Di notte

4 marzo 2009
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di Andrea Inglese

Di notte, è il momento della calma, è quando si va a letto, smettendo di gironzolare, di inventarsi pretesti per accendere di nuovo la luce, per tenere ancora i piedi nelle scarpe, sta davvero per finire la lunga agitazione diurna, che ha continuato fino all’imbrunire, e anche dentro la tenebra, un’agitazione ben illuminata da fasci di luce, con tutta l’elettricità che ronza scintillante nelle alogene, e finché c’è luce, finché ancora qualcosa deve essere preso dal bagno, o lasciato nel lavabo, o rimesso nel suo cassetto, tornano anche le loro immagini, le capigliature a volte, oppure solo le voci, le voci di quando sono inquiete, e chiamano, quasi piangendo o solo parlano, lasciando grandi pause tra le frasi, con tristezza, o non la smettono di ridere, come fossero al piano di sopra, o si lasciassero calare con delle altalene, oppure tornano i loro seni, ma sempre due alla volta, e nella luce artificiale della stanza, mentre si scorrono poche righe di un romanzo, vengono in mente quegli spostamenti fatti tra le lenzuola, spesso di giorno, quando si divaricano gambe, si adagia un corpo sulla pancia, finché non giunge la vera calma, e si chiudono gli occhi, si spengono pure le immagini interne, quelle veloci comete di volti femminili, allora davvero si scivola via, si entra nel sonno,

la testa contro il cuscino, il corpo tutto disteso, supino, a croce, di traverso, la luce spenta, la notte dominante, con solo qualche luce soffocata oltre i vetri della porta finestra, lampioni del campo sportivo, stanze illuminate agli ultimi piani dei palazzi circostanti, è buio, c’è un gran silenzio, verrà a breve l’incoscienza, il sonno che ristora, qualche sogno sottile e leggero, come un torrente d’immagini e suoni, e nient’altro, è notte, ormai notte fonda, hai chiuso gli occhi, non stai più pensando, sembrava esserci un gran silenzio, un calma prevista, ma a poco a poco emergono dalla strada, dagli altri appartamenti, dai palazzi contigui, dai parchi chiusi, dai pochi bar ancora aperti, da tutto il quartiere, emergono dei rumori, una molestia puntiforme e diffusa, sonora, sorniona, violenta, di colpo a sud come a nord lo strappo dei pneumatici sull’asfalto, si bruciano nell’attrito, a causa di brusche frenate o di partenza improvvise, i cani, che sembravano esausti, nelle cucce, sdraiati sotto poltrone, si affacciano ai balconi e latrano, e molti sono già in strada, lottando tra di loro, i padroni hanno mollato i guinzagli, gli animali si scagliano l’uno addosso all’altro, dal mio letto non vedo nulla, non ho neppure acceso la luce, della lotta furibonda dei cani sento solo i latrati, il guaire di quello che viene ferito, il raspìo della zampe contro l’asfalto, o forse sono intervenute delle linci, dei lupi, o animali dalle corna tozze, e zoccoli, come cinghiali, e fanno inseguimenti e cariche confuse, improvvisate, ma poi coloro che frenavano e sgommavano, ora suonano il clacson, anzi hanno installato bizzarre sirene, non assomigliano a quelle della polizia, ma proprio per questo le auto della polizia cominciano a sfrecciare attivando le loro sirene, quelle autentiche, le false e le vere sirene mescolano nella notte i loro fischi, anche se le auto degli uni e degli altri sfrecciano lungo vie parallele, senza mai incontrarsi, ma quando frenano di nuovo, o tamponano un furgone in sosta, o si schiantano con un impatto violento contro una cancellata o un lampione, dopo il fragore dell’urto, si sente quello delle porte che sbattono, dei bauli e degli sportelli che vengono più volte aperti e chiusi, e che in definitiva non si chiudono, e ci sono poi le urla, le imprecazioni, ma sono quelle di una prostituta stavolta, o quelle del padre ubriaco che sta menando le due figlie in un appartamento del palazzo di fronte, ma sono solo le studentesse statunitensi che gridano eccitate, è l’ultimo momento di euforia della festa, poi troveranno un ragazzo per il sesso, se non saranno costrette alla corsa in bagno per vomitare, e si sentono già i conati forti, perché una o due sono state sbattute fuori, sul pianerottolo, e lungo il corridoio del settimo piano stanno chinate, sembra che tossiscano, da più vicino appare chiaro che qualcuno sta soffocando, ma quelli che erano a piedi, nelle vie adiacenti, ora avanzano con le felpe addosso e il cappuccio che gli fa ombra sul viso, dal rumore di vetri infranti si capisce che tengono in mano qualcosa, oggetti di metallo, resistenti e rigidi, massicci, o quantomeno lunghi, delle clave o delle lance probabilmente, e colpiscono i cartelloni pubblicitari del municipio, quelli che sono illuminati dal neon, quelli con le immagini che a intervalli regolari scorrono via per poi ritornare, stanno sfasciando tutto per bene, e anche con grande allegria, lanciano grida di gioia, ridono a squarciagola, saltellano sui pezzi sparsi a terra, sui detriti, tra la ferraglia divelta, ma più in là nel parco succede qualcosa di strano, è il pazzo che viene aggredito da un gruppo di ragazzini, o è il pazzo che aggredisce una barbona, o forse è la polizia che si sta occupando di uno degli incappucciati, lo stanno lavorando direttamente sul posto, ma prima l’hanno sicuramente ammanettato, gli sono saliti sulla schiena, si divertono a incaprettarlo con cura, la prostituta ha perso una scarpa, siccome sta correndo via spaventata, non si è sentito lo schiaffo, o forse il pugno arrivato dritto sullo sterno, ma il cliente è risalito in macchina, forse non la insegue, si morde le labbra quasi a sangue, e per via di quella sniffata di una mezz’ora fa, passata quasi sotto silenzio, che ancora gli batte in testa, tra le tempie, anche se di questo non si sente quasi nulla, ma il padre ubriaco ha sfasciato la credenza, ci è passata la testa di qualcuno, della moglie o di una delle figlie, ora c’è il grande silenzio del sangue che gocciola sul pavimento, tutti stanno zitti, perché lo scorrere del sangue induce a una grande calma, ora che il sangue sta fuoriuscendo dalle teste, dai palmi delle mani, si può davvero ipotizzare un piccolo sonno, prima che passi all’alba il camioncino verde della nettezza urbana e l’ambulanza lasci il quartiere, ora che tutti sono stati medicati, curati, segnalati, ora che i rifiuti verranno tratti via dalle strade e gettati nelle fauci buone, che tutto masticano con rumore, l’ultimo, di quando giunge anche la prima luce, e si finge di aprire gli occhi, con l’aria riposata, di chi ha dormito come un sasso e si alza dal letto fresco, rilassato.

[Da Materiali di un libro su Parigi]

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98 Responses to Di notte

  1. Immondizie Riunite il 4 marzo 2009 alle 11:34

    mi piace molto quando dici lungo vie parallele e poi dici senza mai incontrarsi. non lo so… è bellissimo

  2. Fabio Teti il 4 marzo 2009 alle 15:36

    Incredibile è la chiarezza, faticata, paradossale chiarezza giungibile solo dopo lungo attraversamento, estenuante attraversamento, la mente che allaccia dove la furia appositiva trascina verso l’impossibilità, anche etica, di una reductio ad unum: il mondo frapposto alla tensione apofgtematica della mente, che per dire vorrebbe stringere, dovrebbe stringere come in certe strutture catalogiche montaliane, queste però ellittiche, facilmente attratte dalla loro chiusa gnomica, sentenziosa, proprio in quanto strutture catalogiche pensate in funzione di quella chiusa. Qui il procedimento mi pare invece opposto, meno invasivo, meno costruito ergo maggiormente empirico, maggiormente “pulito” nonostante possa non sembrarlo. Chissà. E mi scuso di questa annotazione breve e confusa. Non spiacerebbe una parola di Inglese, a riguardo.

    Con complimenti, se questo anche è un modo di farne.

  3. andrea inglese il 4 marzo 2009 alle 19:33

    a Fabio
    l’intento è quello di esplorare l’ovvio attraverso una prosa non narrativa (né ovviamente lirica); una totale mancanza di sex appeal per le lettere patrie, ma è quello che mi interessa fare; modelli illustri: “Espèces d’espaces” di Perec, il cui sottotitolo è: Diario di un fruitore dello spazio. Anche qui un’esplorazione dell’ovvio – che è un universo pieno di (terribili) sorprese,

  4. Fabio Teti il 4 marzo 2009 alle 20:07

    @Andrea, ringraziando per la nota.

    Devo dire ch’è davvero perspicua (per me almeno) questa dialettica che si crea tra l’originario punto di fuga della scrittura e tutta la serie d’interdizioni orizzontali che la attraversano, l’ovvio in slittamento, mostrificante, in digressione sempre più precisa e insieme accentuata. Tanto da, quel punto di fuga che sembrava profilarsi all’inizio, tutt’a un tratto ribaltarlo, o approfondirlo in senso di scavo o mina anti-topica, anti-apriorismo. Disvelamento per un atto di lungo attraversamento empirico, appunto.

    La smetto qui ché confondo solo e più ancora il mio commento precedente. Spero di mettere in chiaro prima o dopo quest’idea. Interessanti anche le molte connessioni con il versante poetico, che andrebbero analizzate.

    Un saluto

  5. véronique vergé il 4 marzo 2009 alle 20:47

    Ho avuto il piacere di ascoltare Andrea Inglese, e nel mio italiano poco abituato alla parola, non avevo afferrato il senso.
    La mente vacillando nel spendere le luci. Una porta si apre su la notte fuori all’incontro della notte che è in noi.
    Le voci dei cani hanno un gusto di incubo.

    Ho molto amato il commento di Fabio.

  6. Fabio Teti il 4 marzo 2009 alle 22:37

    Esagero nei commenti, ed è dovuto.
    Che scopro con imperdonabile ritardo e fiato mozzo un testo come La svisione (in tre tempi morti). Avrei alcune conferme di quanto stentavo prima ad argomentare, ma di più si chiude la parola, o io sono pervertito o il sex appeal c’è, e molto, quello del nucleo che continua ad esplodere e germinare dentro, meglio di certi frammenti di mosaico benjaminiani (e a proposito: la ”ricezione nella distrazione” di cui ne L’opera d’arte nell’epoca etc., può avere a che fare in qualche modo con le poesie de La distrazione?).

    Passo.
    Con ulteriori saluti,
    anche a Véronique

  7. stalker il 5 marzo 2009 alle 00:54

    questo racconto mi ha riportata ad altre fasi della mia vita, quando vivevo in un condominio romano.
    le strisce di luce artificiale che attraversavano le serrande fino al bianco delle mie lenzuola, trasportavano anche incubi e voci di un mondo che si confondeva tra esterno e interno. ho rivisto tutto come in un film sbiadito.
    ora non ho luci che sfiorano il mio letto se io non voglia. fuori un vento impetuoso che fischia scuotendo gli ulivi e le palme…e ilmare che respira laggiù, stasera incazzatissimo, come è giusto che sia, tutti abbiamo diritto ad incazzarci, lui più che mai.
    vado ad aprire la finestra ed assaggiare il vento e la pioggia, senza sirene, stasera neanche l’abbaiar dei cani che si sono rintanati.
    spalanco la potra ed invio senza rileggere, felice di essermene andata dai letti illuminati a strisce e dallo stridere di pneumatici ed anime vaganti nel cemento

  8. stalker il 5 marzo 2009 alle 00:58

    oh…indiano Inglese, m’è piaciuto il tuo narrare, m’ha fatto pensare e ricordare :)

  9. soldato blu il 5 marzo 2009 alle 07:51

    Fabio Teti ha accennato a “frammenti di mosaico benjaminiamo”.

    E’ per me la tecnica, infatti, l’aspetto più interessante di questo “pezzo” di Inglese.

    Penso che l’aspetto “compatto” della superfice di questa scrittura, con quelle piccoli frasi che raramente superano le dieci parole, ma la cui media è molto più bassa, sia essenzialmente l”effetto” volutamente ottenuto, tramite la punteggiatura, perchè faccia da schermo, da cornice, alle due narrazioni che in questo modo vengono unificate.

    Una, la prima, armonizzata dallo scorrere del tempo cronologico in cui il personaggio è immerso: prima e dopo.

    La seconda, disarmonica, accumulata per addizione di particolari e piccoli eventi, senza alcun nesso tra di loro né con lo strato narrativo precedente.

    Da una parte vedo i segni di interpunzione quasi come punti metallici che tengono assieme, non le frasi, ma questi due piani.

    Oppure come scatti di lancetta di orologio che segnano, appunto, per il personaggio, i prima e il dopo, per le cose e gli eventi, l’inizio e la fine.

    Dall’altra – è una cosa che mi ha sempre affascinato – tutto questo mi fa pensare alla differenza tra Occidente e Giappone nell’utilizzo di stoffe diverse per raggiungere l’effetto smagliante di certi costumi.

    In Europa le varie stoffe si accostano per colori e disegni armonici.

    In Giappone [e in Sardegna i costumi maschili], al contrario, per disarmonie.

    Ma, un passo indietro, ed è la meraviglia

  10. maria v il 5 marzo 2009 alle 08:43

    lo shock, appunto, somiglia vagamente a questa pagina, è successo l’altra notte, mi dico che palle non esco mai, smonto da lavoro un gran mal di testa, mi dico 2 passi, una birra, vado al perditempo a napoli, un bicchiere, un’occhiata sugli scaffali sempre libri interessanti, sicuro ci trovo maurizio vecchio compagno di corso, magari mi presenta qualcuno di nuovo, magari c’è un sacco di gente interessante solo che non me ne accorgo, l’altra sera mi hanno detto che c’era una bella serata deleuze e la musica, millesuoni, millepiani e io non ne porto a termine neanche mezzo, stavolta giuro che vado.
    niente di che, maurizio ce lo trovo, ma dopo un quarto d’ora va a tango e non sa se ripassa perché spera sempre di rimorchiare, mi presenta un suo amico, simpatico, lui ha fame io sonno, mi accompagna a riprendere l’auto e in cambio io gli do uno strappo a casa.

    via duomo, centralissima, tutta illuminata, un viavai di motori, accosto sulle strisce, l’ultima sigaretta, spengo i fari, prima di rimettermi in marcia…dopo neanche un secondo sento solo urlare alle mie spalle in maniera concitata: “ARAP’ ARAP’ ARAP ARAP” mi giro solo il tempo di vedere un mtorino in attesa e un ragazzo con una pistola puntata al finestrino dell’auto dietro la mia…porco giuda, che culo non mi hanno vista, senza fari, sgommo, in stato di shock apppunto, cazzo li potevo salvare, come ho fatto a scappare così, avrei sdovuto leggere la targa, guardare meglio l’auto, chiamare i caramba…si dicono mille storie quando succede in macchina, si dice che non si limitino a rapinarti come quando sei a piedi, ma che si facciano accompagnare in giro a raccogliere droga, che ti costringano a guidare con la pistola puntata alla tempia e che ti lascino a piedi, di notte, in posti isolati, cazzo avrei potuto salvarli, invece come una deficiente sono andata in paranoia a ta l putno in paranoia che all’imbocco dell’autostrada davanti al passo sbarrato per lavotri in corso, invece di tornare indietro e riprenderla in altre zone consociute, proseguo dritto, dove sto andando? ma sì, sempre esce daq uqlache parte, sempre la trovo l’autostrada e tiro dritto, perdendo completamente l’orientamento inzio a vagabondare di notte con l’auto già in riserva, pochi spiccioli e ancora 40 km di autostrada che non riesco ancora a imboccare, su queste lingue di cemento e ferraglia, tutte uguali, un labirinto di garage e rimesse, e saracinesche abbassate e lucchetti e pallidissimi lapmioni e non un’anima in giro, a parte qualche spacciatore intento a trafficare, non un’insegna, un cartello, una freccia con qualche indicazione, in questo labirinto tra san giovanni a teduccio, barra , ponticelli, sempre più aggrovigliata, sempre più in preda al panico, sempre più senza bussola fino a quando su una panchina, 2 ragazzine in attesa dei fidanzati mi salvano la vita indicandomi la via d’uscita rpima che si esaurisca del tutto la benzina e prima d’icontrare il minotauro…stravolta, 2 choc uno dietro l’altro, arrivo a casa mi dico ecco e poi dico che non esco mai, ma cazzo faccio bene, meno male che non esco mai, il cellulare, personaggio muto di tiutta sta faccenda, all’improvviso ha un sussulto tiritì messaggio per te: maurizio: “felice di averti rivista, esci più spesso”.

    “mammet'” mi viene da dire spegnendolo prima di crollare

  11. Mom il 5 marzo 2009 alle 09:26

    Ringrazio soldato blu, per avermi dato una bella chiave di lettura del testo di Inglese. Inglese parla di esplorazione dell’ovvio, ma il risultato è molto inquietante.

  12. véronique vergé il 5 marzo 2009 alle 11:42

    Maria,

    Ti scrivo subito.
    Il tuo commento mi ha fatto un shock.

