Autismi 9 – La mia cacca (1a parte)

20 aprile 2009
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

Qualche anno fa ho deciso di risolvere una volta per tutte il problema della mia cacca. Non ne potevo più che fosse sempre tendenzialmente troppo molle, come succedeva ormai da tempo. Troppo fluida, a volte spugnosa, o addirittura acquosa, e nello stesso tempo o troppo chiara o troppo scura, ogni tanto marezzata, e soprattutto sempre puzzolente. Volevo una cacca di qualità omogenea, puntuale e affidabile, e di odore sopportabile, se non proprio profumata. Una cacca presentabile, insomma. Una cacca in linea con i progressi che mi prefiggevo anche negli altri campi della mia esistenza.

Mi sono messo allora a studiare a fondo la questione, perché io quando affronto i problemi lo faccio in maniera scientifica. Ho per l’appunto una formazione scientifica, il che in circostanze come questa mi aiuta parecchio. Per molte faccende non è possibile trovare delle soluzioni veramente valide, senza la scienza. Ho insomma preso in mano pesanti manuali universitari e atlanti anatomici, ho digerito nomi e definizioni, interrogato illuminati luminari, confrontato teorie e pareri. Come sempre all’inizio avevo un po’ l’impressione di aggirarmi nella babele struggente di una discarica di immondizie, dove ogni frammento rivendica il proprio individualistico passato, poi un po’ alla volta le cose hanno cominciato a avere un aspetto familiare e a rivelare perché erano lì e come comunicavano tra di loro. La scienza ha questo di bello, che ti appronta tutto attorno degli appigli ai quali i tuoi occhi e il tuo cervello possono aggrapparsi: un po’ alla volta appaiono le rotaie dei legami logici, i punti di ristoro delle leggiadre equazioni matematiche e delle regole soggiacenti, finché arriva il momento in cui tutto ti appare perfettamente in ordine e così come deve essere. È la stessa insensata confusione di prima, ma il peso che ti opprimeva i polmoni è sparito: puoi finalmente riposarti.

Ci ho messo diversi mesi, ma ho finito per trovare il bandolo della matassa. Ho capito che il nodo centrale erano gli ingredienti. Era impossibile arrivare all’eccellenza che perseguivo, senza delle materie prime inflessibilmente selezionate in base alla freschezza, alle doti organolettiche, ma soprattutto al tipo di metaboliti che avrebbero generato durante il processo digestivo. Sarebbe come pretendere di fare una buona torta tirando fuori gli ingredienti dalla spazzatura, delle sostanze che sanno già in partenza un po’ di rancido, e che durante la cottura irrancidiranno ancora di più. Dovevo prevedere tutto quello che sarebbe successo nei bassifondi enterici a partire da ogni intima molecola che entrava nella mia bocca: fino a quel momento ero vissuto nell’oscurantismo, per questo avevo avuto tutti quei problemi.

La qualità eccelsa di ogni singola briciola era imprescindibile, ma naturalmente erano importantissimi anche i dosaggi. E soprattutto erano fondamentali le intricate interrelazioni che si sarebbero instaurate, le eventuali idiosincrasie, le sinergie negative, i possibili effetti perversi. Gli alimenti non se ne stanno eternamente barricati ognuno nella sua orgogliosa torre d’avorio, come sugli scaffali dei supermercati e nei piatti di portata: finiscono in un unico calderone. E quindi basta un qualcosina fuori posto, e la qualità dell’impasto è irrimediabilmente compromessa. Del resto chi aggiungerebbe delle trippe all’impasto di una crostata alle albicocche? Chi immergerebbe un’acciuga sott’olio in un cappuccino? Chi verserebbe una tazzina di caffè nel sugo della pasta? E perché allora nessuno pensava alla qualità d’insieme della cacca, perché nessuno faceva attenzione agli equilibri, alle interazioni? Era per me inspiegabile che in così tanti millenni di cosiddetta civilizzazione nessuno avesse mai pensato una cosa tanto semplice come questa. Tutti a preoccuparsi solo del gusto del palato, vale a dire del piacere immediato, da veri superficialoni che siamo. E gli effetti si erano visti.

Ogni giorno che passava trovavo sempre più incomprensibile l’atteggiamento dei miei simili nei confronti della cacca. Non potevo proprio capacitarmi che tante bellissime donne che brigavano tanto per il loro fascino sfornassero impunemente delle cacchette maleodoranti, tanti esimi sapientoni coronassero le loro edificanti teorie con delle orribili defecazioni, tanti poeti smentissero l’evanescente illibatezza dei loro versi con pedisseque feci, tanti grandi uomini si chiudessero in un cesso per scaricarsi come i maiali. Perché nessuno faceva degli sforzi per migliorare la propria cacca? Perché nessuno pensava a unire le forze, per il bene di tutti?

