Air mail ( libro di poesie )

31 marzo 2009
Pubblicato da

di
effeffe

airmail

Turbolenze

Quando uno saluta l’altro
per un viaggio d’affari, un tornaconto
fondamentale è il fotogramma esatto
della fine – per questo i nostri padri
portavano in stazione fazzoletti bianchi.

Se te ne vai con un’incazzatura
o la tristezza degli occhi, i tuoi di lei,
quella ti resta dentro non finisce

Ecco perché durante il volo
che il comandante domina e dirige
della voce che corre con le belle gambe
del personale di bordo, alto parlante
cerco le sue carezze l’allegrezza

Avverti prima un tonfo poi ogni cosa
vibra percossa da una fitta alla carlinga
ogni nuvola ti appare un cavaliere errante
sospeso al cielo che si inarca e trema
così l’amante tra le gambe intreccia
indossa, ingroppa , storce la lancia, affanna.

“Mamma, devo fare la pupù, dice un bambino
alla TV, non qui, da Paolo, aggiunge, inventa
qualche pubblicitario che si diverte – e lo pagano.”
pensi come da ultimo pensiero prima di fine
proprio alla voce alle parole sconce
ascoltate non sentite alla tv la veglia

Fino a che la crociera fissa barra e cielo
di linea orizzontale – un tratto persi –
allora pensi al pericolo scampato,
non di morire in cielo, per ritornare a terra
ma che dei resti una sola traccia rimanga
nella scatola, nera, cranica di Dedalo
“Mamma devo fare la pupù, dice il bambino”

Nota
E’ la prima di una serie che forse diventerà un libro, probabilmente con Tommaso Cascella, artista che frequento da un decennio almeno. L’ho scritta durante un viaggio da Torino ad Avellino. Una poesia per Viola Amarelli che mi avrebbe accolto in quei giorni.

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48 Responses to Air mail ( libro di poesie )

  1. […] More here:  Air mail ( libro di poesie ) – Nazione Indiana […]

  2. véronique vergé il 31 marzo 2009 alle 13:19

    “Ogni nuvole ti appare un cavalier errante
    sospeso al cielo che si inarca e trema.”

    Una immagine dentro il sogno dell’amante.

    In viaggio il pensiero diventa il fim dei giorni passati
    che si guarda di alto o dentro il cuore,
    si vede benissimo le cose dell’amore o dell’affetto.

    Si puo immaginare un immenso libro
    dentro il pensiero dei viaggiatori in aereo;
    blu cielo,
    comme la straordinaria immagine
    della constellazione des mail.

    Bell’inizio (partenza) per la serie.

  3. franz krauspenhaar il 31 marzo 2009 alle 22:20

    Adesso occhio che arriva Diamante e chiede – come un doganiere – il passaporto di memorabilità a autorità. Dai che arriva…

  4. carmine vitale il 31 marzo 2009 alle 22:40

    memorie poetiche di una scatola cranica
    un pò come il sole che fa capolino dalle nuvole
    e fa precipitare il cuore
    bravo!!!
    c.

  5. francesco forlani il 31 marzo 2009 alle 22:53

    hanno bussato e ohps,.. non è lui Franz però lo faccio entrare lo stesso. è mio fratello Carmine
    effeffe

  6. macondo il 1 aprile 2009 alle 00:18

    Preferisco Aragon: “Qui est-là? Ah, très bien: faites entrer l’infini”.

  7. francesco forlani il 1 aprile 2009 alle 00:57

    e anche questo è vero
    effeffe
    ( per inciso assai poco tradotto e conosciuto en italie)

  8. soldato blu il 1 aprile 2009 alle 08:03

    U.U

    Tra quest’aria e il male
    che pare che s’appressi

    e nuvole burlone
    e il sole errante
    e la carlinga appesa
    e gambe belle
    (due volte)

    la seconda col con

    e ancora il sole
    bur lante
    e ancora le nuvole
    er ranti
    e ancora sospesa
    la car linga

    perché effe ci doni la poesia
    della scatola dedalica

    (ricordando Aragon)

    il cui il resto è in us.

