NEW DIRECTIONS – Le stelle del ’79

25 febbraio 2009
Pubblicato da

di Jazz from Italy

Illustrazioni di Maurizio Ribichini

In effetti non capitava spesso, ma quella volta mia madre si era proprio impuntata.

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L’ultima volta che avevano litigato per lo stesso motivo, era all’inizio di quell’anno, alla fine di un freddissimo gennaio, quando mio padre volle andare a Genova per partecipare ad un funerale.
Lui, alla fine, se ne andò sbattendo la porta, infuriato e praticamente cieco alla ragione, ed io ricordo ancora la corsa di mia madre alla finestra, dalla quale anche io mi affacciai, per vedere solamente mio padre salire in macchina di Sergio, lo zio Sergio.
L’altro ricordo è legato al suo rientro,  a notte fonda. Mentre mia madre gli scaldava una tazza di latte lui se ne stava seduto al tavolo della cucina, in silenzio.

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Quando li raggiunsi, mio padre aveva gli occhi rossi, mi fece sedere sulle sue gambe e mi chiese perché non dormivo.
Io gli dissi che volevo sapere perché era andato lontano, come era questa città e di chi era il funerale.
Lui mi mise addosso il suo maglione grigio e mi disse soltanto che era morto un amico, che avevamo perso un fratello, che avevano ammazzato un compagno.
Mi disse che era stata anche colpa sua, se Guido non c’era più.
Poi aggiunse che non si può restare fermi a guardare, che la vita di un fratello vale quanto la tua.
Questo lo disse due volte, guardandomi negli occhi e chiedendomi se avevo capito.
Io non capii molto, ma ero contento di averlo a casa e nelle sue parole trovai il senso recondito di una grande lezione, un legame indissolubile tra amore e dolore ed una necessaria bellezza nel partecipare alle cose.

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Ma questa volta no, questa volta era diverso.
Intanto eravamo nel bel mezzo dell’estate, una delle più calde dicevano, poi mio padre non urlava ed anzi cercava di convincere mia madre, rassicurandola e, allo stesso tempo, era fermissimo sulla sua scelta. Infine aggiunse che era solo un concerto, nient’altro che un concerto Jazz, musica improvvisata, spontanea, un modo come un altro per ampliare la sua mente e l’occasione giusta per dimostrare che lui era uno spirito libero.
Anche questa volta c’era di mezzo Sergio, ma mio padre disse che sarebbe andato lui a prenderlo, perché era di turno smontante alla Voxson.

Mentre si preparava per uscire, ripeté a mia madre che era la scelta giusta, che lei avrebbe dovuto capire e che non doveva preoccuparsi di niente.
Non erano forse quasi vent’anni che si capivano anche senza parlare? E poi, fin’ora, lui non aveva sempre mantenuto la sua promessa, quella cioè di stargli accanto tutta la vita, di proteggere il suo amore dalle intemperie del mondo e di scaldarlo tutte le notti, stretti nell’abbraccio sincero?

Di cosa si preoccupava lei?

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Mia madre alla fine cedette, ma volle che papà si portasse dietro almeno uno di noi, che non andasse da solo a quel concerto.

Mia sorella, più grande di me, iniziò a lagnarsi che, se proprio sarebbe dovuta andare ad un concerto, avrebbe voluto vedere Miguel Bosè, Alan Sorrenti o i Bee Gees, non quei musicisti che suonavano una musica che lei non capiva.
Io che l’anno prima mi ero innamorato di Goldrake, ora che non lo davano più, come tutti i giovedì alle 18:15 mi piazzavo davanti alla TV dove al suo posto, sulla rete 2, c’era Capitan Harlock, il pirata dello spazio.
Quando mio padre si abbassò per chiedermi se volevo andare, mi promise che, se fossi andato con lui, mi avrebbe fatto vedere da vicino le stelle.
Per me un’avventura valeva un’altra, e poter scegliere di avere come compagno mio padre, mi sembrava quella tra le più accattivanti che mi potessero capitare, per cui balzai giù dal divano e gli diedi la mano, chiedendo solo di poter portare con me il mio mangiadischi.