Dovevo sviluppare l’olfatto, mi ero reso conto. La chiave di volta per un giudizio imparziale e davvero affidabile, il solo e unico presupposto per un monitoraggio esigente e costruttivo, stava lì. Non era più sufficiente la grezza impressione d’insieme, non serviva a nulla essere disgustati o deliziati: ci volevano dei dati dettagliati e oggettivi. Il mio naso doveva abituarsi a riconoscere le diverse molecole, a stimare in che proporzioni erano mescolate e come facevano comunella. Cosa si nascondeva sotto quelle sfumature solforose che degradavano in sentori acidi di barbone che non si lava le parti intime da mesi, di formaggi francesi putrefatti? Da che alchimia si originava quell’afrore di acquaccia stantia, con un che muschioso di cadavere di tartarughina? Solo questa puntigliosità olfattiva poteva essere la base di partenza per un approccio razionale.

Ho frequentato insomma un corso per diventare sommelier. Nonostante le perplessità degli insegnanti, che notavano il mio interesse non propriamente enologico, ho imparato a captare ogni minima sfumatura olfattiva, distinguendo le componenti principali da quelle accessorie, cogliendo intimamente la struttura di base, l’origine dei difetti, le migliorie possibili. Era molto difficile, ma facevo ogni giorno dei progressi. Un po’ alla volta il mio olfatto diventava sensibile e competente come quello appunto di un sommelier.

I risultati complessivi non erano però all’altezza delle mie aspettative, devo essere franco. Certo, c’erano molti piccoli miglioramenti, sia sul piano della consistenza che su quello dell’odore, e anche l’impressione d’insieme, chiamiamola così, che poi è quella che conta più di tutto, come anche per le persone umane, era di gran lunga migliore, ma la mia cacca restava pur sempre una sostanza tendenzialmente ripugnante. E la qualità restava imprevedibilmente varia. Per tre giorni era quasi accettabile, e il quarto c’era da vergognarsi. E il giorno dopo peggio ancora. Niente a che vedere con lo standard costante che mi ero aspettato, e al quale intendevo assolutamente arrivare. Diciamo le cose come stanno: era una cacca impresentabile. Nonostante tutto fosse calibrato al millimetro, nonostante nulla fosse lasciato al caso.

Ma non mi sono demoralizzato. Ho reinforcato gli occhiali, ho ricominciato a studiare. Caparbi tomi rilegati in similpelle, petulanti articoli scientifici in tutte le lingue, tesi di dottorato, rapporti e statistiche di ogni fatta. La sostanza del problema, finii finalmente per capire dopo settimane di sudate cerebrali, è che l’uomo è un lunghissimo tubo digerente, alle quali l’evoluzione ha attaccato le gambe, indispensabili per la locomozione, le braccia, necessarie per procacciare il cibo e a avvicinarlo alla bocca, e gli altri organi che servono a far funzionare il lungo budello digerente, assicurandogli tra le altre cose una riproduzione nel tempo. Per farci stare un così lungo apparato digerente la natura aveva due possibilità: o faceva gli uomini lunghi e sottili, per intenderci come dei pitoni, però verticali, come sono gli uomini, o avvoltolare su se stesso come uno spago il tubo digerente. Come tutti sappiamo è questa seconda opzione che è stata adottata. Una soluzione certo un po’ raffazzonata, e che ha molti inconvenienti, primo tra tutti gli stretti tornanti che devono affrontare gli alimenti, con gli inevitabili imbottigliamenti e l’accumulo di gas di scarico, ma anche sotto molti aspetti ragionevole: se avesse optato per la prima possibilità le automobili dovrebbero essere lunghissime, i letti anche, per non parlare delle porte, l’altezza delle stanze, la lunghezza delle cravatte e delle sciarpe, gli ombrelloni sulla spiaggia, e via dicendo. Un sacco di problemi per niente. La natura è una perfezionista, si sa.

