Dio non scrive romanzi. Elogio a Ernesto Sabato

7 marzo 2009
Pubblicato da

di Massimo Rizzante

Ricordo la prima volta che incontrai Ernesto Sabato, l’autore della trilogia romanzesca composta da Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L’angelo dell’abisso (Abaddón el exterminador, 1974).
Un giorno di settembre di dieci anni fa in una città del sud della Spagna procedevo sbuffando per l’opprimente calura. Ero uscito dall’albergo in anticipo su un appuntamento e gettavo distrattamente lo sguardo sulle bellezze del luogo. Fu così che, seguendo con la coda dell’occhio uno di quei superbi idilli mancati, franai su un vecchio signore. Il mio imbarazzo crebbe quando mi accorsi che portava un paio di occhiali spessi e scuri, e che cercava allungando a tentoni le mani sul marciapiedi il suo bastone.
Era cieco! Immediatamente raccolsi il bastone e glielo porsi.
Quando si fu rialzato e riassettato furiosamente la giacca, il vecchio ripartì senza dire una parola, come se avesse fatto il callo a quel genere di imprevisti, come se quegli incidenti fossero consustanziali alle sue passeggiate pomeridiane.
L’ora del mio appuntamento era ancora lontana. Entrai in una libreria.
Non mi ero ancora ripreso dalla collisione di qualche minuto prima, quando la coda dell’occhio si posò questa volta su un libretto di un centinaio di pagine intitolato Informe sobre ciegos (Rapporto sui ciechi) di Ernesto Sabato, romanziere e saggista argentino, nato nel 1911 a Rojas, provincia di Buenos Aires, come lessi sul risvolto di copertina (qualche tempo dopo scoprii che il Rapporto non era altro che il terzo capitolo del secondo romanzo dell’autore, Sopra eroi e tombe).
Ci vuole una quantità insospettabile di circostanze casuali per entrare in possesso di una chiave con la quale aprire il codice della nostra esistenza. Ce ne vuole una quantità altrettanto considerevole per penetrare nel mondo segreto di un artista. Quel giorno l’appuntamento con l’amico spagnolo saltò. Non riuscii a raggiungere in tempo il luogo prefissato per l’incontro, una rivendita di pesce fritto. Là, in ogni caso, cominciò il mio rapporto con Ernesto Sabato.

Essere fedeli alla condizione umana

Dopo quell’appuntamento inatteso in Spagna, i miei incontri con Sabato sono diventati puntuali e frequenti. Oltre ai romanzi, ho scoperto la sua opera saggistica, poco conosciuta e poco tradotta in Europa, e oggi spesso snobbata anche in America Latina.
Leggendola mi sono detto: Sabato scrive come se dovesse essere letto fra diecimila anni! Un’altra idea, subito dopo, mi è balenata nella mente: Sabato è uno degli ultimi umanisti, un umanista in lotta contro la crisi dell’uomo concreto e universale.
Nel saggio intitolato El desconocido de Vinci (raccolto in Apologías y rechazos, 1979) c’è questo passaggio:

«Ciò che è specifico dell’essere umano non è lo spirito ma quella lacerata regione intermedia chiamata anima, regione in cui accade tutto ciò che di grave e di importante appartiene all’esistenza: l’amore e l’odio, il mito e la finzione, la speranza e il sogno; nulla di tutto questo è puro spirito, quanto piuttosto un violento miscuglio di idee e sangue. Ansiosamente duale, l’anima soffre tra la carne e lo spirito, dominata dalle passioni del corpo mortale, ma aspirando all’eternità dello spirito. L’arte (cioè la poesia) sorge da questo confuso territorio e a causa della sua stessa confusione: Dio non ha bisogno dell’arte.»

Quest’ultima frase (di cui esiste una variante in un saggio del 1963, Lo scrittore e i suoi fantasmi: «Dio non scrive romanzi») è giustamente famosa perché è il vero emblema di tutta l’opera di Sabato, dei romanzi e dei saggi, della sua parte notturna come di quella diurna, un emblema che è un lungo elogio all’imperfezione dell’uomo. Sia che scriva su Leonardo da Vinci, Borges, i problemi dell’educazione dei nostri tempi o che inventi personaggi come Castel, Alejandra, Martín, Sabato non perde mai di vista quell’essere «ansiosamente duale» che egli, come qualsiasi altro uomo, é. Sabato sa bene che la vera patria dell’uomo è quella «regione chiamata anima», in cui si mescolano senza soluzione di continuità «le idee» e «il sangue». Ma egli sa anche che l’uomo ha abbandonato progressivamente questa regione intermedia e che grazie alla sua ansia di perfezionamento ha razionalizzato a tal punto il mondo da renderlo disumano.

