ZAMEL III

17 aprile 2009
Pubblicato da

zamel
di Franco Buffoni

Casa di Aldo, terza notte: sentenza
Questa è l’ultima notte nella casa di Aldo. Non mi esce dalla mente il tono di voce del giudice mentre legge la sentenza. Vent’anni gli ha dato per l’efferatezza del crimine – malgrado l’attenuante della giovane età – “rubricato” come omicidio per rapina. Anche se Nabil la verità l’ha detta, l’ha dovuta dire: ha ucciso per una parola, per quella parola “infamante”, zamel. Ma l’accusa lo ha messo nella condizione di non poter dichiarare di essere stato insidiato. C’era il referto della visita medica “intima” e la corte non ha concesso quest’altra attenuante. Mi fa quasi più pena lui. Cresciuto – come ha tentato di dire la difesa – in una cultura che concepisce l’ira “giusta” come strumento di difesa del proprio onore. Ho l’aereo prenotato per domani alle undici, alle nove devo essere in aereoporto. Taxi alle otto. Sveglia alle sette. Gli ha tagliato la gola con un frammento della porta a vetri del bagno, dove Aldo si era rifugiato. Aldo è stato trovato nudo, dissanguato nella vasca da bagno. Con numerose altre ferite da taglio in tutto il corpo e “ulteriori lesioni nella regione prefrontale ventromediale”. Anche Nabil si era ferito con quel vetro. Le sue impronte insanguinate sono state trovate dappertutto nella casa. Andandosene si era portato via il cellulare di Aldo. Grazie a quello dopo due giorni lo hanno preso. Questo giustifica la condanna di omicidio per rapina e il tono di voce del giudice mentre legge l’ipocrita sentenza. Orifizio anale imbutiforme, come gli arrusi di un secolo fa. Non tornerò più in questa casa. Ho creduto di fare il coraggioso e il razionale, ma non la reggo. Anche il rumore che ho appena sentito… Veniva dall’esterno: un gatto forse contro la finestrella di questo bagno maledetto. Non tornerò più in questa casa e nemmeno in Tunisia. L’omosessualità in Tunisia è ufficialmente perseguita in base all’articolo 330 del codice penale, che riguarda i “rapporti contro natura”, in arabo lavat: sodomia. Non era proprio il caso di infangare la memoria di Aldo con questo reato, mi ha spiegato l’avvocato italiano, istruito dal suo potente fratello.
Caro Aldo, né tuo fratello né tua sorella hanno voluto assistere al processo, certamente più spaventati dallo scandalo che addolorati per la tua scomparsa. È stata divulgata la versione dell’omicidio durante un tentativo di rapina. L’importante è che non si facciano domande, che non si chiedano chiarimenti. Don’t ask, don’t tell. C’è un buon nome da preservare. Meno se ne parla meglio è. Tu hai solo finto per qualche giorno di non essere frocio, di essere diventato gay. E mentre morivi dissanguato, la preziosa registrazione diffondeva il canto di Callas alla Scala nella Traviata. Un canto da bestia ferita. Anfibio, avrebbero scritto di te negli anni cinquanta. Come di Visconti. E non hai gridato, nessuno ha udito nulla: era troppo alto il canto in quel momento? Non sei corso fuori nudo, sarebbe stato disdicevole per i vicini. Nella vasca da bagno ti sei infilato per non sporcare il pavimento? O ti ci ha spinto l’angelo sterminatore? Il referto dice che nessuna ferita in sé sarebbe stata mortale, nemmeno il taglio alla gola.
La madre di Nabil c’era solo il primo giorno quando lui è entrato, ma se ne è andata subito, prima che riuscissi a parlarle. Avvolta nell’haïk. Era con una ragazza giovane, tenevano entrambe gli occhi bassi.
Mi viene in mente quanto mi raccontasti di tua madre che si ritrovò sola coi tre bambini e ti mise in collegio dai preti. Tu a San Pietro allievo interno nella scuola dei chierichetti del papa. E la mamma che qualche volta riusciva a venirti a vedere mentre servivi messa. E poi la tua adolescenza segnata dai dialoghi con il topolino: a tredici anni lavoravi dal tipografo e nella pausa pranzo restavi da solo, mangiavi il panino, lui appariva e tu lo nutrivi. Aldo, a modo tuo, forse hai voluto provare a darmi ragione, ma lo hai fatto in modo perverso, alla ricerca di un carnefice che ti desse quella lezione che la zona più buia di te pensava di meritare. Tu che conoscevi solo due modi di rapportarti agli altri: o servo-schiavo o psicologicamente dominatore. Mai alla pari. È questo che ti ha fregato. Se tu l’avessi preso in un altro modo, Nabil ti sarebbe stato fedele per sempre. Nelle società in cui vige il codice dell’onore, vige anche il codice dell’amicizia. L’amico non si tradisce. Ma tu all’affettività tra due uomini hai preferito l’antica sessualità di stupro. E adesso, ci pensi a Nabil? A come vivrà nei prossimi anni? All’inizio se lo scoperanno in tanti, in galera. Insultato, deriso e abusato dalle stesse guardie. Me lo vedo, seduto sullo sgabello con le mani grandi appoggiate sulle cosce, le dita distese all’interno. In attesa. Altri – completamente depilati – restano virili. Lui no. Nella foto che mi avevi mandato, il viso era di tre quarti, una spalla leggermente sollevata. Era molto bruno e molto bello. Adesso ciondola il suo bananone, lo zob che ti ha ingannato. Lo nasconde. Accavalla le gambe. È fatta. Genet sputato. Degno delle tue sottolineature. Anche i peli publici gli hanno tagliato, tranne una sottile striscia verticale. Si distende, spinge ancora più innanzi il bacino, riaccavalla le gambe mostrandosi oscenamente a tre guardie che si avvicinano.