Vedevo me stesso in una maniera completamente diversa, adesso che avevo captato come funzionava la mia non più giovanissima carcassa. Mi guardavo nello specchio, e vedevo il tubo digerente che ero. La mia faccia non era altro che una delle due estremità, quella sotto tutti gli aspetti meno importante. E tutte le escrescenze che avevo sempre considerate fondamentali erano in realtà degli accessori senza grande importanza: gli optional di una impastatrice che serve pur sempre per preparare le tagliatelle. Guardavo mia moglie che mi fissava come se fossi completamente demente, e vedevo che in fondo anche lei non era che un lungo tubo digerente. La vedevo per la prima volta per il tubo digerente che era. Un tubo digerente al quale erano stati appiccicati degli attributi femminili. Ma anche per la strada e nelle case vedevo solo dei tubi digerenti semoventi. Il nocciolo del problema, mi sembrava, era che l’uomo si era sempre preso per qualcosa che non era. Aveva dato troppo importanza agli occhi, alle natiche, all’apparato di riproduzione, e soprattutto al cervello. Quando invece non era che un condotto dai disarmonici restringimenti e gibbosità che produceva merda! Il ruolo che la natura gli aveva riservato nel ciclo della sostanza organica, ovvero della vita, era – checché ne pensasse lui stesso, e per quante panzane si raccontasse – quello. I prati crescevano utilizzando il concime, mangiando le erbe dei prati le mucche producevano formaggio e bistecche, e mangiando il formaggio e le bistecche l’uomo generava cacca, vale a dire il prezioso concime per i prati. Bisognava tornare con i piedi per terra, per dirla in altre parole. Imparare dai lombrichi.

Prima ancora della qualità degli ingredienti, certo fondamentale, contava insomma la fucina. La sala macchine dove avvenivano le trasformazioni delle materie prime. Io dovevo oliarlo e renderlo efficiente, quell’indomito laboratorio, piegarlo a quelli che erano i miei ambiziosi obiettivi. Dovevo riuscire a tenere al guinzaglio gli enzimi, la quantità e la qualità dei succhi gastrici, la bile, l’equilibrio degli ormoni. Dovevo mettere il mio tubo digerente nelle condizione di svolgere il suo lavoro in modo ottimale, senza lasciargli fare le sozzure alle quali era purtroppo abituato. Naturalmente andavano sorvegliate anche le posizioni del corpo, lo stato di salute dei vari organi, e tutti gli altri fattori che potevano influire sul processo cosiddetto digestivo. Il tutto utilizzando i più avanzati strumenti matematici e statistici.

Visto che la digestione non è altro che una successione di fermentazioni e di idrolisi enzimatiche, facevo in modo che quei processi fermentativi e idrolitici operanti dentro di me avvenissero come e quando volevo io. Cominciavo per sterilizzare tutti i liofilizzati che ingerivo, e disinfettare il mio apparato digerente. Poi mettevo i bacilli e gli enzimi e i coadiuvanti che ritenevo più adatti alle trasformazioni che avevo deciso, beninteso nella tempistica più idonea. E tenevo costantemente sotto controllo la temperatura, l’acidità, il tenore zuccherino, la densità. Anche i grandi vini si fanno con una fermentazione controllata, e i risultati si vedono, mi dicevo. Sarebbe un po’ lungo adesso spiegare nei dettagli come facevo, e non era sempre semplicissimo, né sempre confortevole, ma in un modo o nell’altro ce ne venivo sempre fuori. Certo tutta l’organizzazione delle casa ne era rivoluzionata, certo mia moglie non era contenta, ma era sempre più chiaro che l’unica via per fare dei progressi era quella. Non devo lasciarmi smontare dal disfattismo di mia moglie, mi dicevo.

Più ci pensavo più mi sembrava che quello della cacca non fosse un problema solo mio: era un grattacapo dell’umanità intera. Una gran rogna che aspettava da millenni una qualche buona soluzione. Una volta eliminati i problemi dell’odore e della scarsa igienicità la defecazione avrebbe perso il suo carattere sconveniente, tanto per cominciare. La gente non avrebbe più dovuto nascondersi nei gabinetti o dietro una siepe, per defecare. Avrebbe potuto scaricarsi nei locali pubblici, nelle aule scolastiche, davanti a milioni di telespettatori, nelle navette spaziali, o anche semplicemente in salotto, in allegra e distinta compagnia, esattamente come si beve un tè o si sorseggia una birra. I gabinetti si sarebbero utilizzati come armadi a muro, studioli, sgabuzzini per le scarpe. E naturalmente non ci sarebbe stato più bisogno della rete fognaria, l’inquinamento dei fiumi e dei laghi sarebbe drasticamente diminuito. Senza contare il risparmio di acqua degli sciacquoni e di carta igienica, vale a dire di alberi, che come tutti sanno sono i polmoni affaticati del pianeta. Poi come è ovvio ognuno avrebbe potuto disporre della propria cacca come più gli piaceva: per concimare i gerani, per fare stare in forma le scarpe, per nutrire il proprio cane, per farci giocare i bambini, o anche semplicemente per tenerla come ricordo, se era legata a una qualche circostanza felice.