L’ultimo umanista

Tuttavia il pensiero di Ernesto Sabato non è né tragico né nichilistico. Proprio in virtù del nostro status ontologico di esseri finiti, di esseri carnali e spirituali, possiamo costruire ponti sopra gli abissi delle nostre coscienze, partecipando così agli eventi del passato e del presente. Possiamo sempre aprire una finestra sulla nostra solitudine, sugli altri, su quelli che ci hanno preceduto nel tempo come su quelli che non appartengono alla nostra geografia. Per il fatto che è nutrita da una riflessione ontologica sull’uomo, l’opera di Sabato è refrattaria a ogni «astratta complessità», a ogni bizantinismo.
Sabato demistifica il gigantesco paradosso secondo il quale un movimento chiamato Umanesimo ha prodotto, alla fine, una totale disumanizzazione delle forme e, al contempo, cerca di preservare a qualsiasi costo l’insondabile capacità onirica dell’uomo, la sua cecità produttiva. Egli demistifica il mondo della tecnica e cerca di proteggere e difendere l’individuo, essere concreto e confuso, sospeso tra l’ansia di perfezione e i suoi istinti.
Per questo Sabato è uno degli ultimi umanisti: perché demistifica la realtà senza demitificarla.
Demistificare senza demitificare la realtà significa restare fedele all’imperfezione ontologica della condizione umana.

Il romanzo è la patria dell’uomo

Ma come può l’uomo oggi raggiungere attraverso la sua parte intelligibile e le sue passioni, in un modo insieme intelligibile e appassionato, la propria imperfezione? La risposta dell’autore è di quelle senza appello: attraverso l’arte, e in particolare l’arte del romanzo.
Tradire è volgere lo sguardo verso un punto ignoto, che ci attira proprio perché ignoto. Così Sabato, dopo aver attraversato con devozione assoluta la cittadella delle scienze matematiche e fisiche, ha abbandonato le sue aspirazioni alla purezza, alla chiarezza e all’ordine geometrico, approdando su un altro territorio, incerto e pericoloso: quello dove le congetture non precedono mai le azioni e in cui le azioni, molto spesso, non sono frutto di congetture: il territorio del romanzo.
Per Sabato, questa regione intermedia in cui si mescolano senza soluzione di continuità «le idee» e «il sangue», questa «regione chiamata anima», ontologicamente ambigua, impura e propria dell’individuo finito, concreto e confuso, coincide con il territorio esplorato dal romanzo. Coincide, non confina. Per questo Sabato può dire che «il romanzo è la patria dell’uomo». Il romanzo, infatti, è il luogo in cui l’uomo, in esilio sulla Terra e lontano dagli dei di Hölderlin, diventa amico dell’uomo, e impara a essere fedele alla sua imperfetta condizione.

Che cosa significa spiegare?

Ricordo che mentre leggevo Sabato durante quel pomeriggio assolato di dieci anni fa nel sud della Spagna mi soffermai su un passaggio e mi chiesi: che cosa significa spiegare?
La risposta, probabilmente influenzata dalla recente lettura, fu: spiegare significa stabilire una rigorosa catena causale che si trasforma alla fine in un nodo scorsoio che si stringe attorno al collo.
Leggere Sabato è per me una questione di igiene mentale: per non morire soffocato dalla spiegazione diurna del mondo, per non abbandonare l’insondabile cecità dell’uomo.

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20 Responses to Dio non scrive romanzi. Elogio a Ernesto Sabato

  1. véronique vergé il 7 marzo 2009 alle 11:56

    E’ sempre un delizio di leggere gli appunti di lettura, saporire un gusto raffinato. Quando ho letto il Tunnel ( il solo che ho letto di Ernesto Sabato)), mi sono sentita affogata nella paura, voglio dire che è un caso strano di lettura o di cecità, non posso entrare nella mente del geloso, sono vista attraverso la mente torturata del narratore. La gelosia non fa solo soffrire
    quello che la prova, ma anche la vittime che subisce, forse in amore/dolore: vittime e inquisitori si scambiano nella notte del tunnel.

  2. macondo il 7 marzo 2009 alle 16:18

    Sabato, un gradino sotto (ma de gustibus, neh?) Cortazar, Scorza, Rulfo, Onetti, però sempre un grande maestro della narrativa latinoamericana.