Una volta in macchina mio padre aprì tutti i finestrini, e partimmo senza parlare. Lui continuava a guardarsi intorno, poi girava la testa verso la mia direzione, sorridendomi, e tornava con gli occhi sulla strada.
Solo ad un certo punto mi disse “sai, stiamo andando in un posto magico, dove cielo e terra si incontrano, dove è possibile essere veramente se stessi restando attaccati alle radici e dove, alzando solo un poco gli occhi, puoi toccare il cielo e guardare avanti. Ma prima dobbiamo andare a prendere Sergio”

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Il posto si chiama “La Quercia del Tasso”, ed è una scalinata in cotto che costituisce quasi un anfiteatro, nato su una cavea naturale sulle pendici del colle Gianicolo.
Questo lo seppi solo anni dopo, ma per me quel posto è ancora lì dove cielo e terra si incontrano.

Quando arrivammo a Tor Sapienza, Sergio ci attendeva fuori dalla fabbrica. Mio padre fece come per proseguire, passandogli davanti senza nemmeno rallentare troppo e lui, non ci perse mai di vista.
Poi, di colpo e senza frenare, la macchina fece un’inversione, riportandoci nella direzione da cui eravamo venuti, e si fermò proprio davanti ai cancelli della Voxson.
Sergio lavorava da poco lì e prima, più di dieci anni fa, aveva lavorato per diverso tempo alla tipografia Apollon, dove anche mio padre aveva fatto per alcuni mesi apprendistato. È in quella fabbrica che si erano conosciuti, dove erano diventati amici e dove, durante l’occupazione della stessa, durata più di un anno, avevano iniziato ad amare la musica improvvisata.
Perchè quando nel 1968 il proprietario decise di chiudere per vendere lo stabile, nonostante lo stabilimento fosse in grado di funzionare e l’alta produttività degli operai, Sergio era stato tra quelli che avevano organizzato l’occupazione, arrivando perfino a contattare un regista che riprendesse quel pezzo di storia (1) ed un gruppo di musicisti che con la loro musica libera dovevano aggiungere un grido alla voce degli operai. (2)
Poi Sergio, che all’epoca era nel sindacato, aveva aiutato mio padre ad uscire dalla tipografia e gli aveva trovato un lavoro alle poste perché, gli diceva, lui era giovane e teneva famiglia, e quel posto non sarebbe durato tanto. Ma lui non se ne era andato, no, Sergio era rimasto, fino alla fine, fino a quella vittoria sulle scelte economiche del proprietario, perché la fabbrica venne riaperta, che sa tanto di sconfitta.
Una sconfitta che però ha cambiato alcune regole.

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“Comparetto” mi disse appena aprì lo sportello, “sono contento che ci sei anche tu, ma mica vorrai sederti sulle mie ginocchia no? Ora sei diventato grande, comparetto mio…”
Mi chiamava così, mentre mi apriva lo sportello di dietro. Comparetto, perché quella storia dell’Apollon li aveva talmente legati che mio padre decise che Sergio sarebbe stato il mio padrino al battesimo.
Mia madre ancora s’incazza quando la racconta, perché dice che il giorno del mio battesimo lui, mio padre, e quell’altro, il suo amico Sergio, se ne restarono tutto il tempo fuori dalla chiesa, a bere bitter campari e fumare, fino a quando il prete, spazientitosi, li mandò a chiamare almeno per assistere al ricevimento del sacramento, almeno per essere presenti mentre mi bagnava la fronte nell’acqua.

Mio padre fece muovere la macchina, senza mai guardare dalla sua parte e Sergio, accendendosi una sigaretta disse solo “stai tranquillo, va tutto bene”.
Poi si girò verso di me e porgendomi un pacchettino mi disse “dato che questa è una serata tra uomini, queste sono per te. Tieni.”
Io aprii il pacchetto e tirai fuori una sigaretta, non di quelle vere, ma di quelle fatte di gomma americana e, per sentirmi più all’altezza della situazione la infilai in bocca, così come avevo visto fare a Yanez di Sandokan diverse volte, tenendola all’angolo delle labbra, mentre gustavo il sapore caramellato e resistevo alla tentazione di scartarla.
Mi piaceva guardare dentro alle altre macchine così, con la faccia seria e la cicca in bocca, sfidando tutti.
Volevo diventare grande ed anzi, ora lo ero.

