«Ecco qua la candela! Attendete alla traduzione!»

2 marzo 2009
Pubblicato da

di Elisa Comito e Isabella Zani
Presentazione del rapporto CEATL di Angelo Fracchia
[Sezione Traduttori SNS]

«È meglio accendere una candela che maledire l’oscurità», dice un antico proverbio. Approfittiamo dunque della recente pubblicazione del rapporto CEATL (il Consiglio europeo che raccoglie le associazioni dei traduttori letterari), che mette a nudo i problemi riguardanti la situazione professionale dei traduttori editoriali in Europa, per far luce su alcune delle cause per cui «in nessuna parte d’Europa i traduttori letterari sono in grado di guadagnarsi da vivere nelle condizioni che impone il “mercato”».

Partiamo dalla constatazione che ogni traduttore freelance si trova a confrontarsi con una controparte, gli editori, dotata di una forza economica e contrattuale enormemente più grande della sua, e dunque ha un margine di manovra molto limitato. La sua possibilità di sfruttare questo margine si regge su due pilastri: primo, la capacità di raccogliere e diffondere informazioni in modo da avere un quadro più dettagliato e approfondito possibile – dal punto di vista culturale, fiscale, legale, economico – della realtà in cui opera. Secondo, il confronto con i colleghi e l’impegno a livello di categoria, con la partecipazione ad associazioni, sindacati, ecc. È ben noto che l’unione fa la forza, mentre il modo migliore per mantenere un gruppo sociale in una posizione di debolezza è quello del divide et impera. Nel caso dei traduttori, in Italia siamo nella situazione paradossale in cui non sono tanto i committenti a praticare questa tattica, ma sovente gli stessi traduttori, vittime di varie mistificazioni che congiurano per renderli impotenti.

Per cominciare: tradurre è una missione, amo tanto il mio lavoro che lo farei anche gratis, la cultura non si può quantificare in denaro…

Qui il problema è che queste affermazioni contengono una dose di verità. In diversi casi il traduttore può permettersi di lavorare gratis o a tariffe risibili, perché la traduzione non è il lavoro di cui vive ma un hobby o un’attività marginale. Le case editrici reclutano molti collaboratori tra persone che non campano di traduzione letteraria ma di un lavoro diverso, o grazie al reddito del coniuge o di altri familiari. Il perdurare di tale situazione ha due conseguenze: da un lato, impedisce l’accesso alla professione a persone che avrebbero la capacità di eccellere ma non hanno altre fonti di guadagno, e dall’altra diminuisce la qualità media delle traduzioni perché, salvo eccezioni, chi traduce nei ritagli di tempo non può affinare la propria arte come chi lo fa per professione, né può dedicare il giusto tempo all’aggiornamento professionale.

E qui si inserisce la seconda mistificazione: Questa situazione è inevitabile perché ci sono troppi traduttori, l’offerta (di traduttori) è sproporzionata rispetto alla domanda (di traduzioni editoriali).

In realtà la concorrenza vera è minore di quanto si creda. Tradurre è un’attività per cui occorrono, oltre alla padronanza della propria lingua e all’ottima conoscenza della lingua dalla quale si traduce, una vasta cultura, sensibilità e creatività linguistica; una forte capacità di ricerca, analisi e sintesi; autocritica, concentrazione e attenzione, disciplina e rigore, abilità informatiche, curiosità e disponibilità costante all’aggiornamento professionale. Doti che possono essere affinate, ma che devono necessariamente accompagnarsi a un talento naturale che non tutti possiedono. Non tutti quelli che desiderano fare i traduttori possono diventarlo realmente: e tra quelli che ce la fanno, non tutti possono tradurre con lo stesso risultato testi di ogni tipo e difficoltà. Ognuno ha le sue inclinazioni. Perciò la concorrenza reale, per ciascun settore e livello, è limitata e fisiologica, anche considerando l’enorme numero di opere tradotte in Italia e l’importanza economica che hanno nel complesso. Non c’è ragione per cui un traduttore competente debba temere la concorrenza di altri traduttori competenti.

