La poetica di Baricco

3 marzo 2009
Pubblicato da

di Franco Cordelli

Forse Alessandro Baricco ignora quanto pochi siano i teatri stabili in Italia; e forse ignora le ridicole cifre che vengono loro devolute. Ma di sicuro ignora quale sia il “sistema”, come esso sia ben lontano dall’impedire ai privati di investire in operazioni di teatro o dal consentire che (a causa della sua pochezza) i propri contributi siano altrove diretti. L’attuale Fus (Fondo unico per lo spettacolo) è di 365 milioni, meno dei 400 necessari per eventualmente spostare il prossimo referendum sulla legge elettorale. Ma non voglio tornare sul significato politico delle sue proposte, sui «benvenuto tra noi» della destra. Quello che mi interessa è il nocciolo della questione.
A partire dal suo fiuto fin troppo sensibile ai mutamenti sociali, ovvero alle richieste del pubblico (più che del popolo), Baricco dichiara in mutevoli forme allegoriche la propria poetica, identica a se stessa dal debutto sull’«Europeo» come critico musicale. Baricco, io credo, detesta il conflitto; non crede che la storia proceda per vie dialettiche. Non crede, nella fattispecie, che in una democrazia matura vi sia un qualsivoglia rapporto tra élites e gente comune. Meglio ancora, e più radicalmente, non crede nelle élites. Ne consegue che gli operatori intellettuali sono (o dovrebbero essere) omologhi al resto della comunità. Questo è il significato della sua esclamazione «vogliamo parlare del teatro di regia, diventato praticamente l’unico teatro riconosciuto in Italia?». A parte che di teatri se ne fanno mille, di tutti i tipi, da soli o in compagnia, negli stabili e nelle cantine, nelle parrocchie e nelle scuole, quell’esclamazione è il sigillo del suo rifiuto di ogni contraddizione. Dubito che Baricco ignori come il teatro si sia emancipato, sia diventato in se stesso un’arte, e non un mero strumento di trasmissione di qualcos’altro, la letteratura, che lui dice esser venuta meno per colpa di questo teatro particolare, cioè del teatro per definizione nuovo, alla ricerca del nuovo. Che cos’altro è l’arte moderna se non un proclama del nuovo? E il nuovo non è ciò che definiamo, in termini artistici se non anche politici, avanguardia, ossia, precisamente, il prodotto di una élite? Io non penso che la letteratura sia venuta meno per colpa del teatro (di regia). Penso che ognuno ha il suo talento e che il nostro, italiano, sia proprio dinamico e visivo, sia proprio il teatro e molto meno la letteratura. A proposito di teatro, i teatri di sé sicuri, della propria sopravvivenza e delle proprie possibilità di lavoro, come i teatri debbono essere al pari dei musei, sono troppo pochi e all’orizzonte non si vedono prospettive, né per il teatro e, se per questo, neppure per la letteratura. Il discorso di Baricco si salda magnificamente a quello della letteratura dominante, la letteratura che rivendica le proprie vittorie di mercato. Niente da dire. Ma in punta di analisi, tutto ciò si chiama populismo: cioè rifiuto della storia, rifiuto del confronto, rifiuto dell’altro da sé. Il teatro è così marginale, e così anacronistico, nel suo porre fisicamente l’uno di fronte all’altro il proprio e il diverso, lo spettatore e l’attore, da essersi trasformato in un fatto elitario, in una avanguardia. Di qui la proposta di Baricco: ciò che a tanti commentatori è parso abnorme, l’aver posto una così esigua fetta di realtà di fronte a colossi educativi (o diseducativi) come la scuola e la televisione. Ma invero Baricco non ha fatto altro che applicare, nella analisi della nostra attuale società, lo schema di mera sintesi, ovvero di riduzione, che applicò all’Iliade perché noi, infine, potessimo tornare ad averne notizia.