  9. véronique vergé il 1 aprile 2009 alle 08:12

    Bella poesia di soldato blu,

    Mi sembra che la poesia sia un accenno anche a un racconto in Persecutori,
    climat discrètement érotique ( la prima parte),
    è penso una poesia dedicata a una compagna,
    ma parla a tutti,
    in viaggio,
    il pensiero diventa amante,
    con sogni erotici,
    quando sei solo/sola
    come il viaggio fa tentazione al sonno,
    vienne immagine dell’amore,
    in treno, in aereo, in batello ( se non hai li male del mare).
    E’ una fantasia che muove, danza, se ne va.

    Turbolenze del sogno.

  10. Diamante il 1 aprile 2009 alle 08:58

    Ma è…memorabile! -:)
    Scherzi a parte, non m’è piaciuta, non mi sembra una poesia (e qui mi si scatenerà addosso la furia di chi mi ritiene un canonizzatore, un Savonarola della poesia, oppure un’indifferenza che sarà sintomo di furia) ma insomma non voglio ripetermi troppo.

  11. effeffe il 1 aprile 2009 alle 09:23

    diamante almeno una perla!
    scherzi a parte, come farò adesso che ho messo poesia nel titolo?
    effeffe

  12. soldato blu il 1 aprile 2009 alle 17:19

    UNA PERLA

    Ma è
    …memorabile!

    Scherzi a parte, la vita
    non m’è piaciuta
    mai
    : non mi sembra poesia

    Scatenerò addosso
    la furia da canonizzatore,
    di un Savonarola piromane
    e censore
    della poesia farlocca,

    (con una indifferenza
    che sarà il sintomo
    della calcolata furia)

    a chiunque dirà: poesia è vita.

    Ma insomma
    non voglio
    ripetermi troppo.

  13. effeffe il 1 aprile 2009 alle 17:29

    ciao soldatino
    qui le ferite fanno male
    (ma non ci sono diamanti né perle)
    che fare?
    effeffe

  14. véronique vergé il 1 aprile 2009 alle 18:15

    Una piccola voce dice:

    la poesia fa viaggiare,
    parla del mondo segreto,
    fa girare le nuvole,
    fa ballare,
    fa turbolenze,
    mi sembra che la poesia è cosi,
    tra cielo e terra

    Allora che fare?

    Continue effeffe à nous faire rêver et à nous amener dans tes voyages.

  15. véronique vergé il 1 aprile 2009 alle 19:03

    à nous emmener… Je suis désolée pour la faute de français: je suis fatiguée en ce moment.

  16. soldato blu il 1 aprile 2009 alle 20:17

    Caro effeffe,

    la ferita fa male e non c’è niente da fare. E ci saranno sempre i colpi dati per ferire.
    Ma ci sono parti di sé che nessuno può ferire, tra queste l’intelligenza.

    Se poi il colpo viene da chi, in altro post, riesce a sintetizzare in modo così splendido quali sono le basi oggettive della sua critica:

    “Credevo di essere stato chiaro quando ho detto che non esistono criteri oggettivi, quel che tu esattamente continui a domandarmi. Dopo di che: esistono A MIO AVVISO opere di indiscutibile autorità estetica e cognitiva, ma IN ASSOLUTO nulla è indiscutibile. Tu […] potresti affermare che Mozart è stato un musicista scarso e che Ramazzotti è molto meglio, e io non potrei IN ALCUN MODO smentirti.
    Infine: se la tua quotidianità non è almeno in parte (non ho scritto che lo è del tutto) annoiata, ti faccio i miei complimenti. A me è sempre come mancasse qualcosa, un qualcosa che talvolta le opere di immaginazione sufficientemente potenti riescono ad offrirmi.”

    non gli si può dire niente, personalmente. Salvo che lui, accettando la possibilità che gli altri possano sbagliarsi, non voglia dire che, invece, lui, non può sbagliarsi mai.

    Ma gli si può dire, anche, che con lui può capitare di sentirsi impegnati in una “controversia fra gli amanti della conversazione e gli amanti della retorica autoillusoria.”

    E che “[…] la conversazione che è nostro dovere morale continuare *non è altro* che un nostro progetto […]. Essa non ha garanzie di successo né metafisiche né epistemologiche. Inoltre (e questo è il punto cruciale) *non sappiamo cosa voglia dire “successo” se non semplicemente “continuità”.* Noi non conversiamo perché abbiamo una meta, ma perché la conversazione […] è un’attività fine a *se stessa*. (Richard Rorty).