Il problema vero è che da qualche decennio a questa parte la produzione di un libro è diventata una «catena di montaggio» in cui si cercano di affidare le varie fasi di lavorazione a persone dalla competenza sempre minore: in questo modo gli anelli della catena diventano più facilmente intercambiabili e sfruttabili. Così per molti libri si commissiona a tariffe stracciate una traduzione raffazzonata e poi si paga il minimo indispensabile al revisore – spesso esterno e precario – perché faccia la necessaria riscrittura conferendo al testo la qualità sufficiente a venderlo. Alcuni revisori passano gran parte del loro tempo non a fare il proprio lavoro, che sarebbe quello di rivedere, cioè limare le imperfezioni e dare più lustro a una buona traduzione, bensì a riscrivere un testo altrimenti impubblicabile.

Chiaramente questo sistema può reggersi solo sulla compresenza dei due fattori sopraccitati: una grande massa di traduttori e revisori mediocri integrata, per quella fetta di libri che non si può «fordizzare» più di tanto, dal ricorso a traduttori competenti ma che spesso non vivono di traduzione editoriale e forse anche per questo non nutrono grande interesse per l’associazionismo di categoria.

Il sistema si alimenta anche grazie allo sviluppo di moltissimi corsi di traduzione che non riescono realmente a formare traduttori bravi, poiché difficilmente offrono reali sbocchi lavorativi presso editori interessati a fare lavoro di «bottega», ma in compenso producono una gran quantità di traduttori adatti alla catena di montaggio.

Va detto che accanto a questo tipo di editoria generalista e commerciale esiste in Italia anche un certo numero di case editrici attente alla qualità, con un modo diverso di stare sul mercato: editori «di progetto» che pubblicano un numero ridotto di titoli ogni anno e cercano per quanto possibile di avvalersi di traduttori e revisori bravi, poiché scommettono molto sulla qualità dei testi che danno alle stampe. Questo non significa però che riescano a pagare i loro collaboratori meglio dei «grandi», perché spesso per loro è effettivamente difficile far quadrare i conti.

Dunque il traduttore che legittimamente ambisca a vivere del suo lavoro si trova perlopiù di fronte grandi committenti interessati a pagare il meno possibile ogni fase della lavorazione, oppure medi e piccoli committenti realmente impossibilitati a investire molto denaro sul suo lavoro; e solo da una certa fase della carriera in poi riceverà proposte da editori meno avari, per testi di maggiore qualità, rispetto ai quali spuntare condizioni e tariffe migliori… per un’attività, quella della traduzione editoriale, teoricamente riconosciuta come creativa e tutelata dal diritto d’autore, ma che nei fatti è equiparata a un lavoro di dattilografia, tanto che il traduttore è sistematicamente compensato a forfait in base al numero di caratteri, parole, righe, ecc. Ciò avviene abusando di una possibilità concessa dalla vigente legge sul diritto d’autore, che all’articolo 130 prevede: Il compenso spettante all’autore è costituito da una partecipazione, calcolata, salvo patto in contrario, in base ad una percentuale sul prezzo di copertina degli esemplari venduti. Tuttavia il compenso può essere rappresentato da una somma a stralcio per le edizioni di: dizionari, enciclopedie, antologie, ed altre opere in collaborazione; traduzioni, ecc….

Per quanto riguarda la traduzione, questa deroga come altre ha una sua ragion d’essere (non sempre la traduzione è commissionata da una casa editrice). È però evidente che la vaghezza della norma ne consente l’applicazione in ogni caso, e poiché il traduttore non può efficacemente opporsi al «patto contrario», questo conduce a un abuso che è contrario allo spirito della legge stessa, oltre che alle raccomandazioni internazionali in materia (Raccomandazione di Nairobi, Carta del traduttore). Tali documenti stabiliscono il principio secondo cui l’autore-traduttore dovrebbe godere di un’equa retribuzione e partecipare alla fortuna della sua opera; e per mettere in pratica tale principio in diversi paesi al traduttore viene corrisposto un compenso misto, in parte forfetario e in parte costituito da royalty che scattano a partire da una certa quota di vendite. Tale sistema, oltre a riconoscere il diritto dell’autore a partecipare alla fortuna dell’opera, sancisce quello, altrettanto sacrosanto, a un’equa remunerazione di base, ed è l’unico atto a tutelare il reale ruolo economico e culturale del traduttore.