[Questo articolo è apparso sul Corriere della Sera del 1. 3. 2009]

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34 Responses to La poetica di Baricco

  1. sergio garufi il 3 marzo 2009 alle 21:33

    Parlavo giorni fa proprio di antielitismo, a proposito della discussione sul NIE, e mi fa piacere notare la concordanza con le tesi di Franco Cordelli, che non a caso evidenzia la saldatura fra la proposta di Baricco e le rivendicazioni della letteratura dominante, popolare, circa i propri successi di mercato. La cosa impressionante è questa rincorsa al peggio da parte della sinistra verso la demagogia di destra. Il linguaggio basico, mitridatizzato, che è oramai trasversale, bipartisan, da Bossi a Di Pietro. Il candidato premier dev’essere quello col quale bere una birra assieme, non quello da avere a fianco quando si chiede un mutuo. Una persona comune, che non metta in soggezione, non uno con competenze particolari. Perfino i miti – diceva ieri sera Walter Siti – non chiedono più di elevarsi, si sono abbassati, sono diventati il nostro specchio, per cui i giovani guardano con ammirazione ai partecipanti del Grande Fratello. L’elitismo ha prodotto dei guasti terribili (il nepotismo baronale, il latinorum del potere ecc), ma l’antielitismo è perfino più capzioso. Ci illude di essere importanti, di contare qualcosa, usa la seconda persona singolare, sembra che si rivolga soltanto a me (come i testi di Baricco e le pubblicità della Vodafone e Mediolanum, quelle dell’ “è tutto intorno a te”), ma è solo per manipolarci meglio. E’ la strategia promozionale del turismo, che dev’essere antituristica, quella che ci fa disprezzare un luogo di vacanze perché “è pieno di italiani”, come se noi fossimo altro (les italiens, parafrasando Jules Renard, ce sont les autres). L’antielitismo è una truffa, un paradosso, nient’altro che un elitismo massificato.

  2. macondo il 3 marzo 2009 alle 21:49

    Antielitista Baricco? Semmai antietilista, tutt’al più. Lui vive a metà strada tra Marte e il salotto buono del capitalismo italiano, che di buono oggi ha solo il salotto, appunto. La sua proposta di dar più soldi a tv e scuola (come se i due “oggetti” avessero qualcosa in comune, a parte la distruzione, attiva e passiva: la prima distrugge i cervelli, la seconda è stata distrutta) è marziana. Però, e qui sta la congiunzione, la sua proposta è anche l’ultima vulgata, o l’ultimo canto del cigno del neoliberismo, che aveva riposto sul libero mercato, fuori di ogni controllo, tutta la sua visione del futuro. E che continua a farlo, visto che il keynesismo (che risollevò gli Usa dalla crisi del ’29, quindi funzionale al, e altra “marcia” del, capitalismo) viene ancora demonizzato dall’assemblea di “saggi” della UE.

  3. verdun il 3 marzo 2009 alle 23:09

    e che dire delle porte spalancate, per baricco, questo bonolis della letteratura, di quello che vorrebbe essere il più grande giornale di sinistra italiano, la repubblica?

  4. Su Alessandro Baricco « Paolo Ferrucci il 3 marzo 2009 alle 23:23

    […] «La poetica di Baricco», apparso il 1° marzo sul Corriere della sera e pubblicato oggi su Nazione Indiana, per riproporre alcune considerazioni che feci tempo […]

  5. sergio falcone il 3 marzo 2009 alle 23:36

    Alessandro Baricco, grandissimissimo scrittore, e prezioso, non si muove se le case editrici non gli danno una barca di soldi.
    Vi lascio il piacere del commento.
    Quello mio, lo potete immaginare.

  6. paolo ferrucci il 3 marzo 2009 alle 23:40

    “Bonolis della letteratura”: mi sembra una buona definizione.
    Più che scrittore, lo vedo come businessman e uomo-chiave, ossia l’intellettuale forse più organico e funzionale all’inesorabile percorso di degrado culturale che stiamo vivendo (un percorso che viene da lontano, da quando le tv berlusconiane hanno iniziato a “riformare” il paese). Chi meglio di lui ci si sa muovere con l’appeal, lo stile, i metodi e i contenuti più consoni?

  7. Chiara Daino il 4 marzo 2009 alle 01:42

    “Forse Alessandro Baricco ignora”.