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A quell’epoca non mi spostavo frequentemente dal quartiere e quella sera Roma, che cambiava insolitamente fuori dal finestrino, calda e praticamente aperta ad ogni nostro passaggio, mi piaceva e mi eccitava.

Mio padre parlò per primo, dicendo che ora si era raggiunto il limite.
La faccenda di Moro aveva fatto entrare nell’organizzazione gli americani e addirittura quelli dei servizi, si sapeva, e i compagni, come vuoti burattini, si erano lasciati manovrare facendo il loro sporco gioco.
Poi l’assurda pretesa di sostituire lo Stato, anche negli aspetti peggiori.
Ma dopo Genova, no, basta, dopo Genova non si può più.
“Ora siamo i cattivi, Sé? Imponiamo noi le leggi e permettiamo pure ai cani sciolti di azzannare liberamente le prede? E magari poi li riprendiamo nel branco…”

Sergio si girò a guardarmi.
Mi sorrise, a lungo, poi guardò il mangiadischi sulle gambe e mi chiese cosa mi ero portato dietro.
“Rino Gaetano” risposi “Gianna, Gianna”.
“È bella Gianna” disse lui “perché non la metti?”
Io spinsi il disco fino in fondo e subito la voce di Rino cantò

Gianna Gianna Gianna
sosteneva tesi e illusioni
Gianna Gianna Gianna
prometteva pareti e fiumi…

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Ma, nonostante io amassi quella canzone, era la voce di mio padre che mi interessava, perché aveva ripreso a parlare con Sergio.

“Era uno di noi, Sé. Guido era tuo fratello, era me, era pure il padre di questo ragazzino qua dietro. Ti rendi conto?
Guido era uno di noi.
Tu, al funerale, hai stretto la mano a quella ragazza di sedici anni, Sergio?
No vero, non ci sei riuscito ad andarle vicino è Sé?
Avevi forse  paura a guardarla negli occhi?
Io invece sono salito su quel palco, e  l’ho guardata.
Ho visto cosa provava e piangevo, piangevo come un bimbo, ma non per lei, e forse nemmeno per Guido.
Io piangevo per me, Sergio, per me che stavo in piedi davanti a lei e stavo pure dentro quella bara.”

Ma la notte la festa è finita
Evviva la vita
La gente si sveste
Comincia un mondo
Un mondo diverso…

“Guido era uno di noi” continuava a ripetere mio padre, “…uno di noi.”

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Gianna Gianna Gianna
non cercava il suo pigmalione
Gianna difendeva il suo salario dall’inflazione

“Potevamo cambiare le regole di questo mondo, e invece ne abbiamo create altre, ugualmente rigide e pure più sporche.
Dov’è la spontaneità in tutto questo? Quale sogno racconta di un fratello che ammazza un altro fratello, Sé? Questo è il peggiore degli incubi”

Gianna Gianna Gianna
Non credeva a canzoni o U.F.O.
Gianna aveva un fiuto eccezionale per il tartufo

“Non ci sto più, Sergio, io scendo”

La macchina si fermò sul ponte, mio padre scese subito seguito da Sergio.
Li sentii ancora discutere, ma non riuscivo a capire, poi qualcuno aprì il cofano ed allora li sentii meglio.
Si stavano picchiando.
Io alzai il volume del mangiadischi, ma la rotella era già sul massimo.

