Marmo

17 febbraio 2009
Pubblicato da

di Piero Sorrentino

viamedina

Il Signore sorregge tutti quelli che cadono
e rialza tutti quelli che sono piegati

Salmo 145

Nello stesso ospedale dove per molti anni aveva lavorato a tirare fuori dalle pance di donne sofferenti bambini vivi e bambini morti, Lina, la moglie di Carlo, stava morendo. Il cielo sopra gli Incurabili era grigio e stropicciato come il foglio di alluminio che avvolgeva il pollo arrosto che Carlo si era comprato per pranzo in una rosticceria sotto i portici di via Tribunali. Era uscito su via Duomo e aveva fatto il pezzo finale della strada, prima di uscire su via Foria, con la busta che gli ballava sulla gamba a ogni passo. A porta San Gennaro si era fermato davanti all’edicola votiva del martire e si era fatto due volte il segno della croce. Qualcuno aveva messo un pupazzetto a forma di delfino troppo vicino alla cappella, e Carlo l’aveva spostato quel tanto che bastava per non dare fastidio al santo. Sulla pancia del delfino, a pennarello, una mano aveva scritto ti prego guarisci Davide.
Carlo l’aveva rimesso dove stava prima, facendosi il terzo segno della croce.

Era la metà di gennaio, nel mezzo di un giorno pieno di vento, ma nella stanza del reparto l’aria era densa e calda, resa bollente dalle macchine che gestivano le funzioni del corpo di Lina. Il cuore, ormai poco più che un pugno sfatto di carne malmessa, pompava di malagrazia, come se avesse avuto di meglio da fare che non spingere il sangue su per le arterie della donna. Nei giorni e nelle ore precedenti, i dottori che l’avevano in cura avevano generosamente esibito spalle scrollate e mani scosse nell’aria a esprimere dubbi e incertezze e perplessità, come se ogni volta stessero maneggiando degli invisibili shaker pieni di ghiaccio tritato e alcol. Nessuna delle loro manovre impronunciabili o dei loro protocolli misteriosi, nessuna fila di pillole colorate che le infermiere portavano a spasso allineate su vassoi d’acciaio, nessuna polvere incapsulata nei cilindretti smaltati di plastica vegetale e non un grammo dei liquidi chimici che le spingevano giù per la gola o che le lasciavano sgocciolare in vena attraverso la punta cava della flebo sembravano funzionare granché.
A intervalli di un’ora il braccialetto avvolto al braccio di Lina si stringeva preceduto da piccoli sbuffi e registrava l’andamento della pressione. Poi si sgonfiava con un lungo sibilo stanco. Un’infermiera passava sei volte al giorno a segnare i dati su un foglio quadrettato. I medici arrivavano due volte al giorno, qualche volta da soli, altre con un codazzo di giovani assistenti o specializzandi, spesso così piccoli che a Carlo sembravano ragazzini vestiti da dottore per una festa di Carnevale, che registravano mentalmente ogni gesto e ogni parola che quelli dicevano di fronte al corpo morente della moglie. Ma nonostante i trionfalismi delle posture diritte dei dottori e i giochini di dita e mani con il disco gelato del fonendoscopio che gli sballonzolava sul petto a ogni movimento, nonostante le parole rassicuranti e il luccichio dei macchinari sempre più all’avanguardia, le cose andavano malissimo. Nei reparti di quell’ospedale si consumava, giorno dopo giorno, sulla pelle di una donna sofferente, la sconfitta silenziosa della Tecnologia. A Carlo sembrava tutto una perdita di tempo. Era stato comunista una vita intera. Era un uomo pratico, credeva solo a quello che vedeva. Solo negli ultimi anni aveva cominciato a chiedere in silenzio le sue cose a Dio. Ma tuttora non era troppo convinto che Dio lo sentisse. E poi, a dirla sinceramente, molte cose proprio non le capiva. Era un uomo semplice. Gli veniva facile al massimo comprendere il funzionamento di un frullatore. Infili una cosa solida, premi un tasto, esce una cosa liquida. Tutto il resto gli dava la nausea: la promessa di felicità che la Tecnica porta con sé; l’idea di un futuro migliore. In una parola, l’immortalità. Per quel che ne sapeva lui, quella massa di stregoni che tutti i giorni armeggiavano attorno al letto di sua moglie avrebbero anche potuto pinzarle l’attaccatura dei polsi con le virgole scure e viscide di una manciata di sanguisughe tirate fuori da un barattolo, o squartare un capretto sacrificale e scrutarne le viscere fumanti, e il risultato non sarebbe cambiato. Sua moglie stava per morire, e questo era quanto.