    Peggio: Alessandro Baricco INSULTA – l’intelligenza e l’impegno di chi CONOSCE il Teatro. Che spacci la sua seta come scrittore, politico, regista, demiurgo,… – può interessarmi quanto le proprietà naturali della bava di lumaca!
    Le sue ultime ANALisi [ siano sunti/schemi/sintomi di demenza… ] non potevano “ridurre” il suo ego paupulante/predicatore, anziché tentare di ammazzare il Teatro? Qualcuno dei suoi adorati/adoranti fan – si offra come editor dei suoi nefasti neuroni – e ce ne liberi!

    In attesa, calchiamo le scene e seguiamo i passi di Paolo Poli: “Baricco dice quello che vuole e noi continuiamo a lavorare. Ho visto passare tante stagioni, buone e cattive. Spero di resistere anche a questa”.

  8. soldato blu il 4 marzo 2009 alle 07:33

    Ma davvero, sul “Corriere”, Franco Cordelli ha dato al Baricco dell”ignorante populista di destra”, o è uno scherzo di Pinto?

    A parer mio “populista di destra”,va bene. Del tutto “ignorante” un po’ meno.

    Già in “Oceano mare”, infatti, aveva dato prova di essere
    pienamente cosciente di quello che è.

    Che cos’è, infatti, se non la sua perfetta autodescrizione,
    la figura del pittore che dipinge intingendo il pennello nell’acqua?

  9. lello voce il 4 marzo 2009 alle 07:37

    Io amo Paolo Poli (e penso che chiara daino abbia proprio ragione)

    su Baricco e anche su Cordelli che dire se non PFUI?!

  10. lambertibocconi il 4 marzo 2009 alle 08:48

    “tv e scuola (come se i due “oggetti” avessero qualcosa in comune, a parte la distruzione, attiva e passiva: la prima distrugge i cervelli, la seconda è stata distrutta)”: Macondo delle 21.49, ti amo!

  11. soloparolesparse il 4 marzo 2009 alle 09:18

    Baricco non ignora… anzi conosce perfettamente la situazione del teatro italiano e delgli Stabili italiani.
    Credo che quella di Baricco sia una via di mezzo tra una provocazione ed una proposta coraggiosa.
    Una cosa del tipo: “gli italiani seguono solo la tv? Ed allora educhiamoli nel loro campo. Prima in tv e poi (eventualmente) a scuola).
    http://www.soloparolesparse.com/2009/02/finanziamenti-pubblici-al-teatro/

  12. gianni biondillo il 4 marzo 2009 alle 09:50

    Sto con Chiara e con Lello: Palo Poli è un grande!

  13. manuel cohen il 4 marzo 2009 alle 10:42

    Paolo Poli, semplicemente un mito!

    Ma chi la ricorda la polemica su Baricco nuovo ricco? Non avevano forse ragione a bollarlo in quel modo per quel suo bollito di filosofia spicciola grandi temi imbellettati in una prosa accattivante e kitch, tutt’altro che popolare, bensì salottiera e populista? e che fortuna che ha avuto anche tra tante signore radical chic della nostra ‘sinistra’….

    Grande galleggiatore sulle correnti, ma non si vergogna neppure un po’ pensando a come hanno ridotto gli enti lirici italiani ?
    Solo uno che ha potuto lievitare sulle acque dell’ignoranza , passando così, facilmente, per alta espressione di cultura (dominante, o di establishment ) uno a cui hanno aperto le porte di facili teatri, televisioni, pubblicazioni, può permettersi di sputare sentenze, sapendo bene che lo ascolteranno.

    C’è mai stato in un teatro di ricerca? Ha mai assistito a una qualche rappresentazione in uno di quegli scantinati umidi in cui si raccolgono e si raccontano le cose migliori? Una città come Roma ne ha oltre cento di queste realtà, che non si chiamano Argentina o Ambra Jovinelli, dove non danno la duemillesima versione in fotocopia della Bisbetica domata, dove ,per fortuna, non c’è l’assalto omologante del varietà e delle starlettes televisive di turno.
    Il Baricco conosce per caso Gianni Guardigli? Un autore teatrale di denuncia talmente bravo da essere tradotto in germania e rappresentato, mentre da noi deve rassegnarsi in spazi marginali?

    Lo sa Baricco che i musicisti e i cantanti dell’Accademia di Santa Cecilia dovranno (spesso dopo una più che onorata carriera,come si suol dire) starsene a casa incollati al telefono ad aspettare che li chiamino a Parma o a Milano e solo quando serve, a ‘prestare la loro opera’, quasi a gratis?

