ZAMEL II

14 aprile 2009
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di Franco Buffoni

Casa di Aldo, seconda notte: processo

Devo cercare di togliermi dalla mente gli occhi di Nabil. Mentre ripete quella parola ZAMEL. ZAMEL ZAMEL la parola che ha condannato Aldo. Quando riesce finalmente a pronunciarla, però li tiene chiusi. E riesce a pronunciarla solo dopo che l’accusa esplicitamente dichiara che alla visita medica il suo ano è risultato “infundibolare, tipico dell’omosessuale passivo”, e che non vi sono dubbi sul fatto che “l’imputato abbia lungamente esercitato l’omosessualità passiva”. A me sono subito venuti in mente i processi agli “arrusi” della Città e l’isola di Giartosio e Goretti. Dove vengono trascritti dai verbali di polizia i resoconti delle visite mediche intime subite dai condannati al confino. Anche in quel libro, ambientato a Catania nel 1938, si parla di un assassinio.
Perché qui, in questa casa, è avvenuto un assassinio – e poche settimane fa, in una quieta sera, mentre Aldo e Nabil conversavano dopo aver fatto all’amore, e Aldo era ancora nudo, pur se in febbraio, grazie al riscaldamento “europeo” che si era fatto installare. Ha voluto farglielo ammettere, Aldo, nella sua sciocca presunzione. E ammettere che cosa, poi? Di essere un uomo giovane che amava e sapeva amare gli uomini? Eppure oggi in tribunale sembrava che proprio quella fosse la colpa. La colpa. Piuttosto, mi terrorizzava il suo sguardo mentre l’accusa parlava. Fisso, penetrante, senza incertezze. Mostruoso e disumano. Come quello dei serpenti, senza battito di ciglia né scansioni temporali. Fuori della storia e della pietas. Il suo sguardo è sempre stato così? Era così anche quando aveva i capelli? Dalla foto che Aldo mi mandò al computer non pareva, mi avevano colpito la bianchezza dei denti, la robustezza degli incisivi, il lobo dell’orecchio destro legato alla guancia. Così a cranio nudo, da prigioniero, oggi mi è sembrato proprio uscito da Genet. Soprattutto alla fine dell’udienza, quando ha reclinato la testa rasata sul braccio destro.
Basta, meglio tornare agli scaffali dei libri. Ne voglio sfogliare qualche altro, per distrarmi mentre mangio qualcosa, visto che stasera nemmeno il telegiornale del primo si riesce a prendere.
Tra i romanzi italiani – non molti in verità – trovo La ragazza di nome Giulio di Milena Milani nella ristampa Longanesi del 1968, in edizione rilegata, come nuovo; Fabrizio Lupo di Carlo Coccioli nella traduzione francese del 1960 con le pagine ancora da tagliare; Altri libertini e Pao Pao di Pier Vittorio Tondelli in prima edizione Feltrinelli, letti e segnati con vari punti esclamativi: ne rileggo qualche frase e rabbrividisco pensando allo scempio filologico che i ciellini stanno compiendo della sua memoria. Gli altri narratori che trovo qui sono decisamente più commerciali, ma registrarono il costume: negli anni sessanta, Umberto Simonetta a Milano, ossessionato dal concetto di “marchetta” (Lo sbarbato, Non tanto regolari, Il giovane normale); nel decennio successivo Antonio Amurri (Dimmi di zi, Più bello di così si muore) e Giuseppe Patroni Griffi (Scende giù per Toledo) a Roma e a Napoli, quando l’ossessione era ormai diventata quella del travestito. Niente Pasolini? Niente Pasolini. Lasciato tutto in Italia, col suo cristianesimo e col suo marxismo, ma sicuramente letto. Niente Arbasino, che Aldo tuttavia citava nelle serali conversazioni, disamato da Super-Eliogabalo in poi, apprezzato per Fratelli d’Italia, Piccole vacanze e soprattutto per L’anonimo lombardo. Curiosamente, Super-Eliogabalo nel 1969 fu il testo letterario che introdusse in Italia il termine “gay”.