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Ma dove vai
Vieni qua
Ma che fai
Dove vai
Con chi ce l’hai
Vieni qua
Ma che fai
Dove vai
Con chi ce l’hai
Di chi sei
Ma che vuoi
Dove vai con chi ce l’hai
Butta là vieni qua
Chi la prende e chi la dà
Dove sei
Dove stai
Fatti sempre i fatti tuoi
Di chi sei ma che vuoi
Il dottore non c’è mai

Sembrava non finisse più. E sarebbe stato meglio, perché quando il disco, di colpo uscì fuori, sentii ancora mio padre che diceva
“eddai, spara, ma spara pure a quel ragazzino là dentro, spara sul tuo domani Sergio, che il tuo oggi è morto, ed il tuo passato puzza già da un po’. Spara cazzo, spara”

Io ero rimasto immobile, con gli occhi chiusi e la mano sul 45 giri, pronto a ributtarlo dentro. Ma volevo sentire, dovevo sentire, non potevo nascondermi e in quel momento mi tornò alla mente la frase che mio padre mi aveva detto:
“non si può restare fermi a guardare, la vita di un fratello vale quanto la tua”

Fu allora che riuscii ad aprire lo sportello ed a scendere dalla macchina.
Sergio mi venne incontro per primo, si abbassò, mi mostrò la pistola e mi disse “non è successo niente, comparetto, e tu non devi avere paura, mai, neanche di questa”
Mi parlava piano, con la faccia vicinissima alla mia, ma non tolse mai lo sguardo da mio padre, che aveva tirato fuori due sacchi dal bagagliaio ed ora li gettava nel Tevere.

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Poi si avvicinò a me, mi prese per un braccio e fece per tirarmi via. Sergio mi teneva per il mangiadischi e guardava mio padre, che continuava a tirarmi a sé. Alla fine io lasciai la presa, mio padre mi fece entrare in macchina e partimmo, lasciando Sergio sul ponte, con la pistola in una mano ed il mangiadischi arancione nell’altra.

In macchina nessuno dei due parlò, arrivammo al Gianicolo che il concerto era già iniziato (3). Ci sedemmo sulle scale ed io mi accovacciai tra le sue gambe.
“New Directions” (4), così si chiamava il gruppo.
Allora non sapevo assolutamente cosa significasse, però mi piaceva il suono.

La musica era forte, coraggiosa, libera dagli schemi imposti e viva, terribilmente viva.
Niente a che vedere con le canzonette di Sanremo, tutte uguali, scritte per distrarre e non far pensare. Niente a che vedere con tutte, o quasi tutte, ma non con Gianna, Gianna no, Gianna era una di noi.

Mio padre, che davanti a me non aveva mai fumato, chiese continuamente sigarette in giro.
Io, che quella sera avevo perso la puntata di Capitan Harlock, non avrei più rivisto le stelle così da vicino.

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*

(1) Apollon, una fabbrica occupata di Ugo Gregoretti, 1969.
(2) Mario Schiano (alto sax), Marcello Melis (bass) e Marco Cristofolini (perc., fl).
(3) III° rassegna Jazz della Quercia del Tasso – Roma dal 17 al 29 luglio 1979 – New Directions, Antonello Salis, Massimo Urbani, Paolo Damiani, S.I.C., Maurizio Giammarco, Air, Rena Rama, Saxes Machine, Orchestra di Ritmi Moderni della Rai con Enrico Rava, Giancarlo Schiaffini, John Tchicai, Steve Lacy, Alex von Schlippenbach.
(4) New Directions: Lester Bowie (tp), John Abercrombie (g), Eddie Gomez (bass), Jack De Johnette (drums).

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16 Responses to NEW DIRECTIONS – Le stelle del ’79

  1. véronique vergé il 25 febbraio 2009 alle 11:13

    Un bellissimo racconto che evoca l’entrata di un ragazzo nella vita. Il momento chiave del passaggio allo stato adulto: si vede le stelle cosi vicine al punto di sfiorare la separazione, l’orlo della morte.
    C’ è una complicità maschile tra il figlio e il padre, un ponte simbolo dell’iniziazione.
    Le illustrazioni sono bellissime. La mia preferita è quello del bambino e l’ultima.

    Grazie per il regalo. Era un vero piacere.

  2. plessus il 25 febbraio 2009 alle 12:09

    Tenerezza e ricordo, infanzia e seventies, musica e sogno, carne e acciaio, allusioni ed illusioni, dinamiche di lotte e stagnazioni di conformismi.
    E’ gonfio di storie e complicanze scritte con parole semplici, questo racconto.
    Mi piace molto e sono belli anche i disegni, specialmente il primo.