Carlo guardò la televisione fissata in un angolo in alto della stanza. Su Rai uno il papa – non quello nuovo, il tedesco, qualunque fosse il suo nome, ma l’altro, il polacco col sorriso dolce, stava inginocchiato a lavare i piedi del suo attentatore, un tizio con la faccia e i capelli color topo che molti anni prima gli aveva sparato addosso. Il suono era smorzato, e Carlo non capiva cosa stavano dicendo. Forse era l’anniversario della morte del polacco, o l’anniversario dell’attentato. O il compleanno del turco. Chi lo sapeva? Però era un bel gesto, lavare i piedi di qualcuno che ha provato a riempirti il corpo di botte; soprattutto perché era un vecchio che si portava appresso un corpo vecchio, e stanco. Pensò per un momento a padre Filomeno, che era passato due volte a vedere come stava Lina, e la seconda volta, quando aveva infilato le dita nell’ampollina d’olio per l’estrema unzione, mentre le impiastricciava la fronte disegnando una piccola croce lucida, aveva detto accogli o Signore la nostra sorella Pina tra le schiere dei tuoi beati. Lina dormiva. Carlo guardava fuori. Ogni tanto si fissava a guardare il sondino che le usciva dal naso, e si chiedeva che cosa sarebbe successo se Lina si fosse messa a starnutire.

Lina aveva ottantacinque anni e aveva vissuto una vita lieta nella quale, testardamente, si erano infilati dei dolori sfrenati che poco a poco avevano segnato quei solchi e quelle incrinature che adesso le percorrevano il cuore in lungo e in largo, come i segni delle lame di un pattino sulla pista di ghiaccio. Il più profondo di questi dolori era venuto molto tempo fa, così tanto tempo fa che a Carlo e Lina sembrava proprio un’altra vita vissuta in un’altra epoca. Erano giovanissimi. Vivevano in una casa minuscola sopra ai Cristallini alla Sanità, e avevano un figlio, Stefano, un bambino di tre anni pieno di capelli ricci che una sera, quando Lina era passata dalla signora Anna a prenderlo, dopo essere tornata dall’ospedale coi piedi gonfi a causa della lunga giornata passata in piedi, aveva salutato la donna portandosi una mano alla testa e lamentando un dolore che nemmeno i baci della mamma erano riusciti a sopire.
Lina lo aveva messo a letto prima. Aveva mangiato poco, qualche cucchiaio di brodo e due sorsi di latte. Lina aveva rovesciato un po’ di ghiaccio in un fazzoletto di Carlo e aveva fatto un nodino agli angoli. Poi lo aveva messo sulla fronte di Stefano, e uscendo dalla stanza aveva lasciato la porta socchiusa. La mattina, il fazzoletto era scivolato sul cuscino, dove una piccola macchia di acqua bagnava la federa. Carlo era uscito presto, quando lei ancora dormiva, per andare a lavorare. In ospedale, Lina aveva il turno di pomeriggio. C’era tutto il tempo per preparare il pranzo e sistemare un po’ la casa. Quando, alle nove e mezzo, aveva messo la testa nella stanza di Stefano, il bambino era nella stessa identica posizione della sera prima. Si era seduta sul letto e gli aveva passato una mano sul viso, che era freddo. Lina aveva pensato che era per il ghiaccio sciolto. Aveva chiamato Stefano, lo aveva accarezzato di nuovo, e di nuovo. Gli aveva preso la faccia con una mano e aveva cominciato a scuoterla piano. Poi un po’ più forte. Gli aveva schiuso le palpebre scollandole con due dita. Lo aveva chiamato un’altra volta. Gli aveva scosso le spalle e dato due schiaffi, ma temeva di fargli male, e si era limitata a colpirlo con la punta delle dita sulle guance, piano. Solo quando aveva acceso la luce nella stanza e aveva visto il blu delle labbra che spiccava sul bianco della faccia gelata, aveva preso il bambino in braccio ed era corsa fuori pronunciando il nome di Dio invano.