    “Le nuove allegorie, anch’esse recise dal senso, confermate nella perversione feconda del godimento della lettera, uniscono la microscopia diffusa dell’osservare scientifico con il notturno brancolare nel labirinto. Dove inerti compresenze di oggetti familiarizzano con i fantasmi simultanei di una civiltà che stringe patti tra sopravvivenza e apocalisse, tra spensieratezza ed incubi.

    Il poeta veggente, oggi sospinto nel cerchio pauroso dell’apocalisse, nomina le figure della distruzione che assediano i giorni.
    Eppure il ritmo della sua visione dice, ancora, la distanza abissale che separa la lingua della poesia dalle strategie della fine.

    La poesia, patria di nuvole. La definizione, di Jean Paul, affida alla poesia il regno della metamorfosi, e assegna al poeta come sua patria un non-luogo che ha la forma mutevole dell’apparenza, un universo la cui legge è l’incessante generazione di figure, subito disfatte, ricomposte, dissolte.

    La patria delle nuvole (*Wolkenheimat*) indica del poeta romantico la radice e la dissipazione, l’abitudine e il nomadismo, l’origine e lo spaesamento.” (Antonio Prete).

  17. andrea inglese il 1 aprile 2009 alle 21:49

    ma cosa può fare un uomo afflitto da dromofilia come FF? se non dedicarsi alle air mails…
    Ne attendiamo altre cento Furleeeeeenza!

  18. viola il 1 aprile 2009 alle 22:11

    Furlen…va bene così..e può addirittura andar meglio, un abbraccio, V.

  19. Diamante il 1 aprile 2009 alle 23:45

    Ebbene sì, quando critico un testo, affermando che a mio avviso non è poesia, ferisco. Lo so. Ma lo stimolo mi sorge più dai commenti entusiasti e plaudenti che non dai testi in sé. Spesso il nostro ego ci tradisce, e chi non si è mai tradito? Dunque pubblichiamo, pubblichiamo, pubblichiamo. Ma quando vedo una quasi unanimità di lodi nei confronti di alcuni brani (specie poetici, nella prosa meno), mi si rivoltano le viscere, arse dalla presunzione che sì, io SAPPIA cosa è e cosa non è poesia. Naturalmente questa mia posizione è la più attaccabile del mondo, l’equivalente di un pazzo issatosi in cima alla Torre Eiffel di notte vestito d’una tuta luminosa mentre a Parigi è andata via tutta l’elettricità: mi trovo, come dire, esposto. Ma ciò è già implicito nel mio pormi, non occorre farmelo notare; nè occorre farmi notare che anch’io posso sbagliarmi. Lo so da me, ahimé (o magari per fortuna). Quello che cerco è un confronto, in tal senso: in lunghi post ho spesso motivato le mie affermazioni, ma non altrettanto hanno fatto (mi pare) coloro che mi hanno attaccato. Io non ho ancora capito, al di là del “i gusti son gusti”, perchè questi benedetti testi fanno impazzire molti commentatori dalla gioia. Eppure, non posso pensare che i medesimi commentatori non abbiano mai letto tanta grande poesia, quella che, come diceva Cocteau, dà la scossa. E allora non scatta un confronto, una meritocrazia? Non si ricorda quel che si è provato? Non lo si compara, seppure inconsciamente? Come posso, se ho letto Rimbaud, gustare in profondità, che so, D’Annunzio? Come posso, se ho letto Emily Dickinson, apprezzare, dare ascolto a Gozzano? IO non ci riesco. IO, ripeto.
    Infine, sulla discussione che s’arrotola su se stessa: soldato blu ha perfettamente ragione. Poiché qui non ci troviamo nel campo delle scienze o della matematica pura o applicata, si può discutere ALL’INFINITO. Credo stia alla nostra intelligenza decidere se e quando farlo, in moda da non svilire lo scambio e rimanere, infine, a mani vuote.