    Ma a lui cosa importa. L’importante è essere popolare…dire qualcosa di populistico, magari, strizzando l’occhio al regime di turno…magari, prima o poi, gli riuscirà pure il colpaccio di mettersi al riparo con una bella pensione parlamentare!

  14. Paolo S il 4 marzo 2009 alle 11:23

    E’ molto facile criticare l’articolo di Baricco senza leggere davvero l’articolo di Baricco.
    E Cordelli qui lo fa con una disinvoltura davvero fastidiosa, visto che non cita né le premesse né le finalità. Ma non è neanche questo il punto: se Cordelli è qui capace di dichiarare che il teatro è “diventato in se stesso un’arte, e non un mero strumento di trasmissione di qualcos’altro, la letteratura”, mi sembra che tagli con l’accetta persino le sue stesse argomentazioni. Ha scritto una risposta infastidita a una polemica che non ha preso in considerazione in quanto tale. Da lui mi aspettavo molto di più.

  15. sergio il 4 marzo 2009 alle 11:53

    anche io amo Paolo Poli. e come non potrei, visto come mi chiamo?
    riguardo a Baricco e Cordelli, mi viene un mente Paolo (ancora!) Conte: “si nasce soli, si muore soli, però nell’intervallo c’è un bel traffico”, anche perchè di teatro non so un accidente.

  16. lezama il 4 marzo 2009 alle 12:46

    @ lello voce
    sarebbe troppo – illegittimo, irriverente, invadente – chiedere conto di quel PFUI? O dovrebbe essere così chiaro da non necessitare speigazioni? (in tal caso perché scomodarsi a “pfuiffarlo”?)
    @ soloparolesparse
    Quale sarebbe il coraggio di Baricco? abbassare l’alto verso il basso (a parte che sarebbe appunto populismo)? Non è, piuttosto, Baricco quel basso?
    @ Paolo s
    Di nuovo con l’attegiamento di rifiuto di una posizione contraria: se qualcuno (nel caso Cordelli) stigmatizza le opinioni di un altro (Baricco) contestandone fondamenta e merito…ebbene, non l’ha capito e dunque non l’ha letto. Insomma, capire, e dunque leggere, dovrebbe esaurirsi nel condividere? Chi è che usa l’accetta? Non è invero Baricco che si limita a considerazioni generali (peraltro, come si potrebbe comunque spiegare, dettate da falsa coscienza), senza documentare, senza specificare punti essenziali, aspetti noiosamente tecnici ma necessari se ci si impegna in una discussione simile?

  17. Paolo S il 4 marzo 2009 alle 13:17

    Lezema: l’articolo di Baricco non dice “tagliamo i fondi pubblici al teatro di regia”.
    Se io leggo solo le parole di Cordelli, questo mi viene da pensare. E non è quanto Baricco ha detto.
    Cordelli ha di sicuro tutte le capacità per capire l’articolo di Baricco: o è in malafede (ma spero proprio di no!) oppure, semplicemente, lo ha letto lo ha trovato fastidioso e ha prodotto uno scritto-antistamico tanto per togliersi il prurito. Da un intellettuale del suo calibro mi aspettavo di più che una pseudo invettiva contro il bell’antipatico.

  18. Paolo S il 4 marzo 2009 alle 13:21

    I beg your pardon, lezAma — trattasi di errore di battitura (o di un lapsus freudiano: associavo tra prurito ed eczema?)… ecco il primo che non legge, io. O almeno che non RI-legge!

  19. agata il 4 marzo 2009 alle 13:45

    Vedete qui si fa un po’ di rumore per nulla perché è evidente che Baricco mette in atto una provocazione. Baricco ha delle ragioni quando spiega che senza un’istruzione adeguata non ci sarà alcun pubblico o fruitore per la cultura di domani. La televisione invece non credo possa istruire nessuno: è un elettrodomestico, un mezzo defunto che manca di riflessione, e poi tornare alla sua “funzione di alfabetizzazione” come negli anni Sessanta mi sembra un po’ fuori tempo. Condivido anche la critica al sistema del teatro di regia che ha decimato drammaturghi e creato veri centri di potere collegati a singoli registi, perché questo è il punto: i teatri stabili passano di mano in mano secondo logiche che niente hanno a che vedere con la cultura. Baricco propone la cultura come business e tutti si scandalizzano. Ma qual’è la novità? Mondadori pubblica libri per la loro qualità o in base a un’attenta analisi di quante saranno le copie vendute?

