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	Commenti a: un’assoluta indifferenza verso se stessi	</title>
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		<title>
		Di: francesco pecoraro		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco pecoraro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 16:37:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a parte un certo metaforismo del testo di chiara e il mio non concordare sul giudizio che viene dato del libro, convergo in pieno sulla bellezza delle carte mute e, in generale della conformazione (formazione?) geografica: da piccolo e anche da grande e anche da molto grande nel senso di quasi anziano mi sono applicato con costanza alla progettazione et raffigurazione di luoghi geografici non esistenti, cioè di invenzione, disegnando cartine a colori di spiagge e golfi e promontori con rovine archeologiche stratificate: godo enormemente nell&#039;osservazione della geografia inestricabile delle terre fuegine et patagoniche descritte dal Del Giudice e da tutti quelli che l&#039;hanno fatto prima di lui: possiedo una carta nautica della zona di Capo Horn: terra e acqua: corridoi e stanze d&#039;acqua, sentieri d&#039;acqua strettissimi, nell&#039;apparenza cartografica, forse molto più ampi nella realtà. 
detto questo non ho molta voglia di andarci in quei luoghi: mi sanno di troppo freddo e di troppo nudo e di troppo ferocemente indifferente e di troppo tempestoso: come la superficie desolata di un pianeta lontano, deserto, inutile.
troppo prossima al nulla antartico, troppo vento, troppo gelida l&#039;acqua.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a parte un certo metaforismo del testo di chiara e il mio non concordare sul giudizio che viene dato del libro, convergo in pieno sulla bellezza delle carte mute e, in generale della conformazione (formazione?) geografica: da piccolo e anche da grande e anche da molto grande nel senso di quasi anziano mi sono applicato con costanza alla progettazione et raffigurazione di luoghi geografici non esistenti, cioè di invenzione, disegnando cartine a colori di spiagge e golfi e promontori con rovine archeologiche stratificate: godo enormemente nell&#8217;osservazione della geografia inestricabile delle terre fuegine et patagoniche descritte dal Del Giudice e da tutti quelli che l&#8217;hanno fatto prima di lui: possiedo una carta nautica della zona di Capo Horn: terra e acqua: corridoi e stanze d&#8217;acqua, sentieri d&#8217;acqua strettissimi, nell&#8217;apparenza cartografica, forse molto più ampi nella realtà.<br />
detto questo non ho molta voglia di andarci in quei luoghi: mi sanno di troppo freddo e di troppo nudo e di troppo ferocemente indifferente e di troppo tempestoso: come la superficie desolata di un pianeta lontano, deserto, inutile.<br />
troppo prossima al nulla antartico, troppo vento, troppo gelida l&#8217;acqua.</p>
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		<title>
		Di: chi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 10:59:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@soldato blu.
Canova è una buona proposta.
;-)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@soldato blu.<br />
Canova è una buona proposta.<br />
;-)</p>
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		<title>
		Di: soldato blu		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/04/06/un%e2%80%99assoluta-indifferenza-verso-se-stessi/#comment-109732</link>

		<dc:creator><![CDATA[soldato blu]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 08:39:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Aspettavo che qualcuno ne parlasse su Nazione Indiana.
Ringrazio Chiara Valerio che lo ha fatto.

Sarebbero necessarie motivazioni convincenti per sostenere quella che, per me, è la collocazione di Daniele Del Giudice nel panorama delle letteratura italiana contemporanea, ma non ne sento il bisogno. Se, chi è interessato a sapere quale sia la grandezza di questo scrittore, si accosta alle sue opere, non può più avere alcun dubbio. 

Per dire dove, secondo me, bisogna collocare Del Giudice, userò ciò che è stato detto di un altro grande scrittore italiano: “in alto e discosto da tutti”.

Dice Chiara:”la struttura delle sue costruzioni è tensioattiva, leggera e nel contempo pronta a grossi carichi”. Non so se interpreto bene il suo pensiero, ma questa cosa me la sono detta più volte a proposito di Del Giudice: è l&#039;unico che sia riuscito a superare la dicotomia Calvino/Gadda. La sua scrittura è oltre il manierismo/classicismo.
Fa categoria a sé. 

