Autismi 9 – La mia cacca (2a parte)

22 aprile 2009
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

La mia cacca continuava però a deludermi. Ora i risultati erano tangibili, le equazioni matematiche parlavano chiaro, ma c’era pur sempre ogni volta qualcosa che non andava. Proprio per il fatto che i miglioramenti erano lì sotto i miei occhi e sotto il mio naso, era più difficile accettare gli scacchi. Quando il colore era decisamente gradevole, né troppo chiaro né troppo scuro, con una calda tonalità pastello che sembrava venire dalla tavolozza di un postimpressionista, l’odore era disgustosamente rancido, o fradicio di putrefazioni vegetali, o anche nel contempo agrodolce e nauseabondo, quando l’odore era accettabile la consistenza era grumosa e il colore vomitevole, quando il colore era proprio bello saltava fuori un’insopportabile mucosità, e via dicendo: mai una volta che tutti i caratteri positivi apparissero assieme. Sembrava quasi che qualche solforoso spiritello si divertisse alle mie spalle.

Mi sentivo molto solo. Mia moglie era sempre più esasperata, sempre più irritabile. Secondo lei ero sempre più fissato, ero matto da legare. Ogni due minuti mi nascondeva le bilance e gli altri strumenti che tenevo nel bagno, quando non li danneggiava o addirittura li gettava dalla finestra. Come buttava via schifata tutti i miei campioni di riferimento, per me tanto preziosi, e mi spegneva il computer. Si sarebbe detto che se ne facesse un baffo del progresso della scienza, dell’avvenire dell’umanità. Ma perfino i miei colleghi dei buchi della terra, pur sempre avvezzi a ogni sorta di verminosità e di imputridimenti, sembravano trovare molto strano quello che facevo, mi accorgevo. Meno ne parlavo meglio era.

La mia disperazione era non potermi appoggiare su nessun illustre antecedente. Perché Paracelso non aveva affrontato di petto il problema della cacca, perché non aveva provato a trasformarla in salame di cioccolato? Perché Leonardo da Vinci non aveva dedicato nessuno dei suoi geniali schizzi alla defecazione, perché non aveva progettato uno dei suoi micidiali e avveniristici marchingegni per migliorarla? Perché nessun filosofo aveva riconosciuto la centralità ontologica e metafisica dell’atto defecatorio, perché nemmeno gli utopisti più ispirati avevano cercato di intravedere delle soluzioni? Perché generazioni di speziali e di medici e di scienziati avevano sezionato e analizzato il cervello, il cuore, il sangue, la saliva, gli spermatozoi, i cromosomi, i geni, e perfino gli atomi, facendo dei progressi impressionanti, e non si erano mai occupati di una cosa tanto semplice e tanto terra a terra come la cacca? Perché c’era una rispettabile e approfondita scienza che si occupava degli alimenti, e nessuna scienza si occupava delle cacche? Perché le industrie farmacologiche sfornavano sempre nuovi medicinali per ogni sorta di malattie e di affezioni, e non tiravano fuori nemmeno un prodotto per migliorare la merda? Era davvero così difficile renderla gradevole e profumata, e perfettamente asettica? Perché tutti accettavano e davano per scontato che l’uomo debba per forza produrre dei residui così schifosi e puzzolenti, così insidiosi, così poco affidabili? Chi al giorno d’oggi accetterebbe di avere un alito con miasmi di fogna, i piedi che rivaleggiano con il pecorino stagionato, o anche solo le ascelle che puzzano di ascelle? Perché con tutte le prodezze biochimiche e genetiche, i trapianti, le trasfusioni, gli innesti, le protesi di ogni tipo, i bambini nati nelle provette, le pecore clonate, nei confronti della cacca ci comportavamo ancora come i nostri antenati di due milioni di anni fa?

Secondo mia moglie ero sempre più matto. Io le spiegavo pazientemente che non ero fuori di testa, volevo solo che la cacca fosse un po’ migliore di quella che era. Tutti gli uomini responsabili avrebbero dovuto volerlo, e prima o poi lo avrebbero voluto. Non era solo una questione di maggiore igiene, o di migliore confort, o di più solida stima di se stessi: era in gioco il destino dell’umanità. Come poteva l’uomo affrontare il rompicapo di tutte le sozzerie che produceva, e che lo stavano portando velocemente all’autodistruzione, se non aveva l’audacia di mettere mano ai propri resti? Finché l’uomo restava traumatizzato dai metaboliti che uscivano dal suo buco del culo, non avrebbe certo potuto tamponare le sostanze che zampillavano dai camini e dai gas di scappamento, dai tubi di scolo dei cosiddetti stabilimenti industriali. Le due cose erano legate, non erano che le due facce di una stessa medaglia. Per il momento ero il solo a occuparmi della cosa, ma presto saremmo stati in tanti, e molto agguerriti.

