nota prefettizia per cui :”in considerazione dell’attività nettamente antinazionale del dott. Gobetti lo si diffida a cessare da qualsiasi attività”.

    non le posso scrivere a lungo.

    Mii affretto soltanto

    sono completamente soppresso.

    Con questa passione profonda – che non diventa abitudine, e neppure azione inconsulta, ma resta normalità intensa, conquista progressiva e non intermittente e frammentaria – non si concilia la freddezza e l’indifferenza che pervade e irrigidisce la vita d’oggi. Malattia che consuma ed uccide, bassezza per cui i nervi si rompono all’atto stesso della loro funzione. Tutta la vita moderna è estenuata da questa spaventosa anemia. Ma noi ci ribelliamo.

    attività nettamente antinazionale del dott. Gobetti lo si diffida a cessare da qualsiasi attività

    soppresso
    spaccato spezzato
    mietuto falciato
    affettato, tagliuzzato, sminuzzato, tritato, triturato
    reciso, amputato, mutilato
    ferito graffiato
    corto accorciato
    inciso intagliato
    ridotto, condensato, compendiato
    tolto, cancellato, eliminato, soppresso
    incrociato intersecato

    Finale

    lei può immaginare le conseguenze di questo nuovo arbitrio. per ora accolga i miei più affettuosi saluti

    Mii affretto soltanto

    sono completamente soppresso.

    abolito, annullato, cancellato, eliminato, abrogato, cassato
    liquidato,ucciso, ammazzato, assassinato, giustiziato, massacrato, sterminato

    Mi affretto soltanto soltanto

    abandonner, abattre, abolir, abroger, absorber, amputer, annihiler, annuler, anéantir, aplanir (fig.), arrêter, assassiner, balayer (fig.), bannir, barrer, biffer, briser, casser, caviarder, censurer, cesser, congédier, couper, dissiper, débarrasser, démanteler, démolir (fig.), déposer, désagréger, détruire, effacer, emporter, empêcher, enlever,

    soltanto

  25. véronique vergé il 16 febbraio 2009 alle 09:02

    Per effeffe,

    Non conoscevo Piero Gobetti. L’articolo su Wikipedia è molto interessante: c’è una magnifica foto di Piero Gobetti e di Ada Prospero la sua moglie. La sua tomba è a Parigi, Le Père Lachaise.

    Giuseppe,
    Ma che vuoi fare con l’articolo con gli indiani? Guardi che il tuo commento non è in moderazione. Perché parli di incesto? C’è una diversità di pensiero su Ni , ma con valori comuni di umanità e di libertà.
    I membri e i commentatori vengono di orizzonti diversi, con storie diverse. Alors fume le calumet de la paix, frère, et enterre la hache de guerre (non so tradurre: dimentica la ascia di guerra… Ugh!
    Sorella di neve, fiocco di neve



indiani