  20. soldato blu il 2 aprile 2009 alle 07:45

    @ Diamante

    *

    L’allegoria, per cui “ogni persona, ogni cosa, ogni rapporto può significarne qualsiasi alto” e non deve portare in sé, come nel simbolo, l’attitudine a ricevere l’universale, pronuncia “un verdetto annientante ma giusto sul mondo profano” caratterizzandolo come un mondo il cui il dettaglio conta poco. Ma questo annientamento del finito contemporaneamente lo salva e lo nobilita, poiché esso – ciò che gli idealisti non scorgevano – diventa il ricetto di un significato ad esso incommensurabile. “Quindi nella considerazione allegorica il mondo profano viene sia innalzato che abbassato di rango”. Annientato nella sua autonomia, il finito riassume importanza come cifra del trascendente.
    Se ogni cosa è cifra, l’uomo stesso diventa tale solo quando si trasforma in cosa

    […] il bersaglio è l’individuo classico-borghese nella sua paga plasticità e organicità.

    CESARE CASES, Introduzione a: Walter Benjamin, “Il dramma barocco tedesco”, Einaudi 1980 (1971).

    *

    Della minuzia sarà sempre questione ogni volta che la riflessione si china sull’opera e sulla forma dell’arte, per valutarne il contenuto intrinseco. La precipitazione, che ad esse si applica con quei colpi di mano che in genere servono a far scomparire cose di altrui proprietà, è propria dei *routinier* e in nulla è migliore della bonomia del filisteo.

    WALTER BENJAMIN, Il dramma barocco tedesco.

    @ effeffe

    quando pubblicai, nel 1985, un piccolo libretto di poesie, ero quasi terrorizzato per i giudizi che mi sarebbero potuti fioccare addosso,
    decisi di fare opera di prevenzione, e misi come prima poesia questa:

    non sono più vostro

    una sera
    poggiando la testa
    nel cerchio tra le braccia
    mi sono battezzato cosa

    Ma anche le cose soffrono, e le opere d’arte se non vengono trattate come tali. Questo i Savonarola non lo capiranno mai.

  21. effeffe il 2 aprile 2009 alle 08:21

    una piccola nota per un malinteso

    le ferite a cui privatamente – ma in modo pubblico
    come la storia dell’impermeabile all’uscita di scuola
    non era per parole di diamante – meno che mai
    per gli altri che mi pare attenti fossero stati
    riguarda l’affondo che mi fa annegare
    di ogni principio reale questioni strane
    come sbarcare il lunario ritardare affitto
    guardare il contatore dell’aria che rimane
    da respirare mentre una voce- più d’una dentro
    ti dice a laurà a laurà e senza alcuna musa

    è una ferita antica da frase sussurrata
    alla bartleby, per intenderci e allora chiedo scusa
    a Diamante e a tutti gli altri accorsi
    a dare una mano al furlen su quel fronte
    della poesia infelice, aerea, mobile
    mentre l’acciacco stava in retroguardia
    dove non c’è poesia e neanche vita.

    besos à todo mundo
    effeffe

  22. soldato blu il 2 aprile 2009 alle 09:33

    @ effeffe

    il malinteso, nei rapporti interpersonali, è come l’esperimento nelle scienze: ha la potenza di svelare sempre qualcosa su ciò di cui si tratta.
    Non è, quindi, sempre negativo.

    Ho attaccato Diamante dalla prima volta che ho letto un suo intervento, ma, sbagliando – e me ne scuso – perché l’ho fatto a livello personale.

    Siccome l’ho poi visto seguire e commentare con la stessa passione e assiduità con cui lo faccio anch’io, la mia curiosità si era puntata su “che cosa distingue due atteggiamenti così dissimili”.

    Ho approfittato del post di effeffe perché mi offriva l’occasione di fare chiarezza su questo punto.

    Il risultato è stato – poiché chiunque parla di un altro poeta non sta che parlando di se stesso – che ciò che ne è venuto fuori è stata la mia acuta sensibilità ai giudizi negativi, con tutta la malcelata sofferenza che ne consegue, nel caso vengano espressi nei miei confronti.

