Come è grande la città

16 marzo 2009
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pischedda [E’ stato finalmente ristampato, dalle edizioni Shake, il romanzo-memoire-diario-saggio, Come è grande la città di Bruno Pischedda. Ne parleremo a Milano il 19 marzo, alle ore 21, presso la Libreria ShaKe – Interno 4, viale Bligny 42. L’autore ci dona la postfazione alla nuova edizione, che qui vi allego. G.B.]

di Bruno Pischedda

Questo libro vide la luce una prima volta nell’estate del 1996, per i tipi di Marco Tropea Editore. Dodici anni fa dunque, il tempo di una discreta stagionatura. L’accoglienza riservatagli dalla stampa fu indiscutibilmente fragorosa: quattro paginate in successione a cura di Paolo di Stefano, sul “Corriere della sera”, e tre articoli di vario orientamento su “l’Unità” fomentarono un dibattito pubblico che si protrasse a lungo, su quasi tutte le testate nazionali. In lizza scesero non già i cavalieri del moderno e gli armigeri di un evo trascorso, cioè gli integrati da un lato e gli apocalittici dall’altro; ma intellettuali tradizionalmente polemici, che senza neppure avere aperto il volume pontificavano sui massimi sistemi, e letterati militanti sul serio, disposti a entrare nel merito del suo progetto espressivo e a valutarne le risultanze. Magari anche gratificandomi di qualche insulto, come Felice Piemontese, capace di darmi del pirla, testuale, siccome avrei confuso Goffredo Fofi con Sartre o Foucault, e una rivistina di poco peso come “Linea d’ombra” con “Les Temps modernes”.
Erano i mesi in cui un giovane anticonformista, presto rientrato nell’ordine, avanzava un dilemma non privo di perfidia: o ci si emancipa con la cultura, o ci si emancipa dalla cultura. Nelle pagine di Com’è grande la città mostravo di scommettere tutto sulla la prima ipotesi, ci mancherebbe. Ma dal momento che di cultura, al-l’atto di nascere come persona, come individuo senziente, avevo una dotazione alquanto modesta, mi sforzavo di riconnettere tali origini con gli agi intellettuali conseguiti maturando. La scena che ne derivava mi era parsa corroborante, utile ai miei simili, per aspirazioni e per censo. E a favorire il trapasso dalla pochezza nativa alla ragione delle cose, dalla subalternità alla cittadinanza, non altro trovavo se non l’av-vento di una compagine sociostorica, vocata al benessere economico e all’inclusione culturale, che tra scompensi senza dubbio drammatici pure forniva una gamma di opportunità impensabili in qualunque altro passato. La modernità di massa, appunto. Alla quale guardavo con assoluto disincanto – troppe carneficine, deliri catodici, mistificazioni e ottundimenti collettivi si stavano accumulando nei files –, ma che mi sforzavo di considerare secondo parametri concettualmente coerenti. E in una circostanza per molti versi delicata, quando la vittoria berlusconiana alle politiche del 1994 scate-nava i più diffusi risentimenti del ceto umanistico. Quasi che la catastrofe della sinistra, o più in generale della cultura maiuscola, fosse opera di un mondo umano a loro estraneo. Di cui non si reputavano in alcun modo protagonisti e partecipi.
Taluni – Massimo Onofri, Rosaria Guacci – mi accusarono di polemizzare con critici e studiosi a me più affini dimenticando i veri conservatori; o anche di mescolare i talenti in campo, equiparando Enzensberger a un modestissimo Evola, Ferroni e Berardinelli a Ceronetti e Calasso. Forse è vero, attaccavo coloro con cui avevo maggiore consuetudine, e da cui mi attendevo risposte illuminanti. Ma ciò che mi colpiva, mentre scrivevo, era proprio la commistione irresponsabile dei discorsi, il convergere lamentoso di attivisti culturali dall’ideologia e dal peso specifico tanto diverso. Se Norberto Bobbio, all’indomani del trionfo berlusconiano, parlava della Tv come espressione di una civiltà naturaliter di destra, quando mai potremo vincere, mi domandavo, e per quale motivo Marcello Veneziani, che pure ha finito per farsene censore e garante, dovrebbe dissentire? L’impulso primo a comporre il libro sorgeva da qui: dal malessere di un figlioccio del boom economico che, eccettuati i veri, grandi maestri, Vittorio Spinazzola e Franco Brioschi, si scopriva orfano di interlocutori. Dunque mi apprestai a organizzare il materiale lungo due direttrici convergenti, una in forma di diario, volta a catturare quanto potevo della vicenda contemporanea (brani giornalistici e televisivi, discorsi uditi nei bar, scritte murarie, reazioni degli amici). L’altra a carattere saggistico, talora extravagante, occasionale, ma che aveva il pregio non piccolo di collocarmi lungo una linea di lavoro avviata da anni.
Le parti di indole liberamente autobiografica, avventurose e sboccate, pruriginose, malandre, vennero di conseguenza. Quando mi accorsi che necessitava un’e-semplificazione in solido, ossia un soggetto in carne e ossa che potesse avvalorare un disegno originario altrimenti a rischio di astrattezza presuntuosa. Ne sortì alla resa dei conti un’opera dalla triplice tessitura – narrativa, diaristica, saggistica –; un’opera in qualche misura sperimentale, poco conforme ai parametri correnti, ma anche disponibilissima a lasciarsi dipanare da un lettore mediamente attrezzato.
L’editore di allora appose la dicitura “romanzo” sulla copertina: e si può comprendere, lo scaffale di libreria che risultava più consono era quello. Ciò produsse qualche disguido critico, entro un panorama che già da tempo si andava orientando verso la riconoscibilità di genere; poco propenso, ormai, alle contaminazioni ardite. Ma devo pur dire che a Com’è grande la città non mancarono giudici in grado di accogliere adeguatamente la scommessa. Penso a Edoardo Esposito, Franco Brevini, Arnaldo Colasanti, Bruno Falcetto, Lidia De Federicis, Cesare De Michelis, Giovanna Zucconi. Cioè a un gruppo non esiguo di studiosi e pubblicisti che con i relativi distinguo esaminarono l’opera nella sua verve provocatoria, e tuttavia coerente.
A questo punto dal terreno friabile di un polemismo massimalista si entrava nel dominio stretto della letteratura. E Brioschi, sveviano sulla carta almeno quanto lo era nella vita, gravò il reperto ancora caldo per le inchieste e gli strapazzi di una responsabilità addirittura insostenibile, allorché trattando del personaggio che vi recita da prim’attore lo definì “un parente lontano e declassato di Zeno, come Zeno però testimone di un’ostinata volontà di conoscenza”. Una proposta di rara arditezza altrimenti raccolta da Mario Barenghi, capace di mettermi di fronte, non senza urto emotivo, al ritratto di me che avevo fornito tanto sconsideratamente. Per certi versi – scrive – l’inconsueto eroe pischeddiano “può apparire perfino un solitario; un solitario che d’altronde non si riesce a concepire se non in rapporto all’ambiente circostante, intento a misurarsi con qualcosa o qualcuno – non foss’altro sul piano della replica scherzosa, meglio se affilata”. E poche righe avanti, a rinforzo:

Ne esce l’immagine complessiva d’un personaggio difficile da dimenticare: scontroso, ruvido, spregiudicato, spesso aggressivo e arguto, più spesso vittima di motteggi e beffe altrui, e in numerose occasioni tanto goffo e sprovveduto, quanto pronto a far tesoro di danni ed errori patiti. Un personaggio picaresco, staremmo per dire: sia per il carattere sapidamente avventuroso e spesso esilarante di tanti episodi narrati (popolati di icastiche figure di contorno), sia per il trascolorare delle prodezze adolescenziali nel puro e semplice teppismo. […] Ma ‘picaresco’ è un termine che può riuscire fuorviante. Perché il protagonista, con il suo temperamento risentito e idiosincratico, non viene affatto presentato come un eccentrico o un ribelle. Al contrario, il suo è un destino per più rispetti tipico, rappresentativo dei meccanismi della società del benessere, che permette al figlio d’un operaio di arrivare a occuparsi professionalmente di letteratura.

Non nego di essermi anche divertito scrivendo Com’è grande la città. E prova ne dovrebbero essere proprio le molte pagine comicheggianti, i piccoli miti di paese e di città, le figuracce sgangherate, il cui fondamento orale è stato colto perfettamente da Gianni Turchetta (e non poteva essere altrimenti visto che a lui, il Dino del testo, erano state proposte e riproposte nel corso degli anni). Una comicità, osserva, “di salde radici realistiche, ma con una percepibile tendenza all’esagerazione, legata ai modelli di una vastissima tradizione iperbolica, che va dal racconto orale (le frottole di pescatori e cacciatori, il racconto da bar, le confidenze sessuali degli adolescenti) a Guareschi, e da Paolo Villaggio a Stefano Benni”.
Invero sono stati gli amici più cari, non di rado coinvolti nel racconto in qualità di comprimari, a cogliere il senso profondo del libro: tutto ciò è naturale, né va taciuto ipocritamente. Così come non posso omettere – ora che sta per ricomparire per il marchio Shake – il ruolo che ebbe Primo Moroni nella sua diffusione milanese. Lo ricordo a Radio Popolare, per un confronto a distanza, e poi durante una presentazione pubblica, in una serata fresca presso il centro sociale Conchetta, dove cianciavo di Popper e Teilhard de Chardin, di Ghelen e di Hobsbawm. Con lui! Che davvero aveva letto tutti i libri, e incredibilmente annuiva!
In omaggio a Primo, alla sua generosità intellettuale, mi sembra l’obbligo riconoscere anche i probabili difetti del volume: una certa foga esaustiva, soprattutto per alcune tessere di natura saggistica; una chiusa forse poco perspicua, sospetta di rigidità affrettata, e alquanta sovraesposizione personale, tacciabile di orgoglio, o peggio. Ma nel riproporlo ora nulla ho inteso mutare, se non, ed era inevitabile, sul piano stilistico. Quanto alla sua eventuale e persistente attualità, non so pronunciarmi, il lettore avrà già espresso un parere. Resta, voglio sperare, il significato documentario, l’occasione per ripetere una volta di più com’era, il tutto, la faccenda, e magari ammonendo, dall’astronave dei Jefferson Airplane in fuga vero le stelle, Remember how we danced, and remember what we sang [in Italy] so many years ago

Milano, gennaio 2008

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