Carlo si era sistemato sul tavolino di formica vicino alla finestra e aveva aperto l’involto col pollo. Mangiava direttamente dalla vaschetta, staccando i pezzi ancora ricoperti di pelle sugosa. Sulle patate che accompagnavano la carne c’era troppo rosmarino. I primi tocchetti li aveva liberati spolverandoli con le dita e ammucchiando gli aghi del condimento nell’alluminio che teneva caldo il pollo, poi l’operazione s’era rivelata lunga e faticosa e aveva rinunciato, stringendo nel pugno il foglio oleoso fino a ridurlo a una palla compatta che aveva rimesso nella busta. Masticando, guardava Lina addormentata nel letto. Nella controra era tutto tranquillo. Nemmeno i rombi dei motorini che dalla Stella scendevano a piazza Cavour o i clacson impazziti delle macchine su via Foria arrivavano ad allagare di rumore la stanza. Se teneva la finestra chiusa gli sembrava addirittura di sentire il gocciolìo della flebo in vena.

Un anno dopo la morte di Stefano, nel giugno del 1946, in città c’erano stati scontri e rivolte. Le prime avvisaglie si erano già qualche tempo prima, quando, a maggio, da un balcone di via Foria qualcuno s’era messo a lanciare bombe a mano su una manifestazione di monarchici. Il due giugno era filato tutto liscio. Carlo e Lina avevano votato convinti per la Repubblica. Di quella giornata ricordavano una strana euforia che pervadeva le cose e le persone. Usciti dal seggio avevano passeggiato fino a piazza Carlo III, dove si erano fermati a mangiare un gelato. Poi erano tornati indietro lungo via sant’Antonio Abate, tagliando per vicolo dei Lepri, ed erano sbucati su via Cesare Rosaroll. C’era un sole bello e caldo. All’altezza di quello che una volta era stato il teatro san Ferdinando, adesso c’erano piccoli ammassi di pietre sfondate e macerie. Nella zona ci si passava di bocca in bocca una storia che nessuno sapeva dire con certezza se fosse leggenda o realtà, e cioè che dopo i bombardamenti sulla città, sopra i cumuli di polvere che una volta erano stati palchi, platea e palcoscenico del teatro, sorrideva, inspiegabilmente intatto e beffardo, un ritratto ad olio di re Ferdinando IV, dipinto da un autore ignoto.
Il PCI, nella cui federazione di via Medina Carlo e Lina si erano conosciuti da ragazzi, aveva votato in massa contro la monarchia. I comunisti andavano in giro assemblati in piccole pattuglie festose. Stringevano mani sorridendo. Per la prima volta dalla fine della guerra, l’Italia aveva in mano gli strumenti per venire fuori dal pantano. Così lo chiamavano. A loro volta, da subito, i monarchici avevano cominciato a parlare di brogli. Da prima ancora che le urne si chiudessero. Umberto II era stato in città pochi giorni prima del 2 giugno. In piazza, ad accoglierlo, c’erano trecentomila persone. Allo spoglio, Napoli aveva dimostrato la sua fedeltà alla corona anche nelle urne, votando compatta a favore della monarchia.
Il sei giugno Lina era tornata a casa assai scossa. A Carlo aveva raccontato che all’ospedale avevano portato un ragazzo in fin di vita. All’altezza della chiesa di sant’Antonio a Capodimonte, come in via Foria, qualcuno s’era messo a lanciare bombe a mano contro un corteo di monarchici che, a quanto sembrava, s’era messo in testa di assaltare una caserma dei carabinieri per impadronirsi delle armi. Una di queste era esplosa ai piedi di un ragazzo che si chiamava Ciro Martino. Lina l’aveva visto in barella, una gamba strappata e uno squarcio all’altezza della pancia. Era morto in poche ore. L’avevano portato giù nell’obitorio dell’ospedale, e il direttore aveva dato ordine di coprire con un telo tutti i cadaveri presenti nella sala. Visto il clima rovente, non bisognava far trapelare in nessun modo la notizia che quel corpo morto, diventato immediatamente e pericolosamente un simbolo, stava in quell’ospedale. C’era il rischio di assalti o chissà che. Ma in poche ore si era rivelata una precauzione vana. Accanto al corpo di Ciro Martino era stato portato anche quello di Carlo Russo. Quattordici anni. Immediatamente, fuori dall’ospedale s’era formata una folla silenziosa che pretendeva di rendere omaggio ai morti. C’era così tanta gente, fuori, che Lina non ce l’aveva fatta nemmeno a uscire. Quando il direttore dell’ospedale aveva dato ordine di aprire la sala mortuaria, trasformandola così in camera ardente, nel giro di poche ore la bara di Carlo Russo s’era riempita di fiori, così tanti che solo il viso del giovane spuntava a malapena dallo strato morbido di rose e margherite.
Ascoltando le parole di Lina, Carlo s’era acceso una sigaretta e aveva fumato a lungo. Poi, senza una parola, se n’era andato a dormire.