A chi spetta il compito di cambiare in meglio la situazione descritta? È evidente che se il potere legislativo – sia per quanto riguarda l’attuazione di politiche a sostegno della cultura nelle sue molteplici espressioni, sia in termini di riforma della normativa che abbiamo rapidamente citato – è eternamente preso a far altro, e se gli editori non possono essere chiamati in causa perché dall’attuale stato di cose traggono solo vantaggi, non rimangono che i traduttori stessi. I quali possono e devono impegnarsi in prima persona per rafforzare la consapevolezza sociale del proprio ruolo e dei propri diritti; consapevolezza che può esplicitarsi solo in una dimensione collettiva. Purtroppo, a causa delle carenze formative (i corsi di traduzione generalmente ignorano gli aspetti pratici della professione), delle mistificazioni di cui sono vittime e dell’eccessivo individualismo, troppo spesso i traduttori lavorano come solitarie monadi e i rapporti tra colleghi sono improntati alla rivalità, in una sorta di «guerra tra poveri». C’è difficoltà a comprendere che la normale concorrenza tra colleghi non esclude la solidarietà di categoria, e che è nell’interesse di tutti avere colleghi più consapevoli e «armati». Più cresce la coscienza di categoria collettiva, il livello medio di consapevolezza, più si diventa abili nella contrattazione anche a livello individuale e si ha da guadagnare, come dimostra l’esempio di altre categorie di lavoratori ben più solidali e ricche. La differenza tra avere o non avere delle forti associazioni di categoria e, a monte, la consapevolezza di ciò che si rappresenta all’interno di una filiera produttiva, non è quella tra avere o non avere concorrenza, ma tra avere una concorrenza avveduta e leale o una concorrenza disarticolata e allo sbando, molto più dannosa.

Colpisce lo snobismo con cui tanti traduttori rifuggono dal confronto e dall’impegno concreto, asserendo di non credere nelle associazioni e nei sindacati ed elencando tutte le pecche delle varie organizzazioni. E le pecche ci sono, a cominciare dalla triste abitudine italiana per cui, sovente, ciascuna associazione non vede più in là del proprio orticello. Ma in quale organizzazione umana non si trovano pecche? Solo che il comune interesse dovrebbe spingere a superarle e a impegnarsi per renderle più efficienti, anziché tirarsi indietro. Invece capita che, mentre molti traduttori si trincerano nel loro isolazionismo e le loro associazioni si guardano in cagnesco, i loro diritti di lavoratori – ancorché autonomi – vengono sistematicamente calpestati e il peso negoziale dei committenti, spesso improntato ad atteggiamenti ricattatori, non fa che crescere.

Naturalmente, perché il ruolo economico e culturale dei traduttori venga finalmente riconosciuto sono necessari molti altri progressi e cambiamenti, ed è indispensabile che ognuno faccia la sua parte. Bisogna impegnarsi per difendere gli interessi della propria specifica categoria ma anche sforzarsi di trovare dei principi condivisi tra i diversi soggetti che operano nel campo della trasmissione culturale (editori disponibili all’ascolto, redattori, ecc.), per porre le basi di un sistema culturale «equo e sostenibile» come si sta tentando di fare in altri paesi, ad esempio con lo sviluppo di contratti di riferimento elaborati insieme dalle associazioni degli editori e dei traduttori. E in questo processo è necessario, come sta facendo il ceatl, guardare oltre i confini nazionali per interloquire con l’Europa e con il mondo.

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24 Responses to «Ecco qua la candela! Attendete alla traduzione!»

  1. Alcor il 2 marzo 2009 alle 16:37
  2. […] di Elisa Comito e Isabella Zani Fonte: Nazione Indiana (link all’articolo) […]

  3. domenico pinto il 2 marzo 2009 alle 19:16

    Alcor, per leggere occorre registrarsi… di cosa si tratta?

  4. Alcor il 2 marzo 2009 alle 19:20

    E’ un convegno su traduzione e cultura europea che si terrà il 20 aprile, se vai su google e digiti la copertina lo trovi, ho cercato di fare un copiaincolla dalla mail che ho ricevuto, ma non so perché non mi funziona, copio, ma al momento di incollare non me lo accetta.

  5. Alcor il 2 marzo 2009 alle 19:21

    digita questo su google

    “Literary Translation
    and Culture”

    Brussels, 20 April 2009

  6. Alcor il 2 marzo 2009 alle 19:25

    In the context of its policies to promote multilingualism and intercultural dialogue, the European Commission is organizing a Conference on the role of literary translation in Brussels on the 20th of April 2009.

    Literary translation is a key instrument of understanding and communication between different languages, and as such it plays an important role not only in the traditional publishing sector, but also in the visual arts, drama and cinema. Europe has an established tradition in the field of translation. It is through translation that ideas have spread through our continent, resulting in the common cultural heritage that is the foundation of our Union today.