  23. Diamante il 2 aprile 2009 alle 09:42

    @soldato blu
    Ti sei scusato di avermi attaccato, e te ne ringrazio; ma sbaglio o nel tuo penultimo post mi hai dato, indirettamente, del filisteo e del savonarola? Io mi metto in gioco, tutto qua. Non ho alcun potere e non pretendo che nessuno mi segua. Infatti spesso, quando mi volto, a seguirmi c’è me. E mi basta. In speranzosa attesa di trovare anche altri, ben sapendo che la relazionalità è fondamentale alla vita – prima ancora interiore che biologica – dell’essere umano.

  24. véronique vergé il 2 aprile 2009 alle 10:29

    Mi piace la canzone “tombé du ciel” de Jacques Higelin.
    Sono fuori tema, da ascoltare.

    E spesso l’impressione di essere “tombée du ciel…”

  25. carmine vitale il 2 aprile 2009 alle 20:02

    è, che dalle ferite che poi esce il sangue rosso che dipinge la poesia
    da quelle corse
    dal distacco del gas
    dal fiato corto
    dai passi malfermi
    dalle nuvole che poi dopo la pioggia
    danno spazio al sole
    e poi al buio
    e alle notti di stelle
    dagli alberi mossi dal vento
    dai passi mossi dal cuore
    dal cuore mosso dell’uomo
    e che l’eneltimfittocrazia è solo buriana
    nel cerchio alternato della vita
    poi c’è sempre il mare
    grazie effeffe
    c.

  26. Nina Maroccolo il 3 aprile 2009 alle 01:54

    PREMESSA
    Mi Piace Ardere.

    DEDICA
    “Una lacrima è un’energia dell’intelletto”.

    In quella marea celeste c’è una fretta immobile nell’evocare fotogrammi reali, visionari, ardimentosi e agghiaccianti [ho tracciato il mio arco aggettivale simbolico] : una processione di micro-eventi en-plein-air. Lassù avvengono crimini e desideri, sono mobili di stanchezza: un’altra vita fra le alture… Nella spaccatura, nel presagio – il viaggio “metasessuale” : amore a venire che viene sondato.
    E resti ad occhi aperti nell’evenienza di una finitudine [in volo] : un segno del tuo passaggio da sparpagliare al mondo, o meglio : “nella scatola, nera, cranica di Dedalo”.
    Turbolenza. Tonfo siderurgico-materico nell’aere di ferro – un groviglio.
    E’ un quadro che s’inerpica tra i vertici e gli abisso interiori.

    Go on…

  27. Nina Maroccolo il 3 aprile 2009 alle 01:58

    *abissi interiori.

    pardon

  28. effeffe il 3 aprile 2009 alle 10:07

    Thanx to Nina
    a volte basta uno spiraglio nella coltre di nubi
    un raggio di sole non programmato
    spontaneo
    come oggi
    effeffe

  29. Salvatore D'Angelo il 3 aprile 2009 alle 10:36

    S’ AZZUFFANO I POETI, S’AZZANNANO

    (Questo sonetto lo dedico a tuttii commentatori del post di effeffe, al furlen stesso . Insomma a tutti quelli che – giustamente – credono ancora a queste cose, folli sopravviventi sulla nave dei morti, di quei morti che ancora scivolano lungo il London Bridge, “so many” che mai avrei pensato morte ne avesse disfatti… come diceva quello, il desolatone, agli inizi del secolo scorso…e che nessuno si offenda, miei cari fratelli clandestini!)

    S’azzuffano i poeti, s’azzannano,
    fratelli clandestini! S’affannano
    a dir d’un mondo cui nessuno presta
    fede, qui, nel trambusto della festa.

    E tutti gridano; ma che ci resta
    del vino e del banchetto? La cesta
    è vuota del pane e dell’ affanno,
    l’angoscia è un ghigno, e non fa danno.

    Che sappiamo –noi- oggi della morte?*
    Ma nessuno prest’ ascolto. Il morto
    lo piangono i poeti, e a torto.

    Il pesce e la fanciulla..lo sconforto
    che li culla è quell’ oscuro/azzurro porto
    ove fluisce l’altrui – e nostra – sorte.

    * verso da “Oggetti e argomenti per una disperazione”
    Da Lezioni di fisica e Fecaloro(1964) di Elio Pagliarani

    S.D.A. , 26 – 27 . 2 . 2008

  30. franz krauspenhaar il 3 aprile 2009 alle 11:53

    Abbiate pazienza (e Nina, perdonami) ma questi commenti sotto forma di versi sono maledettamente stucchevoli.

