African Inferno

14 aprile 2009
Pubblicato da

pallavicini

di Marco Rovelli

Del romanzo “African inferno” di Piersandro Pallavicini (ed. Feltrinelli) alcuni giornali di destra hanno parlato bene, a fronte di un apparente silenzio di quelli di sinistra. Sul suo blog (a cui rimando per valutare l’ampiezza del dibattito), l’autore ribadisce la sua provenienza da sinistra. Ora, il libro di Pallavicini non è politically correct: ecco, è proprio questa la sua forza di sinistra (perciò a mio parere non c’è forzatura anti-ideologica in questo non esserlo). Il politically correct troppo spesso rientra in un vizio di formalismo “ideologico” che perde di vista le persone e le dinamiche concrete del reale. E’ evidente che due culture a confronto si devono assestare, perché ogni cultura è complessa e stratificata, e, visto che in ogni società esistono dominanti e dominati, porta i segni della dominazione. Ogni cultura insomma è ricca di contraddizioni. L’ingenuità (e dunque: i buoni da una parte e i cattivi dall’altra) non fa bene a nessuno, proprio perché riduce la complessità, e impedisce di comprendere il reale. Dopodiché va da sé che, come posizione etica, è assolutamente preferibile un ragazzo che ha fiducia nella ricchezza dell’altro piuttosto che un cinico che si adagia sul potere e sulla irriducibile non integrabilità delle culture: e temo che sia questa la motivazione di certa destra nell’apprezzamento del libro di Pallavicini, perché lo legge in modo da coltivare la propria cattiva coscienza. Il punto, allora, è che la questione non è di buoni e cattivi, ma è quella di comprendere che, per uscire dalle scosse di assestamento di una società in trasformazione, occorre affermare il principio elementare (ma oggi sotto attacco) del diritto universale. E’ solo tramite il riconoscimento dei diritti (umani e di cittadinanza: una legislazione inclusiva e non esclusiva) che possiamo pensare a una società multiculturale. E operare nella sfera dei diritti, questo solo noi “garantiti” dai diritti di cittadinanza possiamo farlo.

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25 Responses to African Inferno

  1. macondo il 5 aprile 2009 alle 15:39

    Nell’odierno assetto politico-economico mondiale, anche i diritti umani sono stati privati della loro universalità metapolitica e sono divenuti diritti politici dei cittadini (o meglio del cittadino, visto che l’ottica “occidentale”, a partire dagli Stati Uniti e dall’Onu, è a favore del diritto del singolo, del cittadino, e misconosce i diritti collettivi), entrando a far parte di un gioco postpolitico di negoziazione di interessi particolari. E nella difesa dell’uomo in quanto cittadino non rientrano i diritti di coloro che sono ridotti alla non-umanità, dunque alla non-cittadinanza, ossia dei due terzi degli abitanti del pianeta.
    Su questo è illuminante “Contro i diritti umani” di Slavoj Zizek (ed. it. 2005)

  2. Alcor il 14 aprile 2009 alle 09:32

    Il politicamente corretto ammorba, nasce per buone ragioni e degenera rapidamente nell’ottundimento o nell’autocensura. Ce n’è moltissimo in rete. Pure qui su NI. Sono curiosa di leggere il blog di Pallavicini ma non l’ho trovato, non metteresti il link, se lo hai? grazie Marco.

  3. effeffe il 14 aprile 2009 alle 09:54

    scusa Alcor, mi dici meglio questa storia dell’autocensura? Mi interessa, veramente.
    effeffe