    E’ vero il tuo testo d’Andrea Inglese e il tuo hanno fatto incontro, nell’oscurità.

  13. Fabio Teti il 5 marzo 2009 alle 14:16

    Così Leopardi, nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri:

    “…ognuno di noi, da che viene al mondo, è come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamente, comincia a rivolgersi sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco; e dura così tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno, e alcune volte credendo di essere in procinto di addormentarsi; finché venuta l’ora, senza essersi riposato, si leva.”

    Brano che cito, per meglio spiegarmi, come possibile sfondo di contrasto: intendevo qualcosa di simile per una scrittura che arriva subito al suo punto di fuga, il punto di fuga essendo precedente l’atto di scrittura, e dunque bisognoso soltanto d’essere esemplato, informato in una massima od uno specimen purchessia. Il testo d’Inglese i conti col mondo li fa, mi sembra, diversamente, li fa empiricamente: in Leopardi abbiamo una sintesi metaforica, qui un’estrema divaricazione dialettica, puntiforme assommarsi di dati esperenziali ‘attraversati’ e ognuno dei quali passibile di aprire a un corollario altro di associazioni: le quali però possono derivare soltanto dai dati di uno spazio, con Perec, sensibilmente fruito: scrittura dell’esperienza e non esperienza della scrittura. I due tempi che Soldato Blu ha ben notato – che qualcuno anche definisce, se non sbaglio, della rappresentazione e del rappresentato – partecipano appunto della dialettica che si instaura tra quella che chiamavo tensione apofgtematica (tensione di arrivare all’affermazione, all’incisione, al motto conoscitivo stringente) e tutte quante le interdizioni di prospettiva, qui sonore prima ancora di informarsi in immagini, che impediscono l’approdo facile, negano ogni preconcetto o apriorismo arrivando (tramite una tecnica sapientissima) a definirsi quasi da sole: frammenti di immagini che stanno al tutto appunto come parti di mosaico, contribuendo a una figura definitiva e definibile solo a posteriori, un tutto mai antecedente le sue parti.

    Ancora: nel mio primo commento raffrontavo, per aiutarmi a capire, la struttura catalogica di Inglese con quelle di Montale. Ne riporto una che esemplifica bene questa differenza: Il ramarro, se scocca (da Le occasioni, Mottetti, IX):

    Il ramarro, se scocca
    sotto la grande fersa
    delle stoppie –

    la vela, quando fiotta
    e s’inabissa al salto
    della rocca –

    il cannone di mezzodì
    più fioco del tuo cuore
    e il cronometro se
    scatta senza rumore –

    ……………………….

    e poi? Luce di lampo
    invano può mutarvi in alcunché
    di ricco e strano. Altro era il tuo stampo.

    Qui il catalogo, ellittico e metafisicamente teso, è pensato tutto, e tutto attratto magneticamente, dall’affermazione della chiusa. Montale sceglie delle immagini apparentemente naturali (ma culturalmente stratitificatissime, sia a livello intertestuale che contestuale) e procede per via di negazione, come certi mistici, per affermare l’incolmabile scarto ontologico tra queste (e dunque la potenza dell’arte) e il tenore ineguagliabile dell’Assente, quella Clizia qui già in via di angelicazione. Ma non voglio parlare di epifanie più o meno disforiche e di questo enorme mito poetico novecentesco. Mi interessa invece, per contrasto, dare un esempio concreto di un catalogo pensato e costruito in funzione di una chiusa o sentenza sicuramente antecedente il tipo di esperienza messa in gioco, e uno, come quello di Inglese, che sembra invece realmente informarsi per reale attraversamento dello spazio (anche se qui il soggetto non è il ‘passante’ di molte poesie), in presa diretta, dove la concretezza del reale, e le sue connessioni probabilistiche, paiono a un tratto procedere quasi da sole in direzioni imprevedibili e stranianti, anche cromaticamente conflittuali, sempre traslocanti il fuoco della fuga, la drittura prospettica, e ciò nonostante risultanti dopo, a lettura terminata, necessarie e indispensabili alla figura espressa dal ‘mosaico’, per cui non so se a ragione mi richiamavo a Benjamin.

    Ora. Non sono affatto sicuro d’essermi riuscito a spiegare; quantomeno offro degli esempi ragionati di ciò che ieri dicevo un poco rabdomanticamente. Io ho ventitré anni e premetto di non capirci una “cippa”, come si dice, il tono serioso non sembri dunque supponenza. E’ che questo punto della scrittura di Inglese mi interessa da vicinissimo, lo osservavo tra me e me già nei riguardi di molte sue poesie, ho dunque colto l’occasione per mettere in chiaro un po’ di cose e vedere di essere, nel migliore dei casi, corretto ed integrato.

  14. gina il 6 marzo 2009 alle 07:20

    (maria: direttamente dalle giovani femmine dei 70 che ora ci son nonne : se stai a casa (da sola, neh) sei sicura che davvero non ti capita nulla:). death proof forse potrebbe andare, come terapia d’urto:)

  15. soldato blu il 6 marzo 2009 alle 07:21

    Maestro: forse non ancora, a ventitré anni.
    Ma è certo che, alla tua età, Fabio, ti sorregge una superba maestria. Grazie delle tue letture di Inglese, che sempre mi affascina.

  16. andrea inglese il 6 marzo 2009 alle 08:44

    a soldato blu e fabio,
    beh, poi dicono della “morte della critica”… qui disinvoltamente elargite analisi davvvero apprezzabili;
    il parallelo per contrasto con Montale, in particolare, che hai ben chiarito Fabio, è senz’altro pertinente: io amo il gremito degli eventi, seppure costantemente traversato da violenza, e non mi appartiene il nichilismo metafisico di Montale.

  17. maria v il 6 marzo 2009 alle 11:48

    gina, io sono a pezzi perché, nonostante desideri, più di ogni altra cosa, la normale e più ovvia delle banalità, non faccio che inciampare continuamente in queste prove d’urto come unica terapia ad una vita narcolettica, mi viene da piangere perché tra qualche mese compirò 31 anni ma sfesteggiando l’undicesimo anno di singletudine in cui di queste vicende me ne saranno accadute a bizzeffe senza aver mai potuto avere qualcuno al mio fianco che non fosse, nella migliore delle ipotesi, il passante, l’estraneo, lo sconosciuto che passava per caso di lì… e scelgo come cura dell’anima uno dei pochi libri che mi capisce e mi conforta e te lo dedico a te, a Véronique, a tutte le donne…una mimosa in anticipo

    …vi sono attimi nella vita, attimi tremendi, nei quali una creatura emerge dalla propria nicchia, guarda fuori ed è uno spavento”.
    Katherine Mansfield

    [io direi meglio “vi sono attimi della vita, attimi tremendi in cui una donna si guarda dentro ed è solo spavento …”]

    …caratteri che fanno da comune denominatore a questa maniera di fare arte:
    – la perdita di identità;
    – il rifiuto del prevalere del senso della realtà sulla sfera emozionale
    – la romantica ribellione alla dipendenza da qualcosa e qualcuno
    – la tenerezza come meta mancata e quindi frustrante
    – l’assenza (e l’angoscia che ne deriva) di una forma “adulta”, altruistica, d’amore

    Alla base della cosiddetta Body art e di tutte le operazioni presentate in questo libro c’è la necessità (ciò che non può non essere) inappagata di un amore […]
    L’aggressività che contraddistingue tutte queste azioni, eventi, montaggi di sequenze fotografiche, performance, nasce proprio da questo amore non corrisposto.
    Pertanto viene mutato in amore verso altri se stessi sdoppiati, camuffati, idealizzati, verso il romanzo di sé.
    L’avidità di amore si fa narcisismo nel feto che continuiamo incessantemente ad essere (ma essere amati in questo modo è il solo potere che può ridare senso alla vita di tanti fra noi).
    […]
    un’analisi esasperante di tutte le possibilità di ciascun istante di ogni funzione di ogni parte del corpo, con quella sfrenatezza di chi non cessa di muoversi e di sperimentare, con grande consumo di energie e dilapidazioni di forze che rimescolano continuamente tutto, come se la conoscenza fosse una geografia intesa di traverso.
    Si tratta, spesso, di individui apprensivi, ma anche di osservatori estremamente acuti, interessati a un nuovo modo cognitivo con grande intensità d’attenzione e vigilanza…Al pari di Artaud vogliono provare tutte le possibilità che ci sono date di conoscerci per mezzo del corpo e della sua perlustrazione. La messa a nudo di questo diventa l’estremo tentativo per conquistare il diritto di metterci al mondo di nuovo.
    le esperienze sono il più delle volte autentiche e, quindi, dolorose e crudeli. Coloro che sentono dolore hanno bisogno di avere ragione.
    Questi artisti non guardano lungamente la vita, non si esprimono sommessamente, non escludono nulla e, in molti di essi, specie quando mettono allo scoperto l’organizzazione mostruosa del reale e tutte le nostre infermità (sottraendosi alla connivenza farisaica e alla tartuferia ipocrita), la sofferenza non si scioglie nel misticismo.
    E’ un affrontare la morte attraverso la vita, frugando al di sotto, esibendo il segreto e il rovescio. Solo sperimentando a poco a poco la morte si riesce a saperne un po’ di più sulla vita, solo mostrando quanto è precario tutto ciò che siamo abituati a chiamare stato normale. Non sceneggiano la storia di un personaggio. Cercano l’uomo- umano, che non è castrato dal funzionalismo della società, l’uomo che sfugge al concetto di profitto. L’importante non è sapere, ma sapere che si sa. E’ uno stato in cui la cultura non serve più a niente.
    Sbloccate le forze produttive dell’inconscio, si scatenano – in un continuo drammatizzare isterico – conflitti tra desiderio e difesa, tra licenza e divieto, contenuto latente e manifesto, ricordi e resistenza, castrazione e autoconservazione, tra pulsioni di vita e di morte, tra voyeurismo ed esibizionismo, tra tendenze sadiche e piacere masochistico, fantasie distruttive e catartiche.

    Se volessimo cercare analogie con fenomeni patologici le troveremmo nelle intemperanze da neuro labilità, nelle crisi isteriche (cioè reazioni emotive sproporzionate agli stimoli esterni), nelle nevrosi d’abbandono, nelle inibizioni allo sviluppo adulto, nell’autoerotismo, nell’ossessività maniacale, nella paranoia, aspirazione all’onnipotenza, avidità orale, allusività sadica.

    Se volessimo rintracciare dei moventi di perversione, li troveremmo nel feticismo, travestitismo, scopofilia, cleptomania, paidofilia, necroflia, sadomasochismo, rupofobia, scatofagia; se volessimo solo accennare a qualche sintomo psicotico basterebbero la dissociazione, malinconia, delirio, depressione, manie persecutorie.

    Ma probabilmente è un procedimento troppo qualunquista; non è ricorrendo ai prestiti della psicopatologia che arriveremmo ad intendere il fascino di questa reductio ad absurdum che molti tra gli artisti considerati oggi d’avanguardia praticano a loro rischio[…]
    il disagio del bisogno inappagato, l’azzardo implicato dal nostro esistere precario, la continua tensione di fronte alla prospettiva di ipotesi non si sa quando e come realizzabili…tutto questo quotidiano porta inevitabilmente a uno stadio di angoscia dell’essere nel mondo, al dolore per l’impossibilità di mettersi in reale rapporto con esso: ecco, allora, la reazione da catastrofe, il delirio di protezione.

    “sia che si tratti del corpo altrui sia che si tratti del mio, non ho altro modo di conoscere il corpo umano che viverlo, cioè assumere sul mio conto il dramma che mi attraversa e confondermi con esso” (Maurice Marleau-Ponty).
    Dunque le cose che cono fuori di noi e il nostro stesso corpo, ciò che succede in noi e ciò che succede di noi, si fa predominante. Gli oggetti devono essere la prova che i nostri simili non sono entità isolate rispetto a noi, gli oggetti devono dimostrare che le persone sono o non sono insieme con noi. L’essere insieme o no ci viene rimandato dalla fisionomia delle cose; il rapporto tra l’artista e l’altro ha luogo nell’essere vicini e lontani dagli oggetti. Assistiamo al recupero dell’oggetto amato[…] al ripristino di questa immagine nel mondo esterno, quale compensazione alle nostre cariche di energia affettiva delusa[…]
    laddove il desiderio di qualcosa subisce una rimozione, la sua libido si trasforma in angoscia[…] gli istinti repressi sono i pericoli che minacciano l’uomo civile[…]
    “io sottolineo il carattere mortale di quello che vado producendo, mi vivo frammentato, distrutto, dissacrato. la vostra partecipazione al mio mostrarvi smembramento è il momento magico in cui vi chiedo di ricompormi…”

    […]
    Non ci rimangono che due alternative: o il crimine che ci rende felici o il nodo scorsoio che pone fine alla nostra infelicità” scriveva de Sade.[…]
    Nel male l’uomo può riconoscersi e assumere il proprio volto? Nel male come rischio, come violenza su altri o se stessi, nel male come dissipazione, nel ferirsi, auto mutilarsi, darsi la morte? Il bisogni di cercare situazioni penose o umilianti, il mimare il far giustizia di sé, la coazione all’autopunizione che può giungere fino al suicidio…l’automutilazione dell’alienato non è che l’esempio più assurdo e terrifico, questo gettare qualcosa di se stessi fuori da sé fino alle forme più orrende di sacrificio resta il principio di un meccanismo che non può avere altro termine che la morte.
    Le situazioni presentate emanano quasi sempre cattivo odore o trasudano panico, ma il sangue e la morte non significano decadenza, il fango non è guanciale” (Raymond Queneau)……..

    Lea Vergine, Il corpo come linguaggio. La body art e storie simili, Skira Ed

  18. Diamante il 6 marzo 2009 alle 12:08

    Lo stile disarmante, sul punto d’esplodere senza mai farlo, è la cifra specifica di questo pezzo, magicamente sospeso a metà fra veglia e sonno, azione e fantasia, attivo e passivo, luce e tenebra, vita e morte in definitiva. “Noi siamo della sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra vita non è che un breve sonno” recita Shakespeare ne LA TEMPESTA. Ma questi sogni sono impastati di vissuto; e oggi poi, esiste ancora, specie nelle metropoli che ci bombardano di percezioni infinite, il sonno vero e proprio (a New York molta gente va dal dentista alle tre di notte), o non si tratta piuttosto d’uno stato a metà, d’un cullarsi sulle ansie e le tachicardie? E cosa produce un sonno “malato”, se non questa fantasticheria realistica ma al tempo stesso improbabile, sovrapposta, kafkiana? Gregor Samsa, è al risveglio da sogni inquieti che si ritrova scarafaggio. Mi sembra dunque che Inglese esplori qui la tragica impossibilità odierna a lasciarsi andare, non ultimo con la scelta di raccontare il tutto in un’unica frase, senza punti fermi se non quello finale, beffardamente preceduto dallo smascheramento delle finzioni quotidiane – ove oramai è compresa anche la notte.

  19. Fabio Teti il 6 marzo 2009 alle 12:40

    Ringrazio Soldato Blu, con imbarazzo anche, proponendo difatto la variante “maestria” > “fitta passione e non altro”.

    E ovviamente ringrazio Inglese, per ciò che scrive prima ancora che per l’attenzione rivolta a questi commentucoli.

    Su Montale… se ne potrebbe discutere a lunghissimo. Io credo, in poche parole, che il nichilismo sia in lui una conseguenza – intendo dire nel Montale dei primi tre libri – di un disperatissimo realismo metafisico, nel quale ogni tentata apertura al noumenico si ribalta in fallimento, in rivelazione sinistra della morte o del nulla. Come con le Madri di Nel parco di Caserta, colte non a rinnovare, con Goethe, le forme (forme che Montale, per arrivare a quelle Madri, aveva dovuto, dopo averle costruite, attraversare deformando), ma a bussare su un non meglio precisato muro in cerca appunto del vuoto. In questo senso mi trovo in disaccordo con quanti parlano di “miracoli” montaliani. Persino L’anguilla, in tutta la sua tenacia e apparente positività, si rivela come un viaggio alla morte, via crucis se integrata con Il bello viene dopo, raccontino-razo-antefatto pubblicato nella Farfalla di Dinard. Più in generale, al contrario di quanto accadeva improvvisamente all’Oreste del teatrino, è come se dal pirandelliano “strappo nel cielo di carta”, ogni volta tentato e voluto, Montale cercasse di riattingere una identità e una risoluzione, scontrandosi puntualmente con epifanie negative, da cui, allora, il nichilismo.

    Ad ogni modo, la posizione di Inglese a riguardo era già chiarissima, sempre che io non abbia frainteso, nel momento in cui interdiceva e rilavorava dialetticamente nei propri versi il più antico e già assai ambiguo (se si guarda alle fonti di quelle “trombe d’oro della solarità”) emblema montaliano, ossia i limoni:

    …Io colgo
    le loro bucce deformi, strizzate,
    guardo nei vani dov’era il succo,
    guardo il loro piccolo vuoto
    negli occhi.

    Chiudo su questi splendidi versi,
    nuovamente salutando tutti.

    Un abbraccio, se pure di pixel.