  3. gianni biondillo il 8 marzo 2009 alle 00:49

    Amo carnalmente Max Rizzante, come posso uscire da questa folle dipendenza?

  4. Stan il 8 marzo 2009 alle 05:48

    Ah, vedi cosa non s’impara. Molto bene, andrò a guardarmi Sabato.

    Stan

  5. maria v il 8 marzo 2009 alle 08:27

    anch’io, (non carnalmente come lei, biondillo :-) però, ammetto di trarre sempre sollievo quando appare rizzante, una specie di deus ex machina, per me, o di orizzonte che mi sorprendo, ogni volta, ad attendere con impazienza (anche se non commento :-)
    un semplice grazie

  6. Diamante il 8 marzo 2009 alle 17:35

    Anch’io ringrazio Rizzante per il suo intervento. Non conosco Sabato ma rimedierò. Mi hanno molto colpito le riflessioni di questo autore riportate da Rizzante. E condivido la sua visione dilacerata, scissa e dunque assolutamente speciale e drammatica dell’essere umano.

  7. Ivan il 9 marzo 2009 alle 10:09

    “spiegare significa stabilire una rigorosa catena causale che si trasforma alla fine in un nodo scorsoio che si stringe attorno al collo”

    Bellissimo

    Anni fa avevo scritto questo, pensando alle stesse cose:

    http://belacqua.wordpress.com/2007/01/18/5/

  8. Paolo il 9 marzo 2009 alle 14:31

    Ottima introduzione; domani in libreria con Sabato!

  9. Francesco il 9 marzo 2009 alle 18:11

    Quando ho letto “il tunnel”, prima in italiano e poi, dopo aver studiato molto, in spagnolo, ho capito che era un capolavoro, lo leggevi e c’era dentro quello che deve esserci, ne più nè meno. E poi gli altri libri, pochi e necessari. Allego qualcosa per i pigri e i curiosi:
    http://www.frasesypensamientos.com.ar/autor/ernesto-sabato.html
    http://www.literato.es/el_tunel_de_ernesto_sabato_naciendo_para_volver_a_empezar_la_co/
    http://www.citasyrefranes.com/famosas/autor/1020
    questa sua frase la tengo sempre affianco: “Vivir consiste en construir futuros recuerdos”
    grazie per ricordarlo
    francesco

  10. Valter Binaghi il 9 marzo 2009 alle 23:49

    “Vivir consiste en construir futuros recuerdos”

    E’ effettivamente la sentenza di un umanista puro: uno per cui vita e cultura sono sinonimi.
    L’articolo di Rizzante è un modello: parla di un autore che pochi conoscono, in realtà è un passo di teoria del romanzo, godibile in sè. Profondo.

  11. Stan il 10 marzo 2009 alle 18:14

    Alla Feltrinelli Milano Duomo non c’è. Si troverà?
    Cercherò.

    Buonasera, Stan

  12. lezama il 12 marzo 2009 alle 10:02

    @ macondo
    non puoi mettere sabato un gradino sotto a rulfo e scorza (soprattutto a quest’ultimo, no), passi per cortazar e onetti, ma anche qui non sono sicuro, forse vale per cortazar ma onetti e sabato sono due grandi pressoché parigrado. e se te lo dico io, che sono lezama, ci puoi credere. @ tutti consigio di rileggervi la quarta della prima edizione di Sopra eroi e tombe, a firma di Gombrowicz
    @ rizzante, questo tra il polacco e ernesto avrebbe potuto essere un bel ramo dell’Albero, ma se vuoi mi candiod io a scriverlo per l’Atelier.
    L’huego.

  13. max rizzante il 12 marzo 2009 alle 21:08

    @ Stan
    Lo so, trovare i libri di Ernesto Sabato è un problema. Forse attraverso Internet ce la si può fare.
    @ lezama
    La breve amicizia tra Gombrowicz ed Ernesto Sabato è un bel capitolo del romanzo (oltre che un capitolo importante della storia letteraria argentina del XX secolo: si vedano i libri di Piglia). “L’Atelier du roman”, in uno dei suoi primi numeri degli anni Novanta, dedicato a Gombrowicz, ha pubblicato l’introduzione che Sabato fece alla traduzione spagnola di “Ferdydurke”. “L’atelier du roman” ha dedicato anche un numero a Ernesto Sabato.
    E’ chiaro che un saggio su Gombrowicz e Sabato è sempre ben accetto…

