Sua gattità John Gianvito

27 marzo 2009
Pubblicato da

di Rinaldo Censi

Ciò che colpisce a prima vista, ciò che emerge dai film di John Gianvito, prende piede quasi inconsciamente: possiede qualcosa di anodino e insieme cruciale. Si tratta di una certa “gattità”. Numerosi i gatti all’interno dei suoi film. Tanto che ci chiediamo se non ci sia qualcosa di felino nel suo fare cinema. Un gatto alla finestra, un gatto che buca l’inquadratura con il suo passo sonnolento ma preciso, un gatto che inaspettatamente balza, scatta preciso. C’è un gatto in noi? Gianvito burroughsiano? Potremmo fare sua questa riflessione che riprendiamo dal libricino aureo scritto da zio Bill: «Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso. Naturalmente vuole cura e un tetto. Non si compra l’amore con niente. Come tutte le creature pure, i gatti sono pratici. Per capire una questione antica, bisogna riportarla al presente». (W. Burroughs, Il gatto in noi, Adelphi, Milano, 1994, p. 18) Alcune di queste righe si addicono al nostro cineasta americano.

Rieccoci dunque a John Gianvito, Come avevamo anticipato giorni fa, da una Trieste soleggiata e scossa dalla Bora. I mille occhi, Festival del cinema che a Trieste si è appena concluso, consegnano il quinto Premio Anno uno a John Gianvito, appunto. Bostoniano cinefago, critico cinematografico, John Gianvito insegna oggi presso il Dipartimento di Arti Visive e dei Media presso l’Emerson College di Boston. Questo un estratto della motivazione: «Il quinto Premio Anno uno  va a John Gianvito per Profit Motive and the Whispering Wind, un’opera che per noi incarna come nessun’altra al giorno d’oggi l’essenza del neorealismo (…); una costante accentuazione della fragilità rispetto alla solidità, della possibilità piuttosto che della sicurezza; l’idea dell’individuo sempre all’interno della comunità; la concezione della vita in quanto avventura come missione. E, a parte questo, sentivamo da tempo in modo impellente la necessità di un’opera che evocasse le tradizioni delle lotte progressiste e liberasse così le forze della resistenza».

In questa motivazione sono racchiuse le qualità, i punti di incandescenza che circoscrivono i film realizzati da questo timido cineasta nato a Staten Island. La fragilità dei mezzi, del supporto e di se stessi, la possibilità che un certa idea di cinema possa esistere, l’apertura dell’individuo verso la comunità, un ideale di resistenza (ai luoghi comuni, al cinema stereotipato, alla stupidità imperante): il tragitto, il percorso della carriera di John Gianvito poggia su queste qualità enunciate. A volte il percorso è davvero doloroso. E se c’è qualcosa che calza alla perfezione col suo cinema, questo è il titolo scelto per la retrospettiva triestina, curata da Olaf Möller: John Gianvito, The Perfect Light (come il titolo del  suo film primo film del 1978, disperso, svanito). E’ la luce la prima costante che emerge dalla visione dei suoi film. Filmare la luce, mostrarne la mutevolezza, il movimento incessante, anche se i mezzi a disposizione sono minimi, poveri: è la luce che cade su oggetti, corpi indifesi; quella che illumina paesaggi, materializza la polvere scossa dal vento. Una dimensione qualitativa della luce. Ma per far emergere cosa? L’interno di un appartamento spoglio (molto francese nella disposizione – Eustache, Garrel), per esempio: ci riferiamo a The Flower of Pain (1983), primo film di Gianvito (in realtà preceduto da The Direct Approach – 1978, un lungo piano sequenza ravvicinato sul monologo di una ragazza, sorta di “saggio studentesco” realizzato presso il California Institute of the Arts). Due film in cui emerge centrale la figura della “relazione amorosa”, comprese le sue conseguenze laceranti. Ai suoi inizi, il cinema di Gianvito ruota soprattutto intorno a un universo autobiografico dissestato, da restaurare, curare. Per questo si tenta di tessere un rapporto con una serie di amici artisti, in modo da sentire meno la stretta della solitudine. E’ l’idea di fare comunità. Nasce da questi presupposti Address Unknown (1986). Cinque lettere cinematografiche tra amici di corso, artisti, cineasti (in super 8, video, 16mm). La lettera di Gianvito colpisce per la vicinanza a certe cose realizzate da Robert Kramer (un’influenza diretta e molto sentita dal cineasta).