  20. véronique vergé il 6 marzo 2009 alle 17:28

    Un mimosa che sboccia nel mio cuore.
    Il senso delle prime righe del tuo commento l’ho sentito in corrispondenza.
    Mi è venuto a pensare che il corpo si copre di segni del dolore passato.
    La guarigione viene quando qualcuno viene a vedere il taglio o l’indovina.

    A te Maria, qualcuno verrà bene il tuo amore, farà della tua anima il suo mondo. Anch’io aspetto da un lungo tempo che una mano si mette sul mio cuore.

    Baci.

  21. gina il 6 marzo 2009 alle 19:15

    maria
    capito una cippa
    (come dice il fabio teti che tra l’altro mi piacerebbe sapere come mangia uno che parla apoftegma, dico proprio la postura, il gioco di mascella , la forma dei denti, l’innesto nella gengiva, il colore lo spessore della lingua fabio teti perdono, non c’è davvero rigurgito acredine, ma maraviglia)
    non ho capito una cippa maria dicevo della lieson dangerosa tra il primo il secondo pezzo di comment quello trascritto dal libro che ti parla, quindi precauzionalmente non son daccordo, ma è vero che siamo fatti della stessa trama dei sogni, come diceva la sorella di shakespeare, citazione:), e io davvero non so cosa sia normale, cosa sia la singlitudine se non la condizione naturale, che la cippa ce la si smazza da soli da che mondo è mondo. Ma ci sono gli amici (e tu ne hai, che ti voglion bene e non a pezzi intera integra)

  22. lucia cossu il 6 marzo 2009 alle 22:33

    maria
    scrivi questo e io ripenso all’altra volta che son passata per Napoli e passo per il Museo Nitsch e tu che lo citi per San Valentino e io che quasi ti scrivevo nell’altro post. Copeau (se ricordo bene), nei ricordi del Vieux-Colombier raccontava di come avesse trovato il punto di partenza andando au-delà de la peur, affondando dritti fino a non averne più. Peter Brook nel Punto in movimento parla della “recitazione impersonale” come arte andata perduta a causa di una confusione tra una ricerca del profondo e una immedesimazione e ricerca di liberazione dell’inconscio che non porta più avanti “il viaggio nel subconscio può essere un’illusione che nutre un’altra illusione e la sua recitazione rimarrebbe al punto in cui era” e rappresentare così “gli aspetti peggiori del teatro sperimentale provengono da una sincerità che è di fatto insincera”. Grotowski dice “L’attore non dovrebbe servirsi del suo organismo per illustrare “un movimento dell’anima”, egli dovrebbe compiere questo movimento con il suo organismo”. Io aggiungerei che non deve provare con se stesso quel movimento, ma compierlo e quindi crearlo, cosa che cerco di insegnare. Copeau dopo essere andato oltre la paura si serviva di questo per mettere in scena pièces, Eugenio Barba per creare e trovare forme. Brook di nuovo “Non è sufficiente che l’attore trovi la propria verità né che si apra ciecamente a impulsi emergenti da fonti profonde dentro di lui, che non può capire. ha bisogno di una comprensione che si fondi su un mistero più ampio e può trovare questa base soltanto mediante il sacro timore e il profondo rispetto per ciò che noi chiamiamo forma. Questa forma è il movimento del testo ed è anche il suo modo tutto particolare di cogliere quel movimento”. Crudeli con sé stessi per non farsi neanche lo sconto di affondare solo nella crudeltà (come Sade), crudeli come Artaud per avere la disciplina della forma dell’Odin di Barba, crudeli per non spingersi solo nell’automutilazione che nel mio mondo è un modo per sfuggire al dolore vero e solo delle volte una porta sincera di verità. Crudeli per essere e non escludere nulla, neanche essere vivi, che forse è crudeltà ancora più grande.

  23. lucia cossu il 6 marzo 2009 alle 22:37

    * alla fine del 2° Brook mi è saltato questo “Questa forma è il movimento del testo ed è anche il suo modo tutto particolare di cogliere quel movimento”

  24. Fabio Teti il 7 marzo 2009 alle 03:37

    porcate come tutti. questo si magna. provando a essere precisi?

  25. Diamante il 7 marzo 2009 alle 08:58

    Fratello di Shakespeare, lina. Comunque anche il tuo post non è che sia un esempio di chiarezza, a meno che tu non cerchi di proseguire l’ULISSE, o il FINNEGANS WAKE:)

  26. Turritano il 7 marzo 2009 alle 08:59

    Non so davvero a chi sto tentando di rispondere: al testo di Andrea Inglese, a Maria e agli autori che ha citato, o a qualche affermazione sparsa in qualche altro commento.

    D’altronde non so nemmeno quello che verrà fuori.

    Precedentemente non sono voluto intervenire sul contenuto.
    Anche perché non penso che sia la “solitudine” il tema del racconto di Inglese.

    E’ vero, lì il personaggio è solo, ma niente dice che si tratta di un problema di questo tipo.

    Questa confusione avverrà ogni qual volta si intenderà la “solitudine” come una “situazione” e, non invece, come “condizione”.
    Affezione particolare più o meno permanente, di un certo gruppo di individualità.

    Uso alcune parole di Lea Vergine riportate da Maria: “Se volessimo cercare analogie con fenomeni patologici”.

    Ecco io non userei le analogie con i fenomeni descritti più sopra.

    Ciò che intravedo come più simile alle forme caratteriale che distinguono il solitario è, invece, l’autismo.

    L’estrema variabilità di questa condizione umana, va dalla più assoluta chiusura a ogni comunicazione con gli altri, a forme – quasi impercettibili dall’esterno – di simultanea ripulsa del contatto con una tendenza quasi spasmodica all’incontro con l’altro.

    E’ certo che tutto ciò dipenda da una abnorme sensibilità ai segnali provenienti dall’esterno.

    Da un conseguente timore di non riuscire a controllarli, che – come avviene nei veri autistici – spesso si accompagna a una intelligenza
    non comune, formatasi proprio in questa dinamica di lotta continua per cercare di controllare l’ambiente che ci circonda.

    Al contrario, ancora, dei veri autistici che la orientano invece verso un’interiorità la quale offre loro il materiale più vario e curioso in sostituzione del mondo rifiutato.

    Come i gemelli autistici che si rimpallavano numeri primi a sei cifre, descritti da Sacks.

    Ancora Lea Vergine: “Se volessimo rintracciare dei moventi di perversione”.

    Li rintracceremo, allora, quando un “solitario”, individuato, per mezzo della sua sensibilità, un altro “solitario” – sentendo chiaramente che quello solo può essergli compagno – lo incalza per non rischiare di perdere la perla ritrovata.
    Ma provocando, in quel modo, la fuga e la ripulsa di quello.

    Facendo esattamente quello che ogni “solitario”, compreso lui, avrebbe fatto, se si fosse trovato nella situazione di preda e non di cacciatore.

    Un solitario può stare solo con un solitario, ma il loro incontro
    si rivela quasi sempre impossibile.

    Il problema non è psicologico o psicoanalitico, ma etologico.

  27. maria v il 7 marzo 2009 alle 09:04

    gina quello che mi piace scoprire in un commento è proprio la stranezza che l’altro non capisca quello che a me pareva cristallino :-)
    sugli amici lasciam perdere, ho sempre fatto di tutto per perderli, infatti, basta non rispondere mai al cel, alle mail, barricarsi in casa e nascondersi sotto il letto quando audaci vengono a bussarti, e mandare a cagare tutti quelli che provano a protestare, soprattutto le donne, devo dire, – spero che nessuna si senta offesa se paleso un po’ della mia misoginia :-) quelle che sono sempre le prime ad uscirsene con frasi tipo: “ho la sensazione che tu mi stia evitando”(!!!!!!!) – ma no, dài, cosa te lo fa credere? ;-))))

    questi pochi contatti virtuali sono il peso massimo che riesco a sopportare, ma grazie come sempre

    lucia, anche a te, grazie di tutto cuore
    io amo il teatro, anche se solo da vedere e leggere e non sono un’intenditrice anche se mi sarebbe piaciuto, ma ormai è tardi, e trovo molta sintonia con ciò che dici, anzi stavo rileggendo qualche giorno fa, pippo delbono che diceva proprio:” sì, la mia cura è stata anzitutto quella di allargare la mia follia, di andarci apputno fino in fondo…aprirsi a delle persone che sono al limite..” e finire così nel manicomio di aversa, dietro casa, diciamo ;-)))
    e poi, così, se a qualcuno interessa, dico che da poco ho visto le pulle di emma dante e mi sono commossa, se vi capita andate
    http://www.emmadante.it/
    http://www.emmadante.it/biografia.html

    abbraccio con affetto

  28. maria v il 7 marzo 2009 alle 09:05

    turritano, scusa non ti ho visto

  29. Soldato blu il 7 marzo 2009 alle 09:15

    Per non confondere le acque:

    causa un bischerata n.i. [non identificata]
    l’intervento 08:59, che è di Soldato blu, è comparso come fosse di un altro Turritano.

  30. maria v il 7 marzo 2009 alle 09:25

    soldato/turrito, c’ho riflettuto, il problema è entomologico:

    “…poi mi sono sdraiato
    sopra un prato
    chissà se ho schiacciato le formiche.
    Due ragazzi mi hanno preso in giro
    ridevano di me
    chissà se mi hanno ferito”
    (dalle poesie di Bernardo Qyaranta citate in Barboni di Pippo Delbono)

  31. gina il 7 marzo 2009 alle 09:56

    bello il repulisti psicanalitico
    fabio teti m’interessava più che altro il come ma non mi deludi: un orcomanno!:)
    diamante: la sorella di shakespeare si chiamava judith, un what if con mimosa di ritorno, per maria

    Consentitemi di immaginare, dal momento che i fatti sono così difficili a ottenersi, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, poniamo. Molto probabilmente Shakespeare frequentò – perché sua madre era un’ereditiera – la scuola secondaria, dove è probabile che avesse imparato il latino- Ovidio, Virgilio e Orazio – e gli elementi-base della grammatica e della logica. […] Nel frattempo quella sua sorella straordinariamente dotata, immaginiamo, rimaneva in casa. Era altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo quanto lo era lui. Ma non venne mandata a scuola. Non ebbe la possibilità di imparare la grammatica e la logica, men che mai quella di leggere Orazio e Virgilio. Di tanto in tanto prendeva in mano un libro, magari uno di quelli di suo fratello, e ne leggeva alcune pagine. Ma a quel punto arrivavano i genitori e le dicevano di rammendare le calze o badare allo stufatoe smetterla di fantasticare fra libri e fogli di carta. Avranno certo parlato con tono brusco ma gentile, perché erano gente concreta che sapeva come debbono vivere le donne e amavano la loro figlia – anzi, più facilmente di quanto non si creda, lei era la prediletta di suo padre. E’ possibile che scrivesse di nascosto qualche pagina, su in soffitta, ma stava bene attenta a nasconderla o bruciarla. Molto presto, però, ancor prima che fosse uscita dall’adolescenza, dovette essere promessa in moglie al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza gridò che il matrimonio le era odioso, e per averlo detto venne picchiata con violenza dal padre. Ma poi l’uomo smise di rimproverarla. Piuttosto la supplicò di non darle questo dolore, di non disonorarlo rifiutando il matrimonio. Disse che le avrebbe regalato una collana o una bella sottogonna; e aveva gli occhi pieni di lacrime. Come faceva a disobbedirgli? Come faceva a spezzargli il cuore. Fu la forza del talento che era in lei, da sola, a indurla a compiere quel gesto. Una notte d’estate la ragazza preparò un fagottello con le sue cose, si calò giù con una corda e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. […] Come suo fratello, lei possedeva il dono della più viva fantasia per la musicalità delle parole. Come lui, aveva una inclinazione per il teatro. Si fermò davanti alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Quegli uomini le risero in faccia. L’impresario – un uomo grasso, dalle labbra carnose – scoppiò in una risata sguaiata. Urlò qualcosa a proposito dei cani ballerini e delle donne che volevano recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto fare l’attrice. L’uomo fece intendere invece – vi lascio immaginare che cosa. Non avrebbe mai trovato qualcuno che le insegnasse quell’arte. E, del resto, avrebbe forse potuto cenare nelle taverne o andarsene in giro per strada a mezzanotte? Eppure il suo talento la spingeva verso la letteratura e desiderava ardentemente potersi nutrire in abbondanza della vita di uomini e donne e studiarne i costumi. E alla fine – poiché era molto giovane, stranamente somigliante nel volto a Shakespeare, il poeta, con gli stessi occhi grigi e le sopracciglia arrotondate alla fine Nick Greene, l’attore impresario, ebbe compassione di lei; la ragazza si ritrovò incinta di quel gentiluomo e così – chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? – si uccise, in una notte d’inverno, ed è sepolta nei pressi di un incrocio, là dove oggi si fermano gli autobus vicino a Elephant and Castle.” (Virginia Woolf, da “Una stanza tutta per sé”, in Opere, vol. II, Mondadori, pp. 350-353:))))))))))).
    http://www.youtube.com/watch?v=po417I2tbCg

  32. Soldato blu il 7 marzo 2009 alle 10:20

    @ Maria

    non so se ho capito la citazione di Bernardo Quaranta, o forse non la voglio capire, perché se, col mio intervento, ti ho ferito, questa sarebbe per me una cosa veramente dolorosa.

    Non era mia intenzione mobilitare vaghe reminescenze di letture malcomprese per confezionare un abito di ferro in cui costringere altri.

    La scelta di un linguaggio pseudo.oggettivo e assertivo era per nascondere qualcos’altro:
    che quello, in verità, è un mio ritratto, in cui i segni osceni di ferite sempre sanguinanti, vengono coperti,
    per sanare almeno la sofferenza della vista,
    da righe tipografiche costruite sulle suggestioni
    provocate dalla lettura di ben altre pagine:

    quelle scritte dalla coppia
    N. e E.A Tinbergen, Bambini autistici, Adelphi 1984,
    in cui N. sta per Nikolaas, premio Nobel per la Medicina sì,
    ma perché creatore, assieme a Lorentz e von Frish, dell’Etologia.

    Io non so se saprò farmi perdonare, allora, ma per tentarci, termino, cercando di sostituire la poesia di Quaranta con un’altra, leggermente modificata rispetto a una versione da me già utilizzata in N.I.:

    BARBONI

    Zombi, anime dannate
    , dall’esterno.

    Dentro, anime incantate
    o incatenate.

    Guardano, alla Stazione, partire Angeli
    verso altri Paradisi.

    Compiangono i Ritorni
    : per loro sono morti che hanno fallito
    nel compiere l’ultimo tragitto.

    Perdendo l’occasione di amare perdutamente Persefone
    o Maria.

    Giovanni Cossu.

  33. maria v il 7 marzo 2009 alle 10:50

    gesummaria soldato, come ti viene in testa? per ferire me occorre un cacciabombardiere, ho avuto certi maestri, e fin dalle elementari…il punto è proprio questo che nessuno può più ferirmi, sono tutta una ferita ormai, più di così, non c’è più niente da ferire
    solo lasciatemi sbrodolare ogni tanto senza dovermi sempre scusare, spiegare che non ce l’ho con nessuno, che non è niente di personale, che non è mai ad personam, che me la prendo ora con i maschi ora con le femmine, gli unici con cui mi trovo quasi sempre d’accordo sono i trans

    gina, adesso capisci perché ti avevo dato dell’uccellona ;-)))
    senti però, anche se i vecchietti mi stanno assai simpatici, perché per la nostra festa non facciamo qualcosa di diverso, tipo un po’ di… questo ;-))

    http://www.youtube.com/watch?v=HHhhcKxflMY

  34. véronique vergé il 7 marzo 2009 alle 10:56

    Ho molto apprezzato il commento di Gina che accenna a Virginia Woolf che mi ha accompagnata durante la mia adolescenza.

    A te Maria,

    Un’ amica rispetta sempre il tuo silenzio, perché sente il tuo cuore.
    Ti capisce.
    Un abbraccio forte.