    The works will be opened by President Barroso and Commissioner Orban. The plenary session in the morning will be followed by three workshops in the afternoon, after which conclusions will be drawn.

    E’ aperto a tutti, perciò immagino che l’associazionbe traduttori ci vada.

  7. macondo il 3 marzo 2009 alle 02:56

    Il traduttore ri-scrive il romanzo. Lo ri-scrive parola per parola, e per far ciò deve ri-pensarlo parola per parola. E siccome una lingua non è mai il calco di un’altra, il traduttore deve anche ri-trovare lo stile adatto. Quando poi traduce una poesia, le cose, se possibile, si complicano. Perché in quel caso deve ri-trovare il ritmo giusto, la metrica opportuna, e se c’è anche la rima, deve porsi il problema se tradire il senso o il ritmo. Ma quando il libro esce, il traduttore si accorge che il suo impegno è ricompensato (moralmente) con il suo nome microscopico, mai in copertina sotto al nome dell’autore. ma da qualche parte nelle pagine interne, come fosse un “vil meccanico”. E quando viene retribuito, dopo mesi, per il suo lavoro, si accorge che l’editore da vil meccanico lo tratta proprio.
    Poi il traduttore passa a ri-scrivere un nuovo romanzo, sperando che qualche santo in cielo lo aiuti a essere meglio considerato e retribuito. Ma santi in cielo non ce ne sono, ci sono soltanto editori in terra.

  8. macondo il 3 marzo 2009 alle 03:05

    Chiosa: E dopo aver fatto la fame, patito delusioni, guardato dall’alto in basso dagli autori che, grazie al suo lavoro, sono letti da lettori di altre lingue, ecco approssimarsi il convegno del 20 aprile. Finalmente potrò dir la mia, farmi valere, pensa felice il traduttore. Ma una smorfia di delusione gli riempie la faccia, quando si accorge che il convegno sarà aperto dal Presidente Barroso, come gli altri 1536, 12 convegni che il Barroso apre annualmente.

  9. Alcor il 3 marzo 2009 alle 10:58

    @macondo
    il convegno serve solo a mettere sotto il riflettore una pratica senza la quale si vive in minuscoli steccati e di riflesso, forse, anche una maggiore attenzione a chi opera in questo campo
    Poi a me non interessa né del convegno, né del sindacato traduttori, che trovo altrettanto inutile del sindacato scrittori, ci sono alla base di tutte queste in sé sacrosante rivendicazioni delle contraddizioni insanabili che non vengono mai affrontate, una: se una piccola casa editrice vuol tradurre un testo di 300 pagine e pagare il traduttore 20 euro lordi a cartella, quel testo, assieme alle altre spese editoriali le costerà tanto che alla fine, visto le condizioni di distribuzione, non ne tradurrà più. L’altra, non capisco perché si voglia legare un essere umano a un tavolo otto ore al giorno per sei giorni alla settimana per quarant’anni della propria vita, è ovvio che sia difficilissimo trovare un traduttore editoriale che vive solo di traduzioni, gli si brucerebbe il cervello, oltre a guadagnare poco e male.

  10. valentina daniele il 3 marzo 2009 alle 12:27

    @alcor: no, il cervello non si brucia. il cervello si brucia nei call center, alle casse dei supermercati, nei campi di pomodori. non traducendo dei libri, anche se brutti (in quel caso il cervello s’incazza, si stranisce, diventa irritabile). io sono una di quegli esseri umani che al computer ci si siede da sola per tradurre, senza nemmeno una pistola alla tempia: e quello che si aspetta è semplicemente un banalissimo riconoscimento del proprio lavoro, come avviene non su marte, ma in molti altri paesi europei, dove le rivendicazioni sindacali hanno ottenuto dei risultati.
    @macondo: non sempre gli autori ti guardano dall’alto in basso: il più delle volte non ti guardano proprio. e quando sono dei cani, come succede circa il sessanta per cento delle volte, credimi: è molto meglio così.