  14. lezama il 13 marzo 2009 alle 14:25

    @ max
    Proprio per questi motivi proponevo questo “ramo”. Fammi sapere dove come e quando, se vuoi. A presto

  15. max rizzante il 13 marzo 2009 alle 21:45

    @lezama
    Mandami pure il saggio all’email dell’università: massimo.rizzante@lett.unitn.it

  16. macondo il 13 marzo 2009 alle 22:56

    Querido lezama,
    disculpame, lo siento, pero no puedo poner el Sabato en el “Paraiso”. Los latinos antiguos, nuestros ancestros, decian: “De gustibus non est disputandum”. Vale

  17. […] «Ciò che è specifico dell’essere umano non è lo spirito ma quella lacerata regione intermedia chiamata anima, regione in cui accade tutto ciò che di grave e di importante appartiene all’esistenza: l’amore e l’odio, il mito e la finzione, la speranza e il sogno; nulla di tutto questo è puro spirito, quanto piuttosto un violento miscuglio di idee e sangue. Ansiosamente duale, l’anima soffre tra la carne e lo spirito, dominata dalle passioni del corpo mortale, ma aspirando all’eternità dello spirito. L’arte (cioè la poesia) sorge da questo confuso territorio e a causa della sua stessa confusione: Dio non ha bisogno dell’arte.» (citato in un bell’articolo dedicato allo scrittore argentino da Massimo Rizzante che potete leggere su Nazione Indiana) […]

  18. Elisabetta il 16 marzo 2009 alle 09:39

    “L’arte (cioè la poesia) sorge da questo confuso territorio e a causa della sua stessa confusione: Dio non ha bisogno dell’arte.”
    Già, proprio così. Grazie per questo post.
    Elisabetta

  19. andrea inglese il 18 marzo 2009 alle 14:49

    Chi è che parla di Sabato? Oggi? Bisogna ficcarsi in qualche corso di ispanisti… invece Rizzante ne parla come se sabato fosse qui presente a muovere le acque, riferimento vivo e inaggirabile. Ne scrive ancora nella sua ultima raccolta di saggi, “L’albero”, in un pezzo intitolato “Una finestra aperta sulla solitudine.” Bisogna essere grati di questi saggi, perché il problema di chi legge romanzieri come Sabato (o Gombrowicz o Lowry o Kis) è che poi se li porta dietro i loro romanzi, come il ricordo di un lungo viaggio compiuto in un paese straniero. Questi romanzi “non si consumano”. Per questo siamo grati quando qualcuno ce ne riparla, mostra di aver cominciato a elaborare quell’esperienza così intensa e ingombrante.