Mia moglie mi ribatteva che la mia scrivania sembrava la discarica di una favela, e non sapevo nemmeno tenere pulita la cucina, e volevo risolvere il problema dell’effetto serra! Ero un mitomane, come del resto la maggior parte dei miei famigliari. Senza cadere nelle sue provocazioni io le replicavo che la sopravvivenza del genere umano passava la riqualificazione delle deiezioni solide, era evidente. Chiedere all’umanità di tamponare tutte le altre forme di contaminazione e di insozzamento del pianeta prima che avesse fatto i conti con la sua cacca, prima che avesse spazzato via tutti i complessi in materia, prima che fosse uscito da questo suo imbarazzante stadio infantile, ben stigmatizzato da stuoli di psicanalisti, sarebbe stato come chiedere a un lievito di smettere di lievitare. Mia moglie mi diceva che secondo lei quello che cercavo davvero era il divorzio.

Ma è proprio parlando con mia moglie – a riprova che i nemici della scienza le rendono a volte dei preziosi servigi – che mi sono reso conto che avevo tralasciato un aspetto fondamentale: l’attitudine mentale. Era impossibile pretendere una cacca come la volevo io, una cacca al passo coi tempi, intrinsecamente ecologica e democratica, laica e responsabile, affidabile, senza che la mente facesse la sua. Il corpo è importante, ma nel corpo c’è pur sempre lo spirito, e quello che fa la differenza in un uomo è lo spirito! Viviamo in un tempo in cui si pensa di risolvere tutto con la tecnologia e le apparecchiature di precisione, quando la scienza può pensare di arrivare a qualcosa solo se è accompagnata da una maturazione interiore, tutti i veri scienziati lo sanno benissimo. Aveva ragione mia moglie, il materialismo era il peggior nemico di ogni perfezionamento della condizione umana.

Uno degli aspetti principali della questione, forse quello più importante in assoluto, mi sembrava, era l’indulgenza che gli esseri umani hanno nei confronti dei loro escrementi, e la violenta intolleranza che nutrono invece nei confronti di quelli degli altri. Ogni essere umano ha la pessima abitudine di compiacersi di ogni sua defecazione: rintanato lontano da occhi indiscreti fissa la propria cacca con commossa tenerezza, la odora a lungo, senza trovarci niente di male, struggendosi anzi di diletto. Ma naturalmente quella stessa vanagloriosa cacca apparirebbe a tutti gli altri, perfino ai parenti più stretti, agli amici più intimi, e ai partner amorosi più ardenti, come puzzolente e disgustosa. Mi sembrava che l’umanità non ce ne sarebbe uscita finché ognuno non avesse imparato a giudicare la propria cacca e quella altrui con imparzialità, e non si fosse abituata a apprezzarne le oggettive qualità intrinseche, mettendole beninteso in relazione con il grado di sviluppo personale e di maturazione del defecante, e valutandone le possibilità future. Finché ognuno non si fosse messo sotto d’impegno per migliorare le cose, senza credersi più importante degli altri, e accantonando il desiderio indomito di primeggiare e di dominare, la vanità, e l’allucinante egoismo, il problema dei metaboliti sarebbe rimasto insoluto: il mondo si sarebbe impregnato vieppiù di ammorbanti schifezze, fino a diventare invivibile.

Sarebbe troppo lungo adesso riassumere le differenti fasi della mia ricognizione, tutti i tentennamenti, tutte le speranze, lo stillicidio di delusioni. È stato un lungo e travagliato cammino, con appunto tanti errori, tanti passi falsi. Come ci si può immaginare facevo la spola tra una ridda di psicoterapeuti, strizzacervelli, stregoni, sciamani, santoni, ipnotizzatrici, negromanti, fattucchiere, neuropsichiatri, indovini, cartomanti, magnetizzatori, quasi tutti capaci di farmi avanzare in una maniera o nell’altra, ma nessuno dei quali riusciva a darmi una risposta definitiva. Avevo ormai preso la precauzioni di non parlarne nemmeno con i colleghi più coprofili, ma le amiche di mia moglie mi fissavano pur sempre con il naso un po’ arricciato, manco fossi anch’io uno stronzo fumante, invece che un benefattore dell’umanità. Erano al corrente di quello che stavo facendo attraverso una fonte faziosa. Io sto lavorando per voi, per i vostri simpatici culettini, mi sarebbe venuta voglia di dirgli.

