Autismi 5 – Il mio organo di riproduzione (1a parte)

16 febbraio 2009
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

Il mio organo della riproduzione ha avuto un’infanzia difficile. È nato menomato, poverino. Non era paralitico, o cerebroleso, o sordomuto, intendiamoci. Però gli mancava pur sempre una parte importante. Uno spezzone che comprometteva la simmetria dell’insieme. Forse proprio per questo mia madre non mi tagliava mai i capelli. A quell’epoca solo le bambine avevano i capelli lunghi, perché i capelloni non erano ancora stati inventati. Quindi io avevo i capelli lunghi come le bambine. Con il cerchietto, o senza cerchietto, a seconda. Mio fratello aveva i capelli a spazzola, e con la sua faccia prematuramente arcigna e piena di angoli sembrava proprio un maschietto, io sembravo sputato una bambina.

Qualche volta mi veniva da pensare che forse mia madre avrebbe preferito una bambina. Una bambina che le diceva che era proprio brava, non come mia sorella, che s’era ammutinata, e era andata a vivere con mia nonna. Una bambina senza tutti quegli ormoncini esagitati di mio fratello, che pestava sempre i piedi come per spegnere un fuoco, e quando sbatteva le porte sembrava che venisse giù tutto. Un angioletto che le svolazzasse intorno senza fare troppo rumore di ali e senza niente di preciso sull’inguine, insomma.

Questa però è una tipica falsità da scrittorucolo, da cestinare subito. In realtà all’epoca non pensavo proprio niente. Ero anzi contento che le maestre dell’asilo mi prendessero sulle ginocchia e mi facessero le coccole. Se non avessi avuto quei bei capelli lunghi e fini da angioletto non mi avrebbero fatto tutte quelle coccole, fin lì ci arrivavo anch’io. Mi piacevano un sacco le maestre dell’asilo. È adesso che penso che mia madre avrebbe forse voluto che fossi una bambina. Gli scrittorucoli italiani sono temibilissimi, lo ho sempre sostenuto.

Per fortuna la medicina aveva fatto passi da gigante, quindi a quattro anni mi hanno operato. Me lo hanno rimesso a posto. Insomma, proprio perfetto non era: la parte aggiunta era più piccola. E si vedeva. Come quei signori che hanno una gamba più lunga e una più corta, che poverini zoppicano da matti. Ma a me andava benissimo così. Adesso ero un angioletto con tutte le parti che ci vogliono.

Mi ricordo molto bene il pomeriggio precedente all’operazione. Ero con mio padre, e c’era un buon odore di ospedale. Non c’era mio fratello, non c’era mia sorella, non c’era nessun altro rompiscatole. Io dovevo subire un’operazione piuttosto pericolosa, il che dava una pregnanza tutta particolare all’occasione. Non solo rischiavo la vita, non solo ero con mio padre, ma lui mi aveva fatto un regalo. Un regalo non proprio da maschietto intelligente come quelli di mio fratello, ma insomma pur sempre un magnifico regalo. Per una volta mio padre non pensava alle sue montagne, non glorificava il fascismo, si occupava di me. Io mi dicevo che avrebbero dovuto operarmi più spesso. È restato l’episodio più felice della mia infanzia.

Come ogni angioletto che si rispetti amavo di amore corrisposto mia madre. Insomma, abbastanza corrisposto. Prima di me venivano pur sempre gli amici ricchi, la pelliccia, le sue sorelle, la sua asma, l’anello con il diamante, l’anello con lo smeraldo, la batteria di scarpe con i tacchi, le vacanze, l’organizzazione delle vacanze, il suo amico omosessuale, alias il mio padrino, l’estetista, i costosissimi lavori nella casa di famiglia, la pedicure, la pettinatrice, i problemi con le donne di servizio, l’antiquario, le fatture, le altre fatture, il preside della scuola dove insegnava, la sanguinosa guerra con mio padre, gli esami per diventare di ruolo, i nervosismi ingiustificati, la guerra di posizione con mia sorella, le visite per capire se mio fratello era o non era pazzo. Ma insomma vivevo pur sempre un grande amore. Un grande amore abbastanza corrisposto. Anche il mio organo riproduttivo si sentiva abbastanza corrisposto, nonostante il suo portamento un po’ sbilenco. Eravamo entrambi sopportati con una ironica benevolenza, se non proprio amati alla follia. Quindi questa storia dell’infanzia infelice è una palla tremenda. È il solito trucco da scrittorucolo italiano per mostrarsi interessante.