  20. romano pitaro il 23 marzo 2009 alle 15:09

    LO SCRITTORE ERNESTO SABATO
    COSCIENZA CRITICA DELL’UMANITA’
    Di Romano Pitaro

    “Tutta la nostra vita sarebbe una serie di grida anonime in un deserto di astri indifferenti?” Sabato per tanti è stato questo interrogativo desolato. L’uomo che ha davanti a sé l’abisso del nulla e dei silenzi totali e che, se si affida al punto di domanda, è soltanto per non cedere al suicidio. Quest’interrogativo attraversa la sua opera e avvinse Albert Camus e l’esistenzialismo agli inizi del Novecento.
    Ma questo romanziere argentino che ha superato la soglia dei 9o anni, che è stato “ragazzino solitario e spaventato di un villaggio della Pampa”, avrebbe potuto essere un ragazzino spaventato di un villaggio della Calabria dei primi del ‘900, quasi a ricordare che in ciascuno di noi corrono sempre due destini, quello che si è e quello che si sarebbe potuto essere. Quando gli ricordo il destino che non ha avuto, si schermisce con un sorriso, ma non distrae la sua anima dai dolori del presente: “E’ cosi”, annuisce con voce flebile.
    Sabato è non solo l’acuto, scrupoloso notaio di anime sprofondate nell’oblio del terrore, dello sconforto e della paranoia (il suo capolavoro è “Sopra eroi e tombe ” che insieme al Grande Sertão di Guimarães Rosa, secondo lo scrittore triestino Claudio Magris, è il più grande romanzo sudamericano e uno dei grandi libri del secolo).
    Se pensiamo a Sabato e allo sradicamento subito dalla sua famiglia, violento come solo l’emigrazione sa essere, e alla carneficina dei militari nell’Argentina della “guerra sporca”, comprendiamo come abbia potuto mettere in bocca al protagonista di Tunnel (il suo primo libro) Juan Pablo Castel, una frase cosi drammatica: “Che il mondo sia orribile è una verità che non necessita dimostrazioni”.
    Ma c’è sempre una luce dietro ogni sua rinuncia totale, un baluginìo timido ma resistente alle tenebre . E se la s’insegue, si scopre non la freddezza del razionalista, ma un ingegno vivido, caldo, una saggezza che ha radici antiche, tempra forte.
    Cosi si scopre che Ernesto Sabato è stato anche un inno alla speranza. Il suo sorriso dolce e la mano che tese per salutarmi , quando mi ricevette dopo tante insistenze nella casa dove ha vissuto per più di sessant’anni , furono disarmanti. Dopo viaggi nell’animo umano più inverecondo e ricolmo di feccia e l’immersione nelle crudeltà della storia del suo Paese, trovava ancora la forza di affermare: “Soltanto chi sarà capace di incarnare l’utopia sarà pronto per la battaglia decisiva, quella destinata a recuperare l’umanità che abbiamo perduto”.
    Lo scrittore più autorevole dell’America meridionale ha sangue calabrese:”Mescolati alla moltitudine di colonizzatori, i miei genitori approdarono su queste spiagge con la speranza di fecondare la Terra promessa che si estendeva oltre le loro lacrime. Mio padre discendeva da italiani di montagna, abituati alle asperità della vita, invece mia madre, che apparteneva a un’antica famiglia albanese, dovette sopportare i disagi con dignità” scrive in Prima della fine, una sorta di testamento letterario destinato a coloro “che si avvicinano alla morte e si chiedono a che pro e perché abbiamo vissuto” e soprattutto utile per capire il secolo da poco archiviato e l’Argentina “insozzata dai governanti e dalla maggior parte dei politici”. Ricordare l’incontro che ebbi con lui a Buenos Aires è per me un pensiero felice. Non soltanto perché sono convinto di avere conosciuto un grande dei nostri tempi, ma perché il suo essere uomo in un certo senso mi ha arricchito d’umanità. Mi accolse nella sua abitazione di Santos Lugares, nella periferia ovest di Buenos Aires, e mi fece accomodare in uno studio tappezzato di libri ( “Una volta a chi mi chiedeva quali letture fare, ho risposto: leggete ciò che vi appassiona, sarà l’unica cosa che vi potrà aiutare a sopportare l’esistenza”).
    Sulla scrivania la foto di sua moglie Matilde e del figlio, Jorge Federico, “ entrambi morti” mi disse “ ma io ci parlo ogni giorno. Spesso li guardo con la nostalgia di uno sguardo che mi spezza il cuore. Come vorrei tornare indietro nel tempo. Darei tutti i miei libri – e darei il mio prestigio, e gli onori e i riconoscimenti, pur di recuperare la loro vicinanza”.