  11. Lucio Angelini il 3 marzo 2009 alle 13:12

    To’, la mia amica Isabella Zani di it.cultura.libri e it.cultura.linguistica.inglese, dove non mi lesinava l’ammirazione e l’affetto:- )

    Come traduttore, ho narrato un istruttivo episodio qui:

    http://lucioangelini.splinder.com/post/7968850/TEMPI+DURI+PER+I+TRADUTTORI

  12. macondo il 3 marzo 2009 alle 15:01

    @ angelini,
    una hirundo non facit ver

    PS.: Ogni volta che metti il link al tuo episodio, io ci casco e vado a vedere se ci sono novità, ma… come sopra

  13. Alcor il 3 marzo 2009 alle 15:06

    non ho mai capito quest’ansia da mancato riconoscimento dei traduttori, o meglio, non l’ho mai capita rispetto a moltissime altre categorie di lavoratori manuali e intellettuali. Chiunque fa un lavoro e lo fa bene si aspetta che il buon lavoro venga riconosciuto e legittimamente pagato, ma il traduttore vuole di più, eppure di traduzioni memorabili ce ne sono assai poche, se l’associazione traduttori riuscirà a far sì che i giovani traduttori non vengano presi per il naso da case editrici disoneste sarà un’ottima cosa, se le traduzioni di alto livello culturale saranno sostenute, magari da un fondo della comunità europea, sarà una cosa egregia, ma questa storia del riconoscimento in quanto traduttori, quasi per autocertificazione di qualità mi pare ridicola, sorry.

  14. macondo il 3 marzo 2009 alle 17:07

    “Chiunque fa un lavoro e lo fa bene si aspetta che il buon lavoro venga riconosciuto e legittimamente pagato, ma il traduttore vuole di più…” (Alcor). No, credo che il traduttore (se posso esprimermi a nome loro) si aspetti solo giusto riconoscimento e giusta retribuzione. Non credo che il traduttore abbia come obiettivo quello di firmare autografi.
    Poi, anche i traduttori non sono dei santi. Anzi…
    Tempo fa, mi venne commissionata da una piccola casa editrice scolastica la cura, con note ecc., del “Ritratto” di O.Wilde. Con l’avvertenza di lavorare avendo come rifrimento la traduzione italiana uscita per la Bur (immagino per ragioni economiche, di copyright). Ebbene, per caso mi accorsi che a un certo punto, di un personaggio si diceva che “fumava sigarette senza numero”. Traduzione frettolosa, credo, di “numberless”.
    E sì che il traduttore era uno all’epoca molto conosciuto e stimato.

  15. valeria il 3 marzo 2009 alle 17:41

    E’ strano che, dalla lettura di un articolo così lungo, chiaro e dettagliato, ci sia chi deduce che i traduttori siano mossi solo “dall’ansia di riconoscimento”. Viene quasi da pensare che abbia letto l’articolo molto distrattamente, ben deciso a tenersi i suoi pregiudizi. Eppure anche lui sarà un lettore di libri stranieri e avrà tutto l’interesse che siano tradotti con la massima cura e professionalità!! La mia triste conclusione è che in generale c’è ancora molta ignoranza sull’argomento, e poca volontà di dissiparla.

  16. Alcor il 3 marzo 2009 alle 17:46

    Bisognerebbe intendersi su ciò che è “giusto”.
    Ma mettiamo che un albo dei traduttori (cosa strana, nel momento in cui tutti criticano l’albo degli avvocati) possa stabilire la tariffa minima, la soglia sotto la quale non si può andare, – poiché mi concederai che ci sono testi di livelli differenti e anche traduttori di livelli differenti, come ci sono avvocati di livelli differenti – se questa tariffa minima sarà di 15 euro lordi a cartella, poniamo, un libro di 300 pagine costerà, mi tocca ribadirlo, 4500 euro di sola traduzione. La maggior parte delle case editrici piccole e medie che però fanno un buon lavoro dovranno rinunciare, a meno di non trovare un traduttore che lavori per niente o per poco solo per amore di quel testo.
    Non appena si troverà un lavoratore così l’Albo dovrà fargli causa, facendo causa al talento e all’amore per quel testo.
    Non se ne esce, o magari se ne esce, ma facendo due conti e cercando di sostenere le traduzioni di alto livello, visto che non si possono sostenere tutte.
    Certo, se i traduttori che vogliono tradurre traducessero per il piacere di tradurre e dicessero molti no, le cose cambierebbero, ma i traduttori, gli stessi che si lamentano, sono poi anche quelli che accettano quasi ogni proposta, mi par di capire.