A tredici anni il mio organo della riproduzione me ne ha combinata una grossissima. Ha approfittato che fossi molto malato per cambiare improvvisamente carattere. Io avevo stabilmente quaranta di febbre, e il dottore aveva detto che forse sarei morto, quel birichino ne approfittava per dare fuori da matto. Invece di starsene buono continuava a muoversi, come avrebbe suggerito la situazione per molti versi tragica, si metteva nelle posizioni meno pratiche. Considerando che cresceva ogni giorno a dismisura, e che era sempre più grosso, la cosa diventava fastidiosa. Ma soprattutto ogni tanto si tumefaceva ancora di più, diventava come un palloncino che sta per scoppiare, come un dirigibile. Mai visto un cambiamento tanto radicale. Io ero lì mezzo morto, e lui pensava bene di giocare al dirigibile. Io dimagrivo a vista d’occhio, e lui prosperava. Si faceva anche lui crescere i capelli, per sottolineare che non si sentiva inferiore.

Vedevo bene che stava succedendo qualcosa di anormale, e che la situazione mi stava completamente sfuggendo di mano, ma ero troppo preso dalle acciughe sott’olio per poter reagire. Per obbligarmi a bere l’anziano medico condotto mi aveva prescritto delle acciughe. Delle salatissime acciughe sott’olio, come quelle della pizza. Solo che io ero a letto da varie settimane, inghiottendo a malapena qualche sorso di succo di frutta, non era facile buttare giù quei salatissimi filacci con il gusto di porto stantio. I miei familiari, che sono sempre stati un po’ sadici, facevano a gara a chi me ne faceva ingurgitare di più. Il medico non si stancava di ripetere che il vero segreto della guarigione, più ancora delle sedici iniezioni al giorno di antibiotici, erano le acciughe, e a loro non sembrava vero di potermi torturare con le acciughe. Anche lui era sadico. Anni dopo ho incontrato una persona che è stata operata con un normale paio di forbici di casa, senza alcuna forma di anestesia. Appunto da lui.

Ogni tanto il mio organo riproduttivo si faceva una sudata. Tutto cominciava con un gran prurito, che mi costringeva a grattarmi per calmare appunto il prurito. Non ero io che mi ero pisciato addosso, come avevo pensato le prime volte, era lui che a forza di giocare al dirigibile si era fatto una delle sue sudate della madonna. Sapeva di acciughe, quel sudore denso e attaccaticcio. Ma forse ero io che avevo ormai la fissazione, che fiutavo ormai le acciughe dappertutto. Poi comunque asciugandosi l’odore diventava più buono, quasi di pane fresco. E le crosticine sulla pelle si staccavano come delle sottili squame, provocando un piacevole solletico. Come quelle del vinavil, per intenderci.

Finita la mia malattia mi sono reso conto che le noie con il mio organo della riproduzione non erano affatto finite. Era anzi sempre più evidente che mi avrebbe dato ancora parecchio filo da torcere. Adesso era lui che dettava legge: ogni due secondi si alzava in piedi, come per vedere meglio cosa succedeva, per meglio controllare la situazione. Cosa avrai mai da scattare sempre in piedi, stai buono!, gli dicevo io. Ma lui si rizzava ancora di più sulle punte dei piedi. Sembrava quasi che starsene seduto fosse un’umiliazione. Si rifiutava cocciutamente di darmi retta: i rapporti di forza erano completamente cambiati.