E non sarò certo io a proporne una definizione, un termine che lo individui.

Solo mi viene in mente un nome, fuori della letteratura, Canova.

Bazlen, Voltaire, Alitalia, ciclotrone di Ginevra, e ora questi che non conosco tutti. Ma conosco Shackleton e Scott, posso tentare di immaginare cosa mi aspetta. 

[Il libro non l&#039;ho ancora letto perché aspetto vacanze serene. Non si può affrontare Del Giudice sapendo che potresti essere costretto ad interrompere, perché c&#039;è qualcosa che &quot;devi fare”.]

Ciò che Chiara indica come “dolore” - nello stesso modo di Del Giudice – per me è fatica dolorosa. La fatica dell&#039;affrontare l&#039;assenza.

I segni più chiari, nella pareti della casa di Voltaire, lasciati dai mobili che non ci sono più

L&#039;addetto alla verniciatura, all&#039;areoporto di Ginevra, che attraversa la grande I, vuota, del pannello per verniciare il logo. 

In “Atlante occidentale”

Ora, Shackleton.  

Banalizzare tutto quel ghiaccio come pagina bianca mi pare necessario, perché: “Annientato nella sua autonomia, il finito riassume importanza come cifra del trascendente” (Cases). 

Insomma, parafrasando una frase dello stesso Del Gudice: “Ogni scrittore utilizza il suo materiale, scrivere sul ghiaccio non è un caso diverso dagli altri.”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aspettavo che qualcuno ne parlasse su Nazione Indiana.<br />
Ringrazio Chiara Valerio che lo ha fatto.</p>
<p>Sarebbero necessarie motivazioni convincenti per sostenere quella che, per me, è la collocazione di Daniele Del Giudice nel panorama delle letteratura italiana contemporanea, ma non ne sento il bisogno. Se, chi è interessato a sapere quale sia la grandezza di questo scrittore, si accosta alle sue opere, non può più avere alcun dubbio. </p>
<p>Per dire dove, secondo me, bisogna collocare Del Giudice, userò ciò che è stato detto di un altro grande scrittore italiano: “in alto e discosto da tutti”.</p>
<p>Dice Chiara:”la struttura delle sue costruzioni è tensioattiva, leggera e nel contempo pronta a grossi carichi”. Non so se interpreto bene il suo pensiero, ma questa cosa me la sono detta più volte a proposito di Del Giudice: è l&#8217;unico che sia riuscito a superare la dicotomia Calvino/Gadda. La sua scrittura è oltre il manierismo/classicismo.<br />
Fa categoria a sé. </p>
<p>E non sarò certo io a proporne una definizione, un termine che lo individui.</p>
<p>Solo mi viene in mente un nome, fuori della letteratura, Canova.</p>
<p>Bazlen, Voltaire, Alitalia, ciclotrone di Ginevra, e ora questi che non conosco tutti. Ma conosco Shackleton e Scott, posso tentare di immaginare cosa mi aspetta. </p>
<p>[Il libro non l&#8217;ho ancora letto perché aspetto vacanze serene. Non si può affrontare Del Giudice sapendo che potresti essere costretto ad interrompere, perché c&#8217;è qualcosa che &#8220;devi fare”.]</p>
<p>Ciò che Chiara indica come “dolore” &#8211; nello stesso modo di Del Giudice – per me è fatica dolorosa. La fatica dell&#8217;affrontare l&#8217;assenza.</p>
<p>I segni più chiari, nella pareti della casa di Voltaire, lasciati dai mobili che non ci sono più</p>
<p>L&#8217;addetto alla verniciatura, all&#8217;areoporto di Ginevra, che attraversa la grande I, vuota, del pannello per verniciare il logo. </p>
<p>In “Atlante occidentale”</p>
<p>Ora, Shackleton.  </p>
<p>Banalizzare tutto quel ghiaccio come pagina bianca mi pare necessario, perché: “Annientato nella sua autonomia, il finito riassume importanza come cifra del trascendente” (Cases). </p>
<p>Insomma, parafrasando una frase dello stesso Del Gudice: “Ogni scrittore utilizza il suo materiale, scrivere sul ghiaccio non è un caso diverso dagli altri.”</p>
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