«Noi siamo il gatto che è in noi. Siamo i gatti che non possono camminare da soli, e per noi c’è un posto soltanto.». Ancora Burroughs. E come dargli torto? Si tratta piuttosto di comprendere qual è il posto che ci spetta. Quello che spetta a Gianvito, per esempio. Non è difficile comprenderlo. E’ il ruolo di un artista discreto, che ha combattuto la solitudine (viene in mente una frase che ritorna in alcuni film di Garrel: solitude de la mise en scène, mise en scène de la solitude) comprendendo la vocazione del proprio ruolo, aprendosi quindi verso gli altri, con «l’idea dell’individuo sempre all’interno della comunità». Basta osservare in sequenza i film che egli ha realizzato. Sono film differenti per scelte formali, per struttura e durata. E se la situazione personale pesa ancora, è ancora complessa e dolorosa in What nobody Saw (1990), dove un uomo una donna e un bambino vagano sul perimetro di un ospedale abbandonato, tra rovine e taccuini, elenchi con somministrazione di calmanti, antidepressivi, elenchi contenenti tentativi di suicidio dei pazienti, il successivo The Mad Songs of Fernanda Hussein (1990) segna una forte sterzata nella sua filmografia. E’ un film sontuoso, pur nella sua fragilità produttiva; un film epico che incrocia tre storie: l’omicidio di due ragazzini (fratello e sorella), frutto di un matrimonio tra un padre egiziano lontano e una madre messicana, Fernanda Hussein, quella di un reduce messicano ritornato dalla guerra in Iraq, e quella di un adolescente che lascia la quiete della famiglia, frustrato e rabbioso per ciò che sta accadendo in Iraq e in America. Tra momenti di puro documentario e sterzate più controllate, strutturate in una sceneggiatura, il film scorre per quasi tre ore. Proiettato dopo che la Presidente della Provincia di Trieste aveva consegnato il premio Anno uno a Gianvito (uno splendido specchio convesso), il film ha affascinato la stessa Presidente. Non avevamo mai visto una figura istituzionale restare incollata alla sedia per l’intera durata di una proiezione (di solito va di moda il fuggi fuggi, certo per impegni improrogabili…). Aperto da una citazione dal Cesare Pavese poeta (il sangue… la terra), il film si chiude sulla più bella sequenza mai girata da Gianvito. Torsione a cerchio del film, che lo connette con l’esergo di Pavese. Si tratta di una lunga sequenza girata all’interno di una festa popolare, dove a notte ormai giunta viene bruciata un enorme figura di cartapesta.

Il nero della notte, il rosso del fuoco, le scie “sperimentali” tracciate da fonti luminose e da una cinepresa scossa, mossa con ottiche da teleobiettivo: questa sequenza simile a un rituale impressiona e spiazza, inaspettata. Dove ci troviamo? Tra la luna e i falò? Questo è il luogo dove alcuni personaggi del film si trovano per la prima volta riuniti. E’ il luogo, il punto in cui le cose prendono improvvisamente una prospettiva diversa, un’angolazione improvvisa. Questo luogo è il sito di una macchina mitologica ormai disseccata, che si rinnova girando a vuoto intorno al suo punto cieco, fino a diventare, appunto, festa popolare, dove un manichino di cartapesta brucia sulla terra. Ciò che per molti presenti si è perso, è ben chiaro a Gianvito. Questo fuoco, queste scintille possono essere una via d’uscita dal dolore e dal lutto. Un momento comunitario di rinnovamento e speranza. Speranza crollata l’11 settembre del 2001. Questo sentimento (la vendetta, la ferocia emotiva) sono tratteggiati in Puncture Wounds (September 11), realizzato nel 2002, forse il suo film più sperimentale.