Faceva tanto l’indipendente, ma prima o poi finiva sempre per implorare che mi occupassi di lui. D’improvviso ne aveva abbastanza di starsene in piedi da solo come un vigile urbano, e pretendeva che giocassimo. Ma naturalmente era sempre lui che decideva a che giochi dovevamo giocare. E tutti i suoi giochi finivano con il sudore che sapeva di acciughe, ormai l’avevo capito. Sembrava che dovesse scoppiare, e poi si faceva la sua sudata. Non avevo mai visto nessuno così egoista e così capriccioso. E pensare che era a me, che avevano sempre dato dell’egoista e del capriccioso. Lui mi superava di cento volte: era persuaso di essere il centro dell’universo.

Quando ero in bagno mia madre mi chiamava, perché secondo lei stavo troppo tempo chiuso appunto in bagno. Pensava delle brutte cose, lo avrebbe capito anche un asino. Mentre io non avevo proprio niente da nascondere. Mi lavavo, e facevo i miei bisogni, esattamente come tutti gli altri. Effettivamente quando mi aveva chiamato stavo giocando con il mio organo della riproduzione, ma era solo perché lui aveva insistito fino ad averla vinta, non certo perché io volevo fare qualcosa di male. Era un caso. Era lui che si era messo in testa di battere il record regionale di sudate consecutive, mica io.

I rapporti con mia madre erano molto cambiati, ora che non l’amavo più. Anche lei mi odiava: l’avevo delusa. L’avevo delusa perché ero troppo diverso dal suo amico omosessuale. Invece di diventare come il mio padrino ero diventato un tarato mentale, un degenerato peggio di mio padre. Il nostro era un odio corrisposto. Mi guardava come si guardano gli intrusi che bisogna vestire e sfamare, e che non si decidono a prendere il largo. Metteva lì delle frasi che sottintendevano, se appena si sapeva leggere un minimo tra le righe, che il suo amico omosessuale aveva classe e stile da vendere, mentre io ero il peggiore dei selvaggi.

Come se fosse colpa mia. Facciamo questo, andiamo qui e lì, mi diceva il mio organo di riproduzione, come si parla ai servi della gleba. Lui era piccolo, e io ero grande, o meglio, io ero relativamente grande e lui relativamente piccolo, ma dava per scontato che andassimo dove voleva lui, che facessimo quello che voleva lui, che la pensassi come la pensava lui. Secondo il suo modo di vedere era lui che aveva il cervello, io ero un dissennato rimorchio. Era un piccolo despota. Insomma, piccolo: a me sembrava pur sempre troppo grosso. Sciancato e ciccione. Nemmeno io andavo matto per gli studi e per le cose troppo serie, intendiamoci, però un po’ più ragionevole di lui lo ero. Non infilavo ogni due secondi la testa nel foro centrale della carta igienica, o nella galleria scavata in una mela, io.

Se fosse stato per lui avremmo passato le giornate a giocare come dei matti. Io però pensavo che portasse male, giocare così tanto. Lui a furia di giocare come un matto sudava ogni volta tantissimo. Avevo paura che si prendesse su qualcosa, con tutte quelle sudate. Avevo paura che crescesse ancora. E quindi cercavo di spiegargli che doveva darsi una calmata. Lui però neanche mi ascoltava.

S’era fatto un amichetto, e voleva sempre giocare anche con lui. Il suo amichetto era scuretto e mingherlino come un etiope, e gli arrivava a malapena alla cintura: era buffo vederli assieme. Lui però non ci vedeva niente di buffo, e prendeva tutti i giochi molto seriamente. Il mio compagno di giochi avrebbe preferito i soldatini e le macchinine, ma lui se ne fregava delle macchinine e dei modellini di aeroplano, voleva coinvolgere il suo amichetto nei suoi maneggi indiavolati. Il suo massimo tripudio era imporci a tutti e tre le sue sudate.