  35. gina il 7 marzo 2009 alle 11:19

    :)
    e stanotte celebriamo gli incroci!!!!!!
    (la (s)chiusa della stanza:
    “Vi ho già detto che Shakespeare aveva una sorella; ma non la dovete cercare nelle biografie del poeta.
    Ella morì giovane, ahimè non scrisse mai una parola.
    Giace seppellita là dove si trova oggi la fermata degli autobus, presso Elephant and Castle. Ora io credo che questa poetessa, che non scrisse mai una parola e venne sepolta presso un incrocio, vive ancora. Vive in voi e vive in me, e in molte altre donne che non si trovano qui questa sera, perché stanno a casa a lavare i piatte o a far dormire i bambini. Tuttavia essa vive; perché i grandi poeti non muoiono; sono presenze perenni; hanno bisogno soltanto di un’opportunità per tornare tra noi, in carne e ossa. Ora questa opportunità, mi sembra, siete finalmente in grado di offrirgliela voi. Poiché io credo che se viviamo ancora un altro secolo – parlo della vita comune, che è la vera vita, e non delle piccole vite isolate che ognuno di noi vive come individuo – e riusciamo ad avere cinquecento sterline l’anno, ognuna di noi, e una stanza propria; se abbiamo l’abitudine della libertà, e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo, se usciamo un attimo dalla stanza comune di soggiorno, e vediamo gli esseri umani non sempre in relazione l’uno con l’altro bensì in relazione con la realtà, e anche il cielo e gli alberi o ciò che si voglia; se guardiamo oltre lo spauracchio di Milton, poiché nessun essere umano ci può chiudere la visuale; se guardiamo in faccia il fatto, poiché si tratta di un fatto, che non c’è un solo braccio al quale appoggiarsi, ma che dobbiamo fare la nostra strada da sole e che dobbiamo essere in relazione con il mondo della realtà e non soltanto col mondo degli uomini e delle donne; allora si presenterà finalmente l’opportunità, e quella poetessa morta, che era sorella di Shakespeare, ritornerà al corpo del quale tante volte ormai ha dovuto spogliarsi.
    Attingendo la sua vita dalla vita di quelle sconosciute che l’hanno preceduta, come prima di lei fece suo fratello, nascerà la poetessa. La possibilità tuttavia che ella possa nascere senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte vostra, senza quella decisione che ci vuole perché una volta rinata ella possa ella possa vivere e scrivere il suo poema, è comunque da scartarsi, perché ciò sarebbe assolutamente impossibile. Ma io sostengo che ella arriverà, se lavoriamo per lei, e che lavorare così, sia pur nella povertà e nell’oscurità, vale la pena.”)

  36. Diamante il 7 marzo 2009 alle 14:34

    Bel pezzo quello della Woolf, gina. Ho letto UNA STANZA TUTTA PER SE’. E anche se non ho capito cosa c’entrasse (o forse sì: l’8 marzo, giusto?), ho apprezzato che tu l’abbia postato: è sempre bello rileggerlo, oltre che affascinante.
    A presto

  37. maria v il 7 marzo 2009 alle 16:31

    bellissima gina…anch’io ci terrei a lanciare il mio sabba, per questa notte, e proseguendo gli incroci e i riti, gemellando questo luogo con il photoshockerò di furlenza, dedicherei a Diana, Lucina o patrona dei parti e della luce, lei regina adolescente androgina o ambigua divinità dei trivi, iraconda dispensatrice di folle demenza, evocata nei riti magici sopravvissuta a secoli di catechesi forzata ed exauguratio, patrona delle mie grotte e del mio tempio, strega, Diana o dea virgo, Diviana risplendente, alla mia dea pagana e domina, Diaboli ianua…

    “Chiederemo ai teologi se mai ebbe luogo una teofania più sconcertante di questa? Una dea si è mai proposta, o meglio, si è mai sottratta agli umani sotto le lusinghiere sembianze di vergine fulgida e assassina? O chiederemo ai maghi, agli astrologi e alle levatrici, meglio a cinegeti illuminati, d’interpretarci questo eteroclito sistema (arco, luna, cani, fiaccole, cervi, vesti di donne gravide, verghe per flagellare efebi, lance, fiori di alberi sacri)?
    Ci diranno se tanti segni, prima d’indurre a certe pratiche, consentono d’intendere la teofania nei suoi attributi contraddittori (verginità e morte, notte e luce, castità e seduzione)?
    […]
    Voi cacciatori che invocate Diana, non vogliate troppo esplorare questa contraddizione! Subireste una sorte troppo simile a quella della preda. L’arco da voi teso è materia flessibile del sacramento della vergine. A ciascuno dei vostri desideri corrisponde una freccia della sua faretra. Alla corda allentata, quando scocca la freccia, somiglia la vita nell’attimo di concupire. Questo è il vostro destino: gli strali centrano la preda, ma solo a costo delle vostre brame.
    […]
    Possa non ingannarvi il riposo della Sagittaria, più solidale con gli animali che con i cacciatori accorsi dietro alla sua muta.
    Come si sente escluso il cacciatore dal cerchio di crocchie, di musi e ginocchia, chiusosi attorno alla vergine! Sta togliendosi la veste e la faretra!
    Ci aveva lasciati ansimanti alle sue spalle. Poi si è finta spossata e assieme convinta di aver temperato il nostro ardore. Infine, per portarlo al parossismo, si spoglia: rivela un corpo turbato e lo accarezza. Poiché suda, scende a confidare all’onda il suo segreto
    [..]
    Culmine della caccia artemidea, il bagno è l’istante più crudele.
    E’ quando l’ambìto riposo tra le braccai divine ci viene negato. Lei ora attesta la sua natura intangibile…intanto l’onda si increspa a fiore del vello verginale, drappeggia il ventre fecondabile, accarezzato da tenere palme, dianzi contratte sull’arco. Le agili dita, pronte a sfilare gli strali, scorrono sull’ombelico e sui capezzoli turgidi…
    [..]
    Che voleva Atteone? Tendere un’insidia venatoria al suo genio tutelare?
    Però che strana idea voler sorprendere il principio della propria vocazione e, al tempo stesso, quasi contestarlo! E che pazzia supporre la dea sul punto di distendersi, spogliarsi, tuffarsi tranquilla! Crederla afflitta da noia tanto singolare da risolversi a mostrasi a lui, per suo diletto e privilegio esclusivo, e farsi cogliere come una bacca selvatica!
    […]
    Se il Regno dei Cieli appartiene ai violenti, Atteone mosse il primo passo sulla via della saggezza nell’attimo stesso di scostare le fronde della siepe ardente, primo veggente in marcia, armato e mascherato.
    […]
    Atteone dubitava che la mano di Diana fosse casta, perciò ne avvertiva il pericolo. Riteneva una posa la sua castità.
    […]
    in utlimo, ambizioso tanto da voler spiccare quale geloso eresiarca in seno all’ortodossia efesia, egli aveva rintracciato le vestigia d’una verità segreta in una locuzione affatto banale: “I CANI ABBAIANO ALLA LUNA”
    Cinegetica e astrologia
    […]
    Come rasserenato dalle canine concretezze, il trascendente chimerico subisce una lodevole rettifica, consente ascendere umilmente al livello del Cane,
    e in contrapposto il Cane assurge al sublime degli astri[…]

    Lei si compiace dell’incertezza perenne di appartenere o non appartenere a un principio virile. L’incertezza è il suo regno, il suo universo. Diana è in agguato: diviene oggetto di quanti sono soliti guatarla. Non si contano forse dei discepoli tra i suoi adoratori? E il più perspicace il più colto il più devoto dei sauoi discepoli non divenne forse il peggiore dei suoi profanatori?
    “L?amante che tu desideri non è immune dal tuo rigore”
    Così la dea non può sfuggire alla definizione che si è data.
    Volendosi riposare dalla corsa, vuol vedersi mentre riposa immersa nell’onda, ma resta nondimeno aggressiva.

    E’ per uccidere che accetta di essere vista, ma nell’uccidere si concede.
    Ucciderà se uno sguardo la insozza, ma esalterà colui che morente l’avrà scorta”

    (Pierre Klossowski, il Bagno di Diana)

  38. gina il 7 marzo 2009 alle 17:43

    maria
    lei è la mia luna! e stasera si va di arco:)
    un abbraccio

  39. Soldato blu il 7 marzo 2009 alle 18:22

    In un terreno così scivoloso come quello delle relazioni tra comportamenti istintuali e mito è certo l’insegnamento di C.G. Jung quello di cui non si può fare a meno.

    Ma si è creata in questo thread una certa costellazione di fatti, di descrizioni di comportamenti intrecciate a espressioni letterarie alte, che – con un doppio salto mortale in cui forse mi spezzerò l’osso del collo – tenterò di rimanere sul già detto.

    Non tanto per rifiutarne un’interpretazione junghiana certamente fascinosa – almeno per me -, ma per tentare di legare tutto questo, che sembra averci poco a che fare, con quella che potrebbe essere un’altra lettura, parziale, del racconto di Andrea Inglese.

    Parlo del rapporto preda-predatore.

    All’inizio di un grande libro intitolato: “La macchina degli abbracci” [Adelphi, 2007] Temple Grandin, che è un ragazza autistica col tempo diventata uno dei più stimati zoologi-etologi americani [merito suo è che gli Stati Uniti abbiano oggi la legislazione più avanzata per la protezione degli animali dalla sofferenza] parla, partendo dalla sua esperienza personale, della paura del buio.

    Il nostro rapporto col buio, dice, dipende da quali moduli di comportamento abbiamo introiettato nel nostro atteggiamento di difesa dal predatore egemone.

    Per farla breve e vergognosamente semplice: se il nostro predatore è un predatore diurno, la notte sarà per noi un rifugio. Ma se il nostro predatore è un predatore notturno, sarà bene tenere gli occhi aperti.

    Qual è la creatura del buio che incombe, non nominata, nel racconto di Andrea?

    Sono certo che rivolgendo l’attenzione a certi microeventi che ne formano il tessuto, e reinterpretandoli – cosa che non farò – junghianamente, per uno che minimamente lo conosce, sarebbe facile anche dargli un nome.

  40. Soldato blu il 8 marzo 2009 alle 09:34

    L’ho fatto, ho riletto “Di notte” di Andrea Inglese.

    Ricordandomi del commento esplicito di Mom, 5 marzo 09:26: “ma il risultato è molto inquietante”, mi sono voluto di dare un prima risposta al “perché” il racconto appaia inquietante, magari non per quelle che erano le intenzioni dell’autore.

    Il metodo è semplicissimo, somiglia all’ “amplificazione” che rappresenta la fase iniziale nell’analisi dei sogni junghiana.
    Non è come l’”associazione libera” perché, al contrario di quella, “tiene il tema” individuato e ne espande il più possibile le connessioni con altri.

    Solo a quel punto possono esserci tentativi di interpretazione.

    Dal racconto “Di notte”:

    “la notte dominante”

    “a sud come a nord”

    “i cani […] latrano”

    “dei cani sento solo i latrati, il guaire di quello che viene ferito, il raspìo della zampe […], o forse sono intervenute delle linci, dei lupi, o animali dalle corna tozze, e zoccoli, come cinghiali, e fanno inseguimenti e cariche confuse”

    “bizzarre sirene […] sirene, quelle autentiche, le false e le vere sirene mescolano nella notte i loro fischi”

    “una prostituta stavolta”

    “e il cappuccio che gli fa ombra sul viso”

    “si divertono a incaprettarlo”

    “grande silenzio del sangue”

    “ora che i rifiuti verranno tratti via dalle strade e gettati nelle fauci buone”.

    * * *

    “Dal racconto di Esiodo risulta che ECATE fu in origine la triplice dea, dal potere supremo su Cielo, sulla Terra e sul Tartaro. Ma gli Elleni diedero la preminenza alla sua forza distruttrice a scapito della sua forza creatrice e infine essa fu invocata soltanto nei riti clandestini di magia nera, specialmente nei luoghi dove si incontrano tre strade.”

    “Le Erinni, compagne di Ecate, erano la personificazione dei rimorsi che tormentavano la coscienza di chi aveva infranto un tabù, e dapprima questo si riferì soltanto a insulti, disobbedienze e violenze nei riguardi della madre.”

    “Cerbero, associato dai Dori con il dio egiziano Anubi dalla testa di cane, che guidava le anime all’Oltretomba, pare che fosse in origine la dea della morte Ecate o Ecabe [Ecuba moglie di Priamo]; essa veniva descritta come una cagna perché i cani divorano la carne dei cadaveri e ululano alla luna.”

    “La leggenda della cagna bianca, cioè della luna Ecate, che partorisce un tralcio di vino durante il regno di Oresteo, figlio di Deucalione, è forse il più antico fra i miti greci riguardanti il vino”

    “I pioppi neri erano sacri a Ecate, ma i pioppi bianchi erano una promessa di resurrezione; la metamorfosi delle sorelle di Fetonte in pioppi sta dunque a indicare un’isola funebre dove un collegio di sacerdotesse fungeva da oracolo per il re tribale.
    [Pare che Bocklin: abbia tratto l’ispirazione dell’ “L’isola dei morti” dal Cimitero degli Inglesi, una specie di isola che si erge sui viali fiorentini.

    In questa costellazione rientra anche una mia vecchia poesia, se è permesso autocitarsi:

    allora giocano a non credere alle ombre

    GOTTFRIED BENN, Poesie statiche.

    Guerinu si chiamava il banditore
    al mio paese
    Scalzo ai piedi percorreva le strade
    annunciandosi a tutti con la tromba d’ottone

    Gesuino invece il vigile notturno

    Il terzo era il più grosso
    Guardia municipale
    portava addosso un divisa nera
    e un nome intraducibile Viovvu

    In modo temerario lo avresti imparentato
    al giustiziere di Fetonte.]

    “La cagna che allattò Asclepio doveva essere Ecate […].”

    “I sozzi demoni chiamati Empuse, figlie di Ecate, hanno natiche d’asino e calzano pianelle di bronzo, a meno che, come taluni vogliono, esse abbiano una gamba di asino e una gamba di bronzo. È loro costume terrorizzare i viandanti, ma si può scacciarle prorompendo in insulti, poiché nell’udirli esse fuggono con altre strida. Le Empuse assumono l’aspetto di cagne, di vacche o di belle fanciulle e, in quest’ultima forma, si giacciono con gli uomini la notte o durante la siesta pomeridiana e succhiano le loro forze vitali portandoli alla morte.”

    “ Le Empuse (“che si introducono a forza”) erano demoni femminili smaniosi di sedurre gli uomini: una concezione giunta in Grecia dalla Palestina, dove tali demoni portavano il nome di Lilim (“figlie di Lilith”) e venivano raffigurate con le natiche d’asino, poiché l’asino simboleggiava la crudeltà e la lussuria. Lilith (“civetta”) era l’Ecate Cananea e gli Ebrei, fino al Medievo, portarono amuleti per proteggersi dai suoi attacchi.

    ROBERT GRAVES, I miti greci.

    ***

    Ora posso iniziare.

    Tenterò di dare un’interpretazione – naturalmente soggettiva – del contenuto del racconto di Andrea Inglese…

  41. andrea inglese il 8 marzo 2009 alle 13:20

    Ok soldato blu, se tiri fuori i miti, mi siedo a gambe incrociate e ti ascolto come un bimbo quando gli si raccontano le prime favole…

    Ma appena ho tempo, voglio dire un paio di cose sulla tua lettura.

  42. lucia cossu il 8 marzo 2009 alle 13:50

    soldato blu, …. ………
    ci punisci essendo la nostra festa e dobbiamo aspettare l’interpretazione. Ma son reduce da tentativo di danzare fino all’alba in un locale di testaccio con fauna solitariamente ammassata che lascia desolati e tristi.

  43. maria v il 8 marzo 2009 alle 15:05

    beh, non so se almeno gina è riuscita a fare un bottino dignitoso con qualche fagiano o beccaccia, io ho solo sprecato munizioni della mia cerbottana e devo ancora un gallo ad Esculapio… ma stasera ritento, o donne che dicono di tirar giù la luna, ascoltatemi, bisogna rompere tutti i patti, spezzare tutti i giuramenti sprecati fatti agli sposi immeritevoli, all’uomo, questo imeneo del mondo…

    nel frattempo consoliamoci coi miti, tutti attorno ai piedi del soldato:
    “Neri intenti, mani abili, droghe adeguate, acconcio momento, ora propizia quando nessuno è attorno, tu fetida mistura d’erbe raccolte a mezzanotte e dal male d’Ecate tre volte unte e infette, la tua magia spontanea, la tua atroce virtute usurpano di colpo ogni vital salute.
    Versa il veleno nell’orecchio al dormiente.”(dall’Amleto) //

    _Quali particolari affinità gli sembrava esistessero fra la luna e la sua donna?