  20. giorgio mascitelli il 4 marzo 2009 alle 17:40

    Sull’articolo di Baricco mi sembra che si dovrebbero aggiungere un paio di cose alle molte pertinenti scritte nell’articolo e in alcuni dei commenti. La prima è che il genuino liberismo che trabocca per così dire in maniera naif da quell’articolo rappresenta una prova molto evidente dell’egemonia culturale della destra e di come le sue idee siano ampiamente diffuse oltre l’area elettorale della pdl e della lega.
    In secondo luogo varrebbe la pena di fare una riflessione sul termine provocazione usato qui, ma anche sui giornali a proposito di questo intervento. Ora ai tempi di Flaiano si sarebbe detto che nel gergo giornalistico vengano chiamate provocazione le cazzate scritte da uno troppo importante perché gli si possa dire che ha scritto delle cazzate, come invece si può fare con noi comuni mortali; ma è curioso che il termine provocazione venga usato in questi tempi prevalentemente per definire degli interventi che sostengono posizioni gradite al potere economico nazionale e internazionale e che di solito propongono dei tagli economici. Questa è una novità di quest’epoca perchè nel passato la provoocazione era sempre contro il potere, di ciò si accorse amaramente Majakowski che conquistato il potere dovette smettere di essere poeta. Oggi è l’esatto contrario, il che la dice lunga sulla natura camaleontica ed essenzialista del potere di oggi e della difficoltà anche retorica della critica a esso.
    Giorgio Mascitelli

  21. macondo il 5 marzo 2009 alle 13:12

    Parole sante, Giorgio. Oggi il Potere (che non è un ectoplasma, ma è quel capitalismo neoliberista che dici) è talmente forte e spavaldo (ma di chi è anche la colpa?) che, a livello mediatico, oltre a scegliersi le informazioni, si sceglie anche le provocazioni da far circolare.

  22. Paolo S il 5 marzo 2009 alle 17:42

    Bondi ha preso Baricco in parola http://tinyurl.com/aze3h4

  23. agata il 6 marzo 2009 alle 08:44

    E si continua con la Baricco mania. Mi viene in mente la storia di quel giornalista del Corriere che, geloso di un più brillante inviato, se ne andò a lamentarsi dal direttore dicendo che quello aveva il vizio di bere. “Vedi di cominciare a bere anche tu” fu la risposta del direttore. Se Baricco dice la sua è servo del potere perché ha il difetto di venire ascoltato da molti, di avere una capacità comunicativa non comune. Questo è innegabile. Io non lo apprezzo come scrittore ma come comunicatore sì. In tempi ormai lontani il suo Pickwick ha trovato un modo nuovo di comunicare i libri e di conquistare lettori. In America, paese tanto lodato per la nuova era Obama, chi ha successo merita rispetto. In Italia chi ha successo, deve scontarne la colpa: o è un venduto o è un falso o è un servo del potere.

  24. agata il 6 marzo 2009 alle 08:44

    E si continua con la Baricco mania. Mi viene in mente la storia di quel giornalista del Corriere che, geloso di un più brillante inviato, se ne andò a lamentarsi dal direttore dicendo che quello aveva il vizio di bere. “Vedi di cominciare a bere anche tu” fu la risposta del direttore. Se Baricco dice la sua è servo del potere perché ha il difetto di venire ascoltato da molti, di avere una capacità comunicativa non comune. Questo è innegabile. Io non lo apprezzo come scrittore ma come comunicatore sì. In tempi ormai lontani il suo Pickwick ha trovato un modo nuovo di comunicare i libri e di conquistare lettori. In America, paese tanto lodato per la nuova era Obama, chi ha successo merita rispetto. In Italia chi ha successo, deve scontarne la colpa: o è un venduto o è un falso o è un servo del potere.