In pubblico faceva però molto meno il gradasso. Ogni volta che gli capitava di essere esposto in vetrina, o anche solo si profilava l’eventualità che succedesse, diventava mogio e tristo. La maggior parte dei suoi colleghi avevano il complesso di essere troppo piccoli, lui aveva la fissa di essere troppo grosso, oltre che storpio. Se ne stava a bella posta ancora più sciancato del solito, per essere sicuro di impietosirmi. Come quei diabolici zingarelli che per commuovere i passanti fingono di essere dei bonsai. Le faceva tutte, pur di non farsi vedere. Mi supplicava di non mostrarlo, tirava fuori mille ragioni. Ti prego, ti prego, mi implorava, con la voce di uno che ti giura di renderti poi il favore. Niente a che vedere con l’apparato di riproduzione di mio fratello, che invece si esibiva con una studiata naturalezza da statua di marmo in un museo. Lui in fondo era molto timido.

Poi però appena si sentiva al sicuro nella mia biancheria intima ricominciava le sue scene. Si stirava, gonfiava il petto, irrigidiva i bicipiti, dava dei colpetti con la testa per mostrare la sua impazienza. Dovunque andassi, qualsiasi cosa facessi. Anche a scuola, per intenderci. Io ero terrorizzato che mi facessero andare alla lavagna, lui invece stava lì ritto a guardare cosa succedeva. Se ne faceva un baffo che mi interrogassero o meno, che mi bocciassero, che ci facessi delle figure barbine. Anzi, sembrava che mirasse per l’appunto a disonorarmi per sempre.

Il suo sogno era stupire le compagne di classe, a giudicare da come le fissava. Non le mollava con lo sguardo dal primo minuto della prima lezione fino al campanello dell’ultima. Io me la vedevo brutta: già non sapevo niente di niente, se poi avessi dovuto starmene accanto alla lavagna con lui sollevato sulle punte dei piedi, desideroso di mostrare a tutti com’era in forma e quanto era bravo, sarei andato sottoterra dalla vergogna. Ovvio che stessi così poco attento, e che avessi i voti che avevo, con quel deficiente che mi tormentava. Anche se avessi fatto i compiti non sarebbe cambiato nulla, in quelle condizioni. Ma non potevo certo andare a spiegare ai professori, e ancora meno alle professoresse, come stavano esattamente le cose.

Il primo anno delle superiori si fece un’amica. Un’amica che a me personalmente piaceva molto, e con la quale ci tenevo a fare bella figura. Una ragazzina tutta per benino, con la casa che sapeva di bucato e dei genitori che facevano i veri genitori. Lei stessa aveva un buonissimo odore di trenino elettrico. Già una delle prime volte che ci conoscevamo volle però essere presentato, e effettivamente si presentò in tutta la sua arrogante prestanza. Le diede la mano, e invece di lasciarla come si fa di solito continuò a stringerle la mano. Mai vista una sfacciataggine del genere. Se non fossi intervenuto si sarebbe fatto una delle sue proverbiali sudate nelle mani della mia amica, poco ma sicuro.

Da quella prima volta pensava solo a darle di nuovo la mano. Io mi limitavo a dei bacetti casti sulla bocca e sul collo, o al limite su un capezzolino che sembrava nuovo di zecca, lui prendeva la sua mano e la teneva ben stretta. Nessun problema di pudicizia, con lei: stava in piedi come un militare sull’attenti. Si tendeva anzi più che poteva, cercava di sembrare ancora più grande e robusto di quello che era. E se osavo dirgli qualcosa faceva finta di non sentirmi: sembrava quasi che l’amico della mia amichetta fosse lui, e che io fossi un terzo incomodo. Se ne fregava della buona impressione che volevo fare, dei miei teneri sentimenti, dei bei discorsi che avevo preparato. Lui voleva solo proseguire i suoi loschi giochi. Sudava, s’era messo a sudare anche con lei come faceva con me. Sembrava esserselo completamente dimenticato, di essere sciancato. Finì che una sera volle fare una conoscenza ancora più stretta con la mia amica, una conoscenza davvero degna di una ventosa. Questa volta la sua sudata la fece dentro la mia amichetta, come uno che crepa dal caldo in un sacco a pelo a mummia.