Il cuore di Lina si era fermato qualche giorno dopo.
“Non ha sofferto” gli aveva detto un medico con i capelli rossi che non aveva mai visto prima.
Quando la curva del monitor s’era schiacciata sul fondo dello schermo, e aveva cominciato a produrre un suono acuto e continuo, Carlo stava a casa con le mani immerse nella schiuma. Puliva il piatto e il bicchiere e la forchetta che aveva sporcato a pranzo. Il telefono aveva squillato tre volte, lui aveva smanacciato la mano in aria staccandosi dal dorso i ciuffi spumosi che il detersivo al limone faceva nell’acqua. Aveva detto “Pronto”, senza tono interrogativo; come un’affermazione. Poi aveva ascoltato una voce che gli chiedeva se era lui il marito di Lina, e lui aveva risposto di sì, e senza nemmeno lasciarla finire, aveva detto alla voce all’altro capo “vengo”, e s’era tolto il grembiule.

Lina non occupava già più il suo letto. Quando Carlo era entrato in stanza, aveva trovato un’infermiera che pareggiava le estremità del lenzuolo pulito infilandole sotto il bordo del cuscino. In obitorio non si poteva entrare, ma visto che in quell’ospedale Lina era stata un’infermiera conosciuta e amata da tutti, per Carlo avevano fatto un’eccezione.
“Non ha sofferto” gli aveva detto un medico con i capelli rossi che non aveva mai visto prima, mentre scostava il lenzuolo dal corpo morto di sua moglie, fermo e già un po’ freddo sul tavolo di marmo. “Vi lascio soli un minuto”, a bassa voce aveva detto uscendo.

Il 12 giugno, Carlo era nella federazione del PCI di via Medina. In tutta la città c’era un clima pesantissimo. I morti e i feriti crescevano in continuazione. Nel corso di una riunione del partito, alla quale partecipava anche il sottosegretario Giorgio Amendola, a Carlo avevano dato una bandiera repubblicana in mano e gli avevano detto di appenderla fuori al balcone. A guardarla, faceva uno strano effetto con quel rettangolo bianco immacolato al centro, senza lo stemma sabaudo. Carlo aveva frugato qui e là nei cassetti alla ricerca di un po’ di spago col quale legare la bandiera all’inferriata. Aveva dato una voce ai compagni di là, ma nessuno gli aveva risposto. In un angolo della sala c’era un piccolo armadietto metallico con tre cassetti. Nell’ultimo, in basso, c’era un pacco di volantini e qualche graffetta. Quello al centro era chiuso a chiave. Nel primo, in fondo, gli era sembrato di indovinare la forma tonda di un rotolo di scotch, ma il cassetto era lungo e profondo, e non riusciva ad arrivarci. Aveva posato per terra la bandiera e, con entrambe le mani aveva fatto scivolare fuori dai binari il cassetto. Aveva visto giusto, era un tondino di scotch quasi esaurito, ma con sufficiente nastro per incollare la bandiera. Mentre rimetteva il cassetto nelle guide, qualcosa aveva attirato la sua attenzione. Sul fondo del secondo cassetto, quello chiuso a chiave, c’era una pistola. Un’arma piccola e corta su cui Carlo, dopo averla tirata fuori con attenzione, aveva letto, inciso nell’acciaio brunito della canna, Browning 1903. L’aveva tenuta in mano qualche secondo, poi l’aveva rimessa dov’era, aveva sistemato tutti i cassetti e senza una parola era uscito sul balcone con il rotolo di scotch in una mano e la bandiera della repubblica italiana nell’altra. Il vento di quel giorno gli aveva un po’ complicato le operazioni, ma poi, dopo che aveva fatto girare l’ultimo pezzo della fettuccia collosa attorno al tessuto, si era sporto dal balcone e, soddisfatto, aveva contemplato il risultato. La bandiera, piena di vento, vibrava vigorosa. Carlo era rientrato dopo qualche minuto.