    -La sua antichità nel precedere e sopravvivere a successive generazioni telluriche: la sua dominazione notturna: la sua dipendenza di satellite: il suo riflesso luminare: la costanza in tutte le sue fasi, il sorgere, il tramontare al momento stabilito, luna crescente e calante, l’invariabilità forzata del suo aspetto: la sua risposta indeterminata all’interrogazione non affermativa: il suo influsso sul flusso e riflusso delle acque: il suo potere di fare invaghire, di mortificare, di rivestire di bellezza, di rendere folli, incitare, coadiuvare alla delinquenza: la tranquilla imerscutabilità del suo volto: la terribilità della sua isolata dominante implacabile vicinanza: i suoi auspici di tempesta e di bonaccia: lo stimolo della sua luce, del suo movimento e della sua presenza: l’ammonimento dei suoi crateri, i suoi mari aridi, il suo silenzio: il suo splendore, quando visibile: la sua attrazione quando invisibile
    (dall’Ulisse di J.Joyce,)

  44. gina il 8 marzo 2009 alle 17:37

    maria gli incroci sono luoghi magici, da…. colonna sonora di blueberry nights:
    http://www.youtube.com/watch?v=SDsxkQk6DWw
    :)

  45. maria v il 9 marzo 2009 alle 15:11

    benissimo gina, allora, alla tua: Nunc est bibendum!

    io ancora cilecca, ma siccome mi sto troppo divertendo con ‘sta storia delle streghe, finché non trovo la maniera di riconciliarmi con me stessa, vi affliggo ancora un poco ;-)

    Epodo XVII
    (Palinodia per Canidia)

    “Pace. Mi arrendo alla sapienza magica.
    Supplico, per il regno di Proserpina
    e il potere intangibile di Diana,
    per i volumi della sacre formule
    che possono schiodare
    le stelle e farle scendere dal cielo,
    Canidia, ferma le maledizioni,
    sciogli all’indietro il rombo, presto, stornalo!
    […]
    Ho scontato abbastanza, ho già pagato,
    o cara ai marinai e ai bottegai.
    Fugge la giovinezza e la mia aria
    onesta e sana, sono un mucchio d’ossa
    avvolto in una pelle cadaverica.
    Mi hanno fatto canuto i tuoi profumi.
    Non faccio nulla e non ho mai riposo.
    La notte scaccia il giorno e il giorno scaccia
    la notte e l’ansia non mi lascia il cuore.
    Dunque ho perduto, e quello che negavo
    per mia sventura è vero: i sortilegi
    dei Sabelli feriscono il cuore
    e la nenia dei Marsi dà il farnetico.
    Che vuoi ancora? Mare, terra, brucio,
    più di Ercole cosparso di quel nero
    sangue di Nesso, più della rovente
    fiamma verde dell’Etna siciliana:
    e finché non sarò cenere asciutta
    sparsa al vento maligno, infierirai,
    fucina dei veleni della Colchide.
    C?è un basta? Oppure, quale cifra manca?
    Dimmelo. Sborserò senza raggiri.
    Cento giovenchi? be’, li avrai. Poesia
    in mala fede? E sia: “O casta, o pure
    passeggerai tra gli astri stella d’oro…”

    […]
    Così tu che lo puoi, ridammi il senno,
    o indenne tra le macchie di tuo padre,
    tu che non fosti mai la vecchia esperta
    che profanava dopo i nove giorni
    le ceneri di tombe proletarie:
    cuore ospitale, vereconde mani:
    e Pattumeio è frutto del tuo ventre:
    è tuo il sangue
    che l’ostetrica lava nei lenzuoli
    quando tu, forte puerpera,
    dopo ogni parto balzi giù dal letto”
    […]
    (Quinto Orazio Flacco)

  46. gina il 10 marzo 2009 alle 07:21

    ma che grandiosa presa per il culo:))))

  47. Soldato blu il 10 marzo 2009 alle 07:30

    “perché solo il farnetico è certezza”

    EUGENIO MONTALE, Satura.

  48. gina il 10 marzo 2009 alle 07:44

    ah maria
    te lo dico da amante di tarantino, da robusta vergine di porto, quindi dotata di altrettanto robusta ombra di melassa alla quale lascio lo spazio che merita se no mi fotte quando meno me l’aspetto, tipo nel belmezzo di una rissa nella foresta dei pugnali volanti e perdo lucidità e dimentico di abbassarmi e ci resto secca:):
    my blueberry nights è una grandiosa esplorazione dell’ovvio, della torta ai mirtilli, della notte/giorno, della macchina, del gioco d’azzardo, dell’amore del bar, del bancone del bar, del vaso del bar con le chiavi di casa e della tele-camera ed è girato da dio e jude law è semplicemente grandioso.

  49. maria v il 10 marzo 2009 alle 08:13

    gina, io non lo volevo dire perché, chi non c’è abituato comincia a dubitare seriamente che io abbia a che fare qualcosa con le arti magiche, ma ho appena, circa un paio di giorni fa, spedito – sempre per posta e non ne faccio troppe di ‘ste cose, credimi – il film ad un’amica che ero sicura l’avrebbe apprezzato più di me, non è che per caso l’hai intercettato tu? ;-))))

    sì, orazio è poeta che io ho amato profondamente in passato, anche per quella sua qualità di essere un gran pigliatore per cu**
    però nella seconda parte della poesia, che vi ho risparmiato, la fanciulla gli risponde secca secca: e tu credi davvero che io mi lasci impietosire? ;-)

    di frettissima, aggiungo solo che “ROMBO” è termine greco dello strumento magico: una ruota ai cui raggi era legata una torquilla (un uccello, il torcicollo, iynx in greco) fatta girare vorticosamente coll’accompagnamento d’una formula; quella dell’ossessivo ritornello del secondo idillio di Teocrito (“La Fattura”)
    “Ruota, porta quell’uomo a casa mia” dove una donna, mentre fa l’incantesimo, racconta questa seduzione non da tipo da bar, ma da “palestrato”, col suo adone tutto sudato che veniva fuori con l’amichetto dal ginnasio ;-)))
    che volete? gli uomini sono sempre stati marci ;-)))
    ora scappo
    buondì a tutti

  50. gina il 10 marzo 2009 alle 12:34

    dalle false ritrattazioni emergono veri e propri, ritratti:)))

  51. maria v il 10 marzo 2009 alle 15:09

    ;-)))) non ci posso credere! !!!!
    apro la pagina di NI, dopo tutto sto “pan”-“demonio” ;-)) e che ci trovo? il post di effeffe su Ade Zeno, con l’ìncpit: Ho buone ragioni per credere che l’inferno sia qui ;-)))
    ecco, queste sono le cose che mi perseguitano, allora ditelo che lo fate apposta, ditelo!!! ;-)))
    (sto impazzendo, non fateci caso)

  52. la funambola il 10 marzo 2009 alle 22:18

    maria che fai?
    tenti di sedurmi la mia gina?
    gina, va bene la sorrellanza nè, ma fino a pagina 15!
    siete davvero simpatiche!
    e allora, visto che di notte, è il momento della calma, vi confesserò che ci sono momenti in cui odio gli uomini, gli uomini di genere maschile, li odio di un odio che mi fa venire il sangue agli occhi e in quei momenti di delirio illuminato penso che bisognerebbe selezionare la specie, che bisognerebbe affogarli come mia nonna faceva con i gattini della mia gatta, e mi sale questa rabbia immensa per quello che fanno, per quello che ci stanno facendo, e la mia indignazione sale a livelli sublimi allorquando penso alle loro mamme e mi chiedo, cosa si è spezzato tra madre e figlio se partoriamo innocenti e cresciamo mostri, e mi viene una pena, una pena che mi fa quasi male al cuore, quello proprio muscolo nè, e penso a come cresciamo le nostre bambine se una volta donne permettono su di sè la violenza del maschio, giustificando la paura di non essere degna di rispetto, e insomma mi vengono questi pensieri e mi dico, non c’è speranza, non c’è speranza, e poi guardo mio figlio e lui è la prova che la speranza è diventata uomo.
    vi bacio e abbraccio
    la funambola

  53. gina il 11 marzo 2009 alle 07:18

    La fu!
    Per mia madre sono più o meno un mostro: mi riformatto completamente ogni 7 anni circa.
    Il girone d’esperienza che mi tocca ora è costellato di maschi. Ci lavoro in mezzo tutto il giorno, solo maschi, una marea di maschi, maschi dappertutto. Chiusi nello stesso luogo per otto ore si addensano nell’aria e danno forma agli odori: respiro maschio tutto il giorno. Questo per portarmi a casa le famose 500 sterline l’anno e per la mia autonomia e per la mia stanza. E in più alla sera quando torno a casa mi trovo un figlio maschio che mi porta a casa il mondo, il suo mondo da decodificare, ogni sera a volte fino a notte, il suo mondo da parlare, il suo mondo che si innesta nel mio, con quello che gli insegno io, che gli ho insegnato io, e prende forme aliene, scarta, si ricombina, si ribella, rintuzzo, contraddico, spiego, accetto a volte di malavoglia, ne viene fuori una virilità mista, la mia e la sua , in costante formazione.
    Quando lui e la sua virilità sono andati a dormire, la notte, giunge per me è il tempo della sorellanza. La sola che mi garantisca la sopravvivenza, una volta intascate le 500 sterline. Con le debite eccezioni e senza essenzializzare, sessualizzare l’intelligenza che le donne ce l’hanno quanto gli uomini, (maria:), col genere maschile ho ottimi rapporti intellettuali, attività sessuali a seconda, ma la sopravvivenza, il raccogliere i cocci, il riattaccarli, il tenerli attaccati, la forza di vivere e di sopravvivere e di rilanciare, il caldo buono insomma mi viene dalle femmine. Ci sarebbe tutto un discorso sulla eterosessualità obbligatoria e sul del continuum lesbico da fare, in senso culturale dico. Un discorso che parte da pagina 15 la fu:) oltre la quale le femmine purtroppo stentano ad andare:)

  54. Soldato blu il 11 marzo 2009 alle 07:57

    soffrendolo, questo a volte aperto, a volte implicito, contrasto tra virilità e femminilità, mi sono chiesto spesso da dove, parlo dei maschietti, provengano, dato per scontato che ci sia qualcosa di innato [ma cosa?], le forme di comportamento più tipicamente maschili

    una cosa è certa che vengano acquisite in ambiente domestico

    quando un bambino esce dall’ambito familiare è già maschio di suo

    dubito che ne sia responsabile il mimetismo col padre, e ancora meno l’inesistente, quasi sempre, educazione impartita da questo

    mi sono deciso a queste banali considerazioni a causa di una frase di funambola: “cosa si è spezzato tra madre e figlio se partoriamo innocenti e cresciamo mostri”

    mi convince poco anche quest’altra di gina: “E in più alla sera quando torno a casa mi trovo un figlio maschio che mi porta a casa il mondo, il suo mondo da decodificare, ogni sera a volte fino a notte, il suo mondo da parlare, il suo mondo che si innesta nel mio, con quello che gli insegno io, che gli ho insegnato io, e prende forme aliene, scarta, si ricombina, si ribella, rintuzzo, contraddico, spiego, accetto a volte di malavoglia, ne viene fuori una virilità mista, la mia e la sua , in costante formazione.” Perchè, a quel punto, il danno è fatto. Serve poco parlare.

    sono convinto che quei tratti caratteriali, perché proprio di questo si tratta, ora così sanzionati, siano stati scelti, agiti inizialmente, a partire da una base istintiva latente, proprio su indicazioni, che in quella fase della vita si presentano come imposizioni, della madre

    se è difficile, e come è difficile, per un uomo, correggere gli aspetti più odiosi del suo sentirsi “maschio”, quanto è difficile per una madre, nella fase iniziale della vita di un figlio, rinunciare [ma proprio lì, dove si formano le cose: nel suo sistema simpatico, nel suo plesso solare] alla soddisfazione di aver dato alla luce e iniziare alla vita il suo bel “maschietto”?

  55. véronique vergé il 11 marzo 2009 alle 08:05

    Gina,

    E io… Lavoro un ambiente femminile in scuola media e ho cresciuto con tre sorelle! Ho fatto studi in lettere con maggioranza di ragazze.
    A volte mi piacerebbe avere qualche maschio nel mio universo.
    Una donna non ti guarda con i stessi occhi. Amo la cumpagnia delle donne, perché sono in “sicurezza” di corpo, ma il vincolo è a volte pieno di trappole, di gelosia, di perfidia; l’ho sentito.
    Il mio migliore amico era un uomo omosessuale.
    Penso anche che un’ amicizia tra una donna e un uomo è possibile. E forse per me la dolcezza di un uomo è più attraente, mi commuove di più.

  56. maria v il 11 marzo 2009 alle 14:06

    ragazze, è seccante ammetterlo, ma, veramente, io detesto le donne anche più degli uomini, se possibile, questo perché sono stata più volte, in passato, costretta ad essere brutale solo per esser lasciata in pace dalle donne: le donne sono appiccicose, creano questi legami esclusivi e morbosi, cercavano da me consolazione perché sembro forte, ma non capivano che spesso avevo i miei guai, più grossi dei loro, oppure peggio, non sia mai che lo intuissero perché allora cominciava quell’altro supplizio di provare in tutti i modi a consolarmi, cosa che detesto nella maniera più assoluta.

    quando sto male sarei capace di infilare la canna del fucile in gola al primo che s’azzarda ad avvicinarsi.
    e gli uomini sono più furbi e più abili a tenersi alla larga.

    Ai tanti disastri che mi hanno accompagnata nessuna amica donna è riuscita a sopravvivere

    qualcosa del genere accade anche in letteratura, amo pochissime donne, lo ammetto con amarezza, quelle pochissime che sanno infilzarsi senza troppe indulgenze come la Lea Vergine, la Emma Dante che ho nominato sopra, la Sarah Kane (e spero che i critici – maschi- la smettano una buona volta di dire che è sopravvalutata, perché Blasted e, ancor di più, Cleansed sono capolavori assoluti, parola di misogina), la Messmer di Patrizia Vicinelli che mi è venuta voglia di riprendere in mano (e poche altre)

    Lì c’era la luna, lì c’era il coyote solitario nella finestra piccola dai vetri opachi lì c’era l’assurdo irreale di lei davanti a uno specchio circondato da mattonelle bianche che mai avrebbe pensato di guardarsi aveva appoggiato la borsa e i suoi arnesi sul ripiano di quel cesso c’era tutta la sua voglia di guardare la luna e sapere che esiste e essere fuori per quanto in uno spazio ristretto ma di cui puoi a piacere aprire la porta ed essere silenziosamente attoniti di fronte a una porta che non si apre – si dice ostinatamente chiusa – aprire se vuoi la finestra per quanto stretta e una zaffata d’aria gelida colpisce il viso e manca il fiato assorbendo quel vento innaturale del treno che corre…dio quanto tempo è, quanto è che non vedo il mio corpo che non lo sento, che non so più se è desiderabile, desiderato, dio, dio, dio, ma non mi spaccare l’hai voluto tu il tuo ministero di morte, l’hai deciso tu, nessuno ti costringe e le venne da pensare infame- così- in te- tu- tradisci- la – vita- , ma era ancora troppo dentro per intuire che stava succedendo sotto, sotto di lei s’intende nelle ruote che fanno tu tu tu tun, certo dando credito alla sensazione che un rito sia compiuto.

    Libera scelta dici? senti, noi siamo degli eroi che non hanno avuto spazio e meglio sarebbe stato il suicidio d’un colpo, noi volevamo cambiare la nostra epoca e ci fu negato, eccetera, ma tu non capirai oppure capirai, borghese, fa lo stesso è che non hai partecipato. Ma vederne uno saltellare da un piede all’altro, perché si sente svuotato vedendoti perché io credo di sapere tu sei la sua anima quella che lui nella sua reazionaria ragione ha deciso di non avere, e vedere qualcuno l’orrendo perseguito, che se l’è tenuta a prezzo di quello che rintracci sul suo viso gli dà le vertigini, gli sembra di stare di fronte a un angelo satanico; Io so quel che mi dico, borghese.[…]

    è sempre stata una storia di notti chiare, insonni, con le stelle che le puoi toccare, è sempre stata una storia di sogni, ma ciò che tu non sai dei poeti, una storia di passioni violente, tu diresti innominabili, eppure l’unico nucleo di vita morte fino alla morte…[…]

    tiro e butto giù d’un colpo come una mazzata come chi resiste non è morto, come voglio sentirlo tutto insieme come questo è quello che ho, dentro dentro come più fondo, no, una congiuntura una congiunzione quando le cose vanno bene. E il cesso è favolosamente bianco e banale e il primo brivido è stata la mia vita il mio whisky di stasera is nothing for me sappia telo…[…]

    Spasimava per sentirsi il liquore bruciare dentro come un’antica ferita almeno sono viva gridava qualche parte del suo essere almeno qualcosa voglio e non te, che mi hai tradito mille volte e in modo diverso, non te, che mi hai negato sempre, non te eccetera lei disse, e s’abbracciava tenendosi alla catena del cesso[…]

    una frazione e l’indice del mio dolore insopportabile sarà abbassato, ancora una volta vi dimenticherò nefasti abitatori noiosi amici senza pensare ai nemici e ai carnefici e rosso è il mio sangue[…]

    una Messmer che non era mai stata così, ridotta al senso ultimo delle cose, lei si vede nel suo essere ancora correttamente vestita, una figura stramagra, ma perché vivere allora, è un incubo, tutto quello che desideravo l’ho dato perduto lo si legge in faccia, dio cosa è successo? possibile essere vinti fino a questo punto?
    Sto impazzendo, pensa la Messmer, sono strafatta, ho bisogno di dormire, chi se ne frega di lui, di quello stronzo che non si è fatto più vivo, sa fare solo ricatti. […]

    tuttavia, se la vita ti sceglie, è un viaggio vero, nel viaggio senza sosta, quando credi d’essere arrivato da qualche parte ecco ti s’accosta a spostarti, che ti credevi, quiete? nel centro, e sta’ bene in equilibrio, fin che puoi.
    Esaltante, sapere che passa, esaltante…………

    (tratto da MESSMER, romanzo di Patrizia Vicinelli)

  57. lucia cossu il 11 marzo 2009 alle 15:23

    io ho avuto la fortuna tra uomini e donne di trovare alcuni amici e amiche che non ti chiedono nulla e si lasciano incontrare senza appiccicumi in delle volte intimità fatte anche di nulla profonde e leggere, piene di libertà. Quelli che mi volevano consolare li ho eliminati da tempo e spessissimo sola in tutto ho il piacere di essere lasciata del tutto libera in tempi e modalità dalle poche persone che mi amano e che amo molto. Capisco la tua misoginia viola credo, io provo fastidio nel ritrovarsi tra generi, amo certe qualità e certe persone, e in genere non si percepisce il genere. Forse son misogina anche io, ma trovo non belli gli umani in genere, mi infastidiscono tranne poche magnifiche eccezioni. E per quanto sappia sia ingiusto me lo concedo, pur essendo invece amante di ogni mio singolo allievo, ma lo amo indipendentemente da come è, come la musica che dovevo cantare.