  4. Alcor il 14 aprile 2009 alle 10:36

    @effeffe
    quando si è affermato un comportamento virtuoso da parte di una autorità “morale” o “politica” (li metto tra virgolette perché non mi riferisco solo a istituzioni, ma anche ad addensamenti o magari invece a reticoli di pensiero che si considerano per qualche ragione identitari, come succede spesso a sinistra) un comportamento virtuoso che si è definito non attraverso una esperienza, personale o intellettuale, ma attraverso una specie di consegna di idee, del genere: “è così che si pensa per pensare bene”, è difficile che si mostrino i propri dubbi, le proprie scelte di pancia, non si vuol restare “soli”. E invece di manifestarli e metterli alla prova, li si nasconde, spesso anche a se stessi.
    Ci sono moltissimi argomenti tabù, la Serbia è il primo che mi viene in mente, ma anche la genitorialità omosessuale, il razzismo, la xenofobia, l’antisionismo. Tu davvero pensi che la gente dica la verità, quando dice non sono razzista o non sono xenofobo? Non si azzarderebbe mai. Io non sono affatto convinta che sia un bene essere antirazzisti o antixenofobi in questo modo, soprattutto antixenofobi,si nasconde solo sotto il tappeto un grumo che sarebbe stato molto più sano sciogliere in pubblico.
    Chiedersi perché c’è questo istinto di chiusura nei confronti dell’altro, che fa dire, qui è casa mia, andare a vedere da cosa nasce, capire che anche l’altro lo prova a casa propria, che probabilmente è la memoria millenaria di un istinto di autodifesa, e medicarlo “davvero”, questo bisognerebbe fare, ma se si dice subito è male, è scandaloso, se lo provi sei un reprobo, ti mentiranno sempre tutti e soprattutto, SI mentiranno sempre tutti, per non sentirsi “cattivi”.
    Perciò tutto questo antirazzismo etc rischia di rimanere superficiale, di maniera, fragile.
    Come si fa ad accogliere interamente un altro se non si è capaci di accogliere interamente se stessi, anche nel peggio, io non lo capisco, se non come una rappresentazione culturale di facciata.

  5. effeffe il 14 aprile 2009 alle 10:57

    E’ una riflessione che sto facendo proprio in questi giorni attraverso la figura dell’Idiota di Dostoevskj. Un personaggio che probabilmente disarciona questa sorta di limbo morale – i cattivi sono loro- così magnificamente sostenuto dal “pensiero unico” . In questo senso il maggiore tabù è sicuramente quello del progresso, soprattutto per le sinistre. Come due maestri – altro tabù contemporaneo- avevano ben visto, Christopher lasch e prima di lui George Orwell. In questo momento, per esempio, la mia massima simpatia va a un personaggio concettuale che all’orecchio sinistro suonerebbe quasi come conservatore, per non dire reazionario: la persona per bene. (proprio così, staccato) Per capirci quello che a Napoli preso in una situazione per certi versi estrema, si lascia cadere le braccia sussurrando “ecchecazz!”
    Common decency, la chiamavano i nostri, appunto, maestri.

    effeffe

  6. Alcor il 14 aprile 2009 alle 11:24

    La formula “persona per bene”, che sembrerebbe una cosa semplice, in effetti è una delle più contrastate:-)

    forse soprattutto nell’accezione “la gente per bene”, la gente per bene è subito letta come filistea

  7. macondo il 14 aprile 2009 alle 11:41

    A proposito di “gente per bene”, proprio in

  8. macondo il 14 aprile 2009 alle 11:45

    Ops… ho digitato un comando sbagliato…
    A proposito di “gente per bene”, proprio in questi giorni sto considerando la possibilità di fare uno strappo alla mia non-partecipazione ai diritti-doveri del cittadino, e mettere una crocetta, quando sarà il momento, sul nome di De Magistris…

  9. vito il 14 aprile 2009 alle 14:27

    @alcor … il tuo ragionamento dà parola esatta alla mia idea intorno al perbenismo etc etc … nel frattempo, però, mi viene un dubbio: non cadiamo nello stesso errore di chi rimuove la propria difficoltà di fronte alla realtà, conformandosi al buonismo/benismo/giustismo… dominante (forse, in realtà spero), quando troviamo negli altri questi comportamenti, certi come siamo (in alcuni passaggi storici e sociali) che l’ipocrisia sociale e morale non ci riguardi, che “politicamente” ci sono quelli… insomma che il male non ci sfiora e invece gli altri ci sguazzano e per di più senza accorgersene … purtroppo mi sembra, ma non mi sto riferendo a te, anzi a me per primo, che un po’ “filisteo” (… ci siamo intesi anche se la parola è sbagliata) lo sia ciascuno di noi… è un vero casino, insomma.