Poi vedo solo saggistica. La serie completa dedicata all’Arcano uscita in edizione economica da Longanesi tra il 1974 e il 1975. I diversi volumi hanno titoli quali: L’insolito il bizzarro il decadente, L’erotica antica fino al 1799, L’erotica moderna dal 1799, L’immorale il perverso il proibito ecc. I libri non portano sottolineature né paiono essere stati molto consultati.
Tra i libri di saggistica mi colpisce l’assenza di testi usciti dopo il 1984. Il più recente è Omosessualità edito da Feltrinelli proprio in quell’anno e consistente nella traduzione di un numero unico della rivista americana Salmagundi. Ben sottolineato – nella prefazione di Guido Almansi – il passaggio: “Essere esclusivamente eterosessuale sta diventando sospetto e fra breve diventerà riprovevole. Sedurre gli eterosessuali sta diventando un atto politico…”. Mi accascio sul divano -sede di tante “seduzioni” di “eterosessuali” – con due pensieri fissi nella mente. L’Aids proprio da quell’anno cominciò ad essere avvertita minacciosamente anche in Italia. La frase di Almansi mette in rilievo una situazione-limite. Poi iniziò il disastro che bloccò per almeno un decennio l’evoluzione del movimento. Con un colpo di bacchetta magica, fosse possibile tornare a quel momento… Aldo era rimasto lì, fermo nel tempo. L’Aids non esisteva, l’aveva lasciata in Europa con i quadri e i tappeti.
Lo scaffale, conoscendo Aldo, non mi riserva sorprese. Mi viene incontro Diario di un omosessuale dello psichiatra Giacomo Dacquino, edito da Feltrinelli nel 1970: allora forse un libro coraggioso e d’avanguardia (la collana è I franchi narratori, figurarsi), oggi paradossalmente residuale; ma allora… come aveva ragione Mario Mieli, con le sue lungimiranti battaglie contro gli psiconazisti! Già la IV di copertina recita: “Il diario registra le fasi decisive della terapia analitica di un omosessuale, la sua presa di coscienza di un’educazione sbagliata, i fattori ambientali che hanno rallentato e bloccato la sua evoluzione affettivo-sessuale…”. Smetto di leggere in preda all’incubo, subitaneo ma profondissimo, che qualcuno – oggi al governo in Italia – vorrebbe farci tornare a quegli anni. Eppure sembrava un grande passo avanti, dal prete col peccato al giudice col reato, si era arrivati al medico. Che comprendeva e “curava”. Parevano cose moderne, d’avanguardia. Le cause, si volevano conoscere le cause della nostra “malattia”. E molti omosessuali docilmente si fecero analizzare. Convinti che gli psiconazisti – con i loro test di Rorschach – avessero ragione. Convinti che – nella propria crescita o nella propria composizione bio-genetica – qualcosa fosse andato storto. Eccolo lì, Aldo, troppo orgoglioso per mettersi in analisi, e determinato a lottare per trasformare a suo vantaggio ciò che non era andato per il verso giusto. Quanta fatica, quante discussioni (ma non ho sbagliato tutto anch’io, visto il risultato conclusivo?) in quella settimana del settembre scorso, per instillargli il seme del dubbio: se lui era così e suo fratello no, non necessariamente qualcosa per lui doveva essere andata storta. Che invece è la convinzione inestirpabile di tutto questo scaffale, rigidamente fermo a quegli anni.