  58. teqnofobico il 11 marzo 2009 alle 16:42

    @ lucia
    non c’è stultizia alcuna nelle tue parole…

    @ maria
    scribacchiavo l’altra notte, invitato a morte parole, appunto di luna e di finestre e di porte e…
    “La finestra non ha finestre. ne ha infinite. la finestra ha finestre infinite. si vede che non si vede. nulla. l’infinito nulla. accento circonflesso. morto. su me. me. spicchio di luna che vedo che non si vede. che si vede che non vedo. orizzontale rigonfiamento che si sgonfia. umido umore emana. tumido tumescente tumore di rumore. si sente che non si sente. tutto. l’infinito tutto. accento acuto d’acuzie sciocca. sciocca. scioccato grado a grado scioccante malgré. nous. mente. io noi mente. noi io mentiamo. che sento che non si sente. che si sente che non sento. che mento di non sentire. che sento di non mentire.

    la strada non ha strade. ne ha infinite. la strada ha strade infinite. si percorre non percorrendola. si attraversa non attraversandola. non si percorre percorrendola. non si attraversa attraversandola. questo è il punto. interrogativo. si risponde non rispondendo. equa voce equorea. mare magno. la mer. pronunzia. accento grave gravido. e. alla fin fine. amaro amare.

  59. véronique vergé il 11 marzo 2009 alle 17:09

    Maria,

    Ti amo come sei nella tua manera di vedere il mondo sincera.
    Capisco bene le tue parole e so la sensibilità che hai: essere al mondo con la più intima delle vibrazione.
    Sono una donna della consolazione. C’è in me una fonte d’amore che non posso esprimere nella maternità, allora mi rifugio nella consolazione.

  60. véronique vergé il 11 marzo 2009 alle 17:41

    Ma aggiungo la consolazione non è amore vero, è una manera di essere importante per una personna.
    Ignoro se un amore è libero dei vincoli soliti. Siamo liberi forse nella solitudine, ma la solitudine è pietra di dolore, pietra muta.
    In breve non so se amare ( amicizia/amore) è una fortuna o una calamità.

    Un abbraccio

  61. lucia cossu il 11 marzo 2009 alle 18:51

    cara Véronique,
    poco più di un anno fa incontrai un uomo e per la prima volta ebbi netto e fisicamente forte il desiderio di mescolarci e avere un prodotto di tale miscuglio. Mi ritrovavo a chiedermi come sarebbe venuto, di chi gli occhi, di chi la pelle e come sarebbe stato diverso a modo tutto suo. Ero già nell’impossibilità di creare bambini e ti sembrerà strano, ma seppure doloroso e anche straziante son stata felice che questo di me fiorisse, che anche se impossibile sia per lui che per me, son stata felice che questo bel desiderio ci fosse stato. Credo che essere madri sia di più che averlo che cresce dentro, credo possa essere anche un modo di essere.

  62. gina il 11 marzo 2009 alle 19:37

    Beh, diciamo che il mondo non è un granché, pur essendo vario.
    E che magari nei fatti umani non è proprio vario come lo vivo io che pur sono umana e che, magari:), non è detto che il vario conduca necessariamente al bello
    Non entro nel merito dell’innatismo nell’anno 2009, dopo cristo, né in quello della determinazione, della predestinazione basate su quel che ci su ritrova per ventura tra le gambe, nell’anno 2009, dopo cristo, perché sarebbe come sparare sulla croce rossa, però devo dire che la fissità, la perentorietà dei giudizi espressi mi lascia abbastanza perplessa. Sarà che vado a cicli, che mi riformatto via via, senza dunque cancellarla del tutto, la memoria.
    Sarà che tutte le belle creature del mondo, magari anche solo le più accettabili:) – tra la miriade di stronz* appiccicos* sessuatinonimportacome e chi più ne ha più ne mett* visto che non risparmiano nessuno – le incontriamo io, lucia cossu e la fu, quando la fu resiste al desiderio di sopprimerle:).
    E’ una possibilità ma anche un abbraccio (non invasivo, neh:)

  63. gina il 11 marzo 2009 alle 19:52

    proprio non resisto
    soldato
    quando ti definisci maschietto, con o senza virgolette, ed è un definirsi abbastanza tipico del maschio italico specie quando ha da farsi perdonare qualcosa (noi maschietti NOI MASCHIETTI), ti chiami esattamente come ti chiamavano le amiche di tua madre da piccolo.
    Vezzeggiativo castrante, virilità sepolta sotto chili di retorica. effettivamente per qualcuno il danno è giä fatto:) (per altri, per fortuna no)

  64. Soldato blu il 11 marzo 2009 alle 20:39

    Cara gina,
    grazie di avermelo fatto notare, ma forse tu non hai notato che io non mi sono chiamato, ma che ho usato “maschietto” esattamente nel senso che lo intendi tu.

    E, certo senza sottrarmi a tutte le giuste accuse che vengono fatti ai maschi, non mi pare che ci fosse per niente del giustificazionismo in quello che cercavo di dire.

    Di più. Non solo io non mi chiamo “maschietto” come mi chiamavano le amiche di mia madre, ma, tanto per dire, sono stato tanto fortunato da avere una madre che mai si sarebbe sognata di essere fiera di me, qualunque cosa facessi, immagina se lo avrebbe fatto soltanto perchè mi era capitato un pisello tra le gambe.

    Forse è proprio per questo che ho una particolare sensibilità verso gli atteggiamenti di quasi tutte le mamme e, per evitare ancora una volta fraintendimenti, ricopiando pari pari quello che avevo scritto sopra:

    “se è difficile, e come è difficile, per un uomo, correggere gli aspetti più odiosi del suo sentirsi “maschio”, quanto è difficile per una madre, nella fase iniziale della vita di un figlio, rinunciare [ma proprio lì, dove si formano le cose: nel suo sistema simpatico, nel suo plesso solare] alla soddisfazione di aver dato alla luce e iniziare alla vita il suo bel “maschietto”?”

    facendo rilevare che questa è una precisa accusa alle madri a cui nessuno si è degnato di rispondere.

    Assieme a quest’ultima: che non è tanto gentile prendersela con l’unico, mi pare, che ha tentato di partecipare ad una discussione di questo tipo, ben sapendo quanto fosse imprudente, e usarlo come uomo di paglia per scaraventargli addosso tutte le colpe che, se sono sue, sono anche di tutti altri.

    Mi spiace, davvero, gina.

  65. lucia cossu il 12 marzo 2009 alle 00:02

    caro soldato blu, son l’altro maschio a essersi infilata in questa discussione, se come dicono certe ricerche appartengo a tale genere vista la mia propensione ad esagerare con bistecche invece che dolci e aver portato a casa del mio amore il mio preziosissimo trapano a percussione potente e pesante e non solo averlo usato ma anche lasciato stazionare senza la mia presenza per vari giorni a casa sua senza chiedere ogni momento che fine ingloriosa avesse fatto (a riprova che anche belle persone si incontrano). A parte le stupidaggini certo che certo atteggiamento delle madri è terribile, ma non vorrei si pensasse solo a fattori esclusivamente ambientali: temo sia ancora più riduttivo, siamo in un continuo anche proprio fisiologicamente e quindi anche di anima diversi. Mio malgrado mi ritrovo assai diversa da quando il mio equilibrio ormonale è stato modificato velocemente e drasticamente, nel senso che anche i miei pensieri e i miei sguardi sono diversi.

  66. la funambola il 12 marzo 2009 alle 00:28

    no dai, non fate così
    maria che mi detesta le donne in toto, veroniche che tenta di consolarla, attenta veroniche :) la gina che lancia foche monache in direzione di soldato blu, soldato blu che si lamenta di essere il capro espiatorio dell’intero esercito dei “maschietti”, lucia che quasi prova un sentimento di turbamento nell’affermare di non trovare particolarmente attraente l’umanità intesa metafisicamente, e io che amo a un tiro di sguardo e oltre non so andare mi dico due cose: una croce la si fa con due legni
    e la vita è essenzialmente uno stato mentale.
    ho avuto un padre ed una madre che hanno fatto quello che hanno potuto e saputo fare, che hanno amato come hanno saputo e potuto e mi pare di averli perdonati da tanto tempo, salvo nei momenti in cui sono al buio e il rancore per non essere stata amata come avrei desiderato è più forte della com passione.
    come me l’umanità intera ha subito il tradimento dei padri e delle madri, ogni generazione ha tradito i propri figli, in tutte le epoche, la storia, la mostruosa storia ne dà ampia e circostanziata prova.
    io sto provando ad imparare quello che mi ha insegnato la mia di storia.
    le madri non sono innocenti, le donne non possono chiamarsi fuori.
    ma è doloroso guardarsi dentro e ritrovare la madre che hai detestato
    è doloroso entrare nel rancore e nella rabbia e tentare di smontare la causa del nostro dolore ed è durar prendere atto con indulgenza che siamo fatti anche di quello, ed è davvero difficile riemergere da tutto quel torbido con uno sguardo di com passione sul mondo.
    ma è l’unica strada e le scorciatoie non hanno mai pagato.
    il potere, la prevaricazione, l’orrore, la barbarie, il genocidio, l’olocausto, berlusconi :))… sono parti riusciti mali o sono anche il frutto della complicità, del silenzio colpevole dell’altra metà del cielo?
    ma se volete che entri più nello specifico, io credo che educare al “fallimento” i nostri figli sia l’unico nostro compito, se la storia ci ha insegnato qualcosa.
    vi abbraccerei tutti se solo ne avessi la capacità, vi conforterei tutti se solo fossi infinita, posso solo mostrarvi la mia forte fragilità e il mio imperfetto equilibrio sperando di non far da bersaglio agli oggetti più disparati che la mia amica gina suole lanciare :)))

    però,ghigliottiniamolo, il soldato! :)
    e facciamo a pezzi le madri e uccidiamo i padri e infine perdoniamoci questo legittimo furore se vogliamo che i nostri figli perdonino noi
    pace e ammmòòòrre!!
    la funambola

  67. gina il 12 marzo 2009 alle 06:25

    “soffrendolo, questo a volte aperto, a volte implicito, contrasto tra virilità e femminilità, mi sono chiesto spesso da dove, parlo dei maschietti, provengano, dato per scontato che ci sia qualcosa di innato [ma cosa?], le forme di comportamento più tipicamente maschili
    una cosa è certa che vengano acquisite in ambiente domestico”
    “quando un bambino esce dall’ambito familiare è già maschio di suo”
    “Perchè, a quel punto, il danno è fatto. Serve poco parlare.
    sono convinto che quei tratti caratteriali, perché proprio di questo si tratta, ora così sanzionati, siano stati scelti, agiti inizialmente, a partire da una base istintiva latente, proprio su indicazioni, che in quella fase della vita si presentano come imposizioni, della madre”

    se il danno è fatto, e come ti dicevo quanto sopra per tua stessa ammissione lo dimostra chiaramente, da me non possono che tornarti indietro gragnuole di foche monache, o maschietto, le quali peraltro allattano per 18 settimane cadauna (hai riserve di nutrimento per una vita ancora forse due, vedi che in fondo sono così gentile)

  68. Soldato blu il 12 marzo 2009 alle 07:24

    Una è la condizione iniziale, acquisita senza frapporre coscienza, coscienza non essendovi ancora , altro è cio che si tenta di fare per porvi rimedio, a coscienza acquisita.

    Ho, per gina, funambola, maria e lucia, due finali di poesia scritti molti anni fa, in piena “età virile”:

    *

    Ho inseguito tutta la vita il fallimento,
    ora sono in preda alla nullità.

    *

    Io nutro le madri di coraggio
    ad affrontar la vita (la sfida)

    ma non ce n’è bisogno,
    combattono da loro

    : io sono il campo.

    G.C. [1983]

  69. véronique vergé il 12 marzo 2009 alle 08:28

    Grazie Lucia,

    Per la bella risposta che arriva, quando sono fissa all’orrizonte e che scopro niente, solo una lunga linea grigia blu dell’ impossibile amore.
    Mi è capitato di pensare a un bambino do sogno, nato nel silenzio della scrittura, di incontrare occhi cha amo, ma si è tornato verso la notte, una speranza ridicola. Ora sono alla soglia del mare (età) avere o non avere bambini? Dopo sarà troppo tardi. Per avere bambini, si deve trovare amore e un uomo che vuole avere bambino con te. Sono una vinta dell’amore, il gioco mi fa vinta, una calamità sempre iniziata.
    Il desiderio dell’uomo conosco, ma non l’amore, una calamità delle donne “vagabonde” senza piccolo amore per accompagnare.

  70. lucia cossu il 12 marzo 2009 alle 09:20

    dopo les boutades torno alle cose meno futili. Da sempre non son soddisfatta della posizione che vuole che i generi siano frutto di educazioni e condizionamenti, come non mi convince chi dice sia tutto innato o che siano gli equilibri ormonali. Ovviamente tutto conta e lascia un segno, ma femminilizzare i maschi per renderli meno aggressivi funziona quanto maschilizzare le donne per renderle decise e indipendenti: in qualche modo è stato tentato e credo sia completamente fallito. Credo che di base indipendentemente da traumi e vissuti che certamente segnano profondamente si debba a una certa età assumere sé stessi e riconoscere come proprie certe caratteristiche e tendenze indipendentemente dalle origini e dal giudizio su di esse, e da lì ripartire per confermarle o trovare i modi di mitigarle. Voglio dire che indipendentemente da genere e educazione una donna che non fa vedere i figli al padre sceglie il suo comportamento, come un uomo che picchia sceglie di picchiare. Detto ciò credo che una riflessione su come pensare sia il maschile che il femminile debba essere seriamente intrapresa e soprattutto senza escludere i fattori anche organici e mutevoli che cambiano le nostre tendenze (e in questo senso parlavo del mio essere cambiata dal terremoto ormonale). Credo ci sia una sorta di orrore e paura dell’aggressività che viene presa e scambiata sempre come attacco e sopraffazione mentre quella di Maria (e in qualche modo anche mia e di molti altri sia uomini che donne) sia un modo anche sano e soprattutto socialmente tollerabile di modo di essere al mondo. Non so se costringere e reprimere e voler per forza ammorbidire e svilire e addoclire certe istanze fortemente virili (nel senso di forza non di genere)sia davvero un buon servizio. Non si può ritornare a sanzionare solo i comportamenti che deragliano senza dover lavorare di microscopio e giudizio chirurgicamente analitico del come e perché? Fare un passo indietro per ridare anche la libertà di essere agli altri senza doverli capire fino in fondo e doverli spiegare sempre (credo vizio della nostra epoca). Non istigo alla semplificazione ma alla non invadenza costante che sì rende aggressivi o passivi del non avere più un interno proprio che si può scegliere se divulgare o meno. Siamo sicuri che spiegando a qualcuno perché ha istanze aggressive verso la madre che quando era piccolo ha fatto o non fatto certe cose gli diamo una possibilità di superamento o non stiamo invece aiutando a fissare l’ineluttabilità di una vita costretta e determinata da circostanze ormai inutilmente passate? Ripeto che non credo siano ininfluenti, ma poi quelle cose diventono noi e fissarle solo nel passato e nell’esterno (come si fa comunemente enon in un percorso serio sul profondo) diventa un modo di non sentirsi ancora elasticamente mutevoli e con tutte le difficoltà sempre capaci di scelta almeno nelle azioni. Io ancora a 25 anni mi divertivo come una matta a fare la lotta con un caro amico e anche da questo ho imparato come è la mia forza e come usarla o non usarla.