  25. Giacomo Brunoro il 12 marzo 2009 alle 19:28

    Sinceramente ho l’impressione che nessuno abbia capito la proposta di Baricco. Non si tratta di dare più soldi alla televisione e basta, si tratta di destinare dei soldi per promuovere programmi ed eventi culturali in tv. E mi sembra che stiamo parlando di due cose molto diverse, come del resto ha fatto notare l’utente Paolo S. Se non si capisce che questo è il punto del discorso tutto il resto è inutile chiacchiericcio.

  26. Diamante il 12 marzo 2009 alle 19:39

    Mah, mi sembra che il problema non sia stato inquadrato né da Cordelli né da tanti commenti. E il problema non è la paraculaggine di Baricco (notevole), né la sua abilità come scrittore (nulla), e neppure la sua cultura (più che sufficiente a dirigere un certo tipo di operazioni ch’egli medesimo propone); il problema è che ciò che Baricco afferma non suona affatto insensato. La tv non va necessariamente demonizzata, al contrario potrebbe essere uno strumento fantastico di arricchimento culturale: come sempre, non si tratta dello strumento in sé, ma dell’uso che se ne fa. Quanto alle piccole associazioni culturali, è ahimé vero che spesso si risolvono in faide, contrasti intestini addirittura nell’ambito della medesima città (o paese), e che ripropongono in piccolo i nepotismi, le mafiette della politica e della tv. E’ poi vero che oggi ciò che manca è una cultura basica, che vada oltre il Grande Fratello e Uomini e donne senza dover necessariamente sbarcare nel Paradiso dantesco o nei Fratelli Karamazov: perchè sputare addosso a chi propone di inserire nella televisione angoli culturali, seppure a discapito di un certo numero di teatri? La cultura deve necessariamente restare un fatto di élite, e dunque morire nel proprio cortiletto? Vogliamo o no accettare i formidabili cambiamenti che l’accelerazione imposta dalla tecnologia ha inferto alle nostre vite? Quanto ai fondi da dare alle scuole, non c’è nemmeno da discutere che si tratti di una proposta molto, molto ragionevole. In tanti commenti però non ho letto altro che astio nei confronti della persona Baricco, ed è questo che sempre più mi pare preoccupante oggi in Italia: che l’odio per le persone supera di gran lunga l’odio (o magari l’amore!) per le idee.

  27. Soldato blu il 12 marzo 2009 alle 21:51

    E se la cultura fosse, proprio in quanto “cultura”, qualcosa che, “in statu nascenti”, ha a che fare con pochi?
    Che ha a che vedere, in principio, con chi la fa e non chi ne usufruisce?

    Possiamo metterci tranquilli col sospetto che, in un prossimo futuro, le future opere non potranno che vantare la loro ascendenza dal “Grande Fratello” o dalla drammaturgia di Vanna Marchi, o ,peggio, dalle lezioni dantesche di Benigni?

    Non dobbiamo minimamente preoccuparci nel pensare cosa sarebbe successo se avessimo tenuto questo atteggiamento, a suo tempo, quando si presentarono sulla scena uno Strawinsky, un Debussy?

  28. Diamante il 13 marzo 2009 alle 08:49

    C’è una cultura, a mio avviso, usufruibile ad ampi livelli, e che viene sommersa dai varietà e dai talk show e dalle più svariate schifezze. Ogni giorno esce un reality nuovo, e con quanti soldi stanziati? Mai nessun mezzo ha posseduto la formidabile potenza della tv e, adesso, della rete. Perchè non sfruttare questa potenza per espandere una cultura fruibile (penso a Piero Angela, ma anche a diversi documentari di History Channel o Rai 5 storia) a larghe facse di spettatori? Oppure davvero il popolo è sempre e soltanto bue? Ma se partiamo da questo assunto, allora possiamo andare a suicidarci subito, è tutto finito.
    ps: mi sembra che il programma attualmente più “culturale”, più “colto” attualmente sugli schermi sia la serie televisiva americana LOST, un capolavoro.

  29. Diamante il 13 marzo 2009 alle 08:50

    Mi scuso per i refusi, e a risentirci.

