da “peepshow”

11 marzo 2009
Pubblicato da

di Giovanni Turra

Superfici

Non c’è sguardo che fissi la mia nuca
ma un’altra nuca ancora,
seduti come siamo,
lo sconosciuto e io,
dentro il gazebo che fa vela
a Treviso, in Piazza Pola.

Impareremo a decifrare,
immobili entrambi e premurosi,
l’orografia dei corpi,
le superfici vaste,
le nostre schiene
come tabulae incisae.

Insetti ermafroditi a pelo d’acqua
che si toccano da dietro.

*

Quattro a.m.

Càlati in un sasso, dormi.
Inoltrati in un sonno senza
sogni. Fresco dev’esserci
lì dentro, e una penombra
d’acquario. Sono le quattro,
dormi. Ti attraversano correnti
contrarie, fredde bolle
sgorgano. ‘Arco’ per ‘ocra’
hai compitato, ‘eruppe’
per ‘eppure’. Sono le sette.
Dormi? Prima non c’eri,
e adesso: eccoti qua.

*

L’io che ero io a sedici anni

L’io che ero io a sedici anni
io dico: era, è stato.
E vide, crebbe, disse.
E tutto è dentro me,
dov’è uno spazio grande
adatto per il gioco.
E lui ci gioca a nascondino:
fa smorfie, si sottrae.
Minuscolo se n’esce
da uno sbuffo della braca.

Cigliato protozoo.
Millepiedi incapsulato.

Ben leggibile mi tocca
e durevole nell’ambra
il cartiglio con su scritto
HAI TRADITO.

*

A un tratto come se,
con un sussulto,
il letto su cui dormi desse un crollo
o deragliasse,
in sogno superando un dosso,
e in terra rovinasse l’intero catafalco,
fin dentro le ossa avvertisti lo schianto,
la paura negli omeri,
nella spina del dorso che s’incrina,
quasi fosse quella ora,
e finalmente,
la forza anonima ed ubiqua
di gravità.

*

Bricolage

Assume uno sguardo distratto
la giovane supplente che ti attizza,
e regola a quel modo
i pantaloni a vita bassa,
i freghi rossi nei risvolti
candidi dei fogli.
E spinge a tal punto il proprio zelo
da procurarsi da sé i suoi dolori:
un’unghia divorata fino in fondo,
punte confitte di matita,
il caffè lo prende amaro,
è magra e fa la dieta.
E sempre fingere nel mentre: estasi,
felicità.

Ineccepibile controllo mimico.
Geniale bricolage.

Di sé potrà ben dire,
e prima dei trent’anni: «Io sono
opera mia».

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7 Responses to da “peepshow”

  1. Soldato blu il 11 marzo 2009 alle 08:30

    Trovo in Giovanni Turra un inaspettato fratello.

    Sarà il nome, saranno le parole in bocca a un mattino insonne
    saranno le sedie del bar di piazza Pola
    tutto mira a nascondere il fatto che le cose sono altre
    cose scomparse da anni alla vista e richiamate un mattino
    in Nazione Indiana

    Sassari non è Treviso, la piazza Tola
    Turra che storpia Torres è Turritania
    sparita quando avevo sedicianni

    la giovane prof, non supplente, ma magra
    è l’unica maestra che abbia avuto
    è lei che una volta mi scrisse:

    “non importa il costo che sta dietro le parole – costo in termini di sofferenza ecc. – al crudele lettore questo non importa affatto, mai.”

    a proposito di un manoscritto che iniziava con un’altra piazza ancora:

    PIAZZA DELLA SIGNORIA

    gli ombrelloni di Rivoire
    , riposti per la minaccia di pioggia
    fanno bruciare d’invidia
    il Biancone, con la loro eleganza

    sempre questa piazza,
    ricorda a Savonarola
    che non soltanto gli uomini
    soffrono ad essere bruciati

    la giornata è oscura
    il cielo coperto
    , ma la pioggia non viene
    : tra poco la normalità
    farà ancora mostra di sé

  2. Natàlia Castaldi il 11 marzo 2009 alle 17:57

    bravissimo, bellissime.

  3. luigisocci il 11 marzo 2009 alle 19:51

    leggo ancora una volta con vivo interesse le poesie del turra

  4. franco buffoni il 11 marzo 2009 alle 23:20

    caro Giovanni, ben atterrato in NI! Un altro “bravo” dal tuo vecchio prefatore…

  5. elena il 12 marzo 2009 alle 00:43

    Belle, davvero. E finalmente anche da nord est arriva qualcosa di buono.:))

  6. Diamante il 12 marzo 2009 alle 09:17

    Analizzo di volo, una a una, le poesie di Turra.
    SUPERFICI: non mi piace il termine “ermafroditi” – un vero pugno in un occhio – né l’espressione latina “tabulae incisae”, che rende pretenzioso un discorso semplice, o meglio un discorso complesso condotto in modo semplice e piano, il che mi pareva l’artificio migliore del brano; il brano ci portava per mano (chiedo venia per la rima) verso questa situazione di solitudine da pesci in un acquario, da quotidianità in apparenza innocua e invece spietata, ma il latino distrugge a mio avviso il tentativo di rendere l’incomunicabilità, in quanto è lingua in disuso, con cui è già di per sé difficile comunicare. Il latino sbianca il grassetto nero dell’incomunicabilità vera e drammatica, non quella delle parole (che pure vengono scambiate sempre meno), ma quella di ciò che sta dietro alle parole, o oltre. E anche stilisticamente, in un contesto di lingua “facile” il latino stona, mi sembra inutile orpello.
    QUATTRO A. M. : è il brano migliore, l’unico che mi sia piaciuto, sul quale faccio i complimenti all’autore e non trovo appunti da fare. Perfetta l’adesione della forma al contenuto.
    L’IO CHE ERO IO A SEDICI ANNI: “cigliato protozoo/millepiedi incapsulato” è da riga blu, ma in generale il brano è banale, eccezion fatta per l’ultima strofa, che per me avrebbe potuto rappresentare l’intera poesia, guadagnando in profondità, spiazzamento, densità emotiva. Ciò che precede è sin troppo inflazionato.
    POESIA SENZA TITOLO IN CORSIVO: mi sembra insignificante.
    BRICOLAGE: “ineccepibile controllo mimico” , brr. Anche qui, bella esclusivamente l’ultima strofa, che poteva starsene da sola a costituire l’intero brano o quasi, naturalmente cambiando titolo; infatti a cos’altro porta il testo, se non a una esausta riflessione su quanto questa giovane donna attraente sia già stanca? E’ evidentemente quello il tema già dal primo verso, e la trattazione non ha nulla di originale tranne appunto il finale, che possiede invece un che di fulmineo, irrevocabile, un punto di non ritorno tragico, ma senza ovvietà: essere consapevoli da dove venga il proprio male, e male farsi, ciononostante.

  7. db il 12 marzo 2009 alle 10:52

    complimenti
    (e un altro nordestino è in finale al baghetta…)



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