L’attitudine mentale contava moltissimo, ormai era assodato. La cacca dopo un’ora di meditazione trascendentale era completamente diversa dalla cacca dopo tre ore di abbruttimento televisivo. Era nettamente migliore. Così come non erano paragonabili una cacca elaborata durante una edificante conversazione a tema metafisico e una maturata nello sconquasso di uno stress lavorativo a carattere conflittuale, o anche solo di una fastidiosa maretta coniugale. In poche parole ci voleva anche una adeguata disposizione di spirito. La condizione ottimale era la pace con se stessi connaturata a una stabilità caratteriale e affettiva e a un solido, seppure non inamidato, posizionamento morale. Elementi questi che a dir la verità a me hanno sempre fatto drammaticamente difetto. Ma non demordevo, cercavo di migliorare.

Un mattino ottenni finalmente la cacca che volevo. Una cacca densa ma non dura, compatta ma non rigida, né troppo umida né troppo secca, ben proporzionata, tonica, liscia ma non troppo scivolosa, bella a vedersi, turgida, sana, lucente al punto giusto, praticamente inodore. Provavo una gioia che mi faceva sentire leggero come non mi ero mai sentito dopo nessun’altra defecazione, un’euforia stordente di bambino sul vasetto. Avevo l’impressione di aver finalmente raggiunto il mio obbiettivo: ero in grado di produrre la cacca che avevo scelto, che corrispondeva al mio modo di essere e all’immagine che avevo di me. Ce l’avevo fatta. Avevo ripreso in mano le redini del mio corpo. Ora si trattava solo di fare del proselitismo. E invece il giorno dopo fu la volta di un sonoro spruzzo semiliquido con un tanfo di alghe marcite in un recipiente sporco di petrolio, con un sottofondo di polvere da sparo che ha preso l’umidità. E quello dopo ancora di una salsa nerastra e sgrufolosa con un lezzo di cadavere di piccolo mammifero galleggiante nell’acqua putrida.

Quello stesso giorno sono caduto, forse proprio a causa anche dello sconforto, in una fossa biologica. Come tutti sanno c’è una probabilità su cento milioni di cascare in una fossa biologica, perché le fosse biologiche sono fatte apposta perché la gente non possa caderci dentro. E invece vicino a casa nostra c’erano dei lavori, e io ci sono finito dentro. Le mie gambe sono state risucchiate dalla poltiglia scivolosa che invece di spingermi in alto mi strattonava verso il basso. Quindi anche la mia faccia è stata inghiottita dalla melma viscida che si richiudeva su se stessa come un molle sfintere. La temperatura era tiepida, ma non per questo meno sgradevole. Attorno a me gorgogliavano grandi bolle di vomitevoli gas. Era successo proprio a me, che mi occupavo con abnegazione dei problemi legati alla defecazione, e che mi battevo per migliorare un po’ le cose! Secondo mia moglie naturalmente avevo fatto apposta a buttarmi nella fossa biologica, come l’ultima di una serie di pazzie a tema merdoso. Invece di aiutarmi a uscire mi sgridava!

Poi finalmente mi sono svegliato, esausto di quell’interminabile sogno, come a volte succede. Nella bocca avevo ancora il gusto di tutti quei tanfi e di quegli afrori che non sembravano solo onirici. Allora mi sono alzato e mi sono lavato i denti. A lungo, didascalicamente. Dicendomi che quello che mi ci voleva era un giorno di digiuno. Sì, avrei bevuto solo qualche bicchiere d’acqua fresca, in modo da depurare il mio organismo verosimilmente congestionato dall’abbondanza sconsiderata di cibo. E invece uscendo dal bagno mi sono accorto che avevo proprio fame.

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8 Responses to Autismi 9 – La mia cacca (2a parte)

  1. véronique vergé il 22 aprile 2009 alle 12:30

    Per scrivere con tanto umorismo su un argomento difficile è cenno di un talento indiscutibile. Ho esitato da leggere, perché quando ho visto il titolo, ho fatto un passo indietro, che le cose del corpo ( soprattutto la cacca o il pipi mi fanno vergogna: quando sono invitata non oso andare al gabinetto, e quando ero bambina fare il pipi dietro cespugli con le sorelle, non potevo), allora immaginare scrivere un testo sull’argomento è terra irraggiungibile.
    E penso che molti scrittori non hanno bastanza grazia nella scrittura per parlare della cacca.

    PS Trovo il femminile più simpatico. Le caca en français me semble plus austère.

  2. Carlo Capone il 22 aprile 2009 alle 13:10

    Beh anche la pupù o (versione meridionale ) la puppù sono efficaci.
    No stavolta Sartori non m’è piaciuto. Vero è che per arrivare alla fine ho dovuto lottare col mio cattivo rapporto con le feci, ed è possibile che questa disarmonia abbia inficiato il giudizio. Io per molti tratti ho scorto parecchio compiacimento, ben oltre le peculiarità del personaggio narrante.