  30. Paolo Cacciolati il 13 marzo 2009 alle 10:26

    L’ultimo commento di Soldato blu è molto interessante, però necessita di un chiarimento su cosa sia “cultura”. E’ un termine declinabile in infiniti modi, anche se nel suo commento pare ridursi alla produzione di opere.
    Abbiamo però pensato a quale sarà il futuro della produzione di “opere”?
    A quali saranno le future modalità di produzione e soprattutto di diffusione delle c.d. “opere”?
    Tanto per restare sul mondo dei libri, abbiamo una vaga idea dei cambiamenti che porterà la crescente diffusione dell’e-book?
    Intanto che ci pensiamo offro un bicchierino d’assenzio al caro soldato blu.

  31. soldato blu il 13 marzo 2009 alle 10:46

    Posso tentare una mia definizione, del tutto temporanea, da cui mi picerebbe partire per affrontare questo argomento?

    “Cultura” potrebbe essere: “ridescrizione” del mondo, per poter usufruire di tutte le possibiltà che questo mondo ci offre, evitando gli errori che descrizioni precedenti hanno commesso.

    L’autore iniziale di tale “ridescrizione” è sempre un soggetto limitato quantitativamente.

    Quando tale “ridescrizione” raggiunge una “platea”
    e, partendo da tale “platea”, allarga sempre più il suo raggio azione, arrivando a essere fatta propria dal maggior numero possible di persone, allora, integrata con tante altre forme di descrizione, questa “ridescrizione” viene chiamata “Cultura”.

    Ma, nella sua singolarità, esisteva già da prima nella “fantasia” di una o poche altre menti.

  32. lucia cossu il 13 marzo 2009 alle 11:22

    non mi voglio inserire per forza, ho letto solo gli ultimi commenti e vorrei solo chiedervi una cosa: pensate che uno spettacolo dal vivo sia davvero sostituibile con qualunque forma vogliate ma passata tramite schermo? Io credo che soldi o non soldi o crisi dei dischi o libri, gli spettacoli dal vivo avranno una nuova primavera essendo una cosa totalmente diversa da una riproduzione su supporto.

  33. Diamante il 13 marzo 2009 alle 23:00

    Io non dico di eliminare gli spettacoli dal vivo, ma di prendere più seriamente la proposta di Baricco, che mi pare essere stata snobbata soltanto perché proveniente da Baricco. Non credo che la tecnologia, oggi, ci permetterà di tornare indietro. Abbiamo superato il punto di non ritorno, il che non è necessariamente un male. Come dice Henry Fonda alias Jack Beauregard ne IL MIO NOME E’ NESSUNO: “I bei tempi non ci sono mai stati.” Mi auspico dunque nell’immediato futuro dei tecnici-umanisti, un modo creativo e “poetico” di usare i nuovi, poderosissimi mezzi televisivi e virtuali. Le nostalgie rousseauiane non servono. Serve una presa di coscienza. Dobbiamo capire che molta cosiddetta cultura, oggi, risente assai più profondamente di quanto ci piace credere della globalizzazione (un termine vago ed abnorme, che qui uso per necessità di sintesi). Baricco chiede: siamo sicuri che non si possa educare un po’ di più la gente al gusto, al fiuto per la cultura? Cosa poi sia la cultura ontologicamente, è una domanda al momento troppo avanti rispetto al punto di partenza di Baricco. Iniziamo frattanto a togliere qualche reality e a infilare qualche incunabolo di letteratura, musica o teatro in più, nell’ambito della programmazione televisiva. Non sarà la panacea, ma non mi pare neppure una cosa da vomitarci sopra. E diamo più soldi alle scuole, aggiunge Baricco: il che è obiettivamente giusto (e lo pensa un relativista, il sottoscritto, che di obiettivo nella vita vede ben poco).

  34. lucia cossu il 14 marzo 2009 alle 00:53

    tornare indietro sarebbe avere di nuovo l’ebbrezza del registrato e del disco a tutti i costi. Il mio non era un giudizio negativo sulle possibilità tramite supporti di qualunque tipo, solo tenere presente che non sono interscambiabili con le arti dal vivo che hanno caratteristiche proprie del dal vivo e non riproducibili. Non era il mio un giudizio nel merito delle preferenze, ma un puntualizare che un libro su carta o su schermo non può esssere messo in parallelo con spettacolo dal vivo e televisione (o comunque supporto). Dal vivo e registrato sono entità totalmente diverse.



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