Quando Lina era uscita dal lavoro e si era incamminata giù per via Duomo, e poi lungo il corso Umberto fino a via Medina, la città sembrava attraversata da una vibrazione sotterranea di corrente. Ancora più del solito. Arrivata con gran difficoltà sotto la federazione aveva trovato un inferno. Guardie armate, ambulanze, gente dovunque. Tram messi di traverso sulla strada, rovesciati non si sa come. Chiasso. Voci. Fumo. Grida. E sangue. Per terra. In rivoli secchi o in pozze brillanti. L’ingresso della federazione sembrava il centro di tutto. Lì proprio non si riusciva nemmeno a buttare gli occhi. Poco più giù, all’altezza di via Sanfelice, contro un muro si reggevano tre persone che sanguinavano dalla bocca e dalle braccia. Un bambino si era annodato un pezzo strappato della maglia attorno alla testa e veniva portato via sorretto da due uomini. Da un capannello di gente era spuntato Carlo, che l’aveva afferrata per un braccio trascinandosela dietro.
“Che è successo?” gli aveva chiesto.
Lui aveva continuato a guardare dritto davanti a sé.
“Andiamocene. Ci hanno assaltato”.
“Chi?”
“Non so. Camorristi. Delinquenti. Una folla enorme. Stavano tentando di entrare nella sede dal balcone. Avevano appoggiato una scala al muro e si stavano infilando dentro”.
Lina non sapeva che dire. Erano gli unici in tutta la città che si stavano allontanando da via Medina. Contro di loro, Lina vedeva affluire un fiume impressionante di corpi. Fare un chilometro si era rivelata un’impresa.
In piazza Garibaldi si erano fermati a rifiatare. Carlo era pallido e sudato.
“Un compagno, non so chi, a un certo punto ha staccato la scala dal muro. I tre che si stavano arrampicando sono caduti con le schiene a terra. Quello che stava più vicino alla ringhiera non si rialzava. Poi sono arrivate le guardie, e hanno cominciato a sparare”.
Lina gli aveva passato due dita dietro al collo.
“Tu dov’eri?”
Carlo si era guardato l’unghia di un pollice e aveva addentato una pellicina, tirandola via e lasciando scoperto uno spazio di mezzo centimetro su cui, immediatamente, era affiorata una piccola riga di sangue.
“Dentro”.
Tornando a casa, quasi erano stati messi sotto da un autoblindo impazzito che a tutta velocità si dirigeva verso via Marina.
Lina voleva tornare in ospedale a tutti i costi. Probabilmente c’era bisogno di personale. Carlo non voleva lasciarla sola, e l’aveva accompagnata. In giro adesso si vedevano solo i carabinieri e la polizia militare americana. La situazione sembrava tornata tranquilla.
Da via Foria avevano girato su via Maria Longo. Un medico aveva detto a Lina che, se voleva, poteva dare una mano giù nella sala mortuaria. C’erano un sacco di cadaveri ancora aperti, bisognava tamponare, richiudere, cucire. Mettere una mano pietosa sullo scempio di quei corpi bucati e schiacciati.
Mentre aspettava fuori e fumava una sigaretta dopo l’altra, Carlo aveva sentito due infermieri, o due medici, non sapeva distinguerli bene, che parlavano tra di loro.
“I comunisti” aveva detto uno.
L’altro s’era portato una mano al mento e aveva cominciato a grattarsi coi polpastrelli quel velo di barba che gli muschiava la pelle.
“E tu che ne sai?”
“Ha visto un sacco di gente. Dalla finestra è uscita una pistola. Hanno sparato da dentro”.
“Dalla federazione?”
“Eh”.
“Impossibile”.
“E tu che ne sai?”
L’altro aveva smesso di pizzicarsi le guance.
“Impossibile” aveva ripetuto.