  31. Natàlia Castaldi il 3 aprile 2009 alle 12:50

    Spero stanotte di avere le forze per argomentare una sensata risposta a quanto sto leggendo in questi commenti, per adesso lascio solo il mio apprezzamento ai diversi in-versi voli di francesco.

  32. Salvatore D'Angelo il 3 aprile 2009 alle 13:19

    Non sia mai detto che Efkey rimanga stuccato (anche) a causa mia!
    Pertanto autorizzo effeffe, ove mai condivida questa mia sollecitudine nei confronti di Efkey, a rimuovere immantinente il mio sonetto cui al commento delle 10.36. Saludos.

  33. Nina Maroccolo il 3 aprile 2009 alle 13:42

    @ FRANZ: il mio è un commento -non sono né versi né poesia- rivolto al testo di Francesco, che spero abbia compreso il senso di ciò che volevo dire.
    Come lo espongo è altra cosa. E’ venuto fuori così, entrando nello spirito di “Turbolenze”.

    @ Natàlia: mi spiace che trovi “insensatezza”.

    @ FRANCESCO: se trovi che sia andata fuori dal seminato, dimmelo per favore…

    Un abbraccio a tutti!

  34. effeffe il 3 aprile 2009 alle 14:48

    @ todo mundo

    anch’io ci pensavo a questa cosa. Ma poi mi rendo conto che è anche un rischio che viene dalla pretesa di fare cosa viva – e non vissuta- un airbag da resistenza all’urto. del dittico come una croce – mangiare lavorare – e la stanchezza la misura da inadeguatezza. Non c’è niente di male, meno male, allora, a dirsi cose che confondi a un ritmo, quasi da prosa poetica, e il rimando è al resto che ti rimane in mani senza i calli della fatica – quelli se li fa l’anima ma non appare- e sembra dica “non ci sono poeti senza un dolore antico” non c’è poesia senza parole e a capo, del dolore come un nodo nulla potrà la brillantina e meno il pettine, di un critico autorevole come un arbitro – e tutti a dargli addosso del cornuto. Eppure credo che qui ogni mente possa a suo piacimento fare e dire, disfare i primi, disdire i secondi, perché perfino nei campi di gioco vale anche un tempo, il terzo, dove a parte l’erba senza fari illuminanti e senza ombre dei giocatori, e i buchi dei tacchi, non c’è nulla.

    effeffe

  35. effeffe il 3 aprile 2009 alle 14:49

    @ Nina
    ma tu sei formichina e
    semini sempre bene
    anche se canti
    effeffe

  36. natàlia il 3 aprile 2009 alle 14:58

    @ Nina … nessuna insensatezza, men che meno da parte tua…
    quello che ho detto è che al momento IO non ho il tempo di argomentare nulla di sensato…

    sono al lavoro. a stasera.

  37. soldato blu il 3 aprile 2009 alle 21:17

    Il rimprovero di Franz mi trova del tutto consenziente – anche se mi colloco tra gli stucchevoli – per la semplice ragione che sono anni che mi capita di sentire – in questo giorno: 3 aprile – almeno due o tre volte:

    “tre aprilante
    quaranta dì durante”

    che poi sarebbe come dire: la tradizione popolare toscana ha registrato questo fatto: il tempo che farà in questo giorno caratterizzerà i prossimi quraranta.

  38. Natàlia Castaldi il 4 aprile 2009 alle 02:13

    in primis… @ Nina: credo proprio che non tu abbia compreso il mio non-commento di stamattina (che proprio con te, nulla c’entrava) ….. quello che volevo dire era che non avevo il tempo di lasciare un commento articolato e sensato perchè “affannata” e di fretta….

    andando oltre….lascio un commento articolato ed insensato.

