A gamba tesa : mira!

11 marzo 2009
Pubblicato da

mira

Il fuoco sotto la cenere
di
Andrea Bottalico

..Essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio
essi che cantavano
ai massacri dei re..

P.P. Pasolini

Corridoi sopraelevati d’asfalto scuro patinato, sovrapposti ad altri corridoi a due corsie arrampicate sopra i pilastri, camion e furgoncini bianchi guidati da carpentieri che schizzavano rapidi per poi imboccare uscite verso paesi che non esistono, betoniere maledette con la calce incrostata sul paraurti e le ruote consumate dai chilometri macinati, macchine che azzardavano sorpassi, irritate dal nostro passo da lumaca. Pompe di benzina arrugginite, stralci di campi arati, cani morti da chissà quanto ai bordi della carreggiata e campagne bagnate, senza braccianti. Segnaletiche confuse e corrose e direzioni che assomigliano piuttosto a contraddizioni.
La strada che da Caserta arriva in braccio alla Domitiana è un viaggio verso il futuro. Un breve viaggio, tutto sommato. La distanza, tanto per cominciare, è di trentacinque chilometri. In questo spazio si nasconde il preludio di tutto ciò che rappresenta l’avvenire.

Qualcuno in passato si è domandato se Castel Volturno non sia una sorta di laboratorio del futuro, ma a me sembra il futuro, ovvero la sua incarnazione. Almeno così lo immagino, nella “migliore delle ipotesi”. Non appena mi ritrovai da quelle parti capii immediatamente che a quel punto la distanza non contava più nulla. Si apriva una feritoia enorme, cristallizzandosi come una voragine tra lo spazio ed il tempo, senza un confine o un limite di separazione annoverato a quel preciso cumulo di terra. Il territorio Domitio per diniego viene sempre isolato dal resto, scartato rimosso, come un brutto ricordo. “Quello è un mondo a parte!”, si ostinano a ripetere in molti con la paura in fondo agli occhi, nella tranquilla ipocrisia delle strade casertane.

E’ un mondo a parte!”.
Ancora non riesco a spiegarmi il motivo di quella insolita euforia, quel giorno. Nella Panda poco affidabile di Salvatore si insinuava a poco a poco uno strano olezzo che tra noi destò un istintivo sospetto: «Chi è stato!?!».
In quell’istante capimmo di essere sulla “Pomigliano – Villa Literno”.
«Siamo quasi arrivati». Ivan, un amico messinese, se ne stava seduto in silenzio ad osservare lo scenario dal finestrino appannato, immagini completamente distorte dalle gocce di pioggia che sbattevano sul vetro. Iniziò a diluviare. Il vero problema è che ogni volta perdo il senso dell’orientamento: puntualmente, sul litorale ho l’impressione di trovarmi imprigionato in una ragnatela di strade imbrogliate dalle segnaletiche fittizie, un labirinto abusivo. “Strano”, pensavo. “Eppure è una via dritta!”. Forse ero semplicemente confuso, quel giorno. Le palme che lungo il tragitto accompagnavano l’anabasi verso il presente erano finte, di un viola elettrico oppure un giallo canarino. Noi non riuscivamo a fingere.

Immaginavo la pineta che per dieci chilometri accompagnava la nostra risalita come una giungla, la fittissima vegetazione rinchiusa da una lunga cancellata che a tratti si rivelava, le distese infinite di canne di bambù, i convogli dei militari per le strade e i posti di blocco, le puttane che dal marciapiede lasciavano schioccare le labbra carnose al nostro passaggio generando un suono lungo e prolungato, la grandine che cadeva.. I miei pensieri s’inchiodavano come davanti a un muro invalicabile. “Sarà qui che inizia l’universo”.
Per un attimo fui persuaso da quella misera idea.

