I sogni di piccole vite, crudeli e perfette

31 marzo 2009
Pubblicato da

capo22
di Chiara Valerio

Uscita dalle regole della famiglia. Che significa semplicemente non riconoscerla più, peccare di libertà quel tanto da toglierti dall’orizzonte delle colazioni e dei pranzi, delle telefonate e delle loro domande, sempre le stesse, che aspettano medesime risposte e non portano mai da nessuna parte, ma servono a riconoscersi nelle espressioni, come un Dna verbale, mattoni della nostra unità. Specie di rosario di famiglia che si sgrana negli anni sempre uguale a se stesso. Nudo di famiglia di Gaia Manzini (Fandango, 2009) è una raccolta di racconti. Somiglia, e non solo per il titolo, a Legami familiari di Clarice Lispector. Lo scrivo con infinita meraviglia e turbamento. Lispector scrive Non essere divorati è l’obiettivo segreto di tutta una vita e Manzini chiosa la memoria, quella vera c’è l’ha il corpo. Perché i personaggi di Nudo di famiglia hanno fallito l’obiettivo segreto ma raccontano come. Perché leggi Ada e ti ritrovi a casa. A casa tua, spolpato dalle inquietudini degli altri. Perché leggi La manovra di Heimlich e sai che La parola non serve solo a descrivere la realtà, ma anche a spezzarla.

Ada va al mare, ha novantasette anni e sale ancora sugli scogli, Julien raccogli gli insetti, Lisa lascia in giro test di gravidanza inutili, Simona vive con mio padre e mia madre al posto mio, Irene legge guide, entra in casa e Marzia le viene incontro, ogni volta che muore mio padre svanisce la parete alla quale sono appoggiata, un altro canta a squarcia gola e non prova niente, ventisette gradi non sono abbastanza per soffocare, il monografico di storia dell’arte che amo di più è il realismo magico, hai dodici anni e più di conoscere le cose ti lasci conoscere da loro, alcuni figli rimangono figli e basta fino a quarantanni, Forse mio figlio, prima o poi, si metterà a piangere. Avrà bisogno di sua madre e caverà dalla gola un urlo che è l’abbraccio più forte che sa dare, Mattia sbuca dalla corsia dei latticini e la bambina di Irma non parla mai, ho il cuore in gola le gambe all’inferno e sto morendo, Francesco Chito ha cambiato scuola.

Nei racconti di Manzini, anche se mi rendo conto che accomunare queste storie di minuzie e generali astratti sotto un’unica didascalia è davvero misera faccenda, la realtà è spezzata. Nemmeno i fogli A4 possono essere ripiegati per farne barchette o aerei. Perfino i fogli A4, le fotografie, le tele, tangibili, velleitari o simboli di tutta la realtà del mondo si spezzano. In Salmoni perché sono Un modo bidimensionale di fare entrare il mondo nell’utero di questa casa dove il tempo non è mai riuscito a passare, neanche dal buco della serratura. In Dietro il vetro perché Mi faccio avanti, verso il vetro. Sono la donna preraffaellita incorniciata dal quadro della finestra: ormai esisto solo in quel vasto spazio circoscritto. Mi spoglio. Lo farei per sempre.

Per sempre non sono due parole che si rincorrono o si appaiano nella scrittura di Manzini. Che nonostante moduli Bergson si disinteressa della durata. Che è precisa e parla in un eterno presente incurante di passato o di futuro. Delle cose che possono accadere o essere dimenticate. Di tutte quelle visibili e invisibili. Anche l’attesa di Paura non è che l’istantanea di una donna che mai ha mai temuto davvero, perché ha sposato un matematico ed è sempre stata in grado di contare. Perché gli elenchi consentono il controllo e la salvezza. Perché Pregare è come contare: vai avanti e ti annulli nei suoni, ti sciogli nel flusso astratto d’un tempo senza pause. E quindi sia fatta la tua volontà.

Nudo di famiglia è scritto in una lingua potente, consapevole, capace di evocare nostalgie e spavalderie. Una lingua in grado di raccontare, dove pensi di sognare e ti rammenti. Di raggirare, evocare gli spiriti e scacciarli. Sono racconti di persone, dove le titubanze e le esitazioni delle coppie, delle madri, dei rapporti consolidati, scuotono gli occhi di chi legge fino alle lacrime o al riso. Sono parole composite, montate, arrangiate, iperreali, sovraesposte. Le storie di Gaia Manzini, da Ada, a Pulizia, fino a Paura, sono la diversità che ci fece così belli. Un precipizio di sentimenti e parole che svaniscono verso il basso e scompaiono per sempre. Io lo rileggo. E realizzo che il roquefort mi fa schifo. E forse al di là delle sfumature c’è sempre un modo netto di guardare le cose.

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G. Manzini, Nudo di Famiglia, Fandango Libri (Galleria, 2009), pp. 189, €. 14,00

p.s.
La foto in apice è un po’ il mio nudo di famiglia, avevo dimenticato di scriverlo. Il disegno ad acquerello è di Giulia, la foto l’ha scattata Elisabetta, e l’insieme composito di ritagli di giornale sta nella mia casa di Modena. E questo.

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7 Responses to I sogni di piccole vite, crudeli e perfette

  1. taiapo il 31 marzo 2009 alle 17:04

    La famiglia è nuda. E cruda. Ma non per questo appiattita nella definizione estetica o nella ricerca della scomunica. Al contrario, questa è una nudità che scava a fondo. Ascoltare con il cuore per stupirsi di quanto la purezza letteraria delle parole non si chiuda sterilmente su se stessa. io lo trovo bellissimo.

  2. Valeria il 31 marzo 2009 alle 17:42

    Da Virginia Woolf a Clarice Lispector e ora a Gaia Manzini.
    Un libro da leggere, in qualunque rete familiare ci si trovi, per fare i conti con i propri pensieri e i proprio ricordi e le proprie aspettative.

  3. speck il 1 aprile 2009 alle 10:41

    sono istantanee. come foto che inducono al perturbamento. s’affacciano a qualcosa e soggiacciono altro. picco massimo di un tragico lì a venire, lì da sempre.

  4. chi il 1 aprile 2009 alle 12:29

    quello che ho dimenticato di scrivere.
    ci pensavo ieri sera.
    è che questi racconti fanno compagnia.
    e questo.
    chi

  5. dudu il 2 aprile 2009 alle 11:18

    non sei stata una, ma tutte le storie.
    non te ne accorgi subito. il ritmo è dosato. ti disorienta. è delicato e onirico, poi disarmante come la routine e il vuoto delle nostre relazioni.
    ha raccolto una vita (anche la mia senza volerlo).
    è come guardare un album di foto, ti ritrovi dentro mentre lo leggi. c’è una voce fuori campo che sembra descrivere, invece guarda attraverso

  6. Franco Daddabbo il 3 aprile 2009 alle 16:50

    Un’Amelie non banale, un Durrell non prevedibile, Sillitoe nella migliore forma. E un Tiffany rovesciato, proiettato verso nuovi lidi narrativi.
    L’opera è pregevole e, a quanto ne so, anche l’autrice è persona perbene.

  7. chi il 5 aprile 2009 alle 12:34

    @franco
    e pensare che seppure l’autrice fosse una personaccia i racconti sarebbero belli lo stesso ;-)



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