    è il diario di una “rolling stone” una di quelle pietre “rotolanti” che rantolando di luogo in luogo – sembra – non raccolgano muschio …
    così definiscono gli anglosassoni i viaggiatori, quelli con tutto il mondo dentro agli stracci stropicciati in una valigia, quelli un po’ barboni, un po’ poeti, un po’ cabarettisti… quelli che più che il verso appuntellato al rigo in metraggio perfetto, conquistano in ogni porto con la lacrima d’un clown dietro ad un sorriso.

    sono quelli con la smania di darsi in ogni dove, forse perchè “senza ricetto” (questo è puro siciliano, traduco depauperandolo del suo innato senso:… senza pace).

    Ci sono “artisti” che sono eclettici, non sono esattamente nulla e sono tutto, ma più di tutto sono l’espressione della propria personalità e la loro lettura non si scinde dal mondo di sensi che comunicano anche nella citazione pubblicitaria del fetore d’una pupù, coperto dall’olezzo dell’ultimo ritrovato della merda societaria in cui sguazziamo fino al collo.

    detto questo, non saranno i versi d’un gran poeta, ma un dario di bordo, un percorso di vita che accomuna tutti in sensazioni ed elaborazioni logiche del vissuto quotidiano, filtrato e filmato in dissociati spezzoni di pellicola che scorre zoppicante ed incespicante in un vai e vieni di ricordi e presente, capace di infiltrarsi negli stati delle intime pulsioni che sfiorano il cervello fin giù tra le cosce in un lampo di senso per poi tornare al frastuono del reale muoversi delle azioni del presente, in un saliscendi di vuoto nello stomaco che solo il terrore – più o meno a sè celato e mascherato – del ritoccare suolo può adrenalinicamente dare.

    beh… sì, non sarà un gran poeta, non un tecnico sopraffino, nè un rimatore più o meno edulcorato, ma caspita quante porte ha aperto in 32 righe!

  39. soldato blu il 4 aprile 2009 alle 08:23

    Poiché, stamane, mi è ripresa la bizzarria per quella disciplina che è cosi noiosa e brutta quando è fatta scientificamente, parlo dell’etimologia,

    ma diventa così divertente, quando è fatta da chi non ne sa niente e nel modo sbagliato,

    voglio sottolineare, anzi oltrepassare la porta – ringraziandola – che inconsapevolmente Natàlia ha aperto, parlando di effeffe:

    “Dario” di bordo.

    Dice Giovanni Semeraro in “Le origini della cultura europea”, Olschki 1984 :

    *Δωρ είζ*: “dalla base di accadico *sarahu* (essere splendido): vale “dalle stirpi erranti”: accad. *tiru, *taru (l’errare) e *ga’i (della stirpe).

  40. effeffe il 4 aprile 2009 alle 10:24

    @natalia
    i’m just a doorman (reverieur)
    effeffe
    ps
    sono solo il portiere di notte delle mie insonnie

  41. Natàlia Castaldi il 4 aprile 2009 alle 10:34

    e lo dici a una che ti commenta alle 2.13 di notte?
    e chi non lo è mon petit jardin?

  42. véronique vergé il 4 aprile 2009 alle 11:49

    Ricetta per dormire la notte,

    Primo aprire la finestra della camera,
    preparare una tazza di latte caldo con miele,
    respirare bene, guardare la notte calando,
    non aprire TV, computer, telefono
    avere un gesto di tenerezza per il compagna/ la compagna;
    parlare con lui, lei
    o si sola /solo, carezzare una pianta, un gatto…
    leggere poesia dolce,
    annusare un profumo di lavanda,
    essere dolce co sè: non fare il conto della giornata, delle preoccupazione,
    dimenticare il lavoro, pensare all’amore o a una personna con affetto e felicità, o a un paesaggio.
    Quando lavoro, mi annego nel sonno, sono troppo stanca. E’ un sonno profundo, ma senza colori. Sono come morta.
    Ma in vacanza, mi aiuta a dormire l’immaginazione del mare, nuoto e poi dormo, o penso alla mia nipote.
    O allora scrivere, se non dormi: la notte è un regno diverso di bellezza e di follia: la vità la più ordinaria prende colori del fantastico.
    Il problema di dormire troppo non è facile da vivere. Tu cadi di sonno dappertutto, tu hai problema per creare, lavorare: è una fuga nel sonno.
    Mi accadde di dormire il pomeriggio e aprendo gli occhi mi sembra avere perso la memoria.
    O allora ultimo consiglio occuparsi di bambini, dopo tu sei cosi stanca, stanco, perché sono pieni di energia, che non hai problema con il sonno.