«Nel cuore del litorale Domitio, con una superficie di settantadue chilometri quadrati, venticinque chilometri di spiagge, dieci chilometri di pineta, attraversato da tre corsi d’acqua, il Comune di Castel Volturno occupa gran parte dell’estrema fascia litoranea della provincia di Caserta. La quasi totalità della costa di Castel Volturno non è balneabile. La popolazione residente è composta per il 10 % da immigrati provenienti da Nigeria Ghana Marocco Tunisia Slovenia Albania Polonia e Romania. Sul territorio di Castel Volturno vivono regolarmente cittadini di circa sessantacinque nazionalità del mondo

Lungo la strada inzuppata dalla pioggia cercavamo di evitare le enormi pozzanghere. Iniziò a diluviare, un’altra volta. «Totò non correre!». Gruppi di africani restavano fermi sul marciapiede con le braccia incrociate, bagnati fradici. Aspettavano. Attimi di angoscia dissimulata. «Sai quante risate se la panda ci lascia a piedi!?» Ai nostri lati sfilavano costruzioni obsolete, edifici abbandonati, fruttivendoli intorno alle rotonde. Un vigile urbano dal volto viscido ingoiava in continuazione delle noccioline fuori ad un minimarket. Davanti a noi le nuvole diventavano sempre più spente, confondendosi verso la linea d’orizzonte tra le strade ed il cemento armato. Un po’ come quando mare e cielo s’incontrano per poi disperdersi l’uno dentro l’altro, diventando una cosa sola. Fela Kuti gridava a ripetizione: “Chi non sa saprà.”
Il buon vecchio Fela Anikulapo: ”colui che ha la morte in tasca..” Una canzone che mi scorre ancora nelle vene..

..“Il paradiso dei diavoli”, la chiamano: centocinquanta milioni di abitanti, più di trecento etnie, tra le quali gli Hausa, gli Youruba e gli Igbo.. una nazione potente nel continente africano, con un esercito forte, ed uno stato che Misha Glenny nel suo fondamentale lavoro ha definito «Stato Potëmkin, in cui la complessa facciata delle istituzioni cela la loro completa mancanza di sostanza.» La Nigeria detiene la sesta riserva di petrolio al mondo, condizione più che sufficiente per penetrare all’interno del mercato globale, tra le sue pieghe. Glenny parla anche di una truffa (la famigerata truffa 419) ad una banca brasiliana portata avanti da un certo Chief Emmanuel Nwude, «il terzo furto in ordine di grandezza ai danni di una banca in tutta la storia umana»: duecentoquarantadue milioni di dollari… taglierà il fiato, il tramonto in una sera di primavera a Lagos. C’è un proverbio Youruba che dice «Sappiamo tutti che se il paradiso cade, cadrà su tutti».

Ma se la Nigeria è il paradiso dei diavoli Castelvolturno cos’è? Cos’è quest’angoscia che mi calpesta tutte le volte che vado laggiù? Cosa c’entra con la Domitiana? Questo palmo di terra sembra fatto apposta per nascondersi e per nascondere. Un incendio recondito nella giungla incustodita. Un urlo strozzato. Il calore si avverte, qualche volta anche l’ustione, ma le fiamme non si intravedono neppure. Come fuoco sotto la cenere. Il luogo comune che vede questo posto dannato come un inferno ormai fa parte del passato. La strage di ghanesi poi la rivolta e la solita alluvione mediatica seguita dall’indignazione dei molti, l’impiego dei militari della folgore e i posti di blocco, qualche arresto eccellente.. poi? Le forze dell’ordine sgomberano l’American palace, un condominio abitato da migranti richiedenti asilo, con un’operazione spettacolare (70 volanti della polizia) la mattina del 21 novembre al chilometro 34 della Domiziana. 90 gli arresti, ma non hanno trovato nulla, né armi né droga né latitanti. Gli immigrati clandestini sono stati portati a Ponte Galeria, Bari e Modena, nei “centri di identificazione ed espulsione”. Se non fosse per quelle associazioni quotidianamente attive ed ostinate sul territorio, che lottano, compiendo un lavoro estremamente fondamentale, il litorale Domitio agli occhi di un estraneo sembrerebbe davvero un luogo in balia di se stesso, come un deserto di cemento e cattedrali. E poi chi sarebbe l’estraneo?