Ma gli si guasteranno presto i denti, diventerà precocemente vecchio, convinto che amare gli uomini sia una brutta cosa, una specie di malattia che capita a qualcuno. Lui col suo culo imbutiforme e a verbale “la mancanza delle pieghe anali perché limate dal frequente attrito col pene”. Osservazioni “scientifiche” forse ereditate dalle celebri Quaestiones medico-legales di Paolo Zacchia. Roba del milleseicento. Suo fratello continuerà a vendere sigarette di contrabbando e suo zio a negare – come ha fatto con me fuori dal tribunale – di averlo mai avuto come nipote.
Entrambi giunti alle soglie della acquisizione di una nuova dignità, da tale soglia vi siete ritratti, ripiombando nei più triti cliché delle vostre tradizioni culturali e dannandovi a vicenda: tu Aldo, continuando a sentirti “donna” e come tale incapace di amare un uomo che non desideri le donne; e tu Nabil, con la tua ira “giusta” in difesa del tuo onore, a ricacciare indietro la tua omosessualità trasformando lui nella “bestia ferita”. Siete stati un perfetto esempio di culture-clash. Roba da manuale.
Come sempre le parole vanno dette ad alta voce, più volte, e riferite a se stessi, come è stato per frocio in Italia, o queer negli Stati Uniti o camp in Inghilterra, finché divengono ragione di orgoglio. Ecco che cosa avverrà di questa parola – zamel – tra qualche decennio in Maghreb. Ne sono più che certo. Gli abramitici saranno sconfitti. Anche qui. Ma tanti dovranno soffrire.
Raccolgo ancora un libro. La data mi rivela che è stato tra gli ultimi comprati da Aldo in Italia. Si intitola Omocidi, autore Andrea Pini, edito da Stampa Alternativa nel 2002. Il sottotitolo lapidariamente recita: Gli omosessuali uccisi in Italia. Leggo dalla IV: “In Italia i delitti contro i gay sono molto più numerosi di quanto si creda. Questo libro fornisce la prima ricostruzione completa del fenomeno, dai casi celebri alle innumerevoli vittime sconosciute spesso dimenticate nell’indifferenza. Un’indifferenza che ostacola le indagini impedendo spesso l’identificazione dei colpevoli”. Agghiacciante l’elenco dei 111 casi di omicidio-omocidio attentamente analizzati e riportati in sintesi al termine del volume, con professione, età della vittima, stato di ritrovamento del cadavere. Comune a tutti questi omocidi il cosiddetto overkilling: l’assassino infierisce ben più di quanto sia necessario a uccidere, poi ruba qualcosa e fugge. Alcuni vennero da Aldo segnati a lato con un asterisco a forma di cippo:
Sergio Iori, 53 anni, impiegato di banca, sposato, una figlia, accoltellato e lasciato seminudo il 3 novembre 1991 a Marino (Roma). L’assassino fugge con l’auto dello Iori e non viene mai scoperto.
Emilio Mastino del Rio, 64 anni, costruttore edile in pensione, separato con una figlia, strangolato e legato mani e piedi con filo elettrico in casa propria a Roma il 3 ottobre 1992.
Mario Giaccone, 63 anni, ricco finanziere-imprenditore, accoltellato nel suo studio a Torino il 20 febbraio 1993, nudo.
Don Francesco Valgimigli, 60 anni, cappellano d’ospedale, ucciso con un corpo contundente a Vecchiazzano (Forlì) il 28 aprile 1994 probabilmente da un giovane prostituto che da tempo lo frequentava.
Renato Lena, 48 anni, infermiere, ucciso in casa, nudo, con una coltellata al cuore, a Cassino il 29 settembre 1995.
Luciano Petrini, 37 anni, ingegnere, ucciso in casa a Roma il 9 maggio 1996 con corpo contundente, cranio sfondato. Frequentava giovani prostituti.
Alvise di Robilant, conte 72enne, esperto d’arte, divorziato, tre figli. Ucciso in casa a Firenze il 17 gennaio 1997, cranio fracassato con corpo contundente, nessun furto.
Piero Nottiani, 50 anni, separato con un figlio di 8 anni, restauratore della Soprintendenza ai beni culturali, ucciso in casa a Perugia il 1 aprile 1998, il capo chiuso in una busta di plastica, il corpo avvolto in un tappeto.
Vittorio Crociani, 52 anni, commesso, trovato morto in casa nella vasca da bagno, a La Spezia il 27 giugno 1999.
Fabio Portalupi, 38 anni, medico di base a Novara, viveva con i genitori. Accoltellato e abbandonato nella campagna. L’assassino fugge con la Nissan Micra del medico e viene casualmente fermato dai carabinieri la stessa notte del 1 marzo 2000.
Roberto Baronti, 45 anni, medico nefrologo a Pisa, ucciso in casa, cadavere nudo, con la gola squarciata, segni di legature ai polsi, il 13 marzo 2001.