*

continua

Tag: , , , ,

12 Responses to Autismi 9 – La mia cacca (1a parte)

  1. Ares il 20 aprile 2009 alle 12:14

    Ares

    Signor Sartori Grazie !.. era tanto che non ridevo così, a tratti la compressione diafammatica mi ha innescato brevi presagi di soffocamento, ma il piacere generale prodotto dalla risata, indotta dal suo scritto, e’ stato taumaturgico. Ale

    P.s. ha pensato di fare una visita epatologica per scongiurare un’infiammazione del sistema biliare ^__^ ?

  2. Natàlia Castaldi il 20 aprile 2009 alle 12:25

    :-) grandioso!

  3. macondo il 20 aprile 2009 alle 14:54

    Dopo aver letto, ho dovuto lottare aspramente contro l’istinto di farla in mezzo alla strada. Ma non risponderò di me se ci sarà un seguito…

  4. alanine il 20 aprile 2009 alle 17:22

    clap clap

    (e il torchio addominale? arriva, nella prox puntata? eh? eh?)

  5. Irene il 20 aprile 2009 alle 17:58

    assolutamente fantastico questo post! aspetto con impazienza il seguito :)

  6. Carlo Capone il 20 aprile 2009 alle 20:22

    Questo è un autore che ho scoperto tramite NI. Non me ne pento. E’ il più moraviano dei nostri tempi (per me è un complimento).
    Quanto all’argomento di questo racconto mi viene in mente che 50 anni fa Piero Manzoni la sua merda la mise in scatola.
    Merda di artista contro merda di autista.
    Saluti

    Carlo Capone

  7. soldato blu il 20 aprile 2009 alle 20:43

    Presumo che Giacomo Sartori ci abbia riflettuto bene, prima di prendere una decisione. In vista di un’opera come questa.

    E siccome non è mia abitudine, non dirò cosa avrei fatto io, ma esprimerò soltanto una leggera insoddisfazione per la soluzione adottata.

    Perché “cacca” e non “merda”?

  8. vito il 20 aprile 2009 alle 21:54

    Bravo Sartori… moravian-calvnian-bustinadiminervino … e bravo Raos

  9. Ares il 21 aprile 2009 alle 11:12

    @soldato blu… perché “merda” avrebbe connotato volgarmente e negativamente la sostanza da principio, e visto che il testo indaga la sostanza con criteri metodologici, teorici ma anche operativi precisi, che lo stesso Sartori non esita a definire scientifici, ogni pre-giudizio risulterebbe forviante e falserebbe ogni tentativo di oggettivare l’essenza della sostanza.

    Trovo che il termine “cacca”.. sia piu’ appropriato.. perche’ rievoca lo stupore del mambino difronte al suo escremento.

    ^__^

  10. soldato blu il 21 aprile 2009 alle 13:24

    @ Ares

    è una buona lettura, e stavo per farla mia. Ma quel senso d insoddisfazione non andava via: per dire che “cacca” impedisce comunque una mia identificazione completa col personaggio.
    Mai la chiamerei in quel modo.
    Per quanto riguarda gli aspetti operativi.scientifici, se fosse per questo, allora molto meglio “feci”.

    No, a mio parere, ma potrei sbagliarmi, la cosa diventa importante non per lo sguardo del personaggio, ma per l’intenzione che anima l’opera.

    Leggendo in questo modo, il modo in cui il personaggio tenta di liberarsi può additittura coinvolgere questioni teologiche:

    se è “cacca”, se si tratta d’infante, si tratta di una purificazione dell’escremento orginale che avviene attraverso un sacramento, un rito,

    ma questo non è il matrimonio in cui uno può essere ministro di se stesso, e qui manca appunto il ministro.

    se è “merda” – connotata necessariamente in modo volgare, negativo, connotazioni necessarie proprio perché così è la cosa – allora siamo davanti a un altro tentativo, a un’opera di redenzione.

    Ed è così che io leggo la cosa: redenzione. E acquisizione della purezza
    dei santi. Solo loro, invece di puzzare, profumano di rose. E qualcosa devono pur averla fatta, per non puzzare e profumare di rose.

  11. Ares il 21 aprile 2009 alle 13:58

    Diciamo che “cacca” lo trovo un buon compromesso tra “merda ” e “feci”.. bisognerebbe capire fino in fondo il temperamento che Sartori ha voluto conferire al personaggio.. forse non vuole che sia così ostinatamente assoluto.. da dire “merda”.

    Credo che per decidere dovremmo aspettare la seconda parte..

  12. macondo il 21 aprile 2009 alle 15:08

    Apprezzo moltissimo il self-made man in ambito culturale (in quello imprenditoriale invece la mia consierazione è sottozero). Ma trovo un vero peccato che questa approfondita conoscenza scientifica resti patrimonio di una sola persona e non sia condivisa. E per condividerla, appunto, posso mandare un campione della mia a Giacomo Sartori?



indiani