In verità nessuno può permettersi questo lusso, questa presunzione, quando viene da queste parti. Nessuno. Resta un marchio inevitabilmente rimosso, ma resta. Il marchio dell’offesa. La Domitiana adesso sarà pure controllata in superficie da forze militari, ma nei sotterranei, nel midollo, nella profondità è in preda alla feroce egemonia del solo potere che da anni controlla il territorio intero, quello criminale. Un potere coagulato nei corpi nudi e nel linguaggio del nostro tempo. Nessun commerciante denuncia i propri estorsori, sulla Domitiana, e molti imprenditori si preparano a pagare il pizzo da versare nelle casse dei clan entro il Santo Natale. Ma l’inferno no. All’inferno non circolano così tanti capitali. All’inferno non ci si sentirà così umiliati. La crisi finanziaria da queste parti non esiste. Qui esiste l’imperativo del saccheggio perpetuo e dell’appropriazione indebita. Ed è la pancia ad accusare il fastidio di questa evidenza. Sono previsti ottocento milioni di euro che cadranno sul litorale per l’accordo di programma fra governo e regione firmato nell’agosto 2003. Si parla di riqualificazione del litorale Domitio. Una parola che agli occhi di chi respira quest’aria vuota, provoca un malessere indefinibile. Che ne sarà degli immigrati? E delle organizzazioni criminali straniere insediate ormai da anni, legate strette alla camorra nostrana? Che ruolo avranno in questo processo di riqualificazione gli uni e gli altri?

Il silenzio dei sei morti ammazzati la sera del 18 settembre scorso si trasforma improvvisamente in una moltitudine di voci che svelano una sola verità. La riduzione in schiavitù è un circuito aperto, come una spirale senza inizio e senza fine, nessun capo nessuna coda. Una logica da cui è impossibile sottrarsi, una condanna perpetua: schiavi quei cittadini conniventi e servi, schiavi gli immigrati che aspettano alle rotonde impolverate il capetto di turno, schiave le prostitute nigeriane ed albanesi (schiave principalmente per mano dei loro connazionali), schiavi i commercianti, schiavi gli spacciatori e i corrieri. Schiava infine una terra, del controllo maniaco dei clan locali. “Colui che è per natura non di se stesso ma di un altro uomo, è per natura uno schiavo” diceva il vecchio saggio. Nessuno escluso, ed i padroni non sono più solo gli stessi di sempre. Se ne sono aggiunti altri, in silenzio, lentamente.
Come se non bastasse.

Seduto sul sedile anteriore, distratto dalle riflessioni azzardate, pensavo al sorriso spensierato di Jerry Masslo, bracciante sudafricano ammazzato e bruciato nelle campagne di Villa Literno nel 1989, un anno prima dell’altra strage, a Pescopagano.
In quegli anni i clan imponevano il divieto di spaccio di droghe lungo tutto il litorale, da Mondragone a Castel Volturno. Moralismo camorristico oppure necessità strategica, sta di fatto che in quelle zone era vietato spacciare. Gli immigrati erano vittime di intimidazioni continue. Il 24 aprile del 1990 un commando di oltre dieci uomini del clan La Torre di Mondragone fece irruzione nel bar “centro” a Pescopagano con il sangue agli occhi. Quel luogo era un punto di riferimento dello spaccio di eroina gestito da immigrati. La spedizione punitiva lasciò a terra sei persone, tra cui due nel bar, mentre altre rimasero ferite. Il figlio del proprietario aveva tredici anni. E’ rimasto paralizzato sulla sedia a rotelle. Il commando non trovò gli spacciatori all’interno del bar, ma li incrociò a bordo di una Fiat 127, una volta usciti dal locale. Aprirono il fuoco sull’auto. Persero la vita due marocchini, un tanzaniano, un iraniano ed un italiano. Questo fu il castigo.
Io avevo solo quattro anni, allora. Uno scempio del genere non l’avrei mai immaginato!

Non era soltanto la “sfiducia nel mondo” ad ossessionarmi, ma la visione del mondo in sé. Dagli anni novanta ad oggi lo scenario è completamente cambiato. Attraverso il labirinto Domitiano puoi letteralmente vederlo. E non è un bello spettacolo. E’ come rendersi conto di avere un oracolo sotto casa: un oracolo infame, tanto per cambiare. Una crepa capace di mostrarti cosa c’è altrove, al di là della disfatta. Lontano.
Ma dove comincia e dove finisce, nessuno può dirlo con precisione.
Bangkok, Singapore, Karachi, San Paolo, Hillbrow, periferia est di Johannesburg, Londra, Amsterdam, Accra, Monrovia, Torino o Cartagena. Ciò che lega Castel Volturno a questi paesi lontani solo in apparenza è il nodo sottile stretto dalla criminalità organizzata nigeriana, quella dei Rapaci di Benin City, Lagos ed Enugu. Castelvolturno sta alla Nigeria come uno sputo catarroso in mezzo all’oceano. E’ la mafia nigeriana a proiettare la Domitiana verso l’intero pianeta, e questo i camorristi (che pure investono ovunque, dalla Scozia alla Cina, passando per l’Europa dell’est) l’avevano compreso da molto tempo. Il modello creato lungo la Domitiana è quello di una cooperativa del crimine organizzato.