  10. Alcor il 14 aprile 2009 alle 14:53

    @vito

    non dico che l’ipocrisia sociale e morale non mi riguarda, al contrario, se ho detto quel che ho detto è proprio perché ne ho fatta esperienza personale, solo che con gli anni si aguzza la vista, magari, certi meccanismi di cui una volta non ci si accorgeva si vedono più chiari, io ho avuto una giovinezza ideologica, diciamo che sono stata esposta direttamente al virus e ho qualche anticorpo in più pur continuando a credere sostanzialmente in quel credevo e per delle ragioni che mi parevano buone sia allora che adesso, ma deleghe non ne do più e penso che non dovrebbe darle nessuno, almeno quando si pensa

  11. francesco pecoraro il 14 aprile 2009 alle 15:04

    Nel discorso di Alcor c’è qualcosa che non funziona.
    Lei sembra asserire che il politically correct è una vernice che maschera la vera natura humana, le vere pulsioni.
    E le vere pulsioni è meglio che si manifestino, come “un grumo che sarebbe molto più sano sciogliere in pubblico”…
    Anche a me non piace il politically correct, ma non mi nascondo la sua utilitas.
    Sono infatti convinto che violenza, razzismo e quant’altro consideriamo politicamente riprovevole, sia di fatto insediato nella natura umana per via genetica, vale a dire “naturale”, e che compito della cultura sia combattere e contrastare costantemente la natura, sia “fuori” che “dentro” di noi.
    In questo quadro – che occorre completare con un altro dato importante: la non-esistenza dell’individuo come lo concepiamo noi – il politically correct agisce da argine artificiale a contenere e tenere sotto controllo pulsioni del tutto spontanee di origine evolutiva, presenti nell’umano come nel pre-umano e nel non-umano ancestrale…
    Il nostro essere «di destra» consiste appunto nella legittimazione ideologica di queste pulsioni naturali.
    Mentre la sinistra è essenzialmente cultura di opposizione al naturale.
    Se la smettessimo di considerarci spiriti liberi (Houellebeq ha le idee chiare in proposito) e cominciassimo a vederci per quello che siamo, cioè prodotti genetici il cui sviluppo è influenzato da ambiente e educazione, le cui idee sono originali per una piccolissima percentuale e per il resto sono «ricevute», apprezzeremmo di più le idee «ricevute», appunto.

  12. Alcor il 14 aprile 2009 alle 15:14

    Ho detto infatti che “nasce per buone ragioni”.
    Ma non mi accontento.

  13. Alcor il 14 aprile 2009 alle 15:25

    Se sei convinto che “compito della cultura sia combattere e contrastare costantemente la natura, sia “fuori” che “dentro” di noi” non dovrebbe bastare neppure a te, anche l’opportunismo del politicamente corretto fa parte della “natura”, è un meccanismo di autotutela sociale all’interno di un gruppo, anche.
    Il politicamente corretto ha un ruolo importante quando aiuta a far massa sufficiente da portare alla correzione di leggi inique, in questa misura mi va bene, ma quando diventa un automatismo del pensiero, o del non-pensiero non mi va più bene. Persino quando mi fa comodo.
    Anche perché è un meccanismo fragile e per tenerlo in piedi ci vuole un dispendio di propaganda enorme, mentre riconoscere le pulsioni e combatterle attivamente prevede maggior fatica, ma dà risultati più stabili, insomma, educazione, che è quello che tu chiami compito della cultura, invece di passività.

  14. francesco pecoraro il 14 aprile 2009 alle 15:57

    @alcor
    so che non sei d’accordo, ma io sono convinto che quello che tu chiami “pensiero” sia quasi sempre automatico.
    ed è un bene che sia così.
    quella che chiami passività (e che io chiamo spirito gregario) è necessaria alla convivenza e non si distingue, se non in qualche dettaglio più teorico che di sostanza, da quella che tu chiami educazione.
    insomma l’umano è tipologico.
    l’educazione è un processo di formattazione preventiva per implementare lo spirito gregario e interiorizzare le regole: ma l’interiorizzazione è sempre molto superficiale, lo spirito ferino resta acquattato sul fondo della “coscienza” e il politicamente corretto può servire a tenerlo a bada.
    io so di avere un'”anima” di destra e cerco di tenerla a bada, non mi illudo di “essere” di sinistra, perché la sinistra è una veste, una (per me necessaria) forma mentis culturale, niente di “essenziale”, vale a dire di riconducibile ad una ipotetica “essenza naturale” humana…
    (le virgolette sono necessarie quando si usano termini del cui referente non si è sicuri…)

  15. Alcor il 14 aprile 2009 alle 16:18

    guarda che stiamo dicendo cose simili, la differenza è che il tuo quadro è più statico e fondamentalmente più pessimista, diciamo che il tuo pessimismo è apocalittico, mentre il mio è solo intellettuale e prevede prassi, cura e pedagogia, tu credi che ci voglia il Mose per tenere l’Adriatico fuori dalla laguna, mentre io penso che si possa lavorare anche sulla tenuta delle barene e la limitazione delle valli da pesca