Eppure, dai film di Gianvito emerge palpabile un forte legame con la propria terra. Con chi vi ha combattuto e perso la vita. Chiariamo subito: non si tratta dell’America dei Bush e neppure di quella dei Clinton. E’ l’America dei marginali, degli outcast, dei looser. L’america dei nativi, dei lavoratori, delle donne, di coloro che sono morti per i propri diritti. Dei Sacco e Vanzetti. E’ l’America che Howard Zinn ha tratteggiato nel suo Storia del popolo americano. E proprio da questo mirabile saggio, Gianvito ha tratto il suo ultimo film: Profit Motive and the Whispering Wind. Un  lungo viaggio durato due anni attraverso gli Stati Uniti per ritrovare alcuni luoghi dimenticati, cancellati dalla memoria. Una messa in sito più che un film. La cinepresa di Gianvito riprende, circoscrive lapidi o monumenti alla memoria di anonimi lavoratori uccisi durante manifestazioni (richiesta di migliori trattamenti salariali o tutele sindacali: la polizia rimette ordine, a modo suo). Tombe di vecchi capi indiani. Oppure targhe in memoria di donne che si sono spese per i propri diritti. Targhe e monumenti ormai dissolti in un panorama urbano che spesso li inghiotte, rendendoli quasi invisibili tra lunghi camion che solcano le highways, o centri commerciali varcati con passi da sonnambulo (ci viene in mente Éloge de l’amour di Godard, con quella targa ormai dimenticata, posta sulla fontana di Saint Michel). E se parlavamo di messa in sito è per delineare una costante che avvicina il film a molti Huillet-Straub. La sequenza intorno a Place de la Bastille in Trop tôt, trop tard segnala che in generale ogni straubfilm contiene questo assunto: si filma un luogo che nasconde nei suoi strati geologici una storia ormai occultata, obliata, carica di passato (come le panoramiche sulla catena montuosa delle Apuane in Fortini/Cani, luogo e sito della resistenza). Profit Motive and the Whispering Wind intervalla queste inquadrature a momenti di pura contemplazione, dove è sempre la luce filmata a rivelare il movimento della natura: alberi scossi dal vento, un’improvvisa tempesta, un raggio di sole. Una sorta di sinfonia meteorologica. Nessuna voce fuori campo, nessun commento, se non il suono diretto del vento. E poi brevi flash quasi sperimentali (fotogrammi realizzati a rotoscopio con carboncino e fondo bianco: citazioni da Greed tra le altre).

Alla fine del film giunge un momento di emersione, inaspettato, di condivisione comunitaria: ci riferiamo alle immagini di manifestazioni pubbliche, spesso contro la guerra, dove una popolazione anonima sfila, danza, urla slogan. Tra questi cittadini sconosciuti potremmo imbatterci nell’adolescente rabbioso di The Mad Songs of Fernanda Hussein. Sono persone che marciano, a mani nude. Sono loro a connettersi con questa “tradizione” ormai cancellata. Dopotutto, come dicevamo: «per capire una questione antica, bisogna riportarla al presente» (ritorno a Burroughs e ai suoi gatti). Ed è questo ciò che fanno: John Gianvito si muove tra loro.

[L’articolo è apparso su Alias il 1 novembre 2008.]

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5 Responses to Sua gattità John Gianvito

  1. véronique vergé il 27 marzo 2009 alle 12:03

    Un momento di pura dolcezza e di mistero anche.
    Il gatto in noi sogna di superare i guai del mondo,
    di attraversare un regno selvatico, o di guardare il quotidiano
    con nobiltà tranquilla.
    Non ho mai visto film di Jonh Gianvito.
    Spero avere la fortuna di scopire una sua opera.

  2. macondo il 27 marzo 2009 alle 12:08

    Ogni tanto mi viene alla mente questo pensiero un po’ inquietante: che la molteplicità delle fisionomie umane sia una serie di varianti di fisonomie di base animalesche: l’uomo/donna-gatto; l’uomo/donna-lupo; l’uomo/donna-topo; l’uomo/donna-maiale…

  3. véronique vergé il 27 marzo 2009 alle 12:16

    Macondo,

    preferisco l’uomo-donna gatto…
    Cerco un gatto per farmi compagnia.

  4. Benedetto S. il 27 marzo 2009 alle 20:06

    Macondo, bella scoperta. Mai sentito parlare di Giovan Battista Della Porta?

  5. db il 28 marzo 2009 alle 16:40

    credevo che spaccava come pelechian…



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