Denaro e rituali. Non esiste in Italia un luogo simile. Un’organizzazione dalla struttura complessa ed impenetrabile, mimetica, capace di associare gli affari alla brutalità, il passato remoto al futuro prossimo, così ben insediata nell’epicentro di una terra assediata dalla camorra. Com’è possibile? Perché i clan casalesi hanno letteralmente “subaffittato” ai Rapaci il litorale Domitio? Di fronte ai loro traffici, lo sconforto. Viene da pensare ingenuamente che i camorristi in confronto sono dei poveracci. Ma non è così. Non per questo bisogna sottovalutare il valore illimitato degli affari delle organizzazioni imprenditorial – criminali straniere presenti sul territorio nazionale, ed ancora di più in Campania, nella “terra dei mazzoni”, laddove si alleano gruppi distanti tra loro anni luce per un solo obiettivo. E’ questo il vero sviluppo, il triste miracolo, o semplicemente la vera applicazione del concetto di cooperazione. Il gruppo dei rapaci fattura circa duecentomila euro al mese. I mafiosi nigeriani se ne stanno benissimo barricati e protetti nei loro quartieri residenziali della periferia di Lagos oppure a ovest di Abuja a gestire i dettagli dei traffici e degli investimenti, non hanno alcun bisogno di comunicare il proprio potere nelle terre campane (sebbene ne abbiano abbastanza di potere, soprattutto nei confronti dei loro connazionali), eppure quelli che gestiscono l’economia illegale e calpestano il terreno Domitio, nella maggior parte dei casi sono provvisti di permesso di soggiorno. Sono bravissimi a confondersi nel marasma degli immigrati provenienti da tutta l’Africa, ma i veri padrini nigeriani i documenti ce li hanno. Le Madame nigeriane, donne che gestiscono il monopolio dello sfruttamento della prostituzione, sono organizzate in associazioni registrate legalmente: “Sweet mother”, “Supreme ladies association”, “Great Binis association”. Sulla Domitiana si vede soprattutto l’anello più debole dell’infinita catena, il nervo scoperto e vulnerabile, in un tremendo gioco tra vittime e carnefici legati da una sottile complicità: ultime ruote del carro, leve, braccia e ascelle sudate, mani callose e carne da macello, manovalanza sorridente. Lavoratori che cercano di guardare avanti e non trovano pace. Sfruttati. Cenere che nasconde involontariamente un fuoco ardente e perenne: gli affari, quelli leciti e non, fa lo stesso.

I Rapaci sono attivi in ogni settore, dalla tratta degli esseri umani al riciclaggio di capitali illeciti, dalla truffa al narcotraffico fino allo sfruttamento della prostituzione. Bisogna guardare oltre il litorale, oltre il territorio – enclave della criminalità organizzata casertana, oltre la perversione economica del profitto, oltre la mia rabbia, dietro le immagini ipnotiche dell’abbandono e degli abusi edilizi, della violenza nei confronti di una terra che un tempo era fertile e viva. Bisogna “inghiottire il mondo”. Le ramificazioni della criminalità nigeriana sono globali: Dagli Stati Uniti al Pakistan, dal Brasile all’Olanda, in Sudafrica, Colombia, Inghilterra, Spagna, Ghana, Thailandia, nel Sud Est asiatico hanno occupato veri e propri quartieri impenetrabili. E poi in Germania Portogallo e Francia. Non si tratta di semplici bande criminali. E’ qualcosa di più complesso. I Rapaci volano basso, molto basso, incarnano una criminalità organizzata inabissata, tanto da risultare apparentemente marginali.
Al limite del 416bis.