Commento di Aldo in biro rossa alla fine di p. 229: e qualcuno ancora si chiede perché io abbia deciso di trasferirmi in questo paradiso.

*

(fine)

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10 Responses to ZAMEL III

  1. tashtego il 17 aprile 2009 alle 18:54

    di solito non mi entusiasmo per i pezzi di buffoni.
    ma questo qui è bello.
    eccome.

  2. Alcor il 17 aprile 2009 alle 19:20

    concordo

  3. stalker il 17 aprile 2009 alle 22:15

    concordo anche io, ho letto tutti gli zemel con grande interesse.
    grazie.
    e per fortuna, perchè su tutte le altre disquisizioni letterarie sui lettori unici o non unici mi sono fatta due balle che la metà bastava.
    opss……mi scappo! :)

  4. stalker il 17 aprile 2009 alle 22:17

    zAmel

  5. vito il 18 aprile 2009 alle 00:24

    si.. bello davvero

  6. maria v il 18 aprile 2009 alle 10:35

    gran romanzo che mescola sapientemente diversi registri in un impasto raro, dove trovano spazio una ricca bibliografia insieme ad un’accesa denuncia, sottile introspezione, rabbia, ferocia, amore, tenerezza…
    non vedo l’ora di acquiestarlo e leggermelo tutto d’un fiato.
    Un grazie di cuore a Franco Buffoni per averci donato quest’opera.

    (Sugli omicidi antigay, volevo dire che, anch’io, ricordavo solo casi celebri, come ad esempio i traduttori di Copi, Luca Coppola e Giancarlo Prati, uccisi selvaggiamente, proprio mentre svolgevano la loro opera di traduzione del commediografo, ma non avevo proprio idea di un numero così elevato di vittime…agghiacciante.)

  7. Andrea Breda Minello il 18 aprile 2009 alle 17:42

    Leggendo i lacerti inseriti di questo Zamel mi sono venute in mente diverse affinità con alcuni componimenti dello splendido “Noi e loro”. Per atmosfera, ma non solo. Se fosse possibile, mi farebbe piacere saperne di più.