  71. gina il 13 marzo 2009 alle 07:18

    mah, mi pare che da un lato abbiate introiettato meccanismi di discussione da talk show si proprio quello, il campo di battaglia, proprio li, dove il potere ha costruito i suoi poteri , e che dall’altro rifiutiate la vera contaminazione, quella che davvero destabilizza .
    nessuno ha demonizzato l’aggressività (anzi:), o rivendicato l’assurdità dell’esclusiva suli figli da parte delle madri.
    Sull’esistenza di quel che cosa che vi chiedete continuamente, quel che cosa che esiste ma che non si sa cos’è e che giustificaherebbe quel non so che dell’innatismo, o della predestinazione biologica, siete clamorosamente smentiti dalla scienza, e dalla storia. quella stessa storia che studia mio figlio alle medie (tutti insegnanti maschi, meno due, sarà colpa della femminilizzazione dei programmi di stato). Per ogni cazzo di periodo storico la sua bella piramide sociale. per ogni cazzo di periodo storico la condizione della donna, e in ogni cazzo di compito in classe di verifica d’apprendimento, d’apprendimento!!!!! non manca mai, dico mai, MAI, la domanda sulla condizine della donna, e quella di confonto di tale condizione con il periodo storico precedente. E questo a partire dal NEOLITICO.
    per il resto su questi schermi ho già dato, più di una volta.
    saluti

  72. Soldato blu il 13 marzo 2009 alle 08:40

    @ gina

    quando si è bischeri, si è bischeri, magari senza accorgersene

    ma poi, se uno è bischero e gli danno del bischero senza spiegargli
    e lui che è bischero chiede: ma com’è che sono bischero?

    e quello che gli ha dato del bischero gli risponde:
    e tu se’ bischero proprio perché non sai come sei bischero

    e il bischero che ancora non capisce ma inizia a sospettare
    allora fammi un esempio e dimmi: si può non essere bischeri?

    e quell’altro: ah questo sì

    finalmente! dice il bischero: e come si fa?

    bischero! dice il non bischero, basta darlo del bischero

  73. lucia cossu il 16 marzo 2009 alle 08:46

    Qualcuno ha visto il film XXY di Lucía Puenzo? Narra la decisione di un’ermafrodita argentino che con i medici si era deciso di far diventare donna e a cui venivano da anni somministrati ormoni femminili siamo davvero sicuri che questi abbiano un effetto esclusivamente su peli e forme e non anche sui pensieri e sull’anima? Per non venir equivocata come prima non stò dicendo che hanno un effetto ineludibile, dico solo che hanno un effetto come un effetto lo ha l’ambiente e anche le caratteristiche innate. Mi sembra che dire questo venga equivocato nella semplificazione di mettere insieme tutti i maschi da una parte e tutte le femmine dall’altra, cosa che è utile per un discorso politico di guadagno di parità che chiaramente non ci sono. Io volevo solo dire che una delle possibilità forse non fallita ma deviata del femminismo era di ritrovarci tra persone. Alcunefrasi del mio commento precedente erano esemplificazioni dette con leggerezza, non il succo fondamentale.

  74. lucia cossu il 16 marzo 2009 alle 08:50

    * mi si è cancellata una parte sul film
    per prepararlo alla operazione che lo avrebbe fatto rimanere solo donna e che lui a un certo punto sceglie di non prendere più volendo rimanere così come è. Ma

  75. maria v il 16 marzo 2009 alle 20:58

    lucia, affrontare il tuo discorso mi sembra abbastanza complicato, (altrettanto quello di gina), non credo neanche di aver compreso al 100% i vostri, diversi, punti di vista. il film non l’ho visto, ma mi hai fatto venire in mente questo articolo
    http://dweb.repubblica.it/stampa-articolo/54220?type=ModaArticolo

    ricordo, poi, sulle questioni transgender -intersessualità, le interessanti relazioni di Lorenzo Bernini, postate da Jan Reister
    https://www.nazioneindiana.com/2008/09/17/maschio-e-femmina-dio-li-creo-il-binarismo-sessuale-visto-dai-suoi-zoccoli-2/

  76. lucia cossu il 16 marzo 2009 alle 23:27

    grazie Maria, credo che a suo tempo lo lessi e ora che ho cambiato equilibrio ormonale in maniera repentina e che conosco molte medicine prese per lungo periodo e i loro effetti lo capisco ancora meglio. L’unica cosa su cui lo trovo limitato è l’esclusivo focalizzarsi sull’orientamento sessuale degli ormoni testosterone o estrogeni, mentre io credo che l’intera persona sia compresa. Ho difficoltò a sezionare le funzioni e i pensieri, ma credo sia solo una mia idiosincrasia. Nel film la cosa bella è che mentre lo vedevi ti veniva solo in mente che è tanto semplice nascere ed essere in un certo modo ed è così assurdo dover venire modificati solo perché il resto del mondo non concepisce la tua esistenza. E nel film la storia d’amore diveniva una semplice storia tra adolescenti, e gli guardavi gli occhi e non il sesso. Grazie Maria

  77. gina il 17 marzo 2009 alle 07:06

    Invece Preciado oltre che una bomba:) è una buona sponda, maria.

    Beatriz Preciado, donne ai margini

    in traduzione manca l’incipit, ve lo metto in spagnolo

    En los últimos años han surgido una serie de autoras que sostienen que el objetivo del nuevo feminismo debe ir más allá de conseguir la igualdad legal de la mujer blanca, occidental, heterosexual y de clase media. Para ellas, se trata de atender a mujeres tradicionalmente dejadas al margen y de combatir las causas que producen las diferencias de clase, raza y género.

    Mentre la retorica della violenza di genere si diffonde nei mezzi di comunicazione invitandoci a continuare a immaginare il femminismo come un discorso politico articolato intorno alla opposizione dialettica tra gli uomini (dal lato della dominazione) e le donne (dal lato delle vittime), il femminismo contemporaneo, senza dubbio uno dei territori teorici e pratici che ha subito un’enorme trasformazione e critica riflessiva dagli anni Settanta, insiste nell’inventare immaginari politici e nel creare strategie di azione che mettono in questione ciò che sembra più ovvio: che il soggetto politico del femminismo siano le donne. Vale a dire, le donne intese come una realtà biologica predefinita, ma, soprattutto, le donne come devono essere, bianche, eterosessuali, sottomesse e di classe media. Emergono in questa ricerca nuovi femminismi di moltitudini, femminismi per i mostri, progetti di trasformazione collettiva per il secolo XXI.

    Questi femminismi dissidenti si rendono visibili a partire dagli anni Ottanta quando, in successive ondate critiche, i soggetti esclusi dal femminismo benpensante cominciano a criticare i processi di purificazione e la repressione dei loro progetti rivoluzionari che hanno portato a un femminismo grigio, normativo e puritano che vede nelle differenze culturali, sessuali o politiche delle minacce al proprio ideale eterosessuale ed eurocentrico di donna. Si tratta di ciò che potremmo chiamare con la lucida espressione di Virginie Despentes il risveglio critico del “proletariato del femminismo”, i cui cattivi soggetti sono le puttane, le lesbiche, le violentate, le maschiacce, le e i transessuali, le donne che non sono bianche, le musulmane… in fondo, quasi tutte noi.

    Questa trasformazione del femminismo sarà completata attraverso successivi decentramenti del soggetto donna che in modo trasversale e simultaneo rimetteranno in questione il carattere naturale e universale della condizione femminile. Il primo di questi spostamenti verrà da parte delle teorie gay e lesbiche, come quelle di Michel Foucault, Monique Wittig, Michael Warner o Adrienne Rich, che definiranno l’eterosessualità come un regime politico e un dispositivo di controllo che produce la differenza tra uomini e donne, e trasforma la resistenza alla normalizzazione in patologia. Judith Butler e Judith Halberstam insisteranno nei processi di significazione culturale e di stilizzazione del corpo attraverso i quali si normalizzano le differenze tra i generi, mentre Donna Haraway e Anne Fausto-Sterling metteranno in questione l’esistenza di due sessi come realtà biologiche indipendentemente dai processi tecnico-scientifici di costruzione della rappresentazione. Per un altro verso, insieme ai processi di emancipazione dei neri negli Stati Uniti e di decolonizzazione del cosiddetto Terzo Mondo, si alzeranno le voci di critica nei confronti dei presupposti razzisti del femminismo bianco e coloniale. Per mano di Angela Davis, bell hooks, Gloria Anzaldúa o Gayatri Spivak saranno visibili i progetti del femminismo nero, postcoloniale, musulmano o della diaspora, che costringerà a ripensare il genere nella sua relazione costitutiva con le differenze geopolitiche di razza, di classe, di emigrazione e di traffico di esseri umani.

    Una delle svolte più produttive nascerà proprio da quegli ambiti che fino adesso erano stati considerati come bassifondi della vittimizzazione femminile e dai quali il femminismo non si aspettava né voleva aspettarsi un discorso critico. Si tratta delle lavoratrici sessuali, le attrici porno e gli antagonisti sessuali. Buona parte di questo movimento si struttura a livello discorsivo e politico intorno ai dibattiti del femminismo contro la pornografia che comincia negli Stati Uniti negli anni Ottanta e che è noto con la denominazione di “guerre femministe del sesso”. Catharine Mackinnon e Andrea Dworkin, portavoci di un femminismo antisessuale, utilizzano la pornografia come modello per spiegare l’oppressione politica e sessuale delle donne. Usando lo slogan di Robin Morgan “la pornografia è la teoria, la violenza sessuale la pratica”, condannano la rappresentazione della sessualità femminile portata avanti dai mezzi di comunicazione come una forma di promozione della violenza di genere, della sottomissione sessuale e politica delle donne e chiedono l’abolizione totale della pornografia e della prostituzione. Nel 1981, Ellen Willis, una delle pioniere della critica femminista rock negli Stati Uniti, sarà la prima a intervenire in questo dibattito per criticare la complicità di questo femminismo abolizionista con le strutture patriarcali che reprimono e controllano il corpo delle donne nella società eterosessuale. Per Willis, le femministe abolizioniste restituiscono allo Stato il potere di regolare la rappresentazione della sessualità, concedendo un doppio potere a una istituzione ancestrale di origine patriarcale. I risultati perversi del movimento contro la pornografia si sono visti in Canada, dove con l’applicazione delle misure di controllo sulla rappresentazione della sessualità secondo criteri femministi, le prime pellicole e pubblicazioni censurate sono state quelle provenienti dalle minoranze sessuali, in particolare le rappresentazioni lesbiche (per la presenza di dildo) e le lesbiche sadomasochiste (considerate offensive per le donne dalla commissione statale ), mentre le rappresentazioni stereotipate della donna nel porno eterosessuale non sono state censurate.

    Di fronte a questo femminismo di Stato il movimento post-porno afferma che lo Stato non può proteggerci dalla pornografia, prima di tutto perché la decodifica della rappresentazione è sempre un lavoro semiotico aperto dal quale non bisogna astenersi, bensì va affrontato con la riflessione, il discorso critico e l’azione politica. Willis sarà la prima a definire femminismo “pro-sessuale” questo movimento politico-sessuale che fa del corpo e del piacere delle donne piattaforme politiche di resistenza al controllo e alla normalizzazione della sessualità. Parallelamente, la prostituta californiana Scarlot Harlot utilizzerà per la prima volta l’espressione “lavoro sessuale” per intendere la prostituzione, rivendicando la professionalizzazione e l’uguaglianza di diritti delle puttane nel mercato del lavoro. Ben presto, a Willis e Harlot si uniranno le prostitute di San Francisco (riunite nel movimento COYOTE, creato dalla prostituta Margo Saint James), di New York (PONY, Prostitute di New York, dove lavora Annie Sprinkle), così come del gruppo attivista di lotta contro l’Aids ACT UP, ma anche le attiviste radicali lesbiche e praticanti sadomasochiste (Lesbian Avengers, SAMOIS…). In Spagna e Francia, a partire dagli anni Novanta, i movimenti delle lavoratrici sessuali Hetaria (Madrid), Cabiria (Lyon) e LICIT (Barcellona), d’accordo con attiviste come Cristina Garaizabal, Empar Pineda, Dolores Juliano o Raquel Osborne formeranno un blocco europeo per la difesa dei diritti delle lavoratrici sessuali. In termini di dissidenza sessuale, il nostro equivalente locale [spagnolo], effimero ma di grande impatto, sono state le lesbiche del movimento LSD con base a Madrid, che pubblicano durante gli anni ’90 una rivista dello stesso nome in cui compaiono. per la prima volta, rappresentazioni di porno-lesbismo (non di due eterosessuali che tirano fuori la lingua per eccitare i machitos, ma di autentici bollos del quartiere Lavapiés). Tra i continuatori di questo movimento in Spagna si possono citare gruppi artistici e politici come Las Orgia (Valencia) o Corpus Deleicti (Barcellona), così come i gruppi transessuali e transgenere di Andalusia, Madrid o Catalogna.

    Siamo qui di fronte a un femminismo ludico e riflessivo chesi sottrae all’ambito accademico per incontrare nella produzione audiovisiva, letteraria o performativa i propri spazi di azione. Attraverso i film della pornofemminista kitsch Annie Sprinkle, le docufictions di Monika Treut, la letteratura di Virginie Despentes o Dorothy Allison, i comics lesbici di Alison Bechdel, le fotografie di Del La-Grace Volcano o di Kael TBlock, i concerti selvaggi del gruppo punk lesbico Tribe8, le predicazioni neogotiche di Lydia Lunch, o i porno transgenere di fantascienza di Shue-Lea Cheang si crea un’estetica femminista post-porno caratterizzata da un traffico di segni e di artefatti culturali e dalla risignificazione critica dei codici normativi che il femminismo tradizionale considerava come impropri per la femminilità. Alcuni dei riferimenti di questo discorso estetico e politico sono i film dell’orrore, la letteratura gotica, i dildo, i vampiri e i mostri, le pellicole porno, i manga, le dee pagane, i cyborg, la musica punk, le performance nello spazio pubblico come strumento di intervento politico, il sesso con le macchine, le icone anarco-femministe come le Riot Girls o la cantante Peaches, le parodie lesbiche ultrasessuali della mascolinità come le versioni drag king di Scarface o gli idoli transessuali come Brandon Teena o Hans Scheirl, il sesso crudo e il genere cucinato.

    Questo nuovo femminismo post-porno, punk, e transculturale ci insegna che la migliore protezione contro la violenza di genere non è la proibizione della prostituzione ma la presa del potere economico e politico delle donne e delle minoranze emigranti. Allo stesso modo, il miglior antidoto contro la pornografia dominante non è la censura, ma la produzione di rappresentazioni alternative della sessualità, fatte da prospettive divergenti dallo sguardo normativo. Così, l’obiettivo di questi progetti femministi non sarebbe tanto di liberare le donne o raggiungere la parità giuridica, bensì di smantellare i dispositivi politici che producono le differenze di classe, di razza, di genere e di sessualità, facendo così del femminismo una piattaforma artistica e politica di invenzione di un futuro comune.

    (Da El País, 13 gennaio 2007; traduzione di Paola Di Cori)

  78. maria v il 17 marzo 2009 alle 08:25

    gina, interessante, però io non smetto di pensare che un mondo di solo donne, (ora donne-uomini ora donne-donne, con gli uomini-uomini legati e sottomessi) sia qualcosa di inquietante e noioso
    ok, abbiamo molte ragioni per avercela con gli uomini, ma li reputo necessari, indispensabili alla “mia” sopravvivenza anche se capaci di metterla a repentaglio, e io, da parte mia, non desidero altro che una vera “relazione” con un antagonista alla pari. “Relazione” penso che sia una parola-chiave più di muro, conflitto, ribaltone…(posto, come ovvio punto di partenza, che ciascuno sia libero di scegliere il proprio sesso e il proprio orientamento sessuale o di non scegliere e affidarsi all’estro del momento)
    queste indagini sono utili, ma il mio fennimismo è molto più morbido, somiglia più a quello di Alina Marazzi ed è lo stesso titolo del film “vogliamo anche le rose” a rivendicare oltre ai diritti, pari opportunità, battaglie giuridiche che hanno dovuto scalfire pregiudizi radicati…oltre a tutto questo, la tenerezza, che oggi più che mai, parafrasando Lea Vergine, mi sembra la vera meta mancata!

    Condivido con Lucia un po’ di perplessità verso queste analisi tutte concentrate sui soli aspetti tecnici, meramente fisici, o di superficie, e anche sulla figura del trans, (grazie per il consiglio cinematografico, a proposito) sia per non dimenticare gli aspetti politico-economici, vedi il capitolo spese di chirurgia “estetica” a carico del soggetto, sia per la sensibilità del tratto, ma che si astiene da facili sentimentalismi e retorica, vorrei ricordare questa bella pagina di un romanzo

    Quell’uomo moriva dalla voglia di cambiar sesso. Strano che desiderasse una vagina. In fondo, come risulta dai raggi X, aveva già quei bellissimi buchi nelle pelvi…Ma non siamo mai contenti di ciò che abbiamo. Quella sua plevi bianca era un fiore nei giardini della Notte avida, quella Notte che coltiva le nostre ossa, le coglie – e poi, delusa, le lascia sbriciolare.[…]
    Voleva sbocciare in quella bellissima forma a campana donata da Dio alle donne; e senza dubbio voleva che le sue costole si curvassero ad accogliere i seni artificiali, quei fiori ingannevoli dello stesso giardino freddo e insensato dove i frutti si coglievano a vicenda, eternamente insoddisfatti; e voleva un grembo che sanguinasse e nutrisse i figli dentro di lui, ma non poteva a vere niente di tutto questo.
    In teoria avrebbe potuto farsi aprire una fessura tra le gambe, tanto per ingannare se stesso, ma era senza un soldo e l’ospedale non confezionava vagine gratis.