Certo che il ritrovamento dei resti mutilati di un bambino nigeriano nel Tamigi inducono a pensare il contrario. A Torino un nigeriano nel gennaio 2008 è stato castrato a colpi d’ascia, gli hanno strappato il pene ed un testicolo solo perché non voleva saperne di affiliarsi in una delle organizzazioni, i cosiddetti Eiye, rivali dei Black axe. Dicono che si tratti di confraternite universitarie, esoteriche, degenerate in fenomeno criminale di stampo mafioso. Dichiarate fuorilegge in Africa, si sono trapiantate lentamente in Europa attraverso i flussi dell’immigrazione clandestina. I carabinieri di Castel Volturno nel 2006 trovarono un nigeriano sulla Domitiana pieno di escoriazioni e traumi su tutto il corpo ed un taglio di lama ai testicoli. Forse aveva commesso un errore o più semplicemente era considerato un momu, un uomo senza palle. Fatto sta che risulta difficile individuarli, in quel sottobosco di illeciti, in quella giungla di omertà. Le loro tracce si disperdono nei meandri dei flussi economici che si diramano in giro per il mondo, nelle articolazioni dei loro affari complessi. Lo stesso Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, affermò che “la mafia nigeriana è una tra le più pericolose al mondo ed ha anche infiltrazioni in numerosissimi stati.” Si tratta di una fitta rete transnazionale che collega le cellule presenti in Italia a quelle diffuse nello scenario intercontinentale. Una mafia cosmopolita, poliedrica e versatile, all’avanguardia. Non è possibile ridurre ai minimi termini i loro affari. Vuol dire sottovalutarne le dimensioni.

E’ il narcotraffico la vera forza dei cartelli nigeriani, il pilastro sul quale si innalza questo impero invisibile. La tratta degli esseri umani è un affare da dieci miliardi di dollari l’anno, ma in confronto al traffico di cocaina ed eroina sono briciole. Ovviamente sono egemoni nel grosso affare dell’immigrazione clandestina, ed oltre a gestire la vita e la morte di molti migranti connazionali, attraverso gli investimenti nei cosiddetti money transfer ne controllano pure le tasche ed i movimenti finanziari. Il “Gruppo Speciale di repressione del crimine organizzato” della polizia brasiliana arrestò ventuno stranieri nel 2003, compromessi con i nigeriani, sequestrando nell’aeroporto internazionale di San Paolo duecento chili di cocaina. Dalla Nigeria è transitato il 25% dell’eroina diretta negli Stati Uniti, il 50% di quella destinata alle regioni di Washington e Baltimora. Nel porto di Lagos nevica. I cartelli nigeriani stanno trattando la maggior parte della cocaina che dal Sud America giunge sugli specchietti di vetro e poi nelle narici logorate dei consumatori europei. E Castel Volturno è sicuramente un centro importante di snodo del narcotraffico in Italia, come Amsterdam per l’Europa. L’avvocato parigino, il belloccio londinese, il fighetto bresciano o l’industriale torinese guardano con gli occhi insanguinati la sostanza, anzi le sostanze, ignorando che dietro quella polvere c’è la forma dell’impronta del rapace, rappresentato dagli innumerevoli e spesso inconsapevoli corrieri che ne ingoiano a chili. Li chiamano “i muli”. La solita ironia della sorte: entra nel naso sfatto di un europeo cocainomane quello che esce dal culo peloso di un africano.

Oserei chiamarla nemesi storica.
Oltre alle presunte caratteristiche del predatore alato, quello dei mafiosi nigeriani sembra piuttosto un gruppo che assume le stesse qualità del camaleonte. Esiste. E’ visibile. Nello stesso tempo si nasconde, verso i confini più remoti. Dietro i connazionali onesti che nonostante tutto sbarcano il lunario e si spaccano la schiena nei campi e nei cantieri edili, tra tutti gli africani sfruttati e privati dei diritti civili, nelle bocche cucite, nella retorica della compassione, nelle associazioni legalmente registrate.
Nel caos. I trafficanti nigeriani con il tempo sono riusciti a relazionarsi direttamente con i cartelli colombiani e brasiliani della coca, senza alcun intermediario. Questo forse basta per comprendere la necessità di stringere alleanze e compromessi con i clan camorristici egemoni sul litorale. L’operazione antidroga denominata ”foglie nere” e l’operazione “Girone dantesco“ conclusa nell’aprile 2008, che ha compreso molte aree italiane, (52 persone arrestate, 40 chili di cocaina e 9 chili di eroina sequestrati), dimostrano l’abilità dei trafficanti nigeriani presenti in Italia. L’operazione “black shoes” (oltre trenta arresti e circa trenta chili di cocaina sequestrati) portata avanti dalla Dda di Napoli e conclusa nello scorso gennaio, ha accertato non solo l’interesse e l’attenzione della camorra, che si rifornisce di stupefacenti dai nigeriani, sfrutta gli immigrati africani per lo spaccio al minuto e preleva la tassa sui loro traffici lungo la Domitiana, ma anche il regime di collaborazione tra le due organizzazioni. Alla camorra casalese la manovalanza e la capacità imprenditoriale nigeriana serve. Gli introiti dello spaccio e della prostituzione in parte vanno a finire comunque nelle loro tasche. Il sodalizio tra i clan locali e le organizzazioni straniere presenti sulla Domitiana potrebbe essere messo in discussione dal nuovo scenario che si propone in funzione dell’accordo di programma per la riqualificazione del litorale Domitio.
Il Rapace, dal latino rapère: che vive di rapina. L’uccello ideale, il predatore dei predatori, con il becco a forma d’uncino, gli artigli affilati come arma invincibile, il volatile dal fascino sinistro che consuma prede vive. Un tipo di uccello avido, sempre guardingo e pronto ad afferrare. Avvoltoi, falchi, aquile. “Ai vertici delle catene alimentari di un generico sistema”.
I rapaci si insinuano silenziosamente nelle viscere della realtà economica globale, e rappresentano l’incarnazione dell’economia vincente, una delle tante.
Esiste un proverbio Youruba che fa più o meno così: «omo Ekun ni ekun n’jo».
Vuol dire «il cucciolo di tigre diventa sempre una tigre adulta».