    Aveva 91 anni, compiuti lunedì 24 giugno quando lo incontrai: ” Da giovane credevo che il limite massimo per la mia vita sarebbe stato 80 anni. Mi sono sbagliato. Si apprende di più dalla vita quando si è vicino alla morte”. Cosa si apprende da morti resta una domanda a cui lo scrittore non risponderà. Sabato ne ha viste tante nella sua Argentina disincantata, “distrutta”, insanguinata ( “Negli anni che precedettero il colpo di Stato del 1976 – mi ha detto – accaddero atti di terrorismo che nessuna società civile avrebbe potuto sopportare. Invocando tali fatti, i golpisti, criminali della più bassa lega, rappresentanti di forze demoniache, scatenarono un terrorismo infinitamente peggiore, poiché si esercitò con la forza e l’impunità permessa dallo Stato assoluto, dando inizio a una caccia alle streghe che pagarono non solo i terroristi, ma migliaia e migliaia di persone”) e oggi ancora una volta in ginocchio.
    Il Paese definito ” il più metafisico del mondo” appariva tre anni fa quasi come una caramella succhiata, si stentava persino a intravedere un accenno di futuro. “Eravamo un grande Paese – sospirò più volte Sabato, ogni qual volta l’Argentina s’infilò nelle nostre parole. Con un mormorio quasi impercettibile, come un pensiero fisso che lo tormenta: “Eravamo un grande Paese. Io sono angosciato per la situazione che vive il mio paese. Noi fummo una grande nazione intorno agli anni ’20, ma oggi il logoramento del mio Paese è tale che la parola nazione è come un vestito grande su un corpo esile. E’ sommamente grave arrivare a scoprire che si è tradito tutto ciò che significava il comune destino da realizzare; ed io le posso assicurare che questo Paese ha avuto tutte le occasioni per incarnare un importante destino. Però le abbiamo sciupate. Sistematicamente, abbiamo disatteso tutte le opportunità che la storia ci ha offerto e cosi siamo passati da granaio del mondo a un paese dove ci sono bimbi che muoiono denutriti . E’ da anni che io lancio degli allarmi sulle conseguenze spaventose di questa politica di sfruttamento e disumanizzazione”.
    Mi mostrò alcune edizioni italiane dei suoi tre romanzi importanti: “Eravamo un grande Paese e adesso ci siamo ridotti cosi. Che tristezza! Che tristezza!”, soggiunge. Gli chiesi: E i militari, maestro, i militari sono ancora uno spettro in questo Paese che ha conosciuto le loro degenerazioni? Mi fissò attraverso le sue spesse lenti, e di colpo ogni tremore del suo corpo vacillante scompare, capì che non aveva voglia di rispondere, ciò che accadeva in Argentina lo turbava , ma poi il pensiero che non voleva articolare gli sfuggi di bocca : “I militari, i militari io li tengo alla porta, non li faccio neanche entrare in casa mia…”
    Sabato le ha attraversate tutte le drammatiche pagine argentine, non solo quelle dell’arrivo degli europei, ad incominciare dalla seconda metà del XIX secolo, che abbandonavano le loro poche cose in cerca di un pezzo di terra da arare e strappare “alla metafora del vuoto” che è la Pampa: “Quegli uomini, per la maggior parte, non trovarono che un altro tipo di miseria, fatta di solitudine e di nostalgia. Da questo irrimediabile sconforto nacque il canto più strano che sia mai esistito, il tango che una volta, Enrique Santos Discepolo, il suo creatore più illustre, definì un pensiero triste che si balla. Il tango è l’unico ballo popolare introspettivo”. E quasi pensando ai suoi genitori, che arrivarono in Argentina a fine ‘800 da Fuscaldo (Francesco, il padre) e da San Martino di Finita (la madre Giovanna Maria Ferrari) in provincia di Cosenza: “Quanti italiani – ha scritto una volta – avrebbero continuato a vedere le loro montagne e i loro fiumi, separati dal dolore e dagli anni, nelle strade di Buenos Aires, in questa metropoli costruita sul porto e trasformata in un deserto di ammucchiate solitudini”.
    L’ultima delusione di questo scrittore che Guido Piovene, in un piacevole saggio del 1966, defini ” descrittore forte e impressionante” e il cui primo romanzo, Tunnel, fu fatto conoscere all’Europa da Camus , è stata l’ingiustizia delle leggi che hanno impedito la punizione dei colpevoli di misfatti atroci commessi durante la Guerra sporca .
    E’ stato lui a presiedere la commissione sugli scomparsi dal 1973 al 1986 (forse più di 30 mila vittime della tirannide) dando al mondo Nunca más, la relazione ufficiale redatta dalla commissione insediata da Raul Alfonsin nel 1985 che consentì la condanna dei membri della Giunta militare (Videla, Viola e l’ammiraglio Massera): “In più di cinquantamila pagine furono registrate le scomparse, le torture ed i sequestri di migliaia di persone, spesso giovani ed idealisti, il cui supplizio sarebbe rimasto per sempre nel punto più lacerato del nostro cuore”.
    Con negli occhi le immagini delle Madres de la Plaza de Mayo che ogni giovedì pomeriggio sfilano davanti alla Casa Rosada ( secondo alcuni non più in cerca delle persone scomparse ma della lista degli assassini ), commentò con scoramento il non essere riusciti a punire i colpevoli, che, complici le leggi d’Obediencia debita e Punto final e poi gli indulti “hanno cancellato quella volontà sovrana che doveva essere un esempio di lotta etica, che avrebbe avuto conseguenze esemplari per il futuro del Paese”.