  3. elena il 25 febbraio 2009 alle 12:19

    I disegni sono stupendi. Davvero bravo Ribichini. Il racconto non l’ho ancora letto! mi sono persa nel sito del disegnatore.:))

  4. MingusSamba il 25 febbraio 2009 alle 13:54

    Bellissimo racconto.
    Mi è tornato in mente tutto quel periodo.
    Proprio in quella estate ho ascoltato per la prima volta Lester Bowie…

  5. vito il 25 febbraio 2009 alle 16:42

    più che un racconto è la traccia di un romanzo che, fossi nell’autore, proverei a sviluppare… i disegni bellissimi anche se il primo e il terzo mi sembrano venire da una destinazione differente rispetto a quella degli altri

  6. Carpe Diem il 25 febbraio 2009 alle 17:04

    Complimenti Jazz!
    I

  7. Paolo Ferrario il 25 febbraio 2009 alle 20:29

    caro jazzfromitaly
    sento in queste righe che ti agita una energia interiore che vuole trovare un canale dove renderla armonica.
    la scrittura è lo spazio grafico più starordinario, per chi ha il dono di raccontare. e tu questo dono lo hai
    nella scrittura si è in tre: l’autore, il lettore e la scrittura stessa
    nel mio linguaggio: l’Uno, l’Altro e l’Oggetto Comune (la scrittura , per esempio) come ho tentato di dire qui:
    http://amalteo.splinder.com/post/18849746/Paolo+Conte+in+Bella+di+giorno

    davvero splendidi e molto empatici con il racconto i disegni di ribichini
    grazie di esistere, jazzfromitaly

  8. macondo il 25 febbraio 2009 alle 22:31

    Troppo in basso, anche per un jazzista

  9. sergio pasquandrea il 25 febbraio 2009 alle 23:59

    Bellissimo racconto.
    Il jazz sembra restare sullo sfondo, ma in realtà quello che si racconta è un clima, un’atmosfera da cui il jazz di quegli anni è scaturito.
    Per chi, come me, quegli anni non li ha vissuti, o era troppo giovane per ricordarli, è anche una testimonianza preziosissima.

  10. gisx il 26 febbraio 2009 alle 21:07

    racconto stupendo…grazie!

  11. giusi il 26 febbraio 2009 alle 22:28

    bellissimi i disegni. Maurizio sei bravissimo!

  12. Maurizio Ribichini il 27 febbraio 2009 alle 13:53

    Ehm.. un po mi sento chiamato in causa… che dire?
    Grazie per i complimenti sui disegni sono parole sempre bene accette, ma il merito va a Jazz From Italy. E’ stato lui a cercarsi tutti quei disegnetti per commentare il suo racconto e soprattutto le sue parole hanno un tempo ed un ritmo che si adatta benissimo ai disegni.
    Quindi un grazie anche a te Mon Frere Jazz.

  13. aitan il 27 febbraio 2009 alle 18:01

    Bello, MaurJazz,
    ma io ho preferito leggerlo con l’accompagnamento della musica di Schiano e Salis che m’ero portata dietro dal tuo blog.

  14. Andrea Raos il 27 febbraio 2009 alle 20:57

    Aitan non ha tutti i torti, consiglio davvero a chi abbia letto il racconto solo qui di andare sul blog di JazzFromItaly ad ascoltare quell’incredibile “all the things you are” di Schiano / Salis (e anche tutto il resto). Per le prossime volte ci penseremo, qui su NI non siamo mica i figli della serva… :-)

  15. amelia il 28 febbraio 2009 alle 16:04

    tra radio freccia e
    mio fratello è figlio unico.
    con il tuo stile, semplice, pulito.
    che conosco solo ora e di cui mi sento onorata.

    amelia

    inutile che ti ringrazi anche di avermi portata ai disegni di maurizio, vero?

  16. valentina daniele il 2 marzo 2009 alle 09:43

    splendido racconto, grazie



indiani