  43. Salvatore D'Angelo il 4 aprile 2009 alle 21:36

    @ véronique

    Grazie per i consigli per dormire. La tua dolcezza giunge sempre gradita. A me comunque, quando non mi brucia dentro qualche ansia o nodo non risolto, basta un niente per dormire. Una camomila d solito è la mia cena e alle nove e meza sono già a letto, di questi tempi, quando cambiano le stagioni.
    Voglio dedicare a te e a tutti i commentatori (sperando nella tolleranza di efkey), questa poesia che chiude una plaquette di otto componimenti di Gerardo Pedicini, poeta e critico d’arte, della vecchia generazione ( di quelli che sono stati sempre al margine, ma che sono imprescindibili, direbbe Brecht).

    “non so che dirti ora che la sera
    alza odori dalla terra
    e nell’aria brucia l’ultima luce”

    “abbiamo camminato insieme,
    spartito il pane e il sonno
    lungo i sentieri della vita.
    tanti anni sono passati
    nel grido disperato dei giorni
    senza nome. siamo arrivati alla fine.
    non c’è più speranza che ci resta”

    “ma siamo ancora insieme
    e il sole non è ancora tramontato”

    “je ne sais pas que te dire maintenant que le soir
    lève des odeurs de la terre
    et dans l’air brûle la dernière lumière”

    “nous nous sommes promenés ensemble,
    partagé le pain et le sommeil
    le long des sentiers de la vie.
    tant d’années sont passées
    dans le cri désespéré des jours
    sans nom. nous sommes arrivés à la fin.
    Il n’y a plus d’espoir qui nous reste”

    “mais nous sommes encore ensemble
    et le soleil n’est pas encore couché”.

    (Trad. Manuela Batul Giangrande)

    Gerardo Pedicini, da GIORNALE DI BORDO DAL BALTICO.

    Buona domenica.

  44. soldato blu il 5 aprile 2009 alle 06:48
  45. soldato blu il 5 aprile 2009 alle 06:56

    per effe, per tutti e per me

    http://www.youtube.com/watch?v=2kmpxn5jhVg

  46. véronique vergé il 5 aprile 2009 alle 17:31

    Grazie Angelo per la poesia che dice l’amore nella coppia.
    Mi sembra essere fuori tema, la direzione del commento è quello del sonno. Mi rammenta il magnifico film di Almodovar “Parla con lei” (parle avec elle) il mio sonno è prossimo del coma, non sento più niente.
    E’ per me un mondo strano quello che hanno il sonno leggero come farfalla. Invece mi accade di alzare all’alba, e sento la propia energia della mattina, quando per me il pomeriggio è una tomba.

    Soldato Blu, mi sembra essere più nella direzione del lavoro poetico.
    Non conoscevo le canzoni.

  47. Nina Maroccolo il 5 aprile 2009 alle 18:59

    @ SOLDATO BLU: grazie di cuore per due motivi: l’importanza che riconosco, esattamente come te, alla scienza etimologica : disciplina che ogni scrittore dovrebbe far sua anche solo [solo?] per forma-conoscenza di lingue estinte [ci appartengono!] : nella loro lontananza perdura la nostra origine : il senso, i sensi d’un segno, il grafismo connaturato, primigenio più che primitivo.
    E’ l’Uomo : la sua evoluzione in termini di sonorità concettuale, canto tantrico, emissione del dire, minima o immensa intersecazione tra infinite longitudini e latitudini di popoli.
    Il “viaggio”.
    *
    “A Muso duro” è un autoritratto del grande Bertoli. Un insegnamento sempre in atto. [Ri]prendiamoci questa vita pur con i suoi deserti, decostruiamola per poterla ricostruire meglio dai suoi nobili avanzi. Senza mai cedere alle illusorie tentazioni della via dritta : sicuramente le curve c’incurvano la schiena – ma andiamo avanti, con i nostri lemuri personali…

  48. Diamante il 5 aprile 2009 alle 19:45

    @salvatore d’angelo
    Bella, molto bella la poesia che hai pubblicato di Pedicini. Un breve, triste incanto.



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