Noi quel giorno ce ne tornavamo verso casa come se nulla fosse mai stato, folgorati da un devastante senso di solitudine, persuasi dall’idea poco nobile che laggiù il destino sia legato stretto a qualcosa di ineluttabile, e se durante il breve viaggio d’andata eravamo euforici, al ritorno regnava sovrano un silenzio rabbioso.
Ma forse eravamo semplicemente confusi, quel giorno.

Pubblicato sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti

Tag: ,

4 Responses to A gamba tesa : mira!

  1. véronique vergé il 12 marzo 2009 alle 08:17

    Un articolo ricco che viene in risonanza con un’intervista di Roberto Saviano nel supplemento al DVD Gomorra che sottolinea a un momento il potere della mafia nigeriana. Se puo dire che i capi della criminalità straniera sono “tranquilli”, invece l’immigrato senza potere (denaro) è vittime del sistema. Viene in appoggio con il libro di Rosaria Capacchione L’oro della camorra che investiga sul vincolo camorra, calcestruzzo. E’ un labirinto cosi complesso che il lettore è come un viaggiatore smarrito che cerca il suo cammino.
    L’inizio dell’articolo mostra appunto un paesaggio messo a soqquadro, avvenire e morte: cani morti, impressione di desolazione, terremoto, terra tremanda, terra del terrore; non l’infierno dice, ma giungla di guerra, giungla camaleonte con colori del giallo (denaro), di sangue( brutalità), nera ( prostituzione, schiavitù), terra di un mondo in sudicia guerra.

  2. Salvatore D'Angelo il 13 marzo 2009 alle 12:49

    Poichè l’autore, all’epoca della morte di Jerry Masslo aveva solo tre anni, gli è perdonata l’inesattezza circa la morte del sudafricano, che non fu bruciato. Ma morì perchè “attinto” da colpi di arma da fuoco di due giovani balordi , dopo un tentativo di rapina.

  3. tashtego il 14 marzo 2009 alle 08:39

    forse invece di domitiana si potrebbe ormai scrivere domiziana.
    altrimenti viene in mente più che il casertano l’attrisce domitiana giordano, scrausetta.

  4. Duzzi il 28 marzo 2009 alle 19:07

    E bravo andrè!
    Sorprendente quello che scrivi, di quello che parli e come.
    Mi fai venire subito in mente Jean-Claude Izzo, il suo modo di immergersi nella realtà, di annusarla, di assaggiarla nonché la sua romantica e lucida capacità di raccontarla.
    Sarà che ho appena finito un’immersione nella splendida trilogia Casino Totale, Churmo e Solea…

    Cosa si cela sotto il pesante velo che nasconde i vari e veri ingranaggi della macchina dello spettacolo in cui viviamo è sempre difficile da accettare da accettare e da affrontare, ma sempre meglio che continuare a vivere nell’ipocrisia e nell’accontantarsi silezioso, muto, schiavo.

    Grande André
    Sduz



indiani