  16. Alcor il 14 aprile 2009 alle 16:45

    perdonami tash, sono stata approssimativa e frettolosa nella definizione di pessimismo, e anche riduttiva, salvo solo la laguna, ma adesso non ho tempo per pensare

  17. tashtego il 14 aprile 2009 alle 17:28

    berlusconianamente pensavo che per la laguna potesse andare bene una soluzione ampiamente sperimentata altrove nelle terre basse: la diga.
    mobile o no che sia.
    mi piace l’idea del mose e credo che la limitazione eccetera sia un palliativo a fronte dell’innalzamento dei mari.
    ed è probabile che non basti nemmeno il mose.
    anzi è sicuro.
    però io non sono né pessimista nè apocalittico: solo percepisco l’umano in modo differente da te: nessuna sacralità, poca individualità, totale animalità e un luminoso destino di distruttore di specie animali e di pianeti.
    nessuna apocalisse, solo qualche catastrofe.
    quelle non ce le toglie nessuno.
    forse di auto-distruttore

  18. soldato blu il 14 aprile 2009 alle 17:54

    @ tash

    sono pienamente d’accordo con te, in particolare per l’autodefinizione “né pessimista né apocalittico”.

    Infatti se è vero che “qualche catastrofe non ce la toglie nessuno” – avendo sempre pensato che la catastrofe è l’unica, vera, forza riformista – ci rimane sempre una speranza.

  19. marco rovelli il 14 aprile 2009 alle 17:55

    Scusate, ma mi connetto al volo da una postazione rapinata, neanche il tempo di leggere la discussione, il link del blog di Pallavicini comunque è questo: http://www.feltrinellieditore.it/BlogAutore?id_autore=500004&blog_id=25
    a più tardi

  20. vito il 14 aprile 2009 alle 17:57

    @alcor … la mia rilessione non era indirizzata a te personalmente… ci tenevo a chiarire

  21. Alcor il 14 aprile 2009 alle 19:39

    avevo capito

  22. luminamenti il 14 aprile 2009 alle 20:25

    Molto strana questa affermazione: “Il nostro essere «di destra» consiste appunto nella legittimazione ideologica di queste pulsioni naturali.
    Mentre la sinistra è essenzialmente cultura di opposizione al naturale”.

    Come dire che chi è a sinistra combatte contro la sua stessa “natura”, mentre a destra si accetta e si asseconda la propria natura.

    Ma il “chi” e il “cosa” decide di stare a sinistra o a destra è naturale o culturale?

    Insomma viene rispolverato Hobbes: homo homini lupus.

    Faccio notare di passaggio come la concezione hobbesiana dello Stato
    inauguri in modo palese la lunga stagione occidentale della biopolitica e del biopotere – di quelle concezioni politiche, cioè, che fanno del bìos, della vita, l’elemento cruciale dell’esercizio del potere e del controllo sociale.

    Se uno poi si prende la briga di leggersi almeno le prime 45 pagine di Le strutture elementari della parentela di Claude Levi- Strauss si accorgerà con i fatti alla mano (niente opinioni), che la distinzione in bianco e nero è assolutamente artificiale, che natura e cultura sono in una relazione molto più articolata e complessa di chi vuole mostrarla come il male contro il bene.

  23. tashtego il 14 aprile 2009 alle 21:09

    massì, tutto è più complesso di quel che sembra e molte sono le pagine di cui abbiamo mancato la lettura, tuttavia non credo che natura sia male e cultura sia bene: penso che male e bene non esistano e che la convivenza umana possibile a patto di reprimere alcune pulsioni fondamentali, a patto di ritualizzarle, irregimentarle nella norma, eccetera: cioè a patto di arginarle con la cultura e la cultura è, perciò stesso, sinistra, in quanto combatte sopraffazione, gerarchia, uso strumentale dell’altro, razzismo, schiavitù, eccetera, tutte cose che esistono ancora, sono ben vive in quanto secreto del cosiddetto animo umano, co-esistono nel mondo civilizzato dalla sinistra che è mitigazione, ragionevolezza, giustizia, eccetera…

  24. tashtego il 14 aprile 2009 alle 22:11

    sia

  25. luminamenti il 15 aprile 2009 alle 16:14

    Un mondo paradisiaco



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