DIRITTO DI SCIOPERO ( E ALTRI DIRITTI)

9 marzo 2009
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

Benché mi fosse ripromesso di non interessarmi più di politica, mi vedo costretto a venir meno a questo mio proposito ( ed è tale deplorevole incostanza del mio carattere che mi ha sempre impedito di intraprendere una vera dieta, cosa di cui ora avrei più che mai bisogno) a seguito del disegno di legge presentato dal ministro Sacconi sulla limitazione del diritto di sciopero nel settore dei trasporti, che mi sembra essere un altro importante tassello nella costruzione della nuova Italia berlusconiana.

Non occorre certo ripetere qui le analisi che Luciano Gallino e altri commentatori hanno svolto ottimamente per sottolineare che questo provvedimento è un testa di ponte per arrivare domani a limitare il diritto di sciopero in tutti gli altri comparti e per colpire oggi la libertà d’iniziativa della CGIL: infatti legare il diritto di convocazione di sciopero alla rappresentatività del sindacato ( in pratica solo un sindacato con più del 50% di rappresentanza potrà convocare uno sciopero oppure dovrà organizzare un complicato referendum preventivo che svuoterà lo sciopero di ogni efficacia) in assenza di libere elezioni per determinare l’effettivo grado di rappresentatività di ogni organizzazione sindacale nelle varie categorie significa nei fatti eliminare la possibilità per i lavoratori di dire la loro sui contratti di categoria e altri importanti aspetti della vita professionale. Questo fatto non ha rilievo puramente sindacale perché la democrazia sindacale, in un sistema in cui l’economia ha un potere illimitato, è uno dei pochi elementi di effettiva libertà decisionale delle persone e dunque ha un effetto benefico su tutta la società.

Ciò vale dappertutto, ma doppiamente nella realtà italiana dove in una scena politica paralizzata dal trasformismo e dall’inettitudine del ceto politico e dalla cappa di piombo dell’apparato mediatico gli unici elementi di apertura e attenzione alla condizioni e alle problematiche del paese reale possono venire dal mondo sindacale e da alcuni settori dell’associazionismo sociale e politico non partitico. Prendere provvedimenti contro il diritto di sciopero in una fase di crisi economica, dunque in una fase di probabile aumento delle tensioni sociali, getta anche una luce inquietante su come verranno gestite queste tensioni.

Non bisogna parlare però a proposito di questi provvedimenti, come pure è stato fatto in maniera erronea, di situazione da ventennio fascista: infatti l’eliminazione dei diritti sindacali è un obiettivo tipicamente liberista nell’ottica della costituzione di un mercato integrale del lavoro, mentre per i fascisti essa era un corollario della più generale eliminazione della libertà d’espressione. Non si tratta di acribia filologica, ma di capire il senso di un’operazione politica: infatti il liberismo non pensa a uno stato etico, ma semplicemente punta all’eliminazione di tutti quei diritti ( e quelle libertà) che contrastano con la libertà di mercato. L’autoritarismo di origine liberista è pragmatico e non ideologico, punta a risultati concreti e circoscritti in un quadro di persistenza di alcune garanzie costituzionali. Ciò è dimostrato dal fatto che il tentativo di compressione ed eliminazione dei diritti sindacali è avvenuto o sta avvenendo in molte parti del mondo in varie forme. Pertanto parlare di fascismo, oltre a essere un esempio di quell’italico estremismo verbale e retorico che ha spesso ingenerato confusione, è sbagliato e rischia di non far capire quanto sta accadendo.

In questi anni si è parlato di caso o anomalia italiana, intendendo con questa espressione il fatto che il blocco che sosteneva Berlusconi con le sue pulsioni autoritarie fosse un ostacolo alla modernizzazione del paese e rappresentasse in qualche misura la sintesi delle storiche malattie italiane. Mi ha sempre molto sorpreso in questa tesi che non cercasse di spiegare come mai la base delle fortune elettorali berlusconiane fosse la Lombardia, ossia la regione italiana indubbiamente più moderna e globalizzata. Verrebbe quasi da chiedersi se la modernizzazione liberista non esalti piuttosto queste anomalie italiane: per esempio il familismo amorale nella prospettiva della distruzione dello stato sociale è molto utile sia come ammortizzatore sociale a costo zero sia come catalizzatore identitario per non far comprendere ai singoli la propria effettiva solitudine, altrettanto si potrebbe dire delle forme di localismo e razzismo. Ma questo è un altro problema, quello che invece indica chiaramente questa proposta di legge, il consenso alla quale va ben oltre i confini della maggioranza di governo come dimostra il silenzio di molta parte dell’opposizione, è che il conflitto sociale non ha più diritto di esistere.
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5 Responses to DIRITTO DI SCIOPERO ( E ALTRI DIRITTI)

  1. Natàlia Castaldi il 9 marzo 2009 alle 18:34

    “il conflitto sociale non ha più diritto ad esistere….”
    e si crea l’illusione che non ce ne sia la ragione con un falso livellamento etico-morale.
    ottima analisi, ancora qualce voce nel silenzio.

  2. Natàlia Castaldi il 10 marzo 2009 alle 15:50

    mi sorprende tanto ciarlare sul nulla e il passare silenzioso di pezzi come questo…. ma va da sé!

  3. bm il 10 marzo 2009 alle 17:25

    Un ottimo pezzo di Mascitelli, che vede con chiarezza come l’attacco alla rappresentatività dei sindacati sia il primo passo per la loro distruzione. Prova ne sono le convocazioni a tavoli privati di cisl e uil (con le patetiche smentite di Bonanni: “io non c’ero, ero altrove” fotografato proprio sulla soglia del palazzo di B.), e le firme separate (cisl uil ugl) dei contratti publici (per un tozzo di pane, oltretutto).

  4. macondo il 11 marzo 2009 alle 00:52

    Non mi pare vedere nessuna anomalia italiana. La politica italiana è perfettamente alineata, con qualche frizione o contraddizione secondaria, a quella europea e mondiale. Ed esprime un leader secondo le prescrizioni dei nostri tempi, che vogliono una figura sempre meno caratterizzata dai tratti salienti del politico di professione e maggiormente legata al capitale transnazionale che coi suoi uomini ha assunto in prima persona la guida politica di molti paesi. Negli anni ’60 e ’70 sarebbe stato impensabile che un grande capitalista italiano (che so, poniamo Agnelli) divenisse Presidente del Consiglio (il seggio al Senato della famiglia era un segno di rispetto e di riconoscimento da parte del potere politico, niente più). Oggi invece è “normale”.
    Semmai l’anomalia sta nell’opposizione, che ha dimesso il suo ruolo.

  5. nadia agustoni il 11 marzo 2009 alle 04:24

    “…per esempio il familismo amorale nella prospettiva della distruzione dello stato sociale è molto utile sia come ammortizzatore sociale a costo zero sia come catalizzatore identitario per non far comprendere ai singoli la propria effettiva solitudine”.



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