  8. manuel cohen il 22 aprile 2009 alle 11:52

    Ciao Franco: tra cronaca realtà e racconto…. mi piacerebbe saperne di più, leggo ora ma non so dove ha inizio la storia, mi interesserebbe approfondirne il plot. Complimenti e a presto

  9. manuel cohen il 22 aprile 2009 alle 11:54

    vedo ora che ci sono precedenti anticipazioni….andrò a leggermele con calma. un salutone

  10. franco buffoni il 25 aprile 2009 alle 18:48

    Scusate, sono stato fuori e leggo solo ora. Ringrazio per tutti gli interventi. I tre post su ZAMEL corrispondono al primo capitolo, con Edo che torna in Tunisia per seguire il processo contro Nabil, l’assassino di Aldo.
    Si erano conosciuti quattro mesi prima sulla costa tunisina: Aldo cinquantenne romano – ritiratosi a vita privata “in quest’angolo di paradiso” – e Edo, trentenne milanese, in vacanza per una settimana. Edo, impegnato nel movimento lgbt per i diritti civili, sta scrivendo un libro sulla cultura omosessuale, e – conversazione dopo conversazione – ne racconta all’amico il contenuto. Aldo pensa, sente, preferisce in modo tradizionale: si deve agire; non se ne deve parlare, se non svagatamente per ingelosire le “amiche”. Aldo è frocio, Edo è gay.
    Aldo reagisce in modo scettico ma incuriosito ai racconti di Edo, col tono di chi le cose non le ha studiate, ma le ha vissute e le vive: i ragazzi qui preferiscono me, anche se sono più vecchio; con me si sentono sicuri sul ruolo da svolgere. Tu li destabilizzi.
    Aldo è troppo orgoglioso per dare ragione a Edo. Tuttavia, alla fine della settimana di permanenza del giovane scrittore, sembra consapevole di essere ancora nella fase due (1 Repressione sempre e comunque – 2 malattia da curare – 3 diritti da acquisire).
    Dopo la partenza di Edo, Aldo conosce il ventiduenne tunisino Nabil e intreccia con lui una vera e propria relazione. Racconta tutto a Edo in una serie di mail. Lentamente Aldo capisce che Nabil lo ama davvero, non lo disprezza. E’ molto dotato il ragazzo, ma quasi se ne vergogna. Si lascia accarezzare a fondo lì…
    Fino a quando Aldo pretende che Nabil ammetta di essere omosessuale, provocandone la reazione irrimediabilmente violenta. L’errore fatale di Aldo è lessicale. Conoscendo qualche parola di arabo, ricorre al termine “zamel” che designa volgarmente il maschio passivo.
    In pratica la tragedia avviene perché entrambi i protagonisti non riescono ad affrancarsi dai loro fantasmi “culturali”. Aldo non riesce più a sentirsi attratto da Nabil, quando si accorge che Nabil lo sta amando perché è uomo. Nabil – che accetterebbe senza problemi di definirsi in francese homosexuel -, non può tollerare per sé l’epiteto “zamel”, per di più se proferito da uno “straniero”, uno che lo deve pigliare in culo, pagare e tacere.
    Entrambi giunti alle soglie della acquisizione di una nuova dignità, si ritraggono impauriti, ripiombando nei più triti cliché in cui si sono formati e dannandosi a vicenda: Aldo, continuando a sentirsi “donna” e come tale incapace di amare un uomo che non desideri le donne; Nabil, con la sua ira “giusta” in difesa del suo onore.
    Nella prima parte del libro, Edo scende in Tunisia, nella casa di Aldo, per assistere al processo a Nabil. Ricostruisce. Quasi si sente colpevole. L’assassinio è stato brutale. Aldo è morto dissanguato nella vasca da bagno, più volte colpito con un frammento del vetro della porta del bagno andata in frantumi. Il referto della visita medica a cui Nabil viene sottoposto (“orifizio anale imbutiforme, tipico dell’omosessuale passivo”) riporta Edo al secolo scorso, all’epoca delle visite pre-confino agli “arrusi”. Ma proprio quel referto impedisce alla difesa d’ufficio di Nabil di chiedere la consueta attenuante: giovane etero in funzione di marchetta attiva, improvvisamente insidiato da inaccettabile richiesta del “cliente”. Nabil è costretto a confessare che l’offesa è stata “verbale”. Ad uccidere è stata la parola, sostenuta dai pregiudizi culturali di entrambi. Il tribunale non può cogliere tali sottigliezze. Condanna Nabil a vent’anni: assassinio per rapina (ha rubato il cellulare).
    La seconda parte del libro riporta le conversazioni e lo scambio di lettere avvenuti quattro mesi prima tra Edo e Aldo: ne fuoriesce una breve storia dell’omosessualità, culminante nello scontro tra le idee tradizionaliste di Aldo (due gay tra loro sono come due lesbiche) e quelle moderne basate sui diritti – dignità parità laicità – di Edo.



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