Il minuto era passato. Forse anche di più. Il medico coi capelli rossi era rientrato. Dal taschino del camice gli spuntavano due penne e un righello con una piccola croce rossa alla sommità.
“Dovrebbe uscire, adesso” gli aveva detto con gentilezza.
Carlo era rimasto con le dita sul marmo freddo. A così tanti anni di distanza, non sapeva dire se quel marmo dove ora giaceva Lina era lo stesso marmo sul quale avevano messo i corpi morti di quelli che avevano assaltato la federazione.
Lo stesso tavolo dove stava il corpo morto di Mario Fioretti, un foro tondo e preciso all’altezza del cuore. Un colpo solo.
Sparato dall’interno della federazione, aveva detto quello.

“Davvero, qui non può stare più, mi spiace. Abbiamo già fatto un’eccezione. Perché non va un po’ a casa a riposarsi?”.
Carlo aveva scollato i polpastrelli dal marmo e aveva messo la schiena dritta guardando fisso l’uomo.
“E voi perché non rimanete un poco zitto, per favore?”
Con quella domanda Carlo voleva essere antipatico, duro, scostante; voleva ferire quell’uomo importuno e invadente; voleva cercare lo scontro, il litigio, la discussione e chissà che altro, forse anche arrivare alle mani: ma il tono della voce gli uscì placido, stanco, sussurrato: più come una richiesta, più come una preghiera alla fine di un giorno molto lungo.

(pubblicato nell’antologia Quaderni del teatro san Ferdinando, a cura di Valeria Parrella, Lorenzo Pavolini, Francesco Saponaro)

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9 Responses to Marmo

  1. francesco forlani il 17 febbraio 2009 alle 08:22

    Ma guarda un po’! proprio qualche giorno fa mi dicevo, ma perché quel piciu di Piero non posta il suo racconto pubblicato (in una splendida edizione) per i Quaderni del teatro san Ferdinando? e magari mettesse anche quello di davide morganti assolutamente straordinario ( le due sono state le prove migliori del libro, senza alcun dubbio)
    effeffe

  2. véronique vergé il 17 febbraio 2009 alle 08:26

    Grazie per il bellisssimo racconto. Una passeggiata attraverso le strade di Napoli e la sua storia.
    Amo questo vincolo che fa una stella tra la storia dei protagonisti, la storia di Napoli, la città.
    Napoli è sempre nel cuore, nel corpo di quelli che abitano nella sua “pancia” per prendere un titolo a Giuseppe Montesano.

    Sto leggendo un libro tradotto in francese di Valeria Parrella.

    Prima di lavorare, è sempre bello leggere un racconto che mi fa dimenticare il paese dove vivo.

  3. flavia il 17 febbraio 2009 alle 09:11

    Bellissimo e doloroso. La scena della morte del piccolo è da groppo in gola di una giornata intera…

  4. véronique vergé il 17 febbraio 2009 alle 10:31

    Doloroso, si…
    Forse ho parlato in un commento goffo. Non si tratta solo di passegiata,
    è una storia che entra nel cuore.

  5. Irene il 17 febbraio 2009 alle 14:19

    un racconto bellissimo, intenso e pieno di sensazioni ed emozioni forti. mentre lo leggevo ripercorevo le vie che conosco molto bene, rivedevo la vecchia federazione del PCI e mi sono tornate alla mente le vittorie e le sconfitte che lì si sono consumate, le vittorie e le sconfitte della mia generazione.
    Grazie

  6. maria v il 17 febbraio 2009 alle 15:37

    bello, soprattutto l’epilogo, come irene anch’io lo trovo intenso. grazie piero.

  7. andrea barbieri il 18 febbraio 2009 alle 12:44

    Bravo Piero!

  8. Anna il 19 febbraio 2009 alle 19:42

    Ciao Piero, sarà ripetitivo ribadire che questo racconto è davvero bellissimo? La storia è toccante, e i luoghi in cui si svolge la rendono ancora più intensa per chi, come me, ci è cresciuto e li porta sempre nel cuore. La tua penna è così incisiva, che a volte mi sembra un pugno nello stomaco. Complimenti davvero!
    Approfitto di questo spazio, e me ne scuso, ma so che è in uscita il tuo romanzo per la Mondadori. Si può avere qualche notizia?
    Un abbraccio.

  9. piero il 20 febbraio 2009 alle 13:50

    Grazie a tutti per le letture e i commenti.

    Anna, presto (spero)



indiani