  3. Ares il 22 aprile 2009 alle 14:22

    .. Si il compiacimento e’ molto.. ho preferito la prima parte alla seconda.. ma e’ stato divertente .. hahhaahhahha.. grazie ancora.

  4. Irene il 22 aprile 2009 alle 15:23

    “…una cacca laica e responsabile…”, c’è del genio in chi scrive una cosa simile!

  5. soldato blu il 22 aprile 2009 alle 18:36

    Sì, seguendo i commenti che mi precedono, devo dire che si tratta di talento esibito. E perché uno dovrebbe tenerselo per sé? Non è fatto per essere esibito il talento?

    La mia preferenza va, comunque, alla seconda parte.

    In questa Sartori si innalza in volo, come l’ultima Vanessa sopra un campo primaverile tappezzato di primule, nel cui centro è collocata una porcilaia.

    E, tosto, insisto: è merda. E redenzione.

    [Il sogno non c’entra niente. Espediente letterario per far apparire le cose come non vere. Ché se il lettore sospettasse la verità della cosa, non ti darebbe più alcun credito].

    Ma è una redenzione fatta fallire.

    Qui si apre l’abisso tra l’ideologia protestante dell’autore e l’umanità vera del personaggio.

    *

    “Il vero mistero è quello che si compie
    all’interno del corpo”

    E. Canetti, Massa e potere.

    PICCOLA PARACELSIANA

    Sembra che egli non si sapesse decidere fra confessione cattolica e protestante.

    Il dottor Teofrasto è giunto in una comunità di tipo repubblicano come San Gallo per fondarvi una nuova “monarchia”, per completare l’”Opus Paramirum” e far rinascere la medicina dallo spirito di una chimica applicata a ciò che è vivo: il suo concetto di alchimia.

    I processi di mutazione alchemica relativi allo stomaco non vanno interpretati in senso logico, bensì analogico (immaginario, metaforico) in stretta relazione con l’arte alchemica sia pratica – volta a trasmutare i metalli -, sia speculativa, ossia finalizzata alla conoscenza e al perfezionamento dell’essere umano.

    Si tratta di concetti fondamentali di carattere più bio-spirituale che biochmico, di una rielaborazione di processi che sono legati a principio ultimo della vita.

    E non va dimenticato il migliore e più potente fra tutti gli uomini-medicina, il “maestro dello stomaco”: sua maestà l’”Archeus”[…]

    Da: PIRMIN MEIER, Paracelo. Medico e profeta. Salerno Editrice, 2000.

  6. soldato blu il 22 aprile 2009 alle 18:45

    Refuso.
    Naturalmente il titolo del libro di Meier è: Paracelso.

  7. giacomo s. il 22 aprile 2009 alle 23:20

    va anche detto – ma naturalmente non è per parare le critiche, che anzi incamero e medito – che un racconto spezzato in due, con l’inevitabile caduta della tensione data dall’interruzione prolungata della lettura (e “l’abitudine” a quello che era e avrebbe dovuto restare un sentimento di straniamento/sorpresa) è un po’ – sul piano culinario – come mangiare metà risotto ai frutti di mare un giorno, e la metà che resta – con i frutti di mare un po’ freddini e stantii – due giorni dopo;
    ma appunto più che un tentativo di difendermi è un vero interesse riguardante la fruizione dei racconti brevi, esulando da questo mio; come dire: cosa cambia quando si interrompe la lettura a metà?;
    per parte mia, da scrivente, l’ho presa come una sfida aggiuntiva (= cercare di tenere alta la tensione anche dopo l’interruzione); probabilmente non sempre riuscita.

  8. véronique vergé il 23 aprile 2009 alle 11:35

    Che non ho con il cibo un vincolo sano, ma si puo pensare che la lettura risponde a due tentazioni…
    Una tentazione golosa: assorbire un racconto in una sola volta; o allora mangiare un po’ogni giorno, con una pausa.
    A spesso ritardo la lettura per prolungare il delizio.
    Per me è l’argomento, ho avuto problema per tuffare nel racconto, ho giusto assaggiato l’acqua con il piede freddoloso, perchè la pupù mi fa problema di educazione o di complesso anale; preferisco non studiare il problema.
    Per un racconto troppo lungo in una volta, sono costretta da stampare, perché questa lettura con il computer richiede concentrazione che non ho.
    Dunque per la fare corta: ho apprezzato e sono rimasta ammirativa, l’ho già detto: affronater la pupù con tanto stilo, ironia con sè, e eleganza è raro.



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