    Nel desiderio di far pentire i dottori e di mostrarsi degno della propria scelta, si diede un nome di donna; poi con la determinazione di un grande artigiano, prese un rasoio e si mozzò i testicoli. Lo fece con una calma che riesco a immaginare ma non a ricostruire. I raggi X non tengono conto della terribile ferita. Naturalmente gli venne un’emorragia da applauso, visto che era soprattutto uno showman, un artista, costretto a rendere visivamente tangibile il suo dolore tramite il torrente nero-rossastro che impiastrò un lenzuolo dopo l’altro, ma i medici gli salvarono la vita, e furono autorizzati ad agire, perché stavolta si trattava di un’emergenza, non di una frivola scultura che il governo nei suoi palazzi ossei non avrebbe sovvenzionato.
    A quel punto, non essendo né uomo né donna, sperò che i medici lo portassero fuori da quel limbo, dove le ninfe della sua natura lo aspettavano a braccia aperte, ma i medici lo avevano già rialzato dalla pozzanghera di sangue che aveva tra le gambe e non erano autorizzati a fare altro…”

    (da W. T. Vollmann Visioni a raggi X ne I racconti dell’arcobaleno, primo volume.)

  79. gina il 17 marzo 2009 alle 19:49

    evvai è l’apoteosi:)

    Dopo le accuse :
    di summum bonum,
    di negazione dell’aggressività,
    di esaltazione dell’esclusiva delle madri sui figli,
    non potevano mancare quelle di
    negazione della relazione,
    negazione della tenerezza,
    negazione degli omini, legati e sottomessi

    sarà che el pais è il foglio clandestino delle vagine dentate :), in quanto NON MISOGENE naturalmente (scusate ma mi diverto troppo), così come sarà, che preciado è una borghese inconsapevole serva del potere e che non ha la minima considerazione per le implicazioni politiche ed economiche della chirurgia estetica (ma in che film), sarà tutto quel che volete, sarà il burro e la ferrovia, ma li dentro è’ indicato un cazzo di percorso possibile, di pace e d’ammore possibile, anche se portato avanti, naturalmente da un tot di pericolose terroriste dentate tra le gambe (per esempio la temibilissima gloria anzaldua ; spivak la cupa popputa mietitrice; haraway cyborg l’nvasata con la tripla collana di sperma antiedipico, rotante )
    ma vi abbracciio tutt*, compresi gli omini che ho legato e sottomesso per puro e reciproco piacere.
    e Que Viva la costante universale.
    (vecchie arpie:)

  80. maria v il 17 marzo 2009 alle 21:54

    gina, come al solito, ho problemi a farmi capire: non intendevo una virgola di quello che hai appena detto, più di tutto non capisco perché un’opinione non perfettamente collimante debba essere fraintesa sul personale, o devo sposare sempre ogni virgola perché nessuno si senta offeso? hai legato 2 (anzi più) discorsi distinti (almeno nella mia testa)…ma comunque va beh, mi arrendo, finora ho parlato anche troppo a vanvera e solo per confermare che la comprensione reciproca (donna con uomo /o/ donna con donna) è quasi sempre un’impresa fallimentare.

  81. la funambola il 18 marzo 2009 alle 00:07

    fine di un amore!

    io che ero gelosa della mia gina non posso che essere contenta:)
    però devi ammettere maria che la gina quando le girano, le girano sublimi nè !
    legato e sottomesso :))))
    bacio davvero col cuore
    la funambola

  82. gina il 18 marzo 2009 alle 07:44

    Maria
    c’è tutto un mondo di possibili e infinite relazioni, comunicazioni, tra i due estremi, tra l’adesione incondizionata ad una opinione (cosa che tu non mi pare abbia mai fatto, almeno con me), e la tirata pretestuosa. La tua sulla relazione, la tenerezza, gli uomini legati e sottomessi e la trinciatura dei coglioni è stata una tirata pretestuosa, tanto quanto il summum bonum del soldato nel post relato, tanto quanto la tirata di lucia sulle madri che rivendicano l’esclusiva dei figli, sui figli, tanto quanto le deviazioni del femminismo (i servizi segreti!), tanto quanto le amenità sul buono dell’aggressività, che nessuno dico nessuno qui ha demonizzato mai.
    Vero comunque che le tirate pretestuose mi fan venir voglia di lanciare roba e devastare i salotti e che questo non è carino né gentile, ma me la prendo con le idee e non con le persone.
    Vero comunque che ,alla lunga, se i padroni di casa non mi sbattono fuori prima per devastazione e saccheggio, le tirate pretestuose mi ammazzano la libido, e tolgo il disturbo.
    (la fu: è a partire da pagina 16 che comincia a realizzarsi davvero l’ipotesi mista. Ecografia della potenzialità telo attaccai digià, in passato)
    abbracci

  83. maria v il 18 marzo 2009 alle 08:12

    bene, gina, io, lucia e il soldato abbiamo espresso ciascuno la propria opinione, indipendente e autonoma che, semmai è stata da te, indifferentemente, respinta in maniera aggressiva senza fare il minimo sforzo per capire, e solo perché non coincidente con la tua.
    Bene, che vuoi che ti dica? Dalla tua tutta la ragione, l’unica possibile. Tutte le altre tacciate di ignoranza, grettezza e chi più ne ha più ne metta…non ho capito questo pagina 15, pagina 16, neanche la prima volta, ma se significa che chi non si sente di condividere granché con le donne, non sente questo spirito di di gruppo, non una superiore comunione, non avverte una maggior comprensione, non scopre una più stretta adesione con le donne rispetto agli uomini etc etc etc… è sessista, troglodita e incapace di intendere di volere…beh gina, più totalitaria di te non c’è nessuno, che vuoi che ti dica? vai d’accordo solo con chi dice sissignora? l’hai detto tu: tra l’adesione incondizionata e la tirata pretestuosa ci sono infinite sfumature che tu hai azzerato, allo stesso modo, in maniera pretestuosa.

  84. lucia cossu il 18 marzo 2009 alle 12:25

    mi chiedo perché discutere se dicutendo il mondo di cui si parla deve rimpicciolirsi ai soli commenti e perché se faccio un esempio stupido per spiegare una cosa si deve ridurre il tutto solo all’esempio (che tutto sommato se anche cretino può pure essere tollerato) e ignorare a cosa servisse? Non ho proprio mai fatto una asserzione assoluta che le madri sottraggono i figli alle madri e non parlavo di te gina dicendo della sana aggressività che io nel mondo reale vedo spesso negata e anche equivocata. Ma anche quello era un esempio, volevo dire un’altra cosa su una certa tendenza a negare lo spazio e la possibilità di esistenza di un proprio mondo interno che credo sia un vero problema nostro di adesso e delle semplificazioni nel voler psicologizzare semplicisticamente tendenze e caratteri e su questo togliere le responsabilità del prorpio agire. Ora non ho molto tempo, ma ci tornerò meglio e scrivendo forse meglio (cosa che non so fare tanto bene), e con altro materiale.

  85. lucia cossu il 18 marzo 2009 alle 12:30

    solo un’altra cosa: perché sottrarsi quando viene richiesto di cercare di capire altre posizioni e anche spiegare meglo le idee che non vengono assecondate? Nessuno chiede di assecondare, solo di essere anche spostato dalle proprie convinzioni e avere un’altra fetta di mondo e magari lasciarsi invadere e ascoltare il mondo di un altro che si ritiene non pretestuoso e manipolatore anche se urtante. E non stò dicendo di essere buoni e sorridentemente ipocritamente tolleranti, ma l’assoluto contrario.

  86. véronique vergé il 18 marzo 2009 alle 15:15

    Ho paura che il mio commento non sia all’altezza degli altri.
    Vorrei solo dire che da lungo soffro di un manca di tenerezza dalla parte degli uomini che ho conosciuto, eccetto un amico e il mio primo amore di adolescenza. Dopo solo uomini che hanno come meta: scopare, niente di più, condivire un momento di piacere ( per loro). E se per caso, hai un problema con il sesso, tu puoi vedere gli uomini scappare, perché non hanno tempo da perdere con la tenerezza o la communicazione.
    Mi chiedo se gli uomini, quando parlano di amore danno la stessa significazione.
    Avrei sognato che un uomo mi parla, capisce, mi offre la sua spalla, mi rassicura. Hanno quasi tutti sbagliato con me. E’ una constatazione.
    Non so come hanno fatto le donne che hanno la fortuna di avere un uomo innamorato. E’ un mistero per me.

  87. la funambola il 18 marzo 2009 alle 16:32

    cara gina :)
    quando dico che capisco, tollero, comprendo, compassiono, ascolto , mi assorello, mi affratello fino a pagina 15 assumo un tono scherzoso, ironico, affabile, empatico ecc ecc.
    so bene che è da pagina sedici che si aprono le danze ed è da pagina sedici in avanti che tocca far fatica e mettersi dalla parte dell’altro, non per fargli da maetra/o di ballo, ma per imparare a ballare insieme, per tentare di ballare in armonia, bellezza, ammòòòrrè :)
    non puoi però ballare e far ballare tutto il mondo.
    quando capisco, “sento”, che “sentiamo” musiche diverse mi siedo, guardo, aspetto, rinuncio a ballare, scelgo un ballerino/a a me più affine e spesso, spesso, ora, ballo da sola e sono anche felice.
    questa bella metaforona per dirti che quando ci invitiamo a ballare, balliamo lo stesso tango io e te :)
    leggo negli interventi di maria (ciao maria :) ) molta rabbia e molte contraddizioni e mi riesce difficile acchiappare il bandolo
    leggo e ne prendo atto.
    bacio e abbraccio anche lucia e veronique.
    la funambola

  88. lucia cossu il 19 marzo 2009 alle 10:28

    anche qui non capisco e devo dire che trovo anche facile non argomentare ma lamentarsi della mancanza di seduttività del discorso. Certo che delle volte ci si trova entusiasticamente trasportati e affascinati dai discorsi reciproci e va bene. Ma se questo a un certo punto non avviene più è facile tirarsi fuori dicendo che è diventato noioso, non prima però di avere sparato qualche bella definizione degli altri. A proposito di aggressività negata ed equivocata eccone un esempio nel far notare la “rabbia” di maria. Trovo molto facile trovare cose personali del genere in ognuno dei commenti di qui, solo che questo io lo trovo aggressivo: usare il personale per me mette solo distanza e crea fossati che poi non si ha voglia di traversare, con buona pace di ogni discussione. Davvero si è diventati che tocca avere voglia di arrivare a pag. 16 per discutere di qualcosa con qualcuno? Si vuole commentare anche della mia rabbia o dei miei dolori? Per fortuna mia son abbastanza noiosa da non meritare tali attenzioni. Cosa c’entrano? E perché maria o io o chiunque dovremmo avere opinioni non contraddittorie all’interno di una discussione?

  89. La Portinaia dell'Accademia della Crusca il 19 marzo 2009 alle 18:22

    (véronique vergé)
    Quanta tenerezza la mi fa questa donna! Venga qua che me la sbaciucchio tutta io e un ci pensi a quei cattivoni degli uomini!
    Scherzi a parte, Véronique, siccome ho diversi uomini amici, così come donne, lo sai cosa ho scoperto? Che la tenerezza è una cosa rara, da una parte e dall’altra. E che la maggioranza “ci sta” (senza).

  90. la funambola il 19 marzo 2009 alle 20:17

    lucia
    chediciammmè? :)
    le mie parole, qui come nel “reale” non possono che essere personali per il semplice motivo che non posso descriverti il mondo ma solo ed esclusivamente il mio sguardo sul mondo, e il mio sguardo sul mondo non può che essere personale.
    quando leggo parole, pensieri, devo tradurli, qui come nel reale.
    nel reale è più facile non fraintendere per tutta una serie di ovvi motivi, che non escludono comunque l’incapacità di riuscire a “comunicare” a “sentire” , a “sentirsi”
    nel reale d’altra parte è anche più facile essere precipitosi perchè la parola risponde ad urgenze e nell’urgenza fatichi a controllare e leggere paure, ansie, rancori…
    e la mia traduzione non può che esse personale e dipende da tanti fattori che mi pare inutile elencare.
    qui, nel virtuale, si sceglie di venire, non ci si è costretti, qui puoi contare oltre il sedici e puoi scegliere come tradurre le parole degli altri.
    posso, per farti un esempio, sentirmi stizzita dalla tua risposta, e allora vado a vedere perchè mi stizzisco e tento di smontare una mia paura che fondamentalmente è la paura di non essere accolta, di non essere riconosciuta.
    qui nel virtuale ho il tempo per controllare la mia aggressività, dove per controllo intendo la possibilità, se voglio, di capire il perchè assumo un atteggiamento di difesa, e l’aggressività è sempre una risposta che nasce dalla paura verso qualcosa, qualcuno, che sentiamo minaccioso, poco amorevole.
    qui nel virtuale, come nel reale, posso scegliere di rispondere o di non rispondere, di argomentare o di astenermi se reputo che non mi interessi andare oltre, se reputo tutto quello che liberamente posso reputare e riconosco anche agli “altri” tale legittima possibilità e scelta.
    io prendo atto che tu mi hai tradotta con i tuoi di occhi e con quali altri potresti?
    leggo negli interventi di maria molta rabbia e molte contraddizioni e mi riesce difficile acchiappare il bandolo e in questa mia considerazione non ci metto giudizio.
    prendo atto che guardiamo il mondo con occhi diversi a prescindere dall’argomento, perchè gli argomenti sono, per me, solo pretesti.
    confido nella tua traduzione, le parole , una volta scritte, non ci appartengono più :)
    un bacio anche alla portinaia :)
    la funambola

  91. gina il 20 marzo 2009 alle 07:21

    quoto in toto la fu (mi sposi?)
    tradurre non è mai neutro.
    E questo vale per tutti.
    Per quanto mi riguarda, per la mia esperienza relazionale dunque e ad esempio , affermazioni come quelle che ho elencato sopra, nei contesti di cui sopra, e come questa
    “trovo anche facile non argomentare ma lamentarsi della mancanza di seduttività del discorso”
    si portano dietro, in traduzione, un mondo dannatamente inospitale.
    Però si può sempre giocare a bowling:)
    ve lo riattacco e buona giornata a tutt*
    http://www.youtube.com/watch?v=SDsxkQk6DWw

  92. gina il 20 marzo 2009 alle 07:39

    ps. inospitale anche al conflitto, neh, non che poi si traduca che senza tappeti rossi la sciantosa si rifiuta di scender dalle scale dell’olimpo:)
    baci

  93. lucia cossu il 20 marzo 2009 alle 08:54

    appunto, se vogliamo solo metterla su come io o voi traduciamo le cose solo le differenze e le proprie idiosincrasie vedremo. Io invece ci credo e continuo a crederci che ci si può incontrare e capire.

  94. La Portinaia dell'Accademia della Crusca il 20 marzo 2009 alle 12:26

    (Funambola)
    Icché c’è c’è, diceva Benigni, sicché i’ tu’ bacio e me lo piglio volentieri, grazie!

  95. lucia cossu il 20 marzo 2009 alle 14:05

    essendo spesso un po’ tonta vedo se così sono più chiara: trovo portatore di equivoci e chiusure e non utile commentare il commento di qualcuno dicendogli come sarebbe e non commentando il commento stesso. Ovvia la libertà di farsi idee (ma forse senza pensare siano per forza giuste) e ignorare ogni cosa non ci garbi o interessi.

  96. la funambola il 20 marzo 2009 alle 14:13

    gina
    sì, lo voglio :)

    devi però sapere che io sono fedele solo a me stessa che, tradotto, significa essere la Fedeltà fatta persona :)

    la dedico a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà

    tutto imparammo dell’amore-
    alfabeto, parole,
    un capitolo, il libro possente-
    poi la rivelazione terminò

    ma negli occhi dell’altro
    ciascuno contemplava un’ignoranza
    divina, ancor più che nell’infanzia:
    l’uno all’altro, fanciulli,

    tentammo di spiegare
    quanto era per entrambi incomprensibile.
    ahi, com’è vasta la saggezza
    e molteplice il vero!

    …dimenticavo…mi puzzano i piedi e ho seni asimmetrici e un filino di cellulite

    baci
    la funambola

  97. gina il 20 marzo 2009 alle 19:22

    La fu
    ma io m innamoro delle anime istantaneamente, perdutamente, per come aspettano l’ascensore alle 7 di sera di un lunedì circonfuse di beigeazzurro asettico, lo stesso in tutto il mondo delle hall d”albergo di tutto il mondo, per come tirano il frisbi in acido alle 5 del mattino in cima a un passo dimenticato da dio, per come camminano in mezzo al deserto a 50 gradi all’ombra vestite da babbo natale mentre io corro con i massive attack nell’orecchio e un camion col pianale carico d’operai mi schiva per un pelo sollevando bolle progressive, pulsanti, di sabbia gialla, per come surfano con una gamba di kevlar, per come si asciugano le mani dietro la porta in un sabato pomeriggio, a volte persino per sentito dire, cose cosi. E sono innamoramenti d’anima, d’amore e/o d’amicizia istantanei e travolgenti, tanto che i corpi a volte si spogliano, magari si tolgono pure le scarpe e io svengo ma è meraviglioso.
    (dimmi che caghi pure e mi zerbino definitivamente:)

  98. la funambola il 21 marzo 2009 alle 01:26

    a tè la tu mamma doveva picchiarti un po’ di più quanderipiccina :))))

    baci bella smandrappona, grazie di avermi cagata!
    bacio
    la fu



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