  17. Lucio Angelini il 3 marzo 2009 alle 18:19

    @Macondo. E questo post lo conosci?

    http://www.lucioangelini.splinder.com/post/14027846

  18. macondo il 3 marzo 2009 alle 22:09

    @ angelini,
    no non lo conosco, pretendi troppo dal povero macondo, ma mi è bastato il titolo del blog: “cazzeggi letterari”, ed è così, appunto, perché la “struggente poesia” nessun editore inglese deciderà di farla tradurre per pubblicarla, e non perché è troppo “struggente”
    @ alcor,
    tu scrivi: “La maggior parte delle case editrici piccole e medie che però fanno un buon lavoro dovranno rinunciare, a meno di non trovare un traduttore che lavori per niente o per poco solo per amore di quel testo”
    io che ho sempre accettato, in nome della “causa”, del “siamo tra compagni”, di tradurre (non sono un professionista, naturaliter) testi per un pugno di riso o anche aggratis, adesso ho tanti di quei dubbi sulla liceità dell’operazione da riempirci un treno merci, perché se “fare un buon lavoro” per un’impresa che si mette sul mercato significa non pagare o sottopagare i suoi lavoratori, beh, non so se sia corretto, anche “tra compagni”

  19. Lucio Angelini il 4 marzo 2009 alle 09:09

    @ Macondo. Ma il bello è tutto lì: dire cose serissime fingendo di “cazzeggiare”. Quella la mia CIFRA. E che cifra! Minimo minimo astronomica…

  20. luminamenti il 4 marzo 2009 alle 09:59

    Spero che il traduttore di mason & dixon di Phyncon sia stato pagato bene. Una bellissima traduzione

  21. Alcor il 4 marzo 2009 alle 10:12

    @ macondo

    “compagni” o meno, certo che non è corretto, ma la contraddizione c’è, immagino che se i traduttori riuscissero a fare un albo con una tariffa minima che vincolasse le case editrici il numero delle traduzioni calerebbe enormemente.

  22. Grillo Parlante il 4 marzo 2009 alle 17:11

    Ritengo fuorviante parlare di “albo”, che si riferisce a categorie professionali con requisiti d’accesso sanciti da esami o titoli di studio specifici. Alla traduzione si accede dai percorsi piu’ disparati e non ne esiste uno che sia universalmente valido, dato che si tratta soprattutto di talento individuale (raffinato solo in seguito dagli studi e dall’esperienza).
    Non a caso la legge equipara i traduttori agli autori, e non a categorie professionali dal percorso piu’ definito.
    I discorsi che state facendo nei commenti sono pericolosi: insinuare che le professioni culturali non sono un vero lavoro, e in quanto tale retribuibili in maniera congrua, significa aprire ulteriormente la strada alle forme di precariato culturale che imperversano nell’editoria di oggi.
    Guardate il sito del sindacato traduttori o della rete redattori precari per farvi un’idea della drammaticita’ della situazione. La crisi incipiente, che si e’ ripercossa in modo pesante sull’editoria americana ma non si sa ancora quale impatto avra’ sull’editoria italiana, non lascia ben sperare.
    Pero’ in realta’ nell’editoria i soldi girano eccome, e per pagare i grossi consulenti editoriali, le presentazioni, i senior editor di lusso, i tipografi, la distribuzione, i soldi si trovano sempre.
    Rimangono scoperti gli anelli deboli: correttori di bozze, traduttori, revisori esterni, e i giovani redattori precari e stagisti, che molte volte lavorano addirittura gratis.

    Eppure qualcuno si arricchisce. Allora bisogna lavorare insieme, per far si’ che questa ricchezza venga distribuita tra tutti.

    Questo puo’ succedere solo se gli anelli deboli comunicano tra loro e sono consapevoli dei propri diritti.

    Ben vengano quindi articoli come questo.

  23. Carlo il 16 marzo 2009 alle 11:00

    Vale all’incirca lo stesso discorso per i redattori, gli “editor” ecc. Si danno libri da “editare” a studenti come a pensionati ecc. – e si licenziano i redattori. La qualità non è certo la stessa, ma loro vogliono solo fare in fretta e a basso costo, e dunque…
    D’altronde, già nel Cinquecento a Venezia dovettero pubblicare un editto per condannare gli stampatori che, usando carta troppo scadente per risparmiare, compromettevano la fama della stampa italiana in Europa; e ci sono lettere di umanisti tedeschi che nel XVI secolo lamentano la scarsa cura dei libri pubblicati in Italia, pieni di errori. Si vede che già allora…

  24. Daniele il 26 marzo 2009 alle 22:44

    ciao



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