    Gli ricordai la pagina dedicata al padre calabrese ed alla Calabria in uno dei suoi ultimi libri e avverti, attraverso il suo mezzo sorriso , una commozione profonda in quell’uomo che ha attraversato il ‘900 in lungo ed in largo: comunista, anarchico, socialista, senza fedi, sempre contro l’oppressione, accanto agli ultimi .
    Mi parlò di sé in circa due ore di conversazione senza narcisismi e supponenze, ma soprattutto degli altri. Avevo di fronte a me la coscienza critica di un Paese, l’Argentina, costretta ancora una volta a ricominciare da zero, sempre che voglia fare finalmente i conti con la storia, ma, anzitutto, con i propri errori. Mi spiegò senza peli sulla lingua : “La situazione argentina è molto più grave di una semplice involuzione, giacché contiene tutto il dolore che discende dall’aver tradito l’utopia di quei grandi uomini che hanno fondato la nostra nazione. La situazione si è aggravata per la delusione e la sfiducia provocate nella gente dai discorsi demagogici della politica, dalla corruzione, dall’impunità per le mafie del potere e dall’inefficacia della classe politica. In questa situazione, sarà molto difficile tornare a mettere in alto le bandiere della speranza nel cuore del nostro popolo. Non si può continuare a chiedere sacrifici alla gente per ricostruire un territorio devastato da coloro che avrebbero dovuto governarlo”.
    Ma si è giunti a questo punto perché l’Argentina è, come diceva Guido Piovene, il Paese più metafisico del mondo? Un Paese quasi irreale che non fa i conti da decenni con la sua reale condizione economica? All’inizio della conversazione, avevo avuto la percezione che Sabato volesse eludere i temi politici, muoversi soltanto nell’etereo pensiero scevro delle acuminate concretezze del presente. Errore. Di punto in bianco, nei suoi occhi si accese la vis polemica contro un certo modo di essere scrittore e di essere nella storia afflitta dalla mortalità dell’uomo : “Se lei, citando Piovene, vuol dire che l’Argentina non è riuscita a portare avanti un progetto di Paese per una sua certa condizione metafisica, io non sono d’accordo. Il problema metafisico fondamentale, il classico mal metafisico che affligge l’uomo è l’inevitabile dramma della sua fine, il fatto tragico che l’uomo, costituzionalmente, è un essere per la morte. Anche se, paradossalmente, data questa curiosa dialettica dell’esistenza, gli eventi più portentosi della storia sono stati concretati da esseri umani imperfetti. Uomini e donne che hanno costruito le proprie opere come chi innalza un monumento in un porcile. Non si tratta di grandi fatti dovuti a dei Prometeo, ma a dei mortali effimeri e fragili, uomini di carne ed ossa, come Beethoven, Dante, Bolivar o Belgrano. E che maggior segno di maturità si può chiedere ad un uomo, oltre a quello di accettare questa dura condizione dell’esistenza, il che significa vivere ed operare in permanente tensione con la morte”. E allora, maestro ?
    “Le ho già detto che stiamo attraversando una gran crisi. Ma questo disastro al quale lei ben fa riferimento, non può essere attribuito al dramma metafisico. In fin dei conti gli argentini non sono gli unici esseri umani del pianeta, con la sgradevole abitudine di morire. Lo stesso dramma affligge il più umile e il più importante dei cittadini di qualunque nazione, senza che questo faccia tremare gli indici della borsa. Parliamo sul serio: quello che afferma Piovene è in gran parte indovinato, ma se lei mi chiede di questo disastro che stiamo vivendo, io le dico che la responsabilità non può essere ascritta alla metafisica; ma ad un sistema economico imposto come modello unico ed al quale si pretende di adattare tutto l’ambito della realtà. Ciò che sembra irreale, tremendo, spaventoso, è che per gli organismi internazionali che sostengono questo modello, la sacralità dell’umana creatura sia un ostacolo per i loro bilanci. Spesso penso che gli organismi internazionali siano schiavi di una logica demoniaca.”
    Sabato è nato a Rojas, nei pressi di Buenos Aires nel 1911. Di lui si racconta di tutto, della sua conversione alla letteratura quando nel 1945 rinuncia alla scienza (si è laureato in fisica a La Plata), del suo impegno alla Presidenza della Comisiòn Nacional de la Desaparaciòn de Personas nel 1983. Da quando ha rinunciato alla carriera di scienziato per la riflessione letteraria, il suo mondo di relazioni è cambiato. Era convinto che non solo l’Argentina stia soffrendo, ma il mondo intero corra dei rischi: “Dobbiamo aprirci al mondo. Non pensare che il disastro sia là fuori, ma che arde come un incendio proprio nelle nostre sale da pranzo”.