Dove però trovo anche ottimi lavori, come L’eroe negato di Francesco Gnerre sui personaggi omosessuali nella narrativa italiana novecentesca, edito da Gammalibri nel 1981, e Lo schermo velato di Vito Russo, sull’omosessualità nel cinema, con Stanlio e Ollio a letto assieme in copertina, uscito lo stesso anno da Costa § Nolan. E inchieste utili e ben fatte, come Cercando il paradiso perduto di Cossolo e Teobaldelli (Gammalibri 1981) sui momenti di vita comunitaria gay, i grandi campeggi di quegli anni: Aldo aveva già preso altre strade: lui campeggiava sì con qualche compagno gay, ma in Turchia, a caccia insieme di baffuti anatolici; o Una questione diversa di Reim e Veneziani uscito per Lerici nel 1978, consistente in una raccolta di interviste sulla prostituzione maschile in Italia; o Il sesso nelle carceri italiane di Bolino e De Deo, uscito da Feltrinelli nel 1970. Lo sfoglio e trovo sottolineata questa testimonianza: “Dopo circa un mese venni trasferito a… Venni a conoscere che io potevo avere un compagno di cella a mio piacere, purché andare d’accordo. Era un rito come uno si sposa e si porta via la donna. Su 400 detenuti, esclusi i vecchi, 50 vecchi, il 90% degli altri voleva il compagno di cella passivo. Omosessuali come me non arrivavano a 10; tutti gli altri si prostituivano per convenienza ai detenuti più forti e potenti. Noi omosessuali eravamo i più richiesti”. Aldo evidentemente era stato attratto da questa accezione di omosessuale come passivo. Così commenta con la sua biro rossa: “Che reato si deve commettere e soprattutto dove, per finire lì?!”.
Accanto, un minaccioso Perversioni sessuali, edito da Feltrinelli nel 1965, a cura di Lorand e Balint, con prefazione di Cesare Musatti, che già nel sottotitolo – Psicodinamica e terapia – indica la sua propensione a curare. Che cosa? Naturalmente l’omosessualità, e naturalmente dopo averne indagate le “cause”. Aldo non si sarebbe mai fatto “curare”: con la sua “malattia” conviveva bene, anzi la preferiva, ma era radicalmente convinto – come Musatti – che “è alla psichiatria che compete, per la sua grande attrezzatura, giudizio e cura della omosessualità”. Frase che trovo sottolineata nelle serie dei Quaderni della Salute apparsa nel 1968. Serie completa, evidentemente ben introiettata: L’omosessualità nella storia e nella letteratura, I travestiti, Le interpretazioni della moderna psicologia. Allibisco infine, prima di decidermi a spegnere la luce, sfogliando Terzo Sesso di Walter Curelle, edito nel 1967 da Società Editoriale Attualità. Recita il sottotitolo: Aspetti storici e psicologici del “vizio contro natura”. In copertina una riproduzione da Bosch. Il libro è molto sgualcito e sottolineato: “L’omosessuale non va trattato a priori come un delinquente. E’ un anormale e, tale essendo, va posto semmai più sotto la giurisdizione del medico, che sotto quella del giudice o del poliziotto”. E’ solo superata la fase del prete, ma per il resto ci siamo: tutta la letteratura che Aldo ebbe a disposizione negli anni della sua formazione, lo indusse a credere di essere un malato. E lui – artatamente – si sentì sempre più astuto nei decenni successivi, in cui smise di leggere saggistica e praticamente di leggere tout court. Quindi non potè cogliere gli sviluppi del dibattito scientifico. Astuto perché, invece di farsi curare, accondiscese, coccolò la sua “malattia”: se la godette.

(continua)

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One Response to ZAMEL II

  1. véronique vergé il 15 aprile 2009 alle 16:27

    Il desiderio è una malattia?
    Già un momento la teoria psichanalitica che vuole tutto spiegare mi dà noia. Sei una lesbica? Forse non vuoi assomigliare alla madre, o allora sei in rivalità contro il padre spiegazione simplice.
    Preferisci dolce al sesso? Il cibo è per te il sesso. E allora?
    Grazie Franco per il tuo impegno. Sarebbe un’idea interessante parlare anche dell’omosessualità femminile.
    Quando sono andata alla fnac in Italia ho visto un reparto gay.
    In Francia non c’è.



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