A partire da quel momento si montò ancora di più la testa. Voleva a tutti i costi entrare di nuovo nell’intimità della mia amica, entrarci il più spesso possibile. Dribblando la madre, sfidando il padre, fronteggiando valorosamente i temibili professori alleati con il padre e la madre. Ma nello stesso tempo desiderava avere anche altre amiche. Io avrei voluto che restasse fedele alla mia stella, perché ormai provavo una vera e propria passione, ma lui ci teneva a avere più amiche possibile. O meglio, si immaginava di averne a bizzeffe. Si sarebbe detto che per lui il mondo si riducesse al suo harem di amiche più o meno immaginarie. Stava lì a pensarci, e a forza di pensarci diventava sempre più pimpante, sempre più gasato, e aveva solo voglia di giocare. Pretendeva che gli tenessi compagnia io, se proprio le amiche non si materializzavano. Ero diventato il surrogato delle sue amiche non disponibili e delle amiche che non aveva.

(continua)

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8 Responses to Autismi 5 – Il mio organo di riproduzione (1a parte)

  1. soldato blu il 16 febbraio 2009 alle 07:34

    E’ vero. E’ un problema avere a che fare con certe persone.

    Direi che questo racconto non solo è bello, ma entusiasma.
    L’ammirazione è per l’apparente semplicità, l’estrema pulizia
    ed eleganza della lingua, il continuo mutare dei microcontesti
    che ne rende piacevolissima la lettura.
    Una semplice superfice, arabescata da delicati fiori di intelligenza.

    Che sia un grande racconto – certo, tutto si vedrà alla fine-
    è dimostrato dal fatto che rende creativo anche il lettore.
    A un certo punto, infatti, mi è capitato di soffermarmi su
    questa frase:

    “E’ stato l’ospedale più felice della mia infanzia”.

    Ma non era scritta in quel modo.
    Si trattava soltanto di uno di quei lapsus che precedono il giudizio cosciente.

    Grazie, davvero, Giacomo.

  2. lambertibocconi il 16 febbraio 2009 alle 08:14

    Anche a me è piaciuto.
    Noto inoltre (ossia, non è IL motivo per cui mi è piaciuto) che è assente qualsiasi ammiccamento, cosa non facile credo.

  3. véronique vergé il 16 febbraio 2009 alle 09:39

    Bellissimo, trovo la grazia di uno scrittore di fronte al suo corpo, al suo sesso.
    C’è un’ala di angioletto per sfiorare il ricordo, il passagio dell’angelo allo stato di ragazzo.
    Mi fa tenerezza, perché un uomo decide nella scrittura di affrontare il suo corpo. Nella letteratura il corpo maschile non ha la bellezza, l’innocenza che dovrebbe avere, lo stesso sguardo di tenerezza che possede une donna ( quando ha ricucito le ferite) davanti al sesso del suo amante.
    Amo questo testo che svela un sesso fragile, non spaventoso o violente, solo un’innocente vita di primavera.

  4. Carlo Capone il 16 febbraio 2009 alle 10:15

    Buon racconto, mi ha fatto venire in mente Io & Lui, di Moravia, rispetto al quale il confronto tra io narrante e organo sessuale appare meno impervio.

  5. véronique vergé il 16 febbraio 2009 alle 13:44

    Nel romanzo di Moravia non c’è la parte dell’infanzia, mi sembra.
    Preferisco la parte di Giacomo Sartori per la voce fresca, l’emozione.
    In Moravia c’è un tono più ironico, meno sensibile. Ma forse mi sbaglio.

  6. véronique vergé il 16 febbraio 2009 alle 13:49

    Mi ha fatto pensare anche al testo bellissimo di francesco Forlani sulla voce perduta, rauca, la voce che se ne va con l’infanzia.

  7. Goff il 16 febbraio 2009 alle 16:33

    e’ bellissimo…

    grazie



indiani