    Nel suo volume di memorie, in cui scorre la sua esistenza, dall’infanzia all’impegno politico, dalle conoscenze importanti come Camus e Che Guevara, lancia un tutt’altro che pessimista “Patto tra i vinti” di tutti i continenti: “Anch’io ho voluto fuggire dal mondo, ma alla fine non l’ho fatto. Vi propongo, dunque, con la gravità delle ultime parole di una vita, di unirci in un compromesso: usciamo verso gli spazi aperti, rischiamo per gli altri, aspettiamo, assieme a chi tende le braccia, che una nuova onda della storia ci accompagni. Forse sta già succedendo, in un modo silenzioso e sotterraneo, come i germogli che palpitano sotto la terra in inverno. Qualcosa per cui valga la pena di soffrire e morire, una comunione tra uomini, quel patto tra vinti. Un sola torre, si, ma rifulgente e indistruttibile. In tempi oscuri ci aiutano coloro che hanno saputo orientarsi nella notte. Pensate sempre alla nobiltà di questi uomini che redimono il genere umano. Attraverso la loro morte ci consegnano il valore supremo della vita, mostrandoci che l’ostacolo non impedisce la storia, e ci ricordano quanto l’utopia sia necessaria all’uomo.”
    Quando ci lasciammo, Sabato era visibilmente stanco. Ho visto il lettino in cui dormiva in una stanza angusta fatta di cose essenziali, una lume per la notte, dei libri, una macchina per scrivere su un tavolino accanto alla finestra. Non ci sono lussi nella sua casa in cui le crepe nell’intonaco corrono veloci senza che nessuno possa fermarle, quasi che il suo ritorno in questa casa, in cui vissero sua moglie e suo figlio, non consenta aggiustamenti, mutamenti di scenario (“Voglio che la casa resti cosi com’è, con le sue crepe e le pareti mezzo scrostate…questa casa in cui nacque la mia opera e in cui morì Matilde”). Stessa cosa per gli alberi, la vecchia araucaria, due pini centenari e un mastodontico gelso che nessuno pota più nel suo giardino selvaggio. Una casa destinata a non subire ritocchi, testimone di vite vissute. Sabato attendeva lì la fine, specchiandosi nei muri ruvidi di stanze che hanno sentito il respiro della vita che da qui è passata. E mentre l’attendeva dipingeva , seduto su uno sgabello accanto ad una tela: “la pittura mi aiuta a liberarmi delle ultime tensioni notturne”. E sulla tela tratteggia le sue angosce surrealiste in chiave originale, “l’universo tenebroso, illuminato solo da una tenue luce”.
    In qualche posto, questo scrittore che non ha mai concepito l’arte come connessioni di parole e di stili astratti ha scritto che spesso nella sua vita si è sentito “come colui che aspetta un treno che mi riportasse indietro”. Indietro dove? E fin dove? E cos’hanno a che vedere con la sua storia spesso finita al centro delle cronache mondiali per un impegno a difesa dei diritti umani, i richiami alle canzoni della terra di suo padre (“Ricordo che certe volte la sera mi teneva sulle ginocchia e mi cantava le canzoni della sua terra”), o il Mediterraneo “che gli offuscò lo sguardo” quella volta che andò in Calabria a conoscere il luogo dove un giorno il padre s’innamorò di sua madre ?
    La cosa curiosa di questo scrittore è che, pur indugiando spesso alla riflessione astratta, non si è mai lasciato separare dalla realtà di tutti i giorni. Gli chiesi ancora : Da dove deve può ricominciare l’Argentina ? Accarezzò il suo vecchio cane: “Siamo giunti a questo punto per via dei militari, delle politiche sociali ed economiche non pensate per l’interesse generale, ma imposte dal dispotismo dei grandi gruppi internazionali che ci controllano, complici i tanti funzionari pubblici corrotti che hanno saccheggiato il patrimonio del paese a beneficio personale. La soluzione dovrà venire dalle crepe che si stanno aprendo nel tessuto sociale e politico, da questo disastro può uscire un altro tipo di impegno. Come in ogni grande tragedia, questo è un tempo risolutivo e il superamento di questa crisi dipenderà dalla gravità con cui sapremo assumerla.”

    DISTICO
    L’incontro con lo scrittore è avvenuto nella sua casa nel 2002, Sabato aveva accennato all’ipotesi “di tornare nella terra di mio padre”, ma per una serie di ragioni, perlopiù riguardanti la sua salute, non è stato possibile. Alla Calabria dedica una pagina del suo meraviglioso “Prima della fine” (edito da Einaudi) . “Molti anni fa – scrive – andai in Calabria, a Paola, dove un giorno mio padre si era innamorato di mia madre, intravedendo la sua infanzia tra quelle terre, guardando verso il Mediterraneo, chinai il capo e i miei occhi si offuscarono” Il padre di Sabato,Francesco, è nato a Fuscaldo e a San Martino di Finita è nata la